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Thursday, November 15, 2007

I copriwater sono blasfemi e i mussulmani hanno gli attributi

Su il Giornale di oggi – a proposito, quanto mi manca l’eleganza di Maurizio Belpietro nella direzione del quotidiano! - si dà notizia di un oltraggio alla religione mussulmana perpetrato in alcuni supermercati del Lazio. La polizia ha infatti bloccato la vendita di … tavolette per il gabinetto con su scritto un versetto del Corano. Pare che si tratti di un versetto importante, il 255, in cui compare per due volte il nome di Allah.
La denuncia dell’oltraggio è partita da un imam della comunità musulmana di Latina. Da qui la notizia è poi giunta a Londra, dove un importante quotidiano in lingua araba ha dato il via al tam tam e provocato i commenti risentiti e adirati di lettori e internauti fedeli a Maometto.
I leader mussulmani in Italia chiedono il ritiro dagli scaffali di tutti i copriwater blasfemi, la riconsegna dietro rimborso di tutti i pezzi finora acquistati e l’arresto del produttore, che potrebbe anche non essere cinese, come riportato invece nella stampigliatura.
Che dire? È inutile che ci giri intorno: mi sembra un po’ esagerata la richiesta di arresto, ma sono con i mussulmani; mi piace il fatto che reagiscano (civilmente e legalmente, s’intende) a chi insulta la loro religione. Come in occasione delle vignette danesi, continuo ad apprezzare che i musulmani esigano rispetto per ciò in cui credono.
Con questo non sto chiudendo gli occhi di fronte all’intolleranza odiosa verso i cristiani di alcuni governi arabi, così come non sto sorvolando sulla grettezza/disumanità di tanti aspetti della cultura musulmana. Al di là di tutto, però, è importante che per qualcuno esiste un confine da cui la blasfemia occidentale non passa. Certo, occorrerebbe una reazione dell’Occidente quando sono i mussulmani ad offendere Cristo, ma si sa, gli attributi scarseggiano da queste parti!

Thursday, August 16, 2007

Apostasia

Nuovamente da Antidoti di Rino Cammilleri.

Leggo sul «Giornale» di ferragosto che in Iran un uomo rischia l’impiccagione perché trovato in possesso di un Vangelo. Nel “moderato” Egitto un giovane passato al cristianesimo copto deve vivere latitante. Più volte arrestato e torturato per l’apostasia, non può sposarsi in chiesa con la moglie incinta di quattro mesi perché in Egitto sui documenti compare la religione professata. Perciò, vale solo il suo matrimonio islamico. Fotografato con la moglie all’interno di un centro di preghiera copto davanti a un poster con la Madonna, la foto è finita su internet e da quel momento si è scatenata la caccia all’apostata.

L’università Al-Azhar del Cairo, il centro sunnita più importante del mondo, ha praticamente emesso la sua fatwa per bocca del preside della facoltà di scienze islamiche. I cristiani copti in Egitto sono “solo” otto milioni, ma se l’«apostata» si azzarda a battezzare suo figlio, guai a lui.

Tutte le religioni del mondo, in un mondo sempre più secolarizzato, faticano a tenersi i proprio fedeli. Non così quella musulmana, perché chi prova a lasciarla ci rimette il collo. Semplice ma geniale, e ne spiega la straordinaria diffusione. Espansasi nei secoli per via di conquista, è sempre rimasta nei suoi numeri grazie al divieto di apostasia pena la morte.

È davvero un religione unica nel suo genere, altro che l’umiltà, la pazienza, il porgere l’altra guancia e l’amore del prossimo come se stessi del complicato e difficilissimo cristianesimo.

Il quale, nella sua versione cattolica, ha, per giunta, un clero che si affanna a cercare di «dialogare» con i musulmani, laddove questi non hanno neanche questo problema.

Thursday, December 21, 2006

Benny Morris, il secondo Olocausto e l'inerzia di Israele

Me ne rendo conto, non è proprio nello spirito del Natale scrivere un post in cui si descrive e si commenta una visione apocalittica riguardante i nostri fratelli ebrei. Penso però che sia doveroso farlo, se ho capito qualcosa di Israele e del suo popolo.

Ieri, sulle pagine del Corriere della Sera, è comparso un lungo articolo a firma di Benny Morris, storico israeliano, intitolato “L’incubo del giorno del secondo Olocausto”. Morris tratteggia uno scenario che vede protagonisti il delirante estremismo religioso di Mahmoud Ahmadinejad e dei suoi accoliti, il debole governo di Israele, nonché la comunità internazionale, incapace di fermare la corsa nucleare iraniana.
Lo storico immagina che un giorno non troppo lontano, i leader di Teheran si riuniranno nella città sacra di Qom. Stabilito che l’eliminazione definitiva di Israele dalle carte geografiche preluda alla Seconda Venuta del dodicesimo profeta (il Mahdi, salvatore del mondo), Teheran decide l’attacco nucleare contro il ‘piccolo Satana’.
Allo scenario non manca nulla. Morris considera:
• i danni collaterali (i palestinesi, che Teheran vede con disprezzo, moriranno a milioni e costituiranno un tributo necessario alla causa contro il male sionista);
• i rischi per l’Iran (scetticismo nei confronti della volontà di reazione dell’Occidente, ma accettazione dell’eventuale annientamento della patria iraniana come martirio supremo per la vittoria finale dell’Islam nel mondo);
• le reazioni della comunità internazionale (fondamentalmente inesistenti, per timore delle devastanti conseguenze nei rapporti politico-economici con l’intero mondo islamico);
• le opzioni israeliane (1. impossibilità pratica di un attacco convenzionale preventivo che distrugga tutti gli impianti nucleari iraniani dislocati sottoterra; 2. improponibilità di un attacco nucleare preventivo, ché renderebbe Israele un paria della comunità internazionale; 3. inutilità di un contrattacco nucleare ad aggressione iraniana oramai avvenuta).
In definitiva, la catastrofe degli ebrei immaginata da Morris è ineluttabile. Soprattutto, egli tiene a sottolineare che questo secondo Olocausto sarà diverso rispetto a quello nazista, perché privo di qualsiasi contatto diretto tra carnefice e vittima. Infatti, «non vi saranno scene come quella che sto per raccontarvi, riportata da Daniel Mendelsohn nel suo recente libro The Lost, A Secret for Six of Six Million, in cui viene descritta la seconda Aktion dei nazisti a Bolechow, piccolo paesino della Polonia, nel settembre 1942.»
Ecco di che si tratta:
La signora Grynberg fu vittima di un episodio terribile. Gli ucraini e i tedeschi, facendo irruzione nella sua casa, la trovarono che stava partorendo. A nulla valsero le lacrime e le suppliche degli astanti: la portarono via, ancora in vestaglia dalla sua casa, e la trascinarono fino alla piazza davanti al municipio. E lì… fu spinta a forza sopra un cassonetto per l’immondizia nel cortile del municipio, e tra gli scherni e i dileggi della folla di ucraini presenti, insensibili al suo dolore, partorì. Il bambino le fu immediatamente strappato dalle braccia con tutto il cordone ombelicale. Fu scaraventato verso la folla, che prese a schiacciarlo coi piedi. Lei fu lasciata sola, con le ferite e i brandelli di carne sanguinanti, e così rimase per qualche ora, appoggiata a un muro, fino a che non fu portata alla stazione ferroviaria e, assieme agli altri, fatta salire su un vagone verso il campo di sterminio di Belzec.

