Tuesday, September 18, 2007

I vescovi contro il Papa

I vescovi contro il latino. Ma l'obiettivo è il Papa,
di Antonio Socci, su Libero del 14 settembre 2007

Era il 1971 e il teologo Joseph Ratzinger - che pure era stato un uomo del Concilio - denunciò l'immane disastro "progressista" del post Concilio, indicando a chiare lettere la grave responsabilità di tanti vescovi: «In base a queste istanze (progressiste), anche a dei vescovi poteva sembrare "imperativo dell'attualità" e "inesorabile linea di tendenza", deridere i dogmi e addirittura lasciare intendere che l'esistenza di Dio non potesse darsi in alcun modo per certa. Per questo sono certo che si preparano per la Chiesa tempi molto difficili. La sua crisi vera e propria è solo appena cominciata». E infatti la crisi è divampata e a farla esplodere è stato innanzitutto l'attacco alla liturgia che della Chiesa è il cuore. Da cardinale tutore della fede, nel 1997, Ratzinger scriverà: «Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo, dipende in gran parte dal crollo della liturgia» (La mia vita, 1997).

LIBERTÀ RESTITUITA
E oggi, da Papa, egli regala alla Chiesa un giorno storico. Il 14 settembre infatti entra in vigore il Motu proprio con cui Benedetto XVI ha restituito ai fedeli la libertà di partecipare alla cosiddetta liturgia tridentina, la liturgia di sempre della Chiesa.
Attenzione: non è solo questione del latino (perché anche la riforma del 1969 ha la sua messa in latino). Né è questione che interessa solo i cosiddetti tradizionalisti. È molto di più: la notte dell'autodemolizione progressista e modernista della Chiesa sta finendo.
Un grande teologo come Von Balthasar - che Papa Wojtyla volle cardinale pur essendo anch'egli uomo del Concilio, scrisse: «Stranamente a causa di questa falsa interpretazione si ha la sensazione che la liturgia post-conciliare sia divenuta più clericale di quanto non fosse nei giorni in cui il sacerdote era un semplice servitore del mistero che veniva celebrato!». Da oggi ai cristiani viene finalmente restituita la libertà di pregare (e di credere) come la Chiesa dei loro padri e dei Santi ha pregato (e creduto) per 19 secoli. Una libertà loro sottratta da vescovi e chierici "progressisti" dispotici che prima hanno (arbitrariamente) presentato la riforma liturgica del 1969 come un'abolizione del rito tradizionale della Chiesa e poi hanno sabotato lo speciale indulto chiarificatore di Giovanni Paolo II del 84 e del 86.
Ora Benedetto XVI - preso atto del boicottaggio dei vescovi - ha ordinato loro di riconoscere i diritti dei fedeli. Un passo grandioso che porterà frutti sorprendenti alla Chiesa.

Ma, ancora una volta, diversi vescovi stanno cercando di disobbedire al Papa con la ribellione esplicita o con qualche trucco dialettico. A dare il la come al solito è stato il cardinal Martini che - ormai nei panni dell'Antipapa - ha tuonato che lui non avrebbe mai celebrato nel rito tradizionale per "quel senso di chiuso che emanava dall'insieme di quel tipo di vita cristiana così come allora lo si viveva". Così, forte del fallimento pastorale progressista (e del suo episcopato), Martini ha liquidato secoli di santità: la Chiesa dove sono fioriti i più grandi santi, da Caterina a Francesco, da Carlo Borromeo a Francesco Saverio e Teresina di Lisieux, da Massimiliano Kolbe a Padre Pio, darebbe «un senso di chiuso» rispetto alla chiesuola progressista, fatta - immagino - di cattocomunisti, ecumenisti scatenati e teologi della liberazione. La grandiosa liturgia cattolica per la quale geni come Mozart, Michelangelo e Caravaggio hanno creato capolavori darebbe un'idea di "chiuso" rispetto agli sciamannati schitarramenti postconciliari con i più indecenti abusi liturgici.
Ma subito a coda di Martini ha preso il coraggio del boicottaggio furbesco anche l'attuale vescovo di Milano Tettamanzi (scottato dal conclave del 2005 da cui voleva uscire Papa) e altri vescovi, tra i quali va citato quello di Pisa per la sua aperta opposizione al Papa (da monsignor Plotti aspetto ancora che mi spieghi il senso della Cattedrale a pagamento, come fosse un museo). Per avere un'idea di cosa sia la "chiesa progressista" bisogna leggere un articolo apparso l'altroieri su Repubblica. Parlava dei funerali dei bimbi rom, morti in un incendio a Livorno, celebrati dal pope ortodosso nella Cattedrale cattolica della città toscana. Monsignor Razzauto, amministratore diocesano con funzioni di vescovo, che ha concesso la cattedrale ha dichiarato: «Se, per motivi speciali, o per mancanza di spazio, ne avessero bisogno non avrei alcun problema a mettere a disposizione la Cattedrale anche agli islamici». Avete letto bene: la Cattedrale cattolica a disposizione per dei riti islamici. I commenti - teologici e canonici - li lascio alle autorità vaticane.

Vorrei sottolineare però che questo clero così ecumenico e aperto è lo stesso che poi, per decenni, ha negato le chiese ai fedeli cristiani per celebrare la Messa tradizionale.
In un'altra città toscana un vescovo ha negato la Cattedrale addirittura a un cardinale perché avrebbe celebrato, com'era sua facoltà, la Messa tridentina.

Nella ribellione dei vescovi c'è un'opposizione al Papa che viene da lontano.

Al Concilio don Giuseppe Dossetti, passato dalla politica italiana alle smanie riformatrici della Chiesa, provò a dimostrare che il vescovo ha il potere di giurisdizione con l'ordinazione stessa, a prescindere dal fatto che lo riceva dal Papa. Se questa idea fosse stata accolta la Chiesa Cattolica si poteva trasformare in chiesa episcopaliana col Papa ridotto a coordinatore. Invece fu bocciata e Dossetti fu rimosso da Paolo VI. Ma i vescovi progressisti non hanno mai rinunciato alle loro pretese. Paolo VI, negli ultimi anni, era diventato una voce che grida nel deserto. L'allora patriarca di Venezia Albino Luciani fu tra i pochi che cercò di opporsi alla dissoluzione: «Sarebbe ora di affermare coraggiosamente che voler essere col Papa non è deteriore complesso di inferiorità, ma frutto dello Spirito Santo». Con Wojtyla il papato ritrovò vigore.

SCHIAVI DEL POTERE
Ma ricordo l'ottimo don Divo Barsotti che in un'intervista del 1985 mi diceva: «C'è un grande pericolo, il disgregamento dell'unica Chiesa di Cristo. I viaggi del Papa, secondo me, esprimono questa drammatica preoccupazione. Il papato negli anni recenti era stato umiliato e isolato. Nessuno voleva più sentir parlare del Papa, soprattutto i vescovi...». E poi aggiungeva: «Ancora non si è superato questo dramma. Ci sono ancora vescovi che resistono al Papa». Giustamente Barsotti sottolineava che il vescovo ha diritto di essere seguito dai fedeli, ma se è in comunione col Papa. Altrimenti fa una sua chiesuola. Lealtà vorrebbe che un vescovo in disaccordo col Papa si dimettesse. Ma di rinunciare al loro potere clericale non vogliono sentirne parlare. Anzi, purtroppo continuano tuttora a essere nominati vescovi di area "progressista" che promettono di continuare questa deriva. Perché la burocrazia clericale è ancora in loro potere. Cosa temono dalla libertà? Perché vogliono impedire al popolo cristiano di pregare come la Chiesa ha pregato per due millenni? Perché nella Chiesa "lex orandi, lex credendi". La Liturgia esprime la dottrina cattolica ortodossa ed è la vera fede che affascina e attrae. Mentre la loro stagione è quella del passato, quella - come denunciò il cardinal Ratzinger - dove i cristiani erano «portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina». In quel memorabile discorso di apertura del Conclave, Ratzinger aggiungeva, amaramente: «Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde, gettata da un estremo all'altro». Benedetto XVI ora cerca invece di ancorarla alla roccia della tradizione ortodossa. E anche se il "partito clericale" gli ha dichiarato guerra, ha con sé il popolo cristiano.

Monday, September 17, 2007

La messa in latino e i sacerdoti progressisti

"La messa in latino, ritorno al sacro contro i sacerdoti del finto progresso", di Alessandro Gnocchi e Mario Palmaro, Il Giornale, 16 settembre 2007

Se qualcuno pensa che i cattolici affezionati alla messa di San Pio V, quella in latino, siano un plotoncino sparuto di generali in pensione e di duchesse svanite faccia un esperimento. Vada sul web: si troverà al cospetto di giovanotti in grado di maneggiare il computer come pochi, pieni di energie, con lo sguardo rivolto al futuro. Gente che ama la tradizione, ma che vive con i piedi piantati nel presente. E che proprio per questo ha già fiutato il clima vagamente censorio che si respira in molte parrocchie italiane in questi giorni.
È entrato in vigore il motu proprio con cui Papa Benedetto XVI liberalizza la messa di san Pio V, ma una fetta dell’episcopato italiano si appresta a mettere la sordina al documento. Il caso della diocesi di Milano, opportunamente sollevato dal Giornale, ne è l’esempio più vistoso: siamo ambrosiani - hanno fatto sapere dalla curia - dunque niente Messa di San Pio V. Un cavillo che ha il solo scopo di disattendere il documento del Papa. Del resto, quanti vescovi hanno parlato pubblicamente e liberamente di ciò che sta avvenendo? Quanti parroci? Uno solo, che ci risulti, si è assunto questa responsabilità apertamente, applicando subito il motu proprio e ha riempito la chiesa di fedeli, suscitando la reazione dell’apparato di curia.
Anche questo un caso che ha sollevato Il Giornale. Un giornale laico. Come laica è La Stampa, sulla quale Massimo Gramellini, all’indomani della pubblicazione del motu proprio mise nero su bianco il seguente ragionamento: era ora che si suonasse nuovamente la campana del senso del sacro. Era ora di finirla con quei sacerdoti in jeans e chitarra che pensavano di essere più vicini ai loro fedeli e, invece, erano solo più lontani dal Cielo.
Laico Il Giornale, laica La Stampa: forse vorrà dire qualche cosa. Vuol dire che un atto come quello di Benedetto XVI non può essere letto con il paraocchi. E tanto meno con il paraocchi del cosiddetto spirito del Concilio Vaticano II che ha permeato la quasi totalità del mondo cattolico. Per un certo tipo umano da sagrestia, tutto deve essere letto in funzione del Vaticano II, e ciò che non rientra in quei canoni va silenziato. Siccome negli ambienti progressisti cattolici è stato stabilito che il motu proprio del Papa non è conforme allo spirito del Concilio, ecco pagato il Pontefice con la stessa moneta usata per l’ultimo dei reazionari.
Intanto il popolo non capisce come mai, pur in presenza di un atto del successore di Pietro, preti, arcipreti e vescovi dicano pubblicamente che non è cambiato niente, che si continua come prima. Non capisce come mai ci si permetta di non obbedire al Papa. Non capisce come mai sacerdoti e fedeli che manifestano interesse per la liturgia tradizionale vengano messi al bando e perseguitati: avete capito bene, perseguitati. Ci sono giovani che sono costretti ad abbandonare il seminario della propria diocesi per aver manifestato simpatie per l’antico rito.
Purtroppo, c’è un’evidente scollatura fra la gente comune, i fedeli, e un gruppo limitato, ma potente di intellettuali che hanno preso in mano le redini di non poche diocesi e facoltà teologiche. Sono quegli stessi che chiamano la Chiesa «popolo di Dio» ma sotto sotto considerano la gente solo una massa incolta lontana anni luce dalla famosa «fede adulta». Ma questo popolo, in realtà è formato da cattolici ordinari che per anni hanno subìto, mugugnando, tutti gli orrori liturgici perpetrati in nome di un’ideologia ecclesiale che ha avuto le caratteristiche di una vera e propria rivoluzione culturale. Nella quale, la degenerazione liturgica è preceduta, accompagnata e seguita da un errore dottrinale. Molti pastori e intellettuali non riescono o non vogliono capirlo. E vengono scavalcati da questo Papa teologo nel rapporto con il popolo. Mentre loro si attardano in sacrestia a capire chi si gioverà della ricaduta ecclesiologica del motu proprio, Benetto XVI è già in chiesa a parlare con il suo gregge. E più parla chiaro, più il suo gregge lo comprende e lo ama. Come quando discute dei principi non negoziabili. Che cosa vogliono dire le sue prese di posizione sulle questioni etiche se non un non negoziabile «Basta»?
Lo stesso accade per la riconsegna della piena cittadinanza nella Chiesa a una liturgia millenaria come quella della messa tradizionale. In questo caso, Papa Benedetto ha preso una posizione anche più forte. Ha scoperto un nervo che molti cattolici avrebbero preferito lasciare sottopelle: ha detto che un’intelligente fedeltà alla propria storia è più forte e più cattolica dell’infatuazione per un concetto utopistico di progresso. Ha detto che la tradizione è connaturale al cattolicesimo mentre l’ideologia è il suo esatto contrario.

