Showing posts with label Politica. Show all posts
Showing posts with label Politica. Show all posts

Tuesday, February 26, 2008

C. Risé e la lista "Aborto. No, grazie"

Segnalo l’intervista su Il Foglio al prof. Claudio Risé, che si candida nella lista di Giuliano Ferrara.

Monday, February 25, 2008

“Aborto? No, grazie”. Il programma

I nostri candidati si impegnano a:

1. Promuovere legislativamente il dovere di seppellire tutti i bambini abortiti nel territorio nazionale, in qualunque fase della gestazione e per qualunque motivo. Le spese sono a carico del pubblico erario.
2. Vietare per decreto legge l’introduzione in Italia della pillola abortiva Ru486 e simili veleni capaci di reintrodurre la convenzione dell’aborto solitario e clandestino contro lo spirito e la lettera della legge 194 di tutela sociale della maternità.
3. Stabilire per via di legge che accoglienza, rianimazione e cura dei neonati sono un compito deontologico dei medici a prescindere da qualunque autorizzazione di terzi.
4. Emendare l’articolo 3 della Costituzione, comma 1, dove è scritto “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge”, aggiungere una virgola e la frase “dal concepimento fino alla morte naturale”.
5. Impegnare il governo della Repubblica a costruire un’alleanza capace di emendare la Dichiarazione universale dei diritti dell’Uomo delle Nazioni Unite all’articolo 3, dove è scritto “ogni individuo ha diritto alla vita”, aggiungere una virgola e la frase “dal concepimento fino alla morte naturale”.
6. Difendere la legge 40 sulla fecondazione medicalmente assistita, escludendo per via di legge e linee guida interpretative ogni possibilità, adombrata in recenti sentenze giudiziarie, di introdurre la pratica eugenetica della selezione per annientamento dell’embrione umano al posto della cura e della relativa diagnostica terapeutica. Introdurre nei primi cento giorni una moratoria per la ricerca sulle cellule staminali embrionali, sulla falsariga di quella europea abbandonata dal governo Prodi, e rafforzare la ricerca sulle staminali adulte o etiche.
7. Fondare in ogni regione italiana una Agenzia per le adozioni il cui compito specifico sia quello di favorire l’adozione, con procedura riservata e urgente, di quei bambini che possono essere sottratti a una decisione abortiva di qualunque tipo.
8. Adottare le modalità del “Progetto Gemma” sul sostegno materiale alle gestanti in difficoltà e alle giovani madri di ogni nazionalità e status giuridico per la prima accoglienza e educazione dei bambini, con l’erogazione di consistenti somme per i primi trentasei mesi di vita dei figli.
9. Applicare la parte preventiva e di tutela della maternità della legge 194. Potenziare in termini di risorse disponibili e di formazione del personale pubblico, valorizzando il volontariato pro vita, la rete insufficiente dei consultori e dei Centri di aiuto alla vita in ogni regione e provincia italiana.
10. Triplicare i fondi per la ricerca sulle disabilità e istituire una Agenzia di tutela e integrazione del disabile in ogni regione italiana.
11. Sostenere con sovvenzioni pubbliche adeguate l’attività dell’associazione di promozione sociale denominata Movimento per la vita.
12. Le risorse per il programma elettorale sono da fissare nella misura di mezzo punto calcolato sul prodotto interno lordo e verranno rese disponibili attraverso lo stanziamento di 7 miliardi di euro attualmente giacenti presso i conti correnti dormienti in via di smobilitazione e altri cespiti di entrata.

Qui l’intervista "barbarica" a Giuliano Ferrara.

Monday, February 18, 2008

Aborto, il silenzio delle donne

Dall’ottimo Piergiobbe, riporto il post Sento una mancanza: la vera voce delle donne.

Sono sempre stato contro l’aborto. In un tempo lontano, accettai la scusa della libertà di scelta. Frasi tipo: “Anche se io non lo farò mai, devo lasciare a chi vuole la possibilità di farlo” accompagnarono gli anni della mia giovinezza e per un po’ impedirono la radicalizzazione del mio rifiuto. Tolto finalmente il velo dell’ipocrisia, mi accorsi che esisteva un muro: poteva schierarsi apertamente contro l’aborto solo chi si fosse dichiarato in anticipo bigotto, integralista