Con questo brano si conclude l'articolo di Morris, ed è proprio da qui che vorrei fare una breve, forse superflua, osservazione.
Se lo storico israeliano avesse delineato il suo scenario a partire dalla vicenda della signora Grynberg, molto probabilmente non avrebbe ipotizzato l’inerzia suicida di Israele e degli ebrei americani di fronte al pericolo di un attacco nucleare dell’Iran. Ne sono convinto perché la ragione storica, l’essenza di Israele si fonda sulla memoria. Il ritorno in Palestina e l’edificazione del nuovo Stato furono motivati dal ferreo proposito secondo cui la tragedia delle tante signore Grynberg non avrebbe mai più dovuto verificarsi. Sin dalla sua nascita, Israele combatte per veder riconosciuto il diritto degli ebrei di vivere al riparo da ogni persecuzione. A fronte di qualsivoglia minaccia, rimane estraneo al vissuto e alla concezione religiosa degli ebrei l'idea di abbandonare quella lingua di terra, la terra dei padri. Non so quanti di coloro che sono scampati all’Olocausto nazista siano ancora viventi. Sono però convinto che, in un modo o nell’altro, essi abbiano tenuto vivo, nelle menti delle nuove generazioni, il ricordo dei propri cari e dei milioni di correligionari uccisi dalla follia hitleriana.
Qualora un attacco nucleare iraniano fosse alle viste, non credo che Israele rimarrebbe con le mani in mano “sperando che, in qualche modo, le cose si aggiustino da sé”; non credo che Israele si tormenterebbe nel dubbio di utilizzare, in via preventiva, il proprio arsenale nucleare contro l’Iran. Cosa importa l’estromissione dal consesso internazionale quando l’alternativa è l’annientamento definitivo? A che sarebbero valsi i tanti morti patiti in oltre cinquant’anni di vita dello Stato di Israele se poi, di fronte alla minaccia più temuta, ci si abbandona all’inerzia e alla disfatta morale?

Dio voglia che tanto Morris che il sottoscritto abbiano perso solo tempo e fantasia!

Si veda anche Vittorio Messori: sarà l’arma atomica a fermare la guerra arabo-israeliana.

Tuesday, November 21, 2006

L’integralismo religioso secondo Maurizio Crozza




Che cos’è l’integralismo religioso? È una religione con tanta crusca. E infatti ti fa fare delle grandi cacate.

Monday, October 23, 2006

Caso Santanchè: ma la fatwa non costituisce da noi reato penale?

Alla sacrosanta libertà di Daniela Santanchè di esprimere il proprio pensiero sul velo delle donne musulmane - «il velo non è un simbolo religioso, non è prescritto dal Corano» - corrisponde l’identica libertà dell’imam di Segrate di risponderle: «Io sono un imam e non permetto a degli ignoranti di parlare di islam. Voi siete degli ignoranti di islam e non avete il diritto di interpretare il Corano».
Poi però, come informa Giordano Bruno Guerri su Il Giornale, “l’uomo ha proseguito, fuori onda: «Il velo è un obbligo di Dio. Quelle che non credono in questo non sono musulmane». Di conseguenza le musulmane colpevoli di non portare il velo (anche in Italia) sarebbero delle miscredenti e delle apostate: un’accusa che si può trasformare nella condanna a morte”.
Mi domando se il comportamento dell’imam della moschea di Segrate non configuri un fatto penalmente perseguibile. Il lancio di una fatwa non si sostanzia necessariamente in una condanna a morte, è vero, ma l’esperienza insegna che può tradursi in questo se il messaggio viene raccolto da qualche esagitato (il caso Theo Van Gogh docet).
Dalla prospettiva del nostro ordinamento giuridico, si può quindi configurare il reato di incitamento all’omicidio. A mio avviso, della questione dovrebbe occuparsi la magistratura. Confesso di nutrire poche speranze in proposito, ma sarebbe finalmente una risposta, chiara e forte, alla tracotanza di questi imam.