Monday, September 10, 2007

Perché Dio si nasconde?

Se si manifestasse, tutto sarebbe più semplice. Quanti errori, quante colpe, quanti delitti e quante disgrazie si eviterebbero, se il bene supremo fosse presente tra noi, se fosse visibile ai nostri occhi!
Tre sono generalmente i motivi con cui si cerca di spiegare questa assenza di Dio che ci lascia errare e dubitare.
Si sostiene, innanzitutto, che la presenza di Dio ci priverebbe di ogni libertà di giudizio, sovrapponendo in qualche maniera il proprio determinismo a quello della natura, quando invece Dio ha voluto la libertà quale prerogativa del nostro essere.
Inoltre, la presenza di Dio ci farebbe perdere gli immensi benefici della fede, con tutti i meriti che ne conseguono.
Infine, si sostiene, la natura di Dio è talmente diversa dalla nostra, che è impossibile ridurlo entro il campo troppo limitato delle nostre facoltà.
A queste ragioni se ne aggiunge talvolta una quarta, tratta dalla Scrittura, secondo la quale nessuno potrebbe vedere Dio senza morirne.
Ma sono argomenti confutabili e si può dir, riprendendoli dall’ultimo, che niente impediva a Dio, che è onnipotente, di metterci in grado di captare la sua presenza, attenuando la sua luce; che la fede è certamente una cosa bellissima, ma che gli angeli, vivendo nella presenza di Dio e non avendo quindi bisogno di nessun atto di fede, non sono per questo meno amati di noi; infine, che è impossibile trovare un essere umano che non sia disposto a scambiare la propria libertà contro la certezza della felicità eterna.

Tuttavia, la presenza visibile di Dio non potrebbe che produrre un mondo diverso; il nostro compito è invece proprio quello di capire questo mondo.

È vero che il ritrarsi di Dio è la condizione della nostra libertà di coscienza, senza la quale saremmo solo giocattoli meccanici, privi della benché minima disposizione al dialogo.
È anche vero che questo ritrarsi permette il dischiudersi della fede, vale a dire della cosa che Dio ammira maggiormente nell’uomo.
È vero inoltre che i sensi ci consentono l’accesso a una piccolissima porzione del reale: se si potessero incidere tutte le «frequenze» dell’universo in un chilometro di nastro, saremmo in grado di leggerne solo tre millimetri; in queste condizioni, non abbiamo alcuna possibilità di captare quello che si potrebbe chiamare la «frequenza zero» della luce increata (cioè Dio stesso, N.d.R).
È vero, infine, e conforme alla Scrittura che «nessuno potrebbe vedere Dio senza morire», giacché, per essere all’altezza di questa visione, il potenziamento che richiederebbero le nostre facoltà equivarrebbe a una metamorfosi.

Questa discrezione di Dio potrebbe però avere un’altra spiegazione, che si fonda sull’esperienza e che chiama in causa soltanto la carità. (…) Nell’abbagliante luce spirituale che circonda Dio si rivela la presenza invisibile di un’innocenza tanto grande che costringe ciascuno a giudicarsi; i migliori, allora, si giudicheranno con maggior rigore: e Dio, nella sua bontà, non lo vuole.
Sono molti quelli che (…) vedono Dio come giudice e temono di essere chiamati dinanzi al suo tribunale. È vero che, di fronte alla sua purezza indicibile, saremo inclini a condannare noi stessi, non per aver offeso l’onnipotenza, ma per la vergogna di aver fatto soffrire un bambino. Ci sarà però qualcuno a difenderci contro noi stessi: sarà Dio il nostro avvocato.
È questa la nostra tragedia: non comprendiamo nulla dell’amore, e gli fissiamo dei limiti che esistono solo nel nostro cuore.

Da Dio. Le domande dell’uomo, di André Frossard, Mondadori, 1994, pp.89-91

Thursday, September 06, 2007

Sorella morte e …

Per trovare ciò che cerco, mi succede sempre più spesso di dover arrivare al termine di un percorso. È capitato pure con questo libricino in cui si parla della morte nella prospettiva cristiana. Quando si dice la coincidenza!

[…] Il superamento [della paura e dell’angoscia di fronte alla morte, N.d.R.] non avviene nella natura, ma nella fede ed è possibile perciò che la natura non ne tragga per sé alcun vantaggio. Gesù stesso volle sperimentare una «tristezza mortale» nella sua anima, di fronte alla morte e ne spiegò la ragione dicendo: «Lo spirito è pronto ma la carne è debole» (Mt 26, 41). Noi possiamo fare anche di questa angoscia materia da offrire nell’Eucaristia, con Gesù, al Padre. Cristo ha redento anche la nostra paura! Vi sono stati santi sereni di fronte alla morte, come san Francesco d’Assisi, e santi angosciati, perfino tra i figli del Poverello. Uno di questi è stato san Leopoldo Mandiċ, a cui – ho sentito dire - l’angoscia della morte impediva, talvolta, perfino di celebrare la Messa dei defunti. […]
Ciò che conta è la fede. A ogni discepolo Gesù risorto ripete ciò che un giorno disse a Marta: «Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me non morrà in eterno. Credi tu questo?». Beati quelli che sentono di poter rispondere, per grazia di Dio e dal profondo del cuore: « Sì, o Signore, io credo!».
(Sorella Morte, di Raniero Cantalamessa, Àncora Editrice, 1991, pp. 71-73)

Friday, August 31, 2007

La legge sull'aborto ha bisogno di un tagliando

Che i bambini affetti da trisomia 21, cioè da sindrome di Down, vengano ormai sistematicamente eliminati prima di nascere, l'abbiamo denunciato più d'una volta su queste pagine. E più d'una volta abbiamo lamentato come la legge 194 sull'interruzione di gravidanza sia ormai diventata un colabrodo, un testo che in alcune sue parti non è mai stato attuato, in altre è male applicato, e in altre ancora è tranquillamente violato.
L'intervento di aborto selettivo con cui, all'ospedale San Paolo di Milano, è stata uccisa per errore la gemella sana anziché quella malata, non è che la spia di pratiche che si diffondono fino a modificare la nostra sensibilità, la percezione che abbiamo degli avvenimenti. Chi si ricorda del piccolo Tommaso, nato nel marzo scorso dopo un aborto alla 22° settimana praticato al Careggi di Firenze? Il caso divenne pubblico solo perché il bimbo, a cui era stata diagnosticata una malformazione che non c'era, era rimasto vivo per alcuni giorni: pochi, ma abbastanza per suscitare commozione e scandalo. Se Tommaso non fosse sopravvissuto, non se ne sarebbe parlato affatto; e altrettanto sarebbe accaduto se la bimba eliminata al San Paolo fosse stata effettivamente la piccola Down.
Ogni volta che un episodio del genere viene alla luce, si riapre la polemica tra chi è a favore di una legge sull'aborto e chi no, e il dibattito etico si arroventa. Dopo alcuni giorni, però, tutto torna come prima, e una pesante coltre di silenzio e indifferenza copre la terribile marcia che stiamo compiendo verso la selezione genetica, travestita da libera scelta dei genitori. In questo modo stiamo approdando a risultati di pulizia etnica che nemmeno la peggiore violenza razzista dei governi totalitari è mai riuscita ad ottenere. Si scrivono articoli politicamente corretti sull'accoglienza nei confronti dei Down, si girano film emozionanti con protagonisti diversamente abili, ma poi si chiudono gli occhi di fronte alla realtà di una pratica di selezione genetica diventata ormai ordinaria routine.
Sembra che non si possa fare niente, che si tratti di una deriva inarrestabile, consentita dalla legge. Non è così. La 194 non considera lecita la selezione genetica, così come - se fosse stata applicata - non avrebbe permesso che Tommaso venisse abortito.
Su Avvenire del 23 maggio scorso noi l'abbiamo fatta, la nostra "modesta proposta per prevenire", chiedendo al ministro Turco una risposta, un segnale. La 194 ha ormai trent'anni, e li dimostra; forse le servirebbe un tagliando. Le nuove tecniche mediche, e le scelte che implicano, tendono a svuotarla di senso, approfittando delle incertezze interpretative. Il Ministero potrebbe fornire indirizzi e regole, stilando delle linee guida, senza toccare la legge. Quella parte della 194 che riguarda la prevenzione non è mai stata messa in pratica, e in tutti questi anni le donne che avevano bisogno di aiuto per diventare madri si sono trovate vicine solo i volontari dei Centri di aiuto alla vita.
La diffusione e lo sviluppo delle diagnosi prenatali hanno scardinato gli articoli 6 e 7 della legge, fatti in origine per circoscrivere il ricorso all'aborto terapeutico, ed escluderlo quando il bambino ha possibilità di sopravvivenza autonoma (quindi a partire dalla 22° settimana).
Per mettere qualche paletto basta dunque un atto amministrativo, senza modificare la legge, e probabilmente il ministro potrebbe contare su un'ampia area trasversale di consenso. C'è stato un tavolo dei volonterosi sui temi economici. Perché non provare a farne uno sui temi della vita umana?

Eugenia Roccella, su Avvenire del 29 agosto 2007

Metafore da tipi svegli

Se passando da queste parti non avete trovato nulla di interessante, lasciate che vi suggerisca in che direzione continuare. Potreste infatti dare un'occhiata qui.

Wednesday, August 29, 2007

Madre Teresa e “la notte oscura”

Riporto un bell’articolo di Antonio Socci sulle recenti speculazioni riguardanti Madre Teresa.


PERCHE’ SI CERCA DI ATTACCARE MADRE TERESA?
di Antonio Socci

Uno scoop che fa sorridere. Il settimanale “Time” lo anticipa e subito i giornali italiani gli vanno dietro. Prima pagina del Corriere della sera di ieri: “I tormenti di Madre Teresa: non trovo Cristo. Mezzo secolo di dubbi sulla fede”. Prima pagina della Stampa: “Teresa, la santa che dubitava di Dio”. Parrebbe clamoroso. In realtà la notizia è stravecchia e così è pure presentata a rovescio. Personalmente dedicai a questa straordinaria vicenda una puntata di “Excalibur” nel dicembre 2002 e non su una tv locale, ma su Rai 2, in prima serata, davanti a circa 3 milioni di telespettatori. Si parla di 5 anni fa. Dunque la notizia di ieri non è proprio freschissima…

Erano ospiti in studio un giovane indiano che, da bimbo abbandonato, era stato raccolto su una strada di Calcutta da Madre Teresa e da lei “adottato” e cresciuto come un vero figlio naturale. C’era poi Elisabetta Gardini, un missionario, padre Piero Gheddo, che era stato amico della suora. E c’era infine Saverio Gaeta, il giornalista che aveva appena pubblicato “Il segreto di Madre Teresa” (Piemme) il cui sottotitolo recitava: “Il diario e le lettere inedite dei colloqui con Gesù riportati alla luce dal processo di beatificazione”.

Adesso il libro che sta uscendo, “Come be my light”, torna sulla vicenda, ma non alza i veli su un “lato sconosciuto” della suora, come annuncia il Corriere, perché la cosa era nota. “La Stampa” titolando sulle “lettere segrete” mette in evidenza un brano (“il sorriso è una maschera o un mantello che copre ogni cosa”) che si trova già, ed espresso meglio, a pagina 95 del libro di Gaeta: “Il mio sorriso è un grande mantello che copre una moltitudine di dolori”.

