Monday, September 04, 2006

Perché è meglio non sposare un islamico

Da Libero del 3 settembre

Mi indirizzo a lei, dottor Farina, perché desidero un aiuto. C’è un conflitto in me molto forte. Parto da lontano. Molti pachistani, interpellati da Libero, sostengono che il padre di Hina abbia fatto bene a sopprimerla. Molti altri, i più “democratici”, dicono che non doveva ucciderla ma rispedirla in Pakistan, affinché sposasse l’uomo scelto dai genitori. Tutti i pachistani (o quasi) affermano che non è possibile l’unione tra mussulmani e persone appartenenti ad altre religioni, semplicemente perché “da loro non è permesso”. Mi risulta che più o meno così la pensino in tutto in tutto il mondo islamico.
Non avrei mai pensato che la cosa potesse riguardarmi. Invece un marocchino, un bel ragazzo per la verità, ha messo gli occhi su mia figlia. Lei si è innamorata. Mi ha detto che lui la vuole sposare e l’ha già fatto sapere alla sua famiglia. Io ho reagito male. Ma lei dice che lo ama. Io le ho detto che la obbligherà a convertirsi, e la ridurrà in schiavitù. Dovrei permetterglielo? Lei è appena maggiorenne, ha diciotto anni, ma lei dice che da loro le nozze le fanno da giovani. Sono certa che si rovinerebbe la vita. Ma come faccio a impedirglielo? Sono disperata.

* * *

Gentile Signora, parlando in astratto siamo di fronte a un dilemma etico. In concreto: è un casino. Se ci fossero in giro i bravi di Don Rodrigo li manderei dal sindaco o dal prete o dall’imam per far sapere: «Questo matrimonio non s’ha da fare, né domani, né mai». La questione morale è drammatica: il cristianesimo salvaguarda la libertà dell’individuo. Ma anche quella di lasciarlo schiantare contro un muro? Perché di questo si tratta. Sposare un islamico, a meno che non sia uno dei rarissimi tipi liberali, riconoscibili perché hanno la scorta o sono in fuga, significa doversi sottomettere. Islam vuol dire proprio questo: sottomissione. Per le donne, oggi come oggi, significa schiavitù. Poi ci sono signore che si dichiarano contente di essere prigioniere. Càpita. Anche nella Bibbia c’è chi si lamentava con Mosè e rimpiangeva le cipolle d’Egitto. Se fosse mia figlia, la metterei dinnanzi alla realtà. Le porterei testimonianze del fatto che va verso un inferno vero, per sé e la sua prole.
Dopo di che? Se è maggiorenne, a lei spetta di decidere. Non possiamo farci niente. A noi tocca se non amare, almeno tollerare la libertà dell’altro anche di farsi del male. La civiltà cristiana insegna questo a chi crede e a chi non crede. Il buon Dio che è onnipotente lascia agli uomini la libertà di andare all’inferno: vogliamo essere migliori di Lui? Non possiamo obbligare nessuno a scegliere giusto, l’umanità sta proprio in questa facoltà di dire sì o no. Ma dica no, sua figlia dica no!
Bisogna convincerla usando tutta la pazienza e i ragionamenti possibili, chiederle di pensarci un anno o due, e dirle che è troppo giovane. La faccia parlare con Souad Sbay, che è marocchina e persino musulmana (la può cercare tramite mail a musulmaniditalia@libero.it).
Ė vero: ci sono casi molto rari di matrimoni riusciti. Ma il prezzo è comunque alto: l’accettazione supina da parte della donna del Corano come unica legge cui conformare la vita famigliare. Il Corano obbliga la donna alla obbedienza totale al marito e al suocero (e alla suocera, e persino al cognato). Non vieta espressamente di conservare la fede cattolica. Impone però che i figli siano musulmani. Nascono musulmani, punto e basta. E vanno educati esclusivamente secondo questo insegnamento. Nessuna facoltà per loro, nemmeno da adulti, di scegliere un’altra fede. Sarebbe apostasia, passibile di pena di morte. Non sto scherzando. Ė la realtà.
Conosco persone carissime che si sono illuse. Poi è stato un disastro. Nell’ipotesi migliore, quando la donna chiede la separazione, i figli sono già stati messi al sicuro nella famiglia dell’uomo in Tunisia, Egitto, Algeria o Marocco. Rapimenti di fatto, con la complicità delle autorità locali.
Se sua figlia non crede a lei o a me, creda almeno alla musulmana dura e pura, del tipo fondamentalista. C’è una lettera pubblicata sul sito www.islamonline.it/donna/lettere.htm. La trascrivo nei punti essenziali. «Buongiorno, sono cristiana (e non ho intenzione di convertirmi) e ho un ragazzo musulmano, lo amo da morire ma spesso mi avanza delle richieste per me assurde, come il non andare al mare in costume o non frequentare amici uomini e soprattutto il non poter scegliere insieme la religione dei nostri figli (se un giorno ci saranno): per lui è sottinteso che dovranno essere come lui… ma è giusto? Io non chiedo a lui di cambiare niente, accetto di lui tutto, ma perché lui non riesce ad accettarmi? Secondo Lei, sinceramente, è possibile riuscire ad avere una vita insieme pur conservando ognuno nel rispetto dell’altro la propria identità? Sono disperata. Cordiali saluti. Marina».
Risposta, molto sincera, da parte di un autorevole musulmana dell’Ucoii. «Cara Marina, lui non sta violentando la tua libertà, ma invece saggiamente sta mostrandoti ciò che egli vuole da te, e ciò è bene. Se uno ama la sua religione, ha diritto di sposare una donna che la condivida. Tu dici, io accetto tutto di lui, se lo fai veramente devi accettare anche “la sua passione per Allah e la sua via”. Ascolta il tuo ragazzo, leggi il Corano, cerca di capire con l’aiuto di Dio, non pensare che il sentimento che oggi provi duri per sempre , e quindi devi usare anche la ragione per scegliere. Conosci e poi scegli. Patrizia Khadija». Insomma, onestamente, gli stessi musulmani direbbero a sua figlia: pensaci. Ti infili in una strada obbligata: la via di Allah.
Se a sua figlia non basta, almeno al Papa dia un po’ retta. C’è un importante documento: «Erga migrantes caritas Christi», l’amore di Cristo verso i migranti. C’è un bel “no” ai matrimoni misti, specie di donne cattoliche con uomini musulmani. Posso dare una testimonianza su come sia maturato questo invito. Nel 1998, in Algeria, l’arcivescovo Henri Teissier mi raccontò che le donne cristiane sposate musulmani venivano disprezzate dai figli. Istigati dai maestri e dai compagni: «Mia mamma è una rumia!», una cristiana, che schifo, una creatura inferiore. Teissier autorizzò molte madri, che in segreto si erano avvicinate a lui, a mantenere la fede cattolica nel cuore e a fingersi musulmane. Questo strazio sarebbe meglio evitarlo.
Nel marzo del 2000, don Pierino Gelmini aveva lanciato l’allarme: «C’è tra i musulmani che vengono da noi una nuova parola d’ordine: sposare le donne cattoliche per convertirle all’Islam». Meglio dire di no. In una trasmissione televisiva sostenni: se mia figlia chiedesse di sposare un islamico, cercherei in ogni modo – salva la sua libertà – di evitarglielo. Mi beccai del razzista. Lo ripeto ora. Gli islamici sono spesso buoni, ma l’islam è cattivo; i cattolici sono spesso cattivi, ma il cristianesimo è buono. Buono ma non stupido, però. Sua figlia non faccia la stupida. Mandi un bacetto al fidanzato marocchino, e lo molli.
Renato Farina

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