Thursday, October 19, 2006

Sul velo delle donne musulmane l’Europa getta il bimbo con l’acqua sporca

Gianni Baget Bozzo scrive oggi su il Giornale che «(in Francia) per obbligare i musulmani a rinunziare alla manifestazione pubblica nelle scuole della loro identità si sono aboliti i segni cristiani. Per questo la via francese mi sembra pericolosa. Il laicismo occidentale, nella sua fondamentale a-religiosità, e nel culto dell’uguaglianza dei diritti, imporrebbe, come nel caso francese, anche l’abolizione dei segni cristiani.
(…) Con i tempi che corrono, come cristiano preferisco vedere lo chador che vedere limitate le croci. Preferisco vedere le identità religiose piuttosto che vederle nascoste. Lo Stato, però, deve preoccuparsi del contrasto che esiste con il mondo islamico su temi più sensibili, come la poligamia, la condizione della donna, l’educazione dei figli. Abbiamo di fronte una religione che è una civiltà, differente dal cristianesimo e ancor più dall’Occidente secolarizzato. Il vero pericolo è che il laicismo occidentale si unisca al fondamentalismo islamico in funzione anti-cristiana. Vi sono molti segni di questo.»

Tuesday, October 03, 2006

Ciò che rispetto dell’Islam

Dico in questo post qualcosa che ho già scritto in altre occasioni e senza alcuna pretesa di ricevere consensi. Prima di tutto, però, reputo necessarie alcune precisazioni, onde evitare equivoci.
Qui si sta dalla parte dell’Occidente, sottoposto all’aggressione omicida e liberticida dell’Islam. Qui si è per una lotta senza quartiere al fanatismo e al terrorismo islamico. Anche qui c’è rabbia verso coloro che stanno svendendo l’Europa ai musulmani, così come c’è orgoglio di essere figlio della civiltà giudaico-cristiana. Qui si sta con gli Stati Uniti che, ancora una volta, hanno preso le redini della lotta contro i nemici dell’Occidente. Si sta con Israele e con i suoi civili che muoiono per mano e con la connivenza di chi nega il loro diritto ad esistere. In ultimo, ma più importante di tutto, qui si sta con il Papa e con la Chiesa cattolica, che indicano dov'è la Via, la Verità e la Vita.

Fatta questa sorta di carta dei ‘valori’, devo anche dire però che non basta che la grande civiltà a cui appartengo produca un enorme benessere materiale, sviluppi tecnologie sempre più sofisticate e assicuri libertà di manifestazione del pensiero. Non basta, cioè, per farne una società integra.
Quello che io vedo dell’Occidente di oggi è una società in preda al delirio di onnipotenza, una società che non ascolta più la voce degli anziani, una società che ha cancellato l’idea stessa della morte, una società di figli senza padri.
Che società è quella dove l’industria della comunicazione sforna reclame come quella della Campari Red Passion? Cos’è e dove va una società che arriva a concedere agli omosessuali non solo il matrimonio, ma persino l’adozione di bambini? Se in Olanda è legale costituire un partito dei pedofili, cosa possiamo desumere del concetto occidentale di libertà?

Dico adesso qualcosa che probabilmente farà saltare sulla sedia due amici, Abr e Nullo, con i quali mi confronto sull’identità occidentale e sulla questione islamica.
Lo devo riconoscere, sento talvolta di comprendere la ‘lingua’ dei musulmani. Non certo quella della morte e del disprezzo altrui, non quella dei terroristi o di quelli che trattano le donne, le mogli e le figlie come schiave e esseri inferiori.
Comprendo invece i musulmani quando si inchinano di fronte all’autorità dei padri e degli anziani. Comprendo i musulmani che si considerano fratelli nella fede e non ammettono insulti alla loro identità religiosa e culturale. E comprendo le donne musulmane che si fanno terra sacra in cui affondano le radici dei 'guerrieri'. Solo a questo riguardo, e non è poco, i musulmani ricevono il mio rispetto.

Monday, September 25, 2006

Osama, su una cosa l’Occidente dovrebbe dirti grazie

Rubato ad un amico: Vivo o morto, ad Osama Bin Laden va riconosciuto il merito di aver unito gli Occidentali. Com’era prevedibile, però, ci si è ridivisi prontamente, una volta superato il momento dell’emozione.

Monday, September 18, 2006

«Ma siamo solo noi musulmani a insultare sempre la Croce»

di Marcello Foa (Il Giornale, 18/09/2006)