Perché dei giornali importanti lanciano come scoop, come “lato sconosciuto della missionaria di Calcutta”, qualcosa su cui si discute da anni? Escludo che sia un caso di provincialismo. Escludo pure che non conoscano le buone regole del giornalismo che impongono di fare verifiche e di presentare un fatto con cognizione di causa. Ha prevalso forse un certo scandalismo estivo a buon mercato: la più celebre santa dei nostri tempi che sembra dire di non credere in Dio è ritenuta cosa divertente dal circo mediatico che ha ridotto il mondo a pettegolezzo. E questo spiega qualche superficiale tendenziosità dei giornali (si presenta Madre Teresa come una che diceva una cosa e ne sentiva un’altra). Taluno, in casa cattolica, denuncerà l’emergere qui della nota ostilità ideologica contro la Chiesa. Dirà che si è voluto dare un colpo pesante a una santa che è un simbolo del cattolicesimo per milioni e milioni di persone. Può darsi. Ma francamente dovrebbero dare qualche spiegazione anche gli ecclesiastici che hanno pubblicato un simile libro con questo lancio mediatico che non rende giustizia a Madre Teresa. Sarà stata ingenuità, ma la suora così è finita nel tritacarne scandalistico.

Al contrario il libro di Saverio Gaeta, che pure rese noti per primo i brani delle lettere sulla “notte oscura”, partiva anzitutto dalla rivelazione degli eventi soprannaturali che hanno dato inizio alla missione di Madre Teresa che, altrimenti, sarebbe del tutto inspiegabile (lei infatti era già una suora missionaria in India: insegnava in istituti per figlie delle famiglie facoltose). Le accadde dicevamo l’irruzione di Cristo nella sua vita. Si trattò di locuzioni interiori, cioè delle voci percepite di Gesù e di Maria e di almeno due visioni. Senza questo sensazionale antefatto non si comprende la “notte oscura”.

Dunque è il 1946 quando la giovane suora missionaria percepisce chiaramente questa voce dolce, appartenente a Gesù, che le dice: “Desidero suore indiane, vittime del mio amore, che siano Maria e Marta, che siano talmente unite a me da irradiare il mio amore sulle anime. Desidero suore libere, rivestite della mia povertà della Croce; desidero suore obbedienti, rivestite della mia obbedienza della Croce; desidero suore piene di amore, rivestite della carità della Croce. Rifiuterai di fare questo per me?”.

La Voce comincia a farsi sentire dal 10 dicembre 1946, “innanzitutto nei dieci giorni di ritiro spirituale che la religiosa trascorre nel convento di Darjeeling” scrive Gaeta “e poi per buona parte del 1947, la Voce si manifesta con sempre maggiore chiarezza. Gesù Cristo in persona le chiede la disponibilità ‘a lasciare tutto e a raccogliere intorno a sé alcune compagne per vivere la Sua vita, per svolgere il Suo lavoro in India’. E’ l’inizio di un serrato dialogo”.

Suor Teresa è chiamata da Gesù a lasciare il suo ordine e ad andare a vivere come i più poveri fra i poveri. Gesù le indica perfino il nome dell’opera che deve costruire: “Desidero suore indiane, Missionarie della Carità, che siano il mio fuoco d’amore tra i più poveri, gli ammalati, i moribondi, i bambini di strada. Voglio che tu conduca a me i poveri, e le suore che offriranno le loro vite come vittime del mio amore condurranno a me queste anime”. Ed ancora Gesù le dice: “Hai sempre affermato: ‘Fai di me ciò che vuoi’. Ora voglio agire. Lasciami fare, mia piccola sposa, mia piccola cara. Non temere, io sarò sempre con te. Tu soffrirai e stai soffrendo anche ora, ma se sei la mia piccola sposa – la sposa di Gesù Crocifisso - dovrai sopportare questi tormenti nel tuo cuore. Lasciami agire, non respingermi. Confida in me con amore, confida in me ciecamente”.

E infatti – dopo queste straordinarie grazie mistiche - Madre Teresa sarà attesa da 50 anni di aridità spirituale, di notte oscura (quella di cui dicevamo all’inizio), salvo brevi parentesi di sollievo. Chi può dire quale senso di abbandono e di buio sperimenti un’anima quando deve tornare nel mondo dopo essere stata abbracciata dalla bellezza di Dio stesso? E’ il sentirsi respinti e abbandonati da Dio, una sensazione drammatica che anche padre Pio descrive in tante sue lettere giovanili. E’ la “notte oscura” che hanno sperimentato anche gli altri mistici. Perché quando l’immedesimazione con Gesù Cristo raggiunge quelle vette, insieme ai doni soprannaturali della sua presenza e della sua bellezza, percepite in modo tangibile, Dio fa sperimentare anche il buio e la croce che visse Gesù.

Vuole infatti che le anime da lui privilegiate somiglino in tutto al Figlio. Se ne rende conto la stessa Madre Teresa quando scrive: “Per la prima volta in questi undici anni ho cominciato ad amare l’oscurità. Perché ora credo che essa sia una parte, una piccolissima parte, del buio e del dolore vissuto da Gesù sulla terra. Oggi ho davvero sentito una profonda gioia, perché Gesù non può più vivere direttamente l’agonia, ma desidera viverla attraverso di me. Mi abbandono a lui più che mai. Sì, più che mai sarò a sua disposizione”.

Questa è la fede eroica per cui Madre Teresa è stata elevata agli onori degli altare. Paradossalmente la vicenda è un’occasione preziosa per riflettere sul cristianesimo. Che non è affatto un’attività sociale o umanitaria, né un sistema astratto di dottrine e di morale, né un ragionamento umano o una civiltà, né un insieme di riti o sentimenti. Ma è l’incontro con una persona, Gesù Cristo, che sceglie e chiama, senza alcun nostro merito. E’ l’appassionata e drammatica storia d’amore con lui, che si manifesta in modalità speciali nella vita dei mistici. Per tutti però il cristianesimo è l’avventura più straordinaria, perché attraverso questo cammino Dio divinizza le creature umane che gli dicono liberamente “sì”. Questo infatti è lo scopo della creazione (anche il nostro corpo sarà divinizzato). S. Agostino ha scritto: “Colui che era Dio si è fatto uomo, facendo dèi coloro che erano uomini”. E questa trasformazione, che s’intravede già nei santi, regala una felicità senza fine già sulla terra, ma passa sempre attraverso il Getsemani e la Croce. Anche per Madre Teresa.

Da “Libero”, 26 agosto 2007

Monday, August 27, 2007

I coniugi Messori: tra fede e apostolato

Fra i libri che porterei con me sulla classica isola deserta ho aggiunto da poco Credere per vivere, di Rosanna Brichetti, moglie di Vittorio Messori. Devo dire che sarebbe stata sufficiente la prefazione di Messori per invogliarmi alla lettura del saggio. È anche vero però che avevo già avuto modo di conoscere ed apprezzare l’autrice attraverso alcuni suoi interventi sulla rivista Il Timone. La raccolta in volume e lo sviluppo di quelle riflessioni mi sono così apparsi non solo un’ottima idea editoriale, ma anche e soprattutto una valida opportunità per approfondire la conoscenza di un’interessante scrittrice cattolica.
Le mie aspettative non sono state deluse, anzi. Il libro è un autentico gioiello, una preziosa catechesi scritta in linguaggio chiaro, sobrio ed elegante, dove nulla dei suoi contenuti è superfluo o scontato. Non c’è da parte mia intento adulatorio nel sostenere che le osservazioni dell’autrice sono profonde e illuminate da una solida consuetudine alla preghiera. Grande attenzione, circa un terzo del libro, è dedicata a Maria, com’è opportuno se si è cattolici, cioè se si è veramente cristiani. In sostanza, sono convinto che le pagine di questo volume siano il frutto di un vero incontro col Cristo.
Il libro ha per sottotitolo “Alla riscoperta della fede cristiana”. La scelta non è casuale. Il saggio infatti espone i capisaldi del cristianesimo nel pieno rispetto del dogma e nel solco tracciato dalla Tradizione e dal Magistero della Chiesa di Roma. Credere per vivere soddisfa quindi l’esigenza, sentita da tanti cattolici, di meditare su testi che siano depurati dalle involuzioni e dalle fantasie ‘progressiste’ propagandate da certi ambienti, persino ecclesiastici. All’esortazione che San Pietro rivolge ai cristiani – Siate sempre pronti a dar ragione della speranza che è in voi - Rosanna Brichetti, al pari di suo marito, risponde in modo puntuale e convincente.
Per tutti questi motivi, nella mia biblioteca personale, Credere per vivere ha trovato subito un posto, e lo ha trovato al fianco, guarda caso, di Ipotesi su Gesù. A riguardo vorrei aggiungere un’annotazione personale: questo post vuol essere un’espressione di gratitudine ai coniugi Messori per l’opera di apostolato da essi compiuta con i loro libri e articoli. I due scrittori cattolici hanno accompagnato nel tempo la crescita religiosa del sottoscritto, spesso assillata da dubbi e sbandamenti. Non aspetterò certo di trovarmi sull’isola per prendere in mano e gustare nuovamente molte di quelle pagine.

Tuesday, August 21, 2007

Bisessualità: Veronesi e Pannella perdono altre occasioni per zittire

Su il Giornale di oggi: Fare figli è roba vecchia, fuori moda. L’ultima perla è del duo Marco Pannella-Umberto Veronesi. Lo scienziato sostiene che «la bisessualità è il futuro del genere umano», il leader radicale sorride soddisfatto e annuncia: «Basta procreare come bestie, basta con questo militantismo organizzato che vuole il matrimonio, poi i figli... La riproduzione animale non è più una necessità». (...)

Ho fatto una ricerca su Google sulle gag del neonato duo comico. Ecco i risultati:

«La pigrizia riproduttiva dell'Occidente». Veronesi prospetta un futuro bisessuale

Veronesi: «L'umanità sarà bisessuale», dal Corriere della Sera.

Monday, August 20, 2007

Il Card. Bertone e la prospettiva cattolica sulla tassazione

Dopo le ragionevoli affermazioni del Cardinal Bertone sul dovere di pagare le tasse in base a leggi giuste, Vittorio Messori dà un contributo sul Corriere della Sera di oggi per chiarire ulteriormente la posizione della Chiesa cattolica in materia di tassazione.
Si veda anche questo Antidoto di Rino Cammilleri, Lo statalista Prodi tradisce la Chiesa di Massimo Introvigne e La Dottrina sociale della Chiesa e la visione di Prodi, di Stefano Fontana.