È una voce. Una sola, ma coraggiosa. Non risuona nelle moschee, ma si esprime sulle pagine on line di Elaph, uno dei giornali panarabi più letti su Internet. La redazione è a Londra, l’orientamento modernista e liberale. Basta un clic per accorgersene: sulla colonna di sinistra appaiono foto di giornaliste e cantanti arabe vestite e in pose inequivocabilmente occidentali. Ieri il direttore Othman Al-Omeir ha deciso di rompere il coro di critiche al papa - che in questi giorni ha unito moderati e fondamentalisti musulmani - pubblicando un commento in cui si ribalta la prospettiva.
«Sì il Papa avrà pure sbagliato, però ha presentato subito qualcosa di molto simile a delle scuse dicendo che le sue parole sono state fraintese - si legge nel testo, rilanciato in Italia dall’agenzia Apcom -. Ma quanti sono i nostri Muftì Ulema islamici che si sono espressi per spiegare che è contrario alla spirito dell’Islam offendere i cristiani ogni venerdì nei sermoni delle nostre moschee?», si chiede Hani al Nakshabandih, che giudica «strumentale» la protesta, perché «le parole di Benedetto XVI non possono in alcun modo minacciare l’Islam, né intaccare la figura del Profeta». Tanto più che la Santa Sede da tempo dimostra grande cautela e rispetto nel porsi verso le altre religioni. E Benedetto XVI non ha certo rinnegato la linea del dialogo.
Si può dire altrettanto dei religiosi musulmani? No, secondo l’editorialista di Elaph, che, con notevole audacia, elenca i torti «quotidiani» commessi dall’Islam, nei confronti delle altre religioni: «Noi commettiamo errori mille volte più del Papa - scrive - Nei sermoni del venerdì insultiamo cristiani ed ebrei, chiedendo a Dio di distruggerli». E ancora: «In ogni scuola, inculchiamo ai nostri alunni che i cristiani sono impuri ed andranno all’inferno. In ogni casa cresciamo i nostri figli insegnando che cristiani ed ebrei sono i nostri principali nemici e che dovremo ucciderli altrimenti loro ammazzeranno noi». «Ma i nostri Ulema tacciono, salvo poi scattare all’unisono quando il Pontefice parla della persona del Profeta». È un’ipocrisia, inaccettabile per Hani al Nakshabandih. «I dotti dell’Islam rispondono all’errore con un altro errore: offendere Maometto, non è più grave dell’insulto ai cristiani».
L’accusa è durissima e difficilmente passerà inosservata. Nell’impeto polemico, il giornalista lascia intendere che in tutte le moschee si propaghi l’odio. Non è così. Dimentica di ricordare che la diffusione del fondamentalismo islamico non preoccupa solo noi occidentali, ma anche, se non soprattutto, i Paesi arabi, che, per arginare il contagio, impongono controlli serrati nei luoghi di culto. L’Università del Cairo di Al Ahram, considerata il «Vaticano» dei sunniti, non è certo una congrega di estremisti. E i riti delle congregazioni Sufi sono un inno alla spiritualità, non certo al radicalismo. Nonostante tutto l’Islam continua ad avere più volti.
Ma l’editorialista di Elaph non sbaglia nel denunciarne l’aspetto più aberrante e retrogrado: quello del wahabismo ovvero una setta della penisola arabica fondata nel 1700 e che ha avuto a lungo un’influenza marginale, ma che grazie ai generosi finanziamenti degli sceicchi sauditi fa proseliti nel mondo.
Qualche mese fa la Freedom House, uno dei più prestigiosi istituti di ricerca americani, ha monitorato i sermoni dei clerici wahabiti sia in Arabia Saudita sia in Occidente. C’è da rabbrividire.
Altro che dialogo, altro che comprensione. Quegli imam diffondono un credo totalitario intriso di violenza, che trova eco persino in alcuni documenti ufficiali del governo di Riad. Si sostiene che è un obbligo religioso per ogni musulmano odiare cristiani ed ebrei e che non bisogna imitarli, né fraternizzare con loro né aiutarli in alcun modo.
Guai a salutarli per primi, guai a porgere gli auguri a Natale. La democrazia è anti-islamica e dunque va respinta. I «Fratelli» che si trovano nelle terre dei miscredenti devono comportarsi come se fossero in missione dietro le linee nemiche, acquisendo nuove conoscenze e fondi da usare per la Guerra Santa o facendo proselitismo. Qualunque altra ragione non è ammessa. E chi osa convertirsi sappia che verrà ucciso. Così si parla nelle moschee e nelle scuole coraniche wahabite. Il problema è innanzitutto lì.

Chiedi scusa, Islam

Perché i governanti dell’Occidente non pretendono le scuse dei governi e dei leader religiosi musulmani per quello che hanno fatto e fanno i terroristi islamici?
Chiedete scusa, cospargetevi il capo di cenere, allungate il mese di Ramadan a dieci anni consecutivi per i morti di New York, Madrid e Londra! Chiedete scusa alla Chiesa e chiedete scusa per Andrea Santoro, per Suor Leonella e per tutti quei religiosi che erano lì da voi a testimoniare che la fede in Dio non si impone con la forza! Chiedete scusa al Pontefice perché lo avete accusato di aver detto cose che non ha mai pronunciato e per aver travisato il senso di quello che ha veramente detto! Chiedete scusa perché sputate nella mano di chi vi accoglie nel suo Paese e dà un futuro a voi e ai vostri figli, di chi vi costruisce le moschee in casa sua affinché possiate professare liberamente la vostra fede! Chiedete scusa perché non consentite ai cristiani di costruire chiese e di professare liberamente la propria fede in casa vostra!

Non è tutta colpa dei musulmani se accade quel che accade. Come dice Ida Magli, «i governanti, i leader occidentali debbono convincersi che il mondo musulmano sa di avere già vinto, ed è per questo che reagisce al livello del Capo della Chiesa. Come si può pensare che così fedeli al loro credo, i musulmani nutrano della stima verso coloro che, pur di instaurare il famoso “dialogo”, hanno rinunciato a difendere ciò che di più prezioso possiedono: Gesù […] L’Occidente riprenda contatto con la realtà. Il mondo non diventa perfetto quando i governanti decidono che lo deve diventare. Bisogna reagire con forza, che si sia credenti oppure no, perché qui è in gioco la nostra libertà territoriale e politica. L’umiliazione inflitta oggi al Capo della Chiesa è l’ultimo avviso per l’Occidente: o la smette subito di voler sembrare stupidamente “buono” oppure presto dovrà o diventare musulmano o difendersi con le armi».
Chi pecora si fa, il lupo se lo mangia.

Monday, September 11, 2006

Se il Papa dice il vero perché Magdi Allam ‘contestualizza’?

Sulle frasi del Pontefice nell’omelia di Monaco, Magdi Allam ha così commentato sul Corriere della Sera:

«Non solo comprendo ma condivido la denuncia del Papa nei confronti dell'Occidente che disprezza Dio e dileggia il sacro. Tuttavia mi preoccupa che essa non solo coincida con l'accusa dei predicatori d'odio islamici, ma rischia di essere strumentalizzata per legittimare i loro crimini.
[…] Nel nostro mondo la realtà oggettiva, al pari dei valori assoluti, si collocano sempre in un contesto storico contingente permeato dalla soggettività umana e dagli interessi relativi. Ebbene è proprio la contestualizzazione della denuncia del Papa che ne evidenzia la problematicità. […] è questo sconcertante parallelismo tra la condanna dell'Occidente da parte del Papa e degli estremisti islamici che mi preoccupa come musulmano laico e liberale, impegnato nella promozione del valore della sacralità della vita e della libertà della persona. A maggior ragione mi inquieta il fatto che i predicatori d'odio islamici possano individuare nella condanna del Papa una qualsivoglia giustificazione alla loro strategia della violenza, che colpisce indiscriminatamente tutti e di cui gli stessi musulmani sono le principali vittime.»

Non sono affatto d’accordo. “Il fatto che i predicatori d'odio islamici possano individuare nella condanna del Papa una qualsivoglia giustificazione alla loro strategia della violenza” non è un problema del Pontefice. Il capo della cristianità è tenuto a dire ciò che è giusto e vero, anche se le sue parole rischiano di essere strumentalizzate da chi è in malafede.
“Nel nostro mondo la realtà oggettiva, al pari dei valori assoluti, si collocano sempre in un contesto storico contingente permeato dalla soggettività umana e dagli interessi relativi”. In altri termini, secondo Allam, non è l’uomo a doversi adattare a ciò che è vero, ma è la verità a doversi adattare a ciò che fa comodo all’uomo. Accettare il compromesso nel caso dei musulmani equivale a dire che il Papa e la Chiesa non dovrebbero esprimersi contro l’aborto e la sperimentazione sulle cellule staminali perché ciò urta la mentalità corrente. Ma chi se ne frega di quello che pensano i fanatici musulmani e i relativisti dell’Occidente!

Senza timor di Dio non siamo migliori dei mussulmani

Al tempo della vicenda delle vignette ‘sataniche’, dissi la mia in questi termini. La pensavo, allora come oggi, allo stesso modo di qualcuno che ne sa molto, ma molto più di me.

Estratti dell’omelia di Benedetto XVI alla Fiera di Monaco, 10 settembre 2006.

«Le popolazioni dell’Africa e dell’Asia ammirano le nostre prestazioni tecniche e la nostra scienza, ma al contempo si spaventano di fronte ad un tipo di ragione che esclude totalmente Dio dalla visione dell’uomo, ritenendo questa la forma più sublime della ragione, da imporre anche alle loro culture.
LA VERA MINACCIA PER LA LORO IDENTITÀ NON LA VEDONO NELLA FEDE CRISTIANA, MA NEL DISPREZZO DI DIO E NEL CINISMO CHE CONSIDERA IL DILEGGIO DEL SACRO UN DIRITTO DELLA LIBERTÀ ed eleva l’utilità a supremo criterio morale per i futuri successi della ricerca.
Questo cinismo non è il tipo di tolleranza e di apertura culturale che i popoli aspettano e che tutti noi desideriamo. LA TOLLERANZA DI CUI ABBIAMO URGENTE BISOGNO COMPRENDE IL TIMOR DI DIO, IL RISPETTO DI CIÒ CHE PER ALTRI È COSA SACRA».

Monday, September 04, 2006

Perché è meglio non sposare un islamico

Da Libero del 3 settembre

Mi indirizzo a lei, dottor Farina, perché desidero un aiuto. C’è un conflitto in me molto forte. Parto da lontano. Molti pachistani, interpellati da Libero, sostengono che il padre di Hina abbia fatto bene a sopprimerla. Molti altri, i più “democratici”, dicono che non doveva ucciderla ma rispedirla in Pakistan, affinché sposasse l’uomo scelto dai genitori. Tutti i pachistani (o quasi) affermano che non è possibile l’unione tra mussulmani e persone appartenenti ad altre religioni, semplicemente perché “da loro non è permesso”. Mi risulta che più o meno così la pensino in tutto in tutto il mondo islamico.
Non avrei mai pensato che la cosa potesse riguardarmi. Invece un marocchino, un bel ragazzo per la verità, ha messo gli occhi su mia figlia. Lei si è innamorata. Mi ha detto che lui la vuole sposare e l’ha già fatto sapere alla sua famiglia. Io ho reagito male. Ma lei dice che lo ama. Io le ho detto che la obbligherà a convertirsi, e la ridurrà in schiavitù. Dovrei permetterglielo? Lei è appena maggiorenne, ha diciotto anni, ma lei dice che da loro le nozze le fanno da giovani. Sono certa che si rovinerebbe la vita. Ma come faccio a impedirglielo? Sono disperata.