Se Cesare supera la misura, di Vittorio Messori

Prima che dai principii val forse meglio partire dall'esperienza. Se sto alla mia, so di non violare privacy ricordando quanto ho visto praticare sovente da parroci, da religiosi, da suore. E non soltanto in Italia ma, ad esempio in Francia e in Spagna, da economi di istituti e da rettori di santuari. E ho qualche ragione per credere che la prassi non valga solo per i Paesi latini. Spesso, cioè, ho constatato che — dovendo regolare conti con muratori, artigiani, fornitori vari — uomini (e donne) di Chiesa non si comportano diversamente dal cittadino comune.
Dunque, per quanto possibile, praticano un principio di «legittima difesa», ricorrendo a sistemi che non sottopongano tutto l'importo a tutta la tassazione prevista. Non, intendiamoci, con metodi truffaldini, da professionisti dell'evasione, ma limitandosi alla forma più semplice: il pagamento in contanti di parte di quanto dovuto o una fatturazione inferiore al reale. Ora: la vita spirituale di ciascuno è inviolabile, ma oso pensare che nessuno di quegli amministratori ecclesiali aggiunga le elusioni fiscali alla lista dei peccati di cui accusarsi nelle periodiche confessioni. Una supposizione, la mia, che si fonda anche sul fatto che nessun confessore mi ha mai chiesto conto del comportamento quanto a tasse, imposte, tributi.
Malcostume clericale, mancanza di senso civico in preti e suore che non solo non predicano dal pulpito l'obbligo morale di pagare le tasse sino all'ultimo cent (come depreca il «cattolico adulto» Prodi) ma cercano essi stessi di sfuggire almeno un poco alla pressione fiscale? Ma no: semplicemente, come si diceva, un istinto di «legittima difesa». Non a caso l'aggettivo usato dal cardinal Bertone riferendosi alle imposte meritevoli di essere pagate è «giuste». Così come di «giusti tributi» parla il Nuovo Catechismo cattolico e di «giustizia» nel carico fiscale parlano tutti i trattati di morale. In effetti, è scontato ricordare che norma basilare del cristiano è il «dare a Cesare quel che è di Cesare»; e il Segretario di Stato non poteva non citarlo.
Ma, per usare giustappunto il latino della Chiesa, est modus in rebus: che fare se Cesare supera, e di molto, il modus, cioè la misura? L'Ancien Régime dava poco ma chiedeva anche poco, la tassazione era per lo più irrisoria se confrontata a quanto sarebbe poi avvenuto. È, nella teoria, con i dottrinari illuministi e poi, nella pratica, con giacobini e girondini rivoluzionari, che lo Stato si fa «etico», si fa «sociale», si fa «totalitario», assume per sé tutti i diritti e tutti i poteri, affermando che farà fronte a tutti i doveri e a tutte le necessità. Nascono e si sviluppano sino all'ipertrofia le burocrazie, si creano smisurati eserciti permanenti, si confiscano i beni con cui la Chiesa e i corpi sociali intermedi facevano fronte alle esigenze sociali, basandosi non sul torchio dell'esattore ma sulla volontarietà dell'elemosina.
Cesare, insomma, pretende sempre di più, sino a casi come quello italiano dove ogni anno, sino a fine luglio, il cittadino lavora per uno Stato di fantasia inesauribile quanto a tasse e balzelli diretti e indiretti e — bontà sua — lascia al suddito il reddito di cinque mesi su dodici del suo lavoro. Siamo in chiaro contrasto, dunque, con la «giustizia » chiesta dalla Chiesa, i cui moralisti — quelli moderni, non quelli antichi che si accontentavano delle «decime» — giudicano, in maggioranza, equa una tassazione che, nei casi più severi, non superi un terzo del reddito. Non sorprende, dunque, che anche in gente di Chiesa scatti un istinto di autodifesa, un bisogno di equità davanti a uno Stato che sembra configurarsi non come un padre ma come un padrone e un predone.
Dopo avere detto che è «dovere del cittadino pagare le tasse» ma «secondo leggi giuste» (e tali spesso non sono, secondo il giudizio comune), il cardinal Bertone ha aggiunto che lo Stato ha il dovere «di destinare i proventi di esse ad opere giuste e all'aiuto ai più poveri e ai più deboli». E qui c'è tutto lo spazio per un'ironia amara, tutti sapendo in quali «opere» siano dissipate somme enormi prelevate dai redditi di chi lavora. Tutti sanno, ad esempio, che stando alle impietose statistiche, buona parte delle «istituzioni sociali» statali hanno sì un fine assistenziale: ma, in massima parte, a favore delle burocrazie che le gestiscono.
Tutti sanno — o almeno intuiscono — che sprechi, ruberie, privilegi, demagogie, incurie inghiottono tanta parte non del «tesoretto» casuale ma dell'immenso, sempre rinnovato «tesoro» fiscale. Giustizia, dunque, nel prelievo ed impiego virtuoso di esso: queste le basi della prospettiva cattolica a proposito di tributi. Basi che sono ben lontane dall'essere rispettate. Per cui non sembra ingiustificato il commento di Rocco Buttiglione: «Non pagare le tasse è una colpa. Indurre i cittadini nella tentazione di non pagare, pretendendo tributi esosi ed ingiustificabili, è colpa ancora più grave».

Sunday, August 19, 2007

L’Apocalisse e la fede, una riflessione domenicale

Che senso ha una rapidissima e banalissima incursione sulle cose ultime? e da qui sulla fede? Lo dico chiaramente, non lo so. È che mi va di farlo. Tanto non costa nulla, a parte il rischio di fare figuracce.
In una biografia di Padre Pio scritta da Renzo Allegri, ricordo di aver letto che, a chi gli chiese della fine del mondo, il santo rispose: “L’umanità non è nemmeno a metà del suo cammino”.
Da parte mia, non avendo a disposizione un interlocutore di così alto livello, mi limitai anni fa a proporre la stessa questione ad un amico che studiava teologia. “Con l’Apocalisse è probabile che non ci saranno fiamme e devastazioni o quant’altro appartiene all’immaginario collettivo. Si tratterà forse di un cambio di dimensione. Da quella che adesso conosciamo, passeremo ad un’altra dove fede, speranza e carità saranno virtù superate, perché saremo ormai una cosa sola con Dio”. (Mi astenni dal chiedergli dell’Anticristo, adattando al riguardo il consiglio della Chiesa sullo spiritismo: tenersi scrupolosamente lontani da certe faccende, soprattutto se non si posseggono la fede, le conoscenze e gli strumenti di lavoro adeguati.)
Non so perché, ma fino a poco tempo fa ho sempre pensato che la fine del mondo sarebbe giunta quando gli uomini, a qualunque latitudine, si fossero convertiti a Cristo. Tutti gli uomini, mussulmani compresi! Non avrebbe avuto grande importanza, dicevo tra me, che tutti fossero battezzati. Ciò che conta veramente per Dio è l’abbandono sincero e totale al Suo amore, che si esprime ogni giorno nella carità concreta verso il prossimo.
Oggi, per quel che vale, non credo più che la fine del mondo sarà anticipata dalla conversione generale. È ragionevole invece pensare che, al momento dell’Apocalisse, non tutti saranno cristiani, anzi. Addirittura, è possibile che in Occidente pochi crederanno ancora in Dio. È possibile che soprattutto i cattolici si saranno ridotti a ‘quattro gatti’. Tutto ciò però non vuol dire che la Chiesa di Roma, l’unica in cui sussiste il Vangelo di Cristo, sarà stata sconfitta. Significa solo tenere nel debito conto il dubbio di Gesù «Ma quando tornerò, troverò ancora la fede sulla terra?» (Luca 18,8). Questa fede in un Dio che non si può vedere e toccare, in un Dio che, essendo Amore, rispetta la libertà dell’uomo di non credere. “Beati coloro che crederanno senza aver veduto”. Lui che potrebbe mostrarsi all’umanità quando vuole per toglierle ogni dubbio su Se stesso, preferisce invece che Lo si cerchi e Lo si trovi nel silenzio e nei piccoli segni che ci invia di continuo.
Ho scoperto di recente una frase di Pascal. Può essere d’aiuto per il cristiano, anzi, per il cattolico che rischia di scoraggiarsi di fronte alle nubi che si addensano all’orizzonte: “Sempre si troveranno abbastanza luci per chi voglia credere e abbastanza ombre per chi voglia dubitare”.
Andiamo avanti.

Thursday, August 16, 2007

Apostasia

Nuovamente da Antidoti di Rino Cammilleri.

Leggo sul «Giornale» di ferragosto che in Iran un uomo rischia l’impiccagione perché trovato in possesso di un Vangelo. Nel “moderato” Egitto un giovane passato al cristianesimo copto deve vivere latitante. Più volte arrestato e torturato per l’apostasia, non può sposarsi in chiesa con la moglie incinta di quattro mesi perché in Egitto sui documenti compare la religione professata. Perciò, vale solo il suo matrimonio islamico. Fotografato con la moglie all’interno di un centro di preghiera copto davanti a un poster con la Madonna, la foto è finita su internet e da quel momento si è scatenata la caccia all’apostata.

L’università Al-Azhar del Cairo, il centro sunnita più importante del mondo, ha praticamente emesso la sua fatwa per bocca del preside della facoltà di scienze islamiche. I cristiani copti in Egitto sono “solo” otto milioni, ma se l’«apostata» si azzarda a battezzare suo figlio, guai a lui.

Tutte le religioni del mondo, in un mondo sempre più secolarizzato, faticano a tenersi i proprio fedeli. Non così quella musulmana, perché chi prova a lasciarla ci rimette il collo. Semplice ma geniale, e ne spiega la straordinaria diffusione. Espansasi nei secoli per via di conquista, è sempre rimasta nei suoi numeri grazie al divieto di apostasia pena la morte.

È davvero un religione unica nel suo genere, altro che l’umiltà, la pazienza, il porgere l’altra guancia e l’amore del prossimo come se stessi del complicato e difficilissimo cristianesimo.

Il quale, nella sua versione cattolica, ha, per giunta, un clero che si affanna a cercare di «dialogare» con i musulmani, laddove questi non hanno neanche questo problema.

Thursday, August 09, 2007

«E tu, governo insaziabile, cosa ne fai del sangue che ci succhi?»

Riporto il bellissimo antidoto di Rino Cammilleri su Mortadella, Fisco e Chiesa.

L’antico vizio dei politici “laici”, siano atei, agnostici o «cattolici adulti» è il volere che la religione sia solo un instrumentum regni, buona cioè a forgiare sudditi obbedienti e sottomessi. Alla tentazione non è riuscito a sottrarsi neanche Prodi, il quale, com’è noto, vorrebbe che nelle omelie si denunciasse l’evasione fiscale come peccato gravissimo e si sferzassero i fedeli con parole di fuoco circa l’obbligo «religioso» di pagare, zitti e bravi, le tasse.

Citando opportun(istic)amente san Paolo (che, in realtà, invitava i cristiani al lealismo verso l’autorità costituita e mai parlò di fisco), ecco l’invito a usare la mezz’ora di predica domenicale per ricordare i doveri del buon cittadino. Forse che gli stessi vescovi, di tanto in tanto, non emanano decaloghi del buon guidatore? Già: è questa la Chiesa che piace, quella che non fa gridare all’«ingerenza» e non fa sperare alle Bindi che sia finita l’«era di Ruini».

Qualche parroco, però, ha fatto capire che, al contrario, preferirebbe dedicare omelie al buon uso da parte del governo delle tasse percepite. Ma la voracità di questo governo meriterebbe ben altro che omelie: magari qualche invito all’insurrezione o, almeno, all’obiezione di coscienza.

Sono vecchi cavalli di battaglia della sinistra lo statalismo e la demonizzazione dell’evasore. Ricordate i manifesti per le strade e gli spot governativi ai tempi del duo Craxi-De Michelis? Lo slogan era: «Io pago le tasse, e tu?».

E giù giri di vite sui commercianti e le (solite) categorie incise sulla Colonna Infame. La risposta corretta alla domanda socialista sarebbe stata: «E tu, governo insaziabile, cosa ne fai del sangue che ci succhi?». Poi venne Mani Pulite e ci fu spiegato dove finivano i nostri soldi.

Ora, con gli statalisti coalizzati al potere, ritorna l’ossessione: lotta continua agli evasori. Tacendo che si spende di più nel recupero di tasse evase che nell’introito effettivo (l’1% scarso).

Tacendo che in qualunque manuale di Scienza delle Finanze sta scritto che l’aumento della pressione fiscale è direttamente proporzionale a quello dell’evasione, perché il rischio di essere beccati è compensato da quel che ci si rimette. Purtroppo, la Chiesa non predica queste cose, ridottasi com’è al solo ambito della morale sessuale.

Timorosa delle accuse di «ingerenza», dimentica gli esempi illustri di san Giovanni Battista, sant’Ambrogio, san Gregorio VII e tanti altri che al Potere le cantavano chiare e forti. O san Francesco di Paola: dalle monete donategli dal re di Napoli spremette sangue dicendo davanti a tutta la corte che, quello, era sangue dei sudditi.

Wednesday, August 08, 2007

L’eterogenesi dei fini e le regole della Natura

Alla luce dell’analisi di Gianfranco Piombini sul femminismo nei paesi dell’Europa del Nord, Norvegia in testa, qualcuno – il sottoscritto per esempio - può sostenere che questa notizia non gli giunge affatto inaspettata. Questo qualcuno può scomodare addirittura Gianbattista Vico e i suoi ‘corsi e ricorsi della storia’. Volendo, quel qualcuno può anche interpretare la notizia come un primo effetto, pur se debole e sfumato, dell’inevitabile ribellione della natura ‘umana’ di fronte agli squilibri sociali e psicologici provocati dall’ideologia femminista.
Fa un po’ sorridere il modo in cui la giornalista del Corriere presenta la notizia. Dopo aver accennato al dramma in cui versa il maschile norvegese, questa giunge a sottolineare la situazione italiana in termini che sembrano voler dire: “Sarà pure che gli uomini da quelle parti sono in crisi, ma che invidia per queste donne scandinave! Altro che le donne italiane, ancora vessate da una mentalità maschilista e retriva!”. Il dato del nostro Paese sarebbe semplicemente che la donna non gode di opportunità pari a quelle dell’uomo, soprattutto in termini retributivi. Tutto il resto non conta, men che meno il fatto che c’è modo e modo di ottenere le pari opportunità.
Passando dal particolare al generale, mi sembra doveroso ribadire una banalità, e cioè che nulla succede per caso. Va senz’altro riconosciuto che qualcosa di giusto c’era nelle rivendicazioni del femminismo sessantottino. All’epoca, il piatto pendeva troppo da una parte; così si è cercato un bilanciamento spingendo nel senso opposto. Solo che, come spesso avviene, il senso delle proporzioni è andato perduto. Per dirla con Vittorio Messori, le istruzioni per l’uso dell’essere umano sono state dimenticate. Al distacco dalla realtà cui conduce ogni forma di ideologia, ogni ismo - come illuminismo, positivismo, fascismo, nazismo, comunismo, femminismo, ecologismo e liberalismo - consegue, puntualmente, l’eterogenesi dei fini. Fortunatamente, a rimettere le cose a posto provvede la Natura, alter ego della Provvidenza divina.
In ordine di tempo, l’ultima ideologia a finire nella spazzatura della storia è stato il comunismo. Il riflusso, lentissimo ma inesorabile, comincia a farsi sentire adesso anche per quanto riguarda il femminismo. Poi toccherà all’ecologismo. E poi al liberalismo, se e quando quest’ultimo dovesse mai prevalere nella sua versione radicale.
Ripensando ad altre pretese del ’68, in particolare a quelle inerenti la famiglia e la scuola, è interessante constatare come oggi si sente parlare nuovamente di autorità, di ritorno alle regole e alla disciplina. Si sta addirittura rivalutando il ruolo dei padri nella crescita dei figli. Tutto ciò non sorprende. Di fronte allo stato pietoso in cui versano tante famiglie e tanti nostri ragazzi, c’è chi comincia a invocare finalmente un’inversione di rotta rispetto a quell’insensata mentalità del “vietato vietare”.
Ma a guardarsi bene intorno ci si accorge che altre nuvole oscure si profilano all’orizzonte.
Quelli di oggi sono i tempi delle rivendicazioni omosessuali. I gruppi di pressione gay esigono la parificazione delle unioni omo a quello etero, l’adozione dei bambini, il mantenimento e la crescita della confusione fra identità maschile e femminile a livello sociale. Non ho ovviamente poteri di premonizione, ma il vento che spira non mi sembra incoraggiante. È tristissimo dirlo ma, prima o poi, i gay riusciranno a ottenere ciò che vogliono.
In Italia, è vero, la lobby gay dovrà battagliare un po’, ma non incontrerà ostacoli insormontabili nel mondo politico e nel mondo laico. Non sarà cioè il centro-destra a fare da diga a questa nuova marea che sta per arrivare. Come elettore di centro-destra mi dispiace dirlo, ma dalle parti di Forza Italia, di An, della Lega e dell’Udc, vedo col lanternino coloro su cui fare affidamento. Manca la solidità dei valori e la statura morale. Solo la Chiesa, l’unica voce autorevole nel nostro Paese e una delle pochissime a livello mondiale, continuerà a mettersi di traverso. Purtroppo, però, la sua azione di contenimento non potrà durare a lungo di fronte all’assalto di tanti scriteriati, esperti nella tecnica del vittimismo e del fumo negli occhi.
Quelli di oggi sono anche i tempi di una forte aggressività islamica. Eurabia si va realizzando con la forza della demografia, con la connivenza dei politici nostrani, del cattolicesimo cd. progressista e di quella porcheria che è ormai diventata l’Unione Europea. Si compirà quindi l’islamizzazione del continente? Anche qui, procedendo a lume di naso, la faccenda mi puzza di sconfitta. Quelli di sinistra continuano a svendere la nostra civiltà in nome di un filo-arabismo suicida e di una malintesa solidarietà sociale. Fuori da ogni logica, c’è l’immancabile accusa di razzismo a chi invoca il rispetto, da parte dei mussulmani, delle più elementari regole di integrazione. Alcuni settori del mondo cattolico - religiosi e intellettuali - confondono, più o meno in buona fede, il cedimento morale con la carità cristiana e il dialogo interreligioso. Per quanto riguarda l’Italia, e per gli stessi motivi suaccennati, non saranno i politici di centro-destra a contrastare la marcia verso l’islamizzazione. Su questo fronte, nemmeno la Chiesa, nonostante gli sforzi di quel grande Papa che è Benedetto XVI, sarà granché efficace. Non c’è la necessaria compattezza e comunione di intenti.
Anche se le cose stessero veramente come le ho descritte, però, non ci sarebbe da disperare. Infatti, le regole della Natura rimetteranno le cose al loro posto, come sempre. Lo dicevamo prima, nulla succede per caso. Se una società, mi si passi la brutta espressione, si femminilizza; se accetta di far educare dei bambini a persone confuse nella propria identità sessuale; se si vergogna di se stessa e apre di buon grado le porte a chi vuole sottometterla, bé, c’è solo da prendere atto che quella società è decadente e ha bisogno di una fase di ... ‘purificazione’.
È un po’ come quello che avviene ad una persona che vede la sua vita andare improvvisamente a rotoli. Disorientato dagli eventi, costui si domanda: “Ma che cosa mi è successo? Dove ho sbagliato?”. “Lo sai benissimo invece, amico mio!”, gli risponde la vita, o chi per lei. “Ora, se vuoi veramente salvarti, dovrai prima fare i conti con la tua storia e mettere in gioco le tue convinzioni. Ciò significa che dovrai attraversare momenti di dolore. Solo quando non avrai più lacrime da versare e le idee ti saranno più chiare, potrai riprendere il cammino”. Buona fortuna, Occidente. Buona fortuna, Italia.

Thursday, August 02, 2007

Chi ricorda ancora Bob Hope?

Ieri mattina, un collega di lavoro mi fa: “Sai per caso chi è Bob Hope?”. Mi sono schiarito la voce e ho risposto: “È stato un comico americano degli anni ’50 e ’60, con all’attivo un bel po’ di commedie. All’apice della popolarità, era molto ricco, forse l’uomo di spettacolo più ricco di sempre. Era capace di condurre da solo programmi di beneficenza in TV per ore e ore. E raccoglieva una barca di soldi. I suoi film venivano trasmessi in Italia negli anni ’70. Ora non più”.
Nel pomeriggio, mentre rincasavo, mi sono ricordato la domanda del mio giovane collega. Mi sono tornati in mente i film che vedevo da ragazzino, i primi film che ho visto in vita mia. Credo fosse il 1975 o il 76. Mediaset ancora non esisteva e la RAI aveva solo due canali, il primo e il secondo. Facevano ancora il carosello. Le trasmissioni cominciavano alle 20,00 col telegiornale. Il film c’era solo il lunedì. Per la maggior parte, se escludiamo Totò e i mitici della commedia italiana, si trattava di film americani degli anni ’40 e ’50, talvolta anni ’60.
Ho ricordato Le quattro piume nell’edizione del 1939, la stessa che era piaciuta a mio padre da piccolo (era un film inglese, ora che ci penso); Il Mago Houdini con Tony Curtis; La vita è una cosa meravigliosa, con James Stewart. Ho rivisto la biondina con gli zigomi in su che cantava come un usignolo, Doris Day, di cui ero pazzamente innamorato - mio fratello invece stravedeva per Laureen Bacall, la moglie di Humphrey Bogart. Mi ha fatto tenerezza ripensare ai sogni ad occhi aperti che facevo seguendo le avventure di Cary Grant; assieme a lui ero, di volta in volta, giornalista, avvocato o architetto. Poi, di botto, un fiume di nomi e di volti cinematografici: Fred Astaire, Jim Cagney, Johnny Weissmuller, William Holden, Natalie Wood, Kim Novak, Dean Martin, Jerry Lewis ...
Pensando alla domanda del mio giovane collega, mi sono reso conto che un patrimonio enorme di film, di attori e di registi, una selva di nomi e titoli familiari per quelli della mia generazione - oltre che per quella di mio nonno e mio padre, è diventato materiale da cineteca per la generazione venuta subito dopo. In pochi anni, dacché la televisione non li ha più trasmessi, tutti quei film sono finiti nell’oblio.
Il mio collega di lavoro appartiene ad un’altra epoca cinematografica e televisiva. Né migliore né peggiore della mia, solo diversa. È comprensibile che i giovani, i giovanissimi ignorino i film e gli attori che sono stati popolari fra chi li ha preceduti. Non succede solo perché quelli di oggi sono tempi in cui si consuma tutto con rapidità. È un fatto il susseguirsi delle generazioni, la trasformazione dei gusti, la sostituzione del vecchio col nuovo.
Sono un sentimentale e un nostalgico, è vero, ma non mi spingo a dire che il passato sia migliore del presente. Mio nonno è stato uno dei pochi anziani che ho conosciuto che non ha mai rimpianto i tempi della sua giovinezza. Diceva: “Quand’ero ragazzo c’era poco cibo e, se ci si ammalava, si moriva facilmente. Oggi è molto meglio”. I tempi di mio nonno erano duri, ma lo sono anche gli attuali, seppur per ragioni diverse.
Devo riconoscere che la domanda del mio giovane collega mi ha comunque lasciato addosso una sottile malinconia. “Sai per caso chi è Bob Hope?” Sì, per caso, lo so. Era uno che faceva film quando io ero un ragazzino. Acqua passata non macina più!

Wednesday, July 25, 2007

Il Dio ‘nobile’ del cristianesimo e altre risposte

Mi capita spesso in questo periodo di prendere in mano La sfida della fede di Vittorio Messori. È il secondo volume di una quadrilogia, gli altri tomi essendo, in ordine di uscita, Pensare la storia, Le cose della vita e Emporio cattolico. Sono tutti una miniera di riflessioni, informazioni e citazioni che qualunque cattolico farebbe bene a gustare prima o poi.
Dal testo citato riporto di seguito alcuni passaggi; aiutano a fare il punto su delle questioni su cui mi sono soffermato di recente. L’indicazione delle pagine si riferisce alla vecchia edizione del libro, pubblicato dalla San Paolo. La ristampa è prevista prossimamente per i tipi della SugarCo.