* * *

Gentile Signora, parlando in astratto siamo di fronte a un dilemma etico. In concreto: è un casino. Se ci fossero in giro i bravi di Don Rodrigo li manderei dal sindaco o dal prete o dall’imam per far sapere: «Questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai». La questione morale è drammatica: il cristianesimo salvaguarda la libertà dell’individuo. Ma anche quella di lasciarlo schiantare contro un muro? Perché di questo si tratta. Sposare un islamico, a meno che non sia uno dei rarissimi tipi liberali, riconoscibili perché hanno la scorta o sono in fuga, significa doversi sottomettere. Islam vuol dire proprio questo: sottomissione. Per le donne, oggi come oggi, significa schiavitù. Poi ci sono signore che si dichiarano contente di essere prigioniere. Càpita. Anche nella Bibbia c’è chi si lamentava con Mosè e rimpiangeva le cipolle d’Egitto. Se fosse mia figlia, la metterei dinnanzi alla realtà. Le porterei testimonianze del fatto che va verso un inferno vero, per sé e la sua prole.
Dopo di che? Se è maggiorenne, a lei spetta di decidere. Non possiamo farci niente. A noi tocca se non amare, almeno tollerare la libertà dell’altro anche di farsi del male. La civiltà cristiana insegna questo a chi crede e a chi non crede. Il buon Dio che è onnipotente lascia agli uomini la libertà di andare all’inferno: vogliamo essere migliori di Lui? Non possiamo obbligare nessuno a scegliere giusto, l’umanità sta proprio in questa facoltà di dire sì o no. Ma dica no, sua figlia dica no!
Bisogna convincerla usando tutta la pazienza e i ragionamenti possibili, chiederle di pensarci un anno o due, e dirle che è troppo giovane. La faccia parlare con Souad Sbay, che è marocchina e persino musulmana (la può cercare tramite mail a musulmaniditalia@libero.it).
Ė vero: ci sono casi molto rari di matrimoni riusciti. Ma il prezzo è comunque alto: l’accettazione supina da parte della donna del Corano come unica legge cui conformare la vita famigliare. Il Corano obbliga la donna alla obbedienza totale al marito e al suocero (e alla suocera, e persino al cognato). Non vieta espressamente di conservare la fede cattolica. Impone però che i figli siano musulmani. Nascono musulmani, punto e basta. E vanno educati esclusivamente secondo questo insegnamento. Nessuna facoltà per loro, nemmeno da adulti, di scegliere un’altra fede. Sarebbe apostasia, passibile di pena di morte. Non sto scherzando. Ė la realtà.
Conosco persone carissime che si sono illuse. Poi è stato un disastro. Nell’ipotesi migliore, quando la donna chiede la separazione, i figli sono già stati messi al sicuro nella famiglia dell’uomo in Tunisia, Egitto, Algeria o Marocco. Rapimenti di fatto, con la complicità delle autorità locali.
Se sua figlia non crede a lei o a me, creda almeno alla musulmana dura e pura, del tipo fondamentalista. C’è una lettera pubblicata sul sito www.islamonline.it/donna/lettere.htm. La trascrivo nei punti essenziali. «Buongiorno, sono cristiana (e non ho intenzione di convertirmi) e ho un ragazzo musulmano, lo amo da morire ma spesso mi avanza delle richieste per me assurde, come il non andare al mare in costume o non frequentare amici uomini e soprattutto il non poter scegliere insieme la religione dei nostri figli (se un giorno ci saranno): per lui è sottinteso che dovranno essere come lui… ma è giusto? Io non chiedo a lui di cambiare niente, accetto di lui tutto, ma perché lui non riesce ad accettarmi? Secondo Lei, sinceramente, è possibile riuscire ad avere una vita insieme pur conservando ognuno nel rispetto dell’altro la propria identità? Sono disperata. Cordiali saluti. Marina».
Risposta, molto sincera, da parte di un autorevole musulmana dell’Ucoii. «Cara Marina, lui non sta violentando la tua libertà, ma invece saggiamente sta mostrandoti ciò che egli vuole da te, e ciò è bene. Se uno ama la sua religione, ha diritto di sposare una donna che la condivida. Tu dici, io accetto tutto di lui, se lo fai veramente devi accettare anche “la sua passione per Allah e la sua via”. Ascolta il tuo ragazzo, leggi il Corano, cerca di capire con l’aiuto di Dio, non pensare che il sentimento che oggi provi duri per sempre , e quindi devi usare anche la ragione per scegliere. Conosci e poi scegli. Patrizia Khadija». Insomma, onestamente, gli stessi musulmani direbbero a sua figlia: pensaci. Ti infili in una strada obbligata: la via di Allah.
Se a sua figlia non basta, almeno al Papa dia un po’ retta. C’è un importante documento: «Erga migrantes caritas Christi», l’amore di Cristo verso i migranti. C’è un bel “no” ai matrimoni misti, specie di donne cattoliche con uomini musulmani. Posso dare una testimonianza su come sia maturato questo invito. Nel 1998, in Algeria, l’arcivescovo Henri Teissier mi raccontò che le donne cristiane sposate musulmani venivano disprezzate dai figli. Istigati dai maestri e dai compagni: «Mia mamma è una rumia!», una cristiana, che schifo, una creatura inferiore. Teissier autorizzò molte madri, che in segreto si erano avvicinate a lui, a mantenere la fede cattolica nel cuore e a fingersi musulmane. Questo strazio sarebbe meglio evitarlo.
Nel marzo del 2000, don Pierino Gelmini aveva lanciato l’allarme: «C’è tra i musulmani che vengono da noi una nuova parola d’ordine: sposare le donne cattoliche per convertirle all’Islam». Meglio dire di no. In una trasmissione televisiva sostenni: se mia figlia chiedesse di sposare un islamico, cercherei in ogni modo – salva la sua libertà – di evitarglielo. Mi beccai del razzista. Lo ripeto ora. Gli islamici sono spesso buoni, ma l’islam è cattivo; i cattolici sono spesso cattivi, ma il cristianesimo è buono. Buono ma non stupido, però. Sua figlia non faccia la stupida. Mandi un bacetto al fidanzato marocchino, e lo molli.
Renato Farina

Wednesday, August 30, 2006

E il musulmano cantò: “Vengo dopo il Tg, vengo e mi piazzo lì”

Ieri sera ho dato un’occhiata di sfuggita al Tg di RAI 1. Stavano trasmettendo un servizio su delle interviste fatte per le strade di una città del nord Italia. La domanda era: come giudica la convivenza con gli extracomunitari?
Guarda caso le risposte degli intervistati erano tutte positive. Liscio come l'olio, per alcuni ragazzi, i quali, incalzati dalla giornalista, hanno persino esaltato il ruolo della scuola nel facilitare l’integrazione e la conoscenza reciproca. Perbacco!
Da parte sua, un signore meridionale ha affermato che l’immigrazione extracomunitaria è un semplice segno dei tempi, laddove anni fa erano gli Italiani ad emigrare. Il signore non notava alcuna differenza tra i nostri emigranti e quelli che oggi toccano a noi. Beato lui!
Mia moglie mi ha detto che, ovviamente, il Tg aveva mandato in onda lo stesso servizio nelle edizioni precedenti.
Che combinazione! Non occorre essere particolarmente acuti per capire che il governo dell’Unione ha messo in moto la macchina della propaganda, dopo aver lanciato la proposta di legge su cittadinanza e ricongiungimenti familiari per gli extracomunitari. L’obiettivo è convincere il popolo bue che gli asini volano.
L’attuazione della proposta avrebbe delle conseguenze gravissime (economiche e di ordine pubblico, in primis) anche se non fossimo in stato di allerta per il terrorismo islamico e per la presenza di tanti musulmani ostili a qualunque forma di integrazione con le nostre leggi e tradizioni.
I signori del centrosinistra adattano la realtà in base ai loro desideri e alla loro visione del mondo.
Stanno dicendo: lasciate fare a noi e finalmente vedrete i leoni dormire al fianco dei cerbiatti. A chi contesta loro che c’è un nemico ansioso di sottometterci, costoro rispondono: non è vero, si tratta solo di propaganda fascista, americana e sionista. E se vi sono dei musulmani che fanno cose cattive contro di noi, si tratta di una legittima reazione perché noi (leggi Occidente e Israele) ci siamo comportati da birbaccioni con loro. Vedrete che noi saremo più bravi degli inglesi e dei francesi ad integrare i musulmani. Con noi c’è felicità per tutti.
Roba da stropicciarsi le orecchie, come direbbe quel buontempone di Mortadella.
Ma sono proprio sicuri questi signori che siano i musulmani a dover integrarsi con noi? Non è che fra qualche anno saremo noi italiani a doverci integrare con loro?
Comincio già ad immaginare mia moglie col velo.