Leggo la lettera che un convertito inglese, Bryan Houghton, scrisse ad un amico che, stupito, gli chiedeva come mai un uomo intelligente potesse ancora prendere sul serio il cristianesimo. Quanto a credere in Dio, ancora passi: tutti, più o meno, ci crediamo, seppure a modo nostro. Ma in Cristo? In quel complesso di miti orientali che sono i vangeli?
La risposta di Houghton mi sembra da trascrivere. [...] Vediamo.
«In tutte le religioni o irreligioni quell’Essere-non-contingente che chiamiamo Dio gode della sua Onnipotenza, nell’eterna felicità di una perfezione infinita. Dio, beato, si gira eternamente i pollici. Intanto, però, crea esseri contingenti – noi – ai quali distribuisce sofferenza e sventure. Per colmo, si crede che esiga da noi che soffriamo nobilmente, fino al martirio, per l’onore del suo Nome. In questo modo, poiché non esiste nobiltà più alta che la sofferenza sopportata, l’uomo diviene più nobile di Dio. Dio è una sorta di poltrone, magari sadico, che esige dagli altri ciò che non fa egli stesso».
Ne conclude quel convertito inglese: «È dunque qui che risiede la rivelazione fondamentale del cristianesimo, la sua novità sconvolgente e unica: Dio non è un poltrone e un sadico. Non esige dagli altri che sopportino ciò che non è disposto a sopportare egli stesso. In effetti, si è incarnato proprio per fare in quanto uomo ciò che non poteva fare in quanto Dio: soffrire il soffribile. Per questo mi sembra che, se almeno una religione è vera, è il cristianesimo che lo è; esso solo rende Dio più nobile dell’uomo. Noi creature abbiamo il nostro fardello di disgrazie e di sofferenze, ma sappiamo che il Dio creatore questi fardelli li ha portati tutti. È plausibile che una dozzina di popolani galilei abbia inventato questa prospettiva prodigiosa, che è la sola che possa salvare l’onore di Dio?». (pagina 513)

[...] l’ormai vecchio e malato Don Bosco, nel 1886, a due anni dalla morte, si spinse penosamente sino a Barcellona per incontrarvi i molti benefattori spagnoli e per cercare nuovo denaro. Per obbedire all’ordine del Papa, infatti, aveva dovuto caricarsi sulle ormai stanche spalle la raccolta di fondi per costruire la nuova basilica del Sacro Cuore a Termini.
Sulla via del ritorno, il Santo si fermò a Grenoble, dove fu alloggiato nel seminario. Scorgendolo ansante, quasi disfatto, il Superiore gli disse: «La vedo molto sofferente, monsieur l’abbé. Certo, alla sua età, è ben duro un viaggio così: ma nessuno meglio di lei sa quanto santifichi la sofferenza».
Questa la risposta di Don Bosco: «No, signor Rettore, non è così: ciò che santifica non è la sofferenza, ma la pazienza».
Cristianesimo non è affatto amare il dolore: è dargli un senso. Non c’è uomo che, spesso in segreto, non porti la sua croce: convertirsi, per lui, non vuol dire liberarsene, ma accettarla. Negare il dramma della vita, ribellarsi ad esso, significa trasformare quel dramma in tragedia, perché senza significato e senza speranza.

Per continuare con la preziosa sapienza dei santi [...] ecco Bernadette Soubirous. Le chiesero che cosa fosse, per lei, un peccatore. Tutti si aspettavano che rispondesse: «È uno che fa il male». E, invece, questa la risposta della Veggente: «Peccatore è uno che ama il male».
Risposta, a pensarci, profonda e consolante: quell’inferno contro il quale tanto violentemente si ribella il mondo moderno riduce così, e drasticamente, i suoi potenziali ospiti.
Tutti noi – o quasi – “facciamo” del male. Ma quanti, tra di noi, davvero “amano” il male? Forse è vero che, come è stato detto, più che cattivi siamo (tutti quanti) un po’ stupidi. Senza togliere nulla alla gravità del peccato, alla necessità di contrastarlo ogni giorno in noi. Bernadette, con la sua intuizione – che è propria dei santi – di che cosa sia davvero il vangelo, ci rassicura che non tanto il praticare quanto amare il male è ciò che può davvero tagliarci fuori (e per nostra volontà stessa) dalla Misericordia. (pp. 455-456)

Friday, July 20, 2007

Qualche domanda ai fratelli ebrei

Ieri, il Giornale ha pubblicato le parti salienti de ‘La chance d'Israele’ (reintitolato Il Rabbi preveggente sacrificato dagli integralisti), di Avraham B. Yehoshua. Si tratta di uno dei contributi dedicati a Gesù nell’ultimo numero della rivista Liberal, in uscita oggi in edicola.
Ho trovato l’articolo in questione interessante poiché, per quanto mi risulta, è esemplificativo di ciò che qualsiasi ebreo pensa del Nazareno. Proviamo a valutare la ragionevolezza di queste tesi.

L’autore inizia a parlare di Gesù dicendo: “Personaggio di grande rilievo storico, lo considero uno dei profeti o dei rabbini più famosi di Israele”. Yehoshua inserisce la predicazione di Gesù all’interno di un riforma dell’identità ebraica, vede il Nazareno come un Rabbi che ‘previde’ e si sforzò di evitare al suo popolo i pericoli mortali derivanti dallo scontro con l’autorità romana. Per lo scrittore (e per gli ebrei in senso lato), il messaggio e la vita di Gesù si sostanziano in “pietà e amore per i poveri e gli oppressi”, in “maggiore sensibilità nei confronti dei temi sociali”. Ora, ridurre la predicazione di Gesù ad una riforma interna dell’ebraismo nel senso accennato equivale ad ignorare i contenuti di quella predicazione.
Consideriamo il nocciolo degli insegnamenti di Gesù così come emergono dai Vangeli. Insieme al comandamento della carità verso il prossimo, vi troviamo l’insegnamento che nel prossimo c’è Lui stesso; che Dio ama gli uomini in tutto quello che sono e vuole tutti salvi; vi troviamo l’insegnamento per cui non possiamo arrivare al Padre se non passando da Gesù; c’è la promessa della vita eterna per chi fa la volontà di Dio; c’è la promessa della risurrezione in corpo e anima alla fine dei tempi. Inutile dire che, in quanto estranei alla mentalità ebraica, nessun uomo nato nella Palestina di allora avrebbe potuto elaborare insegnamenti e concetti di quel genere. Sulla base di questa considerazione possiamo riconoscere che Gesù diceva cose ... da ‘pazzi’!

Torniamo a Yehoshua. Dopo aver spiegato i termini dello scontro tra ebrei e romani, e una volta individuata la missione scelta da Gesù alla luce di questo scontro, l’intellettuale ebreo pone la domanda chiave: “Che bisogno aveva il Nazareno, nel quadro di una riforma interna ebraica, di autoproclamarsi Messia? Con questo proclama non si spinse troppo lontano nella sua sfida alle istituzioni religiose?”. Domanda più che opportuna! E come Yehoshua risolve la questione? Semplicemente non la risolve. Dice solo che “Gesù, novello Messia, non voleva solo cambiare o rendere più moderata l’identità ebraica - basata sulla stretta osservanza delle leggi della Torah e dei precetti - ma sovvertirla completamente, ribaltarla”. L’autore non tenta di interpretare quali fossero le intenzioni di Gesù, il suo ‘cambio di passo’. A mio parere, c’è solo una risposta, logica e implicita nel discorso di Yehoshua, che spiega il perché Gesù si fosse proclamato Messia, Salvatore, Dio: Gesù era un pazzo esaltato, oltre che un bestemmiatore in base alle leggi ebraiche. Ma se è così, perché lo scrittore definisce Gesù un grande personaggio della storia, un grande profeta e maestro? Questa stessa domanda vale anche per i mussulmani. C’è da chiedersi in che modo ebrei e mussulmani conciliano la grandezza di Gesù con l’‘insensatezza’ del suo proclamarsi Messia.

Un giudizio complessivo sulla figura di Gesù non può infatti trascurare la sua autoproclamata divinità. Nei Vangeli sono moltissime le frasi e le azioni di Gesù in cui Egli rivela di essere Dio. Furono proprio queste parole e queste azioni che lasciarono inorriditi i leaders religiosi ebraici del tempo e che fecero scattare su di lui le accuse più gravi. Facciamo qualche esempio.
1. “Prima che Abramo fosse, IO SONO” (Giovanni 8, 58). Ricordiamo che, per gli ebrei, il nome sacro e impronunciabile di Dio, il cosiddetto sacro tetragramma (JHWH), corrisponde, fra le sue varie traduzioni, alla prima persona del verbo ‘essere’. Pronunciando quella frase, Gesù avoca a se stesso nome, natura e caratteristiche divini. Si trattava chiaramente di una frase assurda e inaccettabile per un ebreo; da qui il tentativo di lapidare Gesù.
2. Più di una volta nella sua predicazione, Gesù, rivolgendosi a uomini, donne, sani e malati, afferma; “I peccati ti sono perdonati”. Nella religione ebraica, solo Dio può perdonare i peccati, e questo venne tempestivamente fatto notare a Gesù dai suoi ascoltatori.
3. I riferimenti di Gesù alla Sua persona come Via, Verità e Vita. Sono questi i riferimenti che un grande e ‘semplice’ profeta, un rabbino darebbe di se stesso?
4. Gesù si esprimeva al modo di uno che ha autorità, di uno che impartisce un proprio insegnamento (“In verità in verità vi dico”). Al riguardo, è opportuno ricordare che fu Gesù stesso ad introdurre il secondo più importante comandamento, quello della carità.
5. L'appellativo con cui Gesù si rivolge a Dio: Abbà, cioè, papà, paparino. Per la sensibilità ebraica, si tratta di un modo semplicemente inconcepibile di relazionarsi al Padre eterno. Quale profeta avrebbe potuto spingersi a tanto?

Lo ripetiamo: attenendoci alle considerazioni di Yehoshua, Gesù sarebbe uscito fuori di senno. Alla domanda, “che bisogno aveva il Nazareno di autoproclamarsi Messia?”, dovrebbe conseguire un’altra domanda: perché lo scrittore ebreo, e con lui i suoi correligionari, escludono, alla maniera dei razionalisti atei di oggi, l’unica ipotesi sensata sull’identità di Gesù, e cioè che Lui fosse veramente Dio fatto uomo? Non converrebbe prendere in considerazione questa possibilità solo per amor di ragionamento? al solo fine di rendere comprensibili le parole del Nazareno? Alla mancanza di fede nella divinità di Gesù, così come alla conseguente incapacità di mettere in discussione la propria identità religiosa (e professionale), si può sempre pensare in un secondo momento, mi pare!

Yehoshua conclude l’articolo spiegando perché gli ebrei decisero la morte di Gesù. Per renderlo innocuo, non sarebbe stato sufficiente dichiararlo fuori di testa. C’era un problema serio e nasceva dal fatto che Gesù aveva un forte séguito nella folla, fra i poveri, i semplici e i malati. La festosa accoglienza che gli venne tributata al suo ingresso in Gerusalemme, in occasione della festività della Pasqua ebraica, dimostrava che quell’uomo era molto pericoloso. La sua buona Novella, infatti, metteva in pericolo il potere delle autorità religiose di fronte al popolo. Yehoshua scrive: “Non solo le istituzioni ma anche circoli più ampi del mondo ebraico temettero che la sua comparsa (come Messia, NdR) non preannunciasse unicamente un cambiamento ma una potenziale rivoluzione”. Poi, la conclusione: “ [...] poiché gli ebrei non potevano sventare da soli la minaccia rappresentata da Gesù, si rivolsero alle autorità romane [...], perché li aiutassero a proteggere se stessi dal loro «Messia». Ed è questa l’ironia della sorte: Gesù, ebreo che cercava di evitare la sciagurata rivolta dei suoi connazionali contro il potere di Roma, fu consegnato a quel potere dai «futuri rivoltosi» e crocefisso come un sovversivo, un ribelle contro l’impero”. In altre parole, Gesù, in base alla spiegazione di Yehoshua, appare come un poveraccio, come la vittima di un paradosso storico e politico, come un ingenuo stritolato da un ingranaggio di cui ignorava i meccanismi. Poco scaltro, questo Gesù: grande conoscitore delle cose di Dio, ma molto lontano dalle cose di questo mondo, sembra suggerire lo scrittore.

Sono consapevole di aver buttato giù queste riflessioni in modo sbrigativo. La questione è molto più complessa dei termini in cui l’ha affrontata Yehoshua e del modo in cui io stesso l’ho commentata.
In chiusura, spero che nessun eventuale lettore di questo post, ebreo o meno, prenda i miei commenti come offensivi. Siamo abituati a sentire accuse di razzismo ogniqualvolta si rivolge la ben che minima osservazione critica verso gli ebrei. A scanso di equivoci, ribadisco ciò che ho scritto in altre parti, e cioè che considero gli ebrei come dei fratelli. Fatto questo però, chiarisco che farei spallucce se mi si tacciasse di antisemitismo. E questo sia perché non sono antisemita, sia perché ne ho le scatole piene della politically correctness, di questa gabbia che vuol imprigionare e uniformare i pensieri di tutti. Preferisco pormi e porre domande, lasciando che siano il confronto, la riflessione e la preghiera ad aiutarmi a trovare qualche risposta.

Thursday, July 19, 2007

Preti pedofili, un affare d’oro per avvocati e assicurazioni

La transazione per l’astronomica cifra di 660 milioni di dollari che ha chiuso una serie di cause civili contro l’Arcidiocesi di Los Angeles per casi di veri o presunti abusi sessuali compiuti da sacerdoti contro minorenni merita qualche commento che parta da una conoscenza realistica del sistema legale americano. È anzitutto ipocrita parlare di 660 milioni versati «alle vittime».
Una parte cospicua della somma è destinata a coprire le spese legali. Inoltre, la maggioranza delle persone che ha agito contro l’Arcidiocesi ha sottoscritto con i propri studi legali - di solito sempre gli stessi, ormai specializzati in questo tipo di cause - patti di quota lite (contingency), cioè accordi in virtù dei quali gli avvocati non si fanno pagare per rappresentare i clienti, ma intascano poi in caso di transazione o di successo una percentuale importante (spesso il 50 per cento) di quanto al cliente spetta a titolo di risarcimento. I patti di quota lite - che il decreto Bersani ha introdotto anche in Italia, e contro i quali hanno a lungo protestato gli Ordini degli avvocati - sono per definizione segreti e si prestano a evidenti abusi. Ma è pressoché certo che almeno la metà, e forse ben di più, dei famosi 660 milioni sono finiti non alle vittime ma nelle casse di un piccolo numero di voraci avvocati.
È anche vero che le decisioni sulle transazioni in casi di richieste di risarcimento per abusi sessuali sono ormai prese non dalle istituzioni religiose attaccate ma dalle compagnie di assicurazione. Queste ultime assicurano le istituzioni religiose contro il rischio di pagare danni per casi di abuso sessuale anche verificatisi molti anni prima della stipula della polizza. Le assicurazioni pagano una parte consistente di questi risarcimenti, ma gestiscono le transazioni e qualche volta preferiscono pagare senza discutere per poi alzare i premi, già tutt’altro che modesti, che ormai tutte le organizzazioni religiose, scolastiche e sportive degli Stati Uniti pagano per assicurarsi contro il rischio di catastrofi economiche che seguono accuse di abusi sessuali.
Lo schema - illustrato in una serie di studi del sociologo Philip Jenkins - vede dunque in campo due attori principali che restano poco noti al pubblico: le società di assicurazione, che pagano una buona parte dei risarcimenti (e si rifanno alzando i premi) e gli studi legali specializzati, che incassano il grosso delle somme. Né le une né gli altri sono particolarmente interessati all’accertamento della verità. Per questo, le somme astronomiche di cui si parla - e si parlerà ancora, perché il caso di Boston su cui si sta ancora trattando non è molto più piccolo di quello di Los Angeles - in realtà ci dicono poco sulla questione dei preti pedofili, anche se sono utili a chi vuole attaccare la Chiesa con titoli sensazionali. La realtà rimane quella descritta dal rapporto del John Jay College del 2004, il più autorevole studio sul tema. In cinquantadue anni i preti americani accusati di pedofilia sono stati 958, quelli che hanno subito una condanna penale 53. Troppi: anche un solo prete pedofilo è uno di troppo, e basta a giustificare la linea di tolleranza zero di Papa Benedetto XVI sul punto e le scuse del cardinale Mahony. Ma i dati veri sono questi.

(di Massimo Introvigne, il Giornale, 19 luglio 2007)

Tuesday, July 17, 2007

Fumare

Perché si fa tanta fatica a smettere di fumare? È solo perché l’assunzione di nicotina crea dipendenza, alla maniera di tutte le droghe? No, non solo. A ben guardare, c’è un altro motivo: fumare è un piacere, e ai piaceri è dura dire di no. Qualche giorno fa, su il Giornale, Filippo Facci evidenziava questa semplice verità con riferimento alle sostanze stupefacenti; da parte mia, la sottolineo anche per quanto riguarda le sigarette. La questione, al fondo, sta tutta qui: la nicotina dà certamente dipendenza, ma senza il piacere derivante dall’inalazione del fumo e dalla gestualità collegata alla sigaretta, ci si libererebbe dal vizio con molto meno sforzo.
Bene, da questa premessa, si sarà capito che fumare non è cosa estranea a chi scrive. E proprio perché non lo è, ho messo mano a questo post con una punta di fierezza, di autocompiacimento. Infatti, fra pochi giorni saranno 7 mesi che non tocco una sigaretta. “Ma senti senti che notizia!”, potrebbe dire qualcuno, “C’è quasi da commuoversi!”. Lo capisco, è faccenda privata, ma per uno che ha iniziato a fumare a 14 anni, che ha continuato per i successivi 25, raggiungendo negli ultimi tempi la rispettabile quota di un pacchetto e mezzo di Camel al giorno, si tratta di un risultato notevole.
Sono fiero di non essere ricorso ad alcun farmaco di sostegno. Non che ci sia nulla di criticabile nel far uso di cerotti, spray, pillole o altre diavolerie per aiutarsi a perdere il vizio, ci mancherebbe! Cionondimeno, smettere in modo, diciamo così, ‘nudo e crudo’ ha dato un sapore tutto particolare a quella che è stata un’autentica impresa.
Non sono e non mi reputo definitivamente libero dal tabagismo. Anzi. Nelle mie fantasie mi vedo mentre accendo e fumo 3 sigarette nello stesso momento. La battaglia è appena iniziata. Un amico mi ha detto che ancora lo assale il desiderio di fare qualche tirata. E sono vent’anni che ha smesso!
Le esperienze e i fallimenti di tanti ex fumatori insegnano che, quando si volta pagina, non bisogna mai abbassare la guardia: fuma anche una sola sigaretta e, zac, ricominci come e più di prima. Il rischio sempre incombente di ricadere nel vizio, vanificando tempo e sacrifici per un momento di debolezza, mi fa spesso maledire il giorno in cui accesi la mia prima sigaretta.
Si dice che il dolore rende saggi e unisce gli uomini. Fatte le dovute proporzioni, comprendo sempre più la tragedia di quei poveracci che finiscono nel tunnel della droga: se io ho incontrato tante difficoltà solo per smettere di fumare sigarette, che cosa mai deve essere liberarsi dalla tossicodipendenza vera e propria? Fumare (o drogarsi) sarà pure un piacere, ma, sia che ci si abbandoni al vizio sia che si cerchi di uscirne, che prezzo si paga!
In conclusione, non mi resta che da vedere come va a finire questa storia! Nel frattempo, mi do coraggio pensando che se sono stato capace di arrivare sin qui dopo 25 anni di onorata vita da fumatore, posso anche mettere ordine in altre faccenducole che mi trascino da tempo. E Dio sa se ci sono cose da fare!

Monday, July 16, 2007

La Chiesa di Gesù sussiste nel cattolicesimo

Una scelta lineare nella tradizione del Magistero
Vittorio Messori
Corriere della Sera, 11 luglio 2007

Anche se qualche giornalista va sfruculiando esponenti di comunità non cattoliche eccitandoli alla polemica, è difficile trovare elementi di novità o addirittura di scandalo nelle quindici paginette. Sono quelle del documento della Congregazione per la fede intitolato “Risposte ai quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa”.
Già sette anni fa, in un altro documento ben altrimenti corposo, la Dominus Jesus, le stesse cose erano state ribadite. Ribadite, dico, in quanto neppure allora si trattava di novità, bensì di insegnamenti costanti del Magistero, riuniti un solo testo all’insegna del repetita juvant.
Nel documento attuale si punta la lente, ingrandendola, su un’espressione usata dal Vaticano II e sulla quale si sono versati fiumi di inchiostro. Nella Costituzione conciliare Lumen Gentium, cioè, si afferma che la vera Chiesa che Cristo ha fondato «subsistit in Catholica Ecclesia». I Padri del Vaticano II, dunque, non hanno usato il verbo est, è, ma hanno preferito quel “sussiste” che molti teologi hanno letto come una attenuazione delle pretese romane, quasi che la vera Chiesa voluta da Gesù “sussistesse” anche in altre comunità. E’ una interpretazione che è stata più volte respinta dal Magistero e che ora viene riaffrontata con ampiezza. Quel verbo, si dice, è stato scelto non per diminuire l’unicità della Catholica ma per ribadire che elementi di verità possono sopravvivere altrove, restando però chiaro che la pienezza della verità e dell’efficacia del Cristo vivono nella gerarchia che ha il Romano Pontefice al vertice. Una spiegazione classica ma che meritava di essere ribadita, visto che qualche teologo su quel subsistit aveva costruito castelli “ecumenici” che ora vengono dichiarati di carta. Un déja vu anche nella distinzione tra le antiche comunità orientali che hanno diritto, pur se separate da Roma, ad essere dette “chiese”, perché hanno conservato la successione apostolica (e, dunque, il sacerdozio, l’eucaristia e gli altri sacramenti) e i gruppi non solo scismatici ma eretici nati dalla Riforma protestante, che possono essere indicate solo come “comunità cristiane”.
Un documento, insomma, che è solo un altro tassello della strategia ratzingeriana di sempre: ammonire che il Vaticano II non è stato una rottura con la tradizione ma uno sviluppo e un approfondimento di una fede che è rimasta la stessa, una fede che non conosce distinzioni tra“pre” e “post-conciliare”.

Friday, July 13, 2007

Eucaristia

In genere non riporto articoli che trattano di questioni di fede cattolica. Mi rifaccio all’insegnamento di Gesù di “non dare le perle ai porci”. Questa volta faccio un’eccezione, in ragione dell’importanza dell’argomento, nonché del modo in cui l’autore l’ha trattato.

Un giovane sacerdote della Congregazione dei Legionari di Cristo mi ha chiesto, con buona dose di incoscienza, di tenere una meditazione sulla SS. Eucaristia durante un'ora di adorazione. Con incoscienza pari alla sua, ho accettato di balbettare qualcosa davanti al SS Sacramento esposto, offrendo qualche pensiero su un Mistero che trascende le nostre povere capacità di raziocinio.
Mi sono preparato andando a spulciare testi sicuri da cui trarre le cose che avrei dovuto dire. La scelta è caduta sul Catechismo di san Pio X (nessun equivoco: va benissimo anche il Catechismo della Chiesa cattolica del 1992, ma io ho studiato su quello di Papa Sarto e mi è venuto spontaneo utilizzarlo) e su un classico, Teologia della perfezione cristiana, del Royo Marin.
Più di una volta, non mi vergogno di dirlo, leggendo cosa vi era scritto m'è sembrato di provare qualcosa di simile a vertigini. Troppo grandi, belle e profonde le verità della fede cattolica. Ad un'anima poco o niente allenata alle vette della mistica, come, purtroppo, è quella del sottoscritto, il loro effetto può paragonarsi a quello di una bevanda inebriante, l'anima non potendo assaporarle senza rimanerne in qualche modo come stordita.
Esagero? Giudicate voi. Ma leggete senza fretta e concentratevi sul significato delle parole.
Primo pensiero, tratto dal Catechismo di san Pio X: "Nell'Eucaristia c'è lo stesso Gesù Cristo che è in cielo, e che nacque in terra da Maria Vergine». Fermatevi un momento a pensare. C'è scritto: «... lo stesso Gesù Cristo che...». Capito? Lo stesso Figlio di Dio che hanno visto gli Apostoli, che ha fatto i miracoli, che è morto e risorto, che ora è in Cielo ma duemila anni fa camminava in Palestina. Lo stesso! E mentre io parlavo, Lui era lì, a un paio di metri da me! Come stava accanto a Pietro, Giacomo, Giovanni e agli altri. Mistero grande, impenetrabile, ma vero!
Secondo pensiero, tratto dal Royo Marin: «La comunione mette a nostra disposizione tutti i tesori di santità, di sapienza e di scienza racchiusi in Gesù Cristo. L'anima riceve nella comunione un tesoro rigorosamente infinito che le viene dato in proprietà». Anche qui, una pausa. Da sottolineare quel che è scritto: «tutta la santità, tutta la sapienza e tutta la scienza di Dio» ci viene data in proprietà quando riceviamo degnamente la Particola consacrata. Ce ne rendiamo conto? La sapienza di Dio diventa «mia», la scienza di Dio è «mia», e così la sua santità. Certo, ho spiegato agli amici costretti dal Legionario ad ascoltarmi che non realizziamo i frutti di questo dono perché la nostra anima, schiacciata dal peso del peccato, della miseria e della viltà è troppo piccola per contenere tutta - dico: tutta! - la scienza, la sapienza e la santità di Dio, ma resta il fatto - stupefacente - che Gesù Cristo le mette a nostra disposizione. Tutte!
Un ultimo pensiero, sempre dal Royo Marin. L'Eucaristia è «alimento della nostra anima». Ma, attenti bene: a differenza dell'alimento materiale, che una volta ingerito noi assimiliamo, con l'Eucaristia accade il contrario: noi «ci nutriamo» di Cristo, è vero, ma è Lui che «ci assimila» a Se stesso, divinizzandoci e trasformandoci in Lui. Cioè, a poco a poco (perché d'un botto non ne siamo capaci) ci rende simili - simili! - a Lui!
Non ce n'è abbastanza da sbalordire? Chi altri, se non Dio stesso, poteva pensare simili altezze dottrinali e rivelarcele?
I santi avevano compreso queste verità meglio di noi e le vivevano. Avete presente quella celeberrima foto che ritrae il volto di Padre Pio da Pietrelcina mentre il frate tiene tra le mani la SS Eucaristia? Fate attenzione al suo sguardo. Guardate quegli occhi. Non sono "normali", non sono come i nostri quando partecipiamo alla Messa, ma rivelano che il fraticello stigmatizzato aveva capito Chi teneva tra le mani. Ecco, per l'estate nella quale leggerete questo editoriale, il mio augurio, che si fa preghiera, è che io e tutti voi, cari amici del Timone, possiamo sempre più comprendere e vivere questa strabiliante verità della Eucaristia.