Tuesday, July 25, 2006

E se musulmano fosse ‘colui che è alla ricerca del padre’?

Ringrazio Gianni De Martino per aver stimolato quel che segue come commento ad un suo post.

Tentando una spiegazione dell’antisemitismo, Iakov Levi si rifà alle teorie freudiane. Lo psicostorico - la definizione è dello stesso Levi - arriva a sostenere che è antisemita colui che è in conflitto con la figura paterna. Infatti, poiché l’ebraismo è la religione del ‘padre’ (laddove il cristianesimo è la religione del ‘figlio’) e poiché, secondo Freud, un bambino è ossessionato dalle dimensioni del pene paterno, è antisemita colui che odia l’ebreo in quanto dotato di un pene di grandi proporzioni, come quello, appunto, del padre. C’è altro da dire e da precisare su ciò che sostiene Levi, ma mi fermo alla sostanza.
Dico subito che l’opinione di Levi non mi sembra convincente, come non lo è Freud quando vede la psiche e quindi l’agire umano influenzati fondamentalmente (e ossessivamente) dalla sessualità.
Interessante mi pare invece la premessa di partenza di Levi, quella secondo cui, da un punto di vista archetipico, l’ebraismo è la religione del ‘padre’, mentre quella cristiana è la religione del ‘figlio’.
Se è così, e sono fermamente convinto che sia così, che cosa rappresenta invece la religione musulmana? Una risposta potrebbe essere: la religione di ‘colui che è alla ricerca del padre’. Gli arabi infatti discendono da Ismaele, il figlio illegittimo che Abramo scacciò da sé. Questa lontananza dal padre, incarnata collettivamente, si è poi forse trasfusa nella rivelazione di Maometto sulla natura di Allah. A differenza di Jahvé, che consente alla creatura umana di guardarlo negli occhi chiamandolo ‘paparino’ (l’Abbà di Gesù), Allah è lontano dall’uomo, non si pone al suo stesso livello, al punto che è irraggiungibile. Il devoto musulmano, mi pare di capire, tende verso Allah nella veste di figlio sottomesso, il quale cerca di accontentare un Padre severo per essere finalmente accettato e ammesso a godere dei suoi premi. Continuando su questa strada, ci si potrebbe domandare: è questo bisogno inconscio di ‘tornare al padre’ a spingere alcuni occidentali a convertirsi alla religione musulmana?

Thursday, July 06, 2006

Voltaire, che mi dici di Adel Smith?

Uno dei principii fondamentali del pensiero liberale è stato espresso da Voltaire con la frase: “Non condivido quello che dici ma darei la mia vita perché tu possa dirlo”.

Adel Smith, il presidente dell’Unione Musulmani d’Italia che aveva pubblicamente definito il Crocifisso “un cadaverino in miniatura”, è stato assolto dal Tribunale di Roma dall’accusa di vilipendio alla religione cattolica in virtù del diritto alla libertà di opinione e manifestazione del pensiero.

Voltaire, mi sfugge qualcosa?

Wednesday, April 05, 2006

Fra i Verdi ci sono Briganti che dedicano poesie a Osama e ai kamikaze

Dal Foglio di ieri

Una candidata dei Verdi dedica poesie a Bin Laden e ci spiega perché il terrore è sopravvalutato

Milano. C’è una candidata dei Verdi alla Camera che scrive poesie “dedicate” a Osama bin Laden, ad Ayman al Zawahiri, ad Abu Mussab al Zarqawi, alle Brigate dei martiri di al Aqsa, a Hamas, ai guerriglieri palestinesi e “in memoria” dello sceicco Ahmad Yassin. Dolci e ispirati versi con cui Lia Briganti si augura che il jihad “divenga un esercito di pace e di carità”. Non c’è alcuna esaltazione del terrorismo, ha scritto la stessa Briganti. I suoi sono “versi composti per comunicare le sensazioni che queste azioni esemplari” le hanno suscitato. “Azioni esemplari che, al massimo, possono destare qualche preoccupazione per il crearsi di un contesto pre-insurrezionale localizzato. Niente di più”.
Lia Briganti, candidata al numero 19 della lista verde in Emilia Romagna, è una poetessa vincitrice di premi letterari, critico d’arte e insegnante di psicologia e scienze dell’educazione a San Patrignano. Le sue poesie, tra cui “un augurio di bene ad Osama bin Laden e alla Jihad islamica”, ma anche invocazioni alla guarigione di Sharon e alle vittime delle stragi, si trovano nei forum di radicali.it. Prima dei Verdi, infatti, ha militato nel Partito radicale transnazionale ed è tutt’ora iscritta all’Associazione Coscioni.
Alla Federazione dei Verdi non ne sapevano niente. Informati dal Foglio, hanno provato a limitare i danni. Una poesia, dicono, non è come una bandiera bruciata né come un coro dieci, cento, mille Nassiriyah.
Restano però senza parole, quando apprendono i titoli delle poesie. “Preghiera per i
miliziani della jihad” recita così:

“Oh miliziani,/
voi mi appariste/ in sogno,/ ed io percepii/
le cause/ della vostra veemente/ violenza:/
fiumi di lacrime/ di inconsolabili madri/,
lo sguardo vostro/ offeso/ da un confine
limitato/. Questo io compresi,/ in effluvii/ azzurrini,/
in un braccio/ alzato/ e teso/ all’orizzonte./
Possano/ le lacrime/ restituire/ il dolore/
e con esso,/ la coscienza/ del male sofferto,/
la disponibilità/ al giudizio/ degli uomini,/
al perdono/ del cuore”.