(Gianpaolo Barra, Il Timone, luglio 2007, n.65, pag. 3)

Thursday, July 12, 2007

‘The Messenger’. Gabriel Allon is back

My wife is in Rome today. This morning she was browsing in a bookshop at Termini Railway Station when she noticed it on a shelf. She gave me a call and said: “Listen, I do not remember the titles you were looking for. All the same, there is just one of them here, ‘The Messenger’. What do you want me to do?”

I got it at last! And you? Do not miss the latest novel by Daniel Silva, starring the Israeli art restorer and secret agent Gabriel Allon.

Wednesday, July 11, 2007

Giuliano Amato e la violenza maschile sulle donne

Due cosette sulle affermazioni di Giuliano Amato a proposito dei maschi che picchiano le donne.
1. Se dipendesse da me, alle femministe radicali (vedi qui), una legnata quotidiana sul groppone la darei. Una sana legnata maschilista e patriarcale. Se poi una legnata quotidiana non bastasse a schiarir le idee a quelle birbantelle, si può far loro un dono: una seconda legnata!
2. Amato sostiene: “Dobbiamo evitare di imputare a Dio, il Dio dei cristiani e dei musulmani, che in realtà è lo stesso, ciò che è da imputare invece agli uomini”. È proprio sicuro il ministro che il Dio cristiano e quello musulmano sono uguali? Ma sicuro, sicuro, sicuro? Sicuro come la legnata che merita la femminista radicale di cui sopra?

Tuesday, July 10, 2007

La mia morte guardando fuori dal finestrino

Stamattina, guardavo dal finestrino del treno che mi portava al lavoro. Le immagini scorrevano veloci e, per chissà quale bizzarra associazione di idee, il pensiero è andato a quello che direbbero di me, se morissi oggi, coloro che mi hanno voluto bene.
Suggerimento che ho letto da qualche parte: “Decidi cosa vuoi che si scriva sulla tua tomba e spendi la vita a realizzarlo”.

Friday, July 06, 2007

La fede spiegata a un figlio

Ci fu un tempo in cui il cristianesimo fu come l’Islam, che non a caso ha settecento anni in meno. Un tempo, cioè , in cui la fede era un bene, alla pari di quelli mobili ed immobili, da trasmettere come per testamento. Si “credeva“, senza problemi, come avevano fatto genitori, nonni, bisnonni. Da tempo non è più così; ed è, probabilmente, un bene. La fede, in effetti, prima che una dottrina, un modo di vivere, un complesso di riti, è un incontro con Gesù stesso, è una “scommessa“ sul mistero di quell’Uomo, è una decisione di viverne l’amicizia. Cose, tutte, che esigono una dimensione personale e un clima libero. Dunque, ogni generazione che si affaccia alla vita deve ricominciare da capo, convincersi che anche per essa c’è qualcosa di importante (e di ragionevole) in quei quattro libricini chiamati “buona notizia“, vangelo.
Da qui, compiti e ruoli difficili per i genitori cattolici ai quali, un tempo, non occorrevano complesse spiegazioni, bastava dare ai figli il buon esempio concreto. L’adeguamento cioè – nella vita quotidiana – ai precetti evangelici così come erano proposti dalla Chiesa. Ma questa pure suscita nelle nuove generazioni una folla di domande perplesse se non diffidenti, alla pari del Fondatore cui dice di ispirarsi. C’è bisogno, anche qui, di una convinzione personale, peraltro sempre più difficile, essendo diventati i cristiani una minoranza, almeno culturale, e battendo il mondo vie ben diverse, che sembrano più credibili e affascinanti. Le attuali liste di best seller editoriali impressionano, per i primi posti occupati da libri che attaccano frontalmente la fede, almeno così com’è proposta dalla Chiesa.
Ma non per questo il cattolico superstite si arrende: ciò che conforta chi conosca la storia della Chiesa, è la capacità di reazione dei suoi figli, quando sia necessario un colpo di reni. Se preti, frati, suore, consacrati in genere, latitano o sono inadeguati, ecco farsi sotto i laici. In questo caso, i genitori credenti che si ingegnano a trovare risposte convincenti per i loro figli e a far parte ad altre famiglie della loro esperienza. Sono spesso giornalisti, dunque specialisti nel cercare di capire e di divulgare. Così, tempo fa, Michele Brambilla, ora vicedirettore de il Giornale, ha pubblicato per la Piemme – con un successo significativo – un Gesù spiegato a mio figlio. Ecco ora, presso la stessa editrice, La fede spiegata a mio figlio di Davide Perillo (pp. 173, € 11,50), firma nota ai lettori del Corriere della Sera, che amplia il campo arato da Brambilla: dal Cristo a tutta la dimensione di fede. Sono cinquanta domande che non si sottraggono ad alcun problema (dalla Madonna all’inferno, dalla Trinità al papa, dall’Islam ai miracoli), dando risposte oneste e non divaganti agli interrogativi radicali di bambini ed adolescenti. Un “catechismo familiare“, insomma, dichiaratamente senza pretese ma, in realtà, sorprendente per la conoscenza dei temi e per la capacità di presentarli in modo semplice e ragionevole. L’esortazione di papa Ratzinger a unire fede e ragione è presa sul serio in queste pagine, dove il Credo è proposto in modi affettuosi e sorridenti, ma al contempo fondati e convincenti. Stretto e continuo, poi, il collegamento non solo con la Tradizione ma anche con la Scrittura, ampiamente citata in appositi inserti.
É uno strumento, questo che, prima che ai figli, farà un gran bene ai genitori che se ne serviranno come traccia. Dubitiamo, infatti, che il “praticante medio“ abbia sulla fede della sua Chiesa l’informazione chiara, precisa, concreta di questo “papà Davide” che non parla per sentito dire ma, pur ancor giovane, sperimenta già su tre figli queste sue ragioni per prendere sul serio il Nazareno.

di Vittorio Messori
Corriere della Sera Magazine, 7 giugno 2007

Thursday, July 05, 2007

Normalità e anticonformismo

È amarissima la constatazione di Michele Brambilla in ‘Fiorani ha ragione, i cafoni siamo noi’ su il Giornale di oggi. Pensando ai giovani, vere vittime di tanta confusione, mi sono ricordato il consiglio del filosofo cattolico Jean Guitton: “Se, davanti a una cattiva azione, senti dire: «Tanto lo fanno tutti», rispondi: «Io non lo faccio». Perché, non dimenticarlo, il coraggio di uno solo basta per molti”. Questo sì che è vero anticonformismo!

Wednesday, July 04, 2007

Femminismo, Islam ... e lobby gay

Su segnalazione di Passaggioalbosco e di Filo a piombo, metto anch’io in evidenza lo stupendo articolo di Guglielmo Piombini [Enclave. Rivista libertaria, n. 36, giugno 2007]. La crisi del maschile, la femminilizzazione della società occidentale e la forza dell'Islam non sono argomenti nuovi in questo blog, dove si sono tratte conclusioni similari.
Dato che l’articolo di cui si tratta è lungo - ma si legge con facilità -, mi limito a due brevissime osservazioni.
La prima, molto banale, riguarda un dubbio che mi porto ormai da tempo: siamo proprio sicuri che i poveri, gli sventurati dell’umanità si trovino solo nei paesi del Terzo Mondo? A me sembra che, fatte le opportune distinzioni, aver perso l’identità individuale e collettiva non sia meno grave che vivere sotto regimi dittatoriali e morire di inedia e malattie.
La seconda è una digressione sul tema sviluppato da Piombini. Aggiungerei infatti alla sua analisi sulle responsabilità del femminismo radicale una rapida occhiata ad un altro fenomeno, quello delle rivendicazioni omosessuali. Ricordo di aver letto da qualche parte che le rivendicazioni sociali più pressanti della lobby gay sono portate avanti non da uomini, come generalmente si pensa, ma da donne. Quell’informazione, forse, trova conferma e fondamento nello scenario delineato da Piombini: non sorprende così che siano le lesbiche a premere per la legalizzazione dei matrimoni omo, per l’adozione dei figli e per la fecondazione assistita. Paradossale è poi che gli omosessuali maschi si espongano pubblicamente, credendo di avanzare propri bisogni. Poveracci, ingannati da tutte le parti!

Tuesday, July 03, 2007

Sergio Romano su Israele, passando per (Messori e) Cammilleri

Ho sempre guardato con grande simpatia e ammirazione il popolo ebraico e ho sempre considerato con grande diffidenza le critiche rivolte a Israele, da qualunque parte venissero. Da un po’, leggendo autori come Vittorio Messori e Rino Cammilleri, guardo le questioni riguardanti i nostri fratelli ebrei (e non solo queste) in modo meno fazioso. Preciso che non c’è alcuna ostilità verso gli ebrei da parte dei due scrittori cattolici, anzi. Si tratta semplicemente di dare a ciascuno il suo. Non si fa mai un buon servizio a qualunque causa se si esita a riconoscere anche ciò che non piace. Qualche giorno fa, il Giornale ha riportato degli estratti di un articolo su Israele scritto da Sergio Romano per la rivista Aspenia. A sua volta, Rino Cammilleri ha ripreso nel suo sito i passaggi salienti di quell’articolo. In altri tempi, da perfetto ignorante, avrei semplicemente storto il naso, bofonchiato qualcosa e tirato diritto di fronte alle opinioni di Romano e Cammilleri. Oggi, non più.
Sul numero del luglio 2007 della rivista «Aspenia», dedicato alla situazione di Israele, l’ex ambasciatore Sergio Romano riserva, nel suo articolo, alcuni passaggi alla diaspora, cioè agli ebrei residenti fuori da Israele.

Nota Romano che essa, di fronte agli attuali problemi di Israele, ha adottato un singolare atteggiamento: «Ha delegato la propria rappresentanza a una nomenklatura che considera antisemita ogni critica indirizzata alla politica israeliana e pretende la redazione di una nuova storia europea del Novecento, scritta alla luce di un solo criterio: l’atteggiamento verso gli ebrei dei governi, degli uomini politici, degli intellettuali. Soggetti a queste pressioni, i governi europei hanno proclamato “giorni della memoria” dedicati alla commemorazione del genocidio ebraico, hanno costruito memoriali, hanno aperto musei della Shoah e hanno approvato leggi che puniscono con il carcere il diniego del genocidio».

Ancora: «Il maggior bersaglio di questa nomenklatura, da qualche anno, è la Chiesa di Pio XII».
Non che non ce ne fossimo accorti, certo. Ma ci rende pensosi l’indubbia efficacia di «queste pressioni». E ci chiediamo perché ce l’abbiano tanto con Pio XII.

Di più non diciamo, perché ha ragione Romano: «Chi ha sollevato il problema dell’influenza esercitata da questa nomenklatura è stato spesso bersaglio di critiche acrimoniose».
Nella migliore delle ipotesi.