“Sono semplici artificieri”
Lia Briganti non è una fan dei kamikaze, tutt’altro. Invoca la pace, predica l’amore tra i popoli fratelli e non è nemmeno contraria alla presenza italiana in Iraq: “Io sono una cattolica praticante, ma anche una liberale – dice con tono gentile al Foglio – I miei sono testi poetici scritti a partire dal 12 settembre, in seguito alle violenze e alle reazioni sopra le righe, come quella della Fallaci. La forma poetica esprime il mio stato emotivo nei confronti della barbarie di questa guerra, che io condanno”. Le sue poesie – dice – sono inviti al dialogo che nascono dagli stessi sentimenti
di solidarietà del Papa e di Marco Pannella a favore della pace o dell’esilio di Saddam. In realtà – le fa notare il Foglio – non risulta da nessuna parte che il Vaticano e i radicali abbiano mai scritto preghiere, poesie o appelli per trattare con i terroristi.
Ma l’analisi politica della Briganti è questa: “C’è una sopravvalutazione propagandistica del terrorismo internazionale, è un fenomeno che va ridimensionato”. Secondo l’aspirante deputato, Osama & co. “non sono un pericolo per l’occidente”, sono “frange ammutinate di mujaheddin o di hezbollah, i quali sono soldati di montagna che difendono le frontiere come i nostri alpini”. Il paragone è quello che è, ma la Briganti considera “propagandistiche” e “sopravvalutate” anche le parole del presidente iraniano Ahmadinejad contro Israele.
La Verde di Cesena vede spiragli di cambiamento nel jihad, e li vorrebbe spalancare. Ogni proclama terrorista diventa richiesta di trattativa da accettare: “Bisognerebbe mettersi intorno a un tavolo”. Anche con i tagliatori di teste? “Hanno scarsità di mezzi, sono semplici artificieri. Il terrorismo è una tattica di guerra povera, mediaticamente trasformata in ontologia ideologizzante a cui dichiarare guerra totale e illimitata”.

Monday, March 06, 2006

L’Islam fa le pentole ma non i coperchi

Dall’11 settembre 2001, Bin Laden e Al Qaeda alzano il tiro dell’offensiva antioccidentale. I leader politici dei paesi islamici non condannano in modo inequivocabile il terrorismo e si mostrano a dir poco ambigui. Da un lato fanno il muso duro con i terroristi, dall’altro alimentano l’ostilità verso l’Occidente nell’opinione pubblica musulmana. Da parte loro, i capi religiosi predicano la Jihad, persino nelle moschee situate su suolo europeo.
Ahmadinejad comunica al mondo di voler cancellare Israele dalla carta geografica, nega l’Olocausto, dichiara di voler acquisire l’arma nucleare. Ovviamente, queste intenzioni di un leader di un importante paese islamico mettono ancor più sulla difensiva le cancellerie occidentali.
Non contenti di essersi fatti scoprire con le mani nella marmellata, governi e capi religiosi islamici incitano il popolo bue alla reazione violenta di fronte alle vignette danesi. Mi fermo qui e vengo al dunque.
Va bene, non esiste una regia unica. Inoltre, il mondo islamico non è un monolite, però: dato che l’obiettivo dichiarato è quello di conquistare l'Occidente, gli islamici non avrebbero fatto meglio a stare buoni buoni e a lasciar lavorare la demografia e i politici di sinistra, loro alleati? Oriana Fallaci l’ha spiegato: Eurabia non sarà fatta con la violenza, ma ricorrendo ai numeri dell’immigrazione e alla collusione dei soliti noti. Senza l’11 settembre e quello che n’è seguito, gli islamici avrebbero avuto campo libero e ci avrebbero conquistato senza colpo ferire. Fortunatamente, con l’11 settembre hanno svegliato ‘il can che dormiva’.

Friday, March 03, 2006

Perché a volte temo che contro quest’Occidente gli islamici vinceranno

Stamattina mi sono venute in mente le passeggiate di qualche anno fa a Aberystwyth in Galles e poi a Londra, così come quelle più recenti a Milano e a Roma. Ho visto ragazzi coi capelli acconciati nelle forme più strane e verniciati di rosso e di blu, maschi con gli orecchini, ragazzi e ragazze coperti di tatuaggi, coppie di giovani maschi che si tenevano per mano e che si baciavano, coppie di giovani ragazze che facevano altrettanto, maschi con la gonna (a Londra), ragazze che prendevano a parolacce i propri compagni (ad Aberystwyth captai questa frase: ‘I do what I want. Talk to me like that again, and I’ll kick the shit out of you’). Ho visto cartelloni pubblicitari come questi.
Conosco dei ragazzi che vanno nei centri estetici a farsi la manicure, a farsi la lampada e a depilarsi le sopracciglia e il torace. Sento parlare di PACS e del diritto per le coppie gay di adottare dei bambini; coppie etero che fuggono come la peste l’idea del matrimonio e quella di diventare genitori; maschi ultratrentenni che parlano di volersi ancora ‘divertire’; madri che sparlano dei padri (e viceversa) ai figli, …

Di fronte a tutto questo cerco di capire dov'è la forza dell’Occidente e mi soffermo su ciò che stiamo preparando per le future generazioni.
Poi ricordo che qualche mese fa, nella moschea di Roma, mia moglie partecipò ad un incontro fra studenti universitari e alcuni capi religiosi musulmani. Rimase colpita dal fatto che un responsabile della moschea (un egiziano) introdusse agli studenti il proprio figliolo di circa 12 anni. “Permettetemi di presentarvi mio figlio”, disse con fierezza. Mia moglie mi raccontò inoltre che gli sguardi di quei due, ogni volta che si incrociavano, erano pieni di rispetto e tenerezza. “Tra i padri e i figli che ho conosciuto, raramente ho visto un'intesa simile”, concluse mia moglie.
Alla fine di tutto questo, penso: i musulmani ci faranno a pezzi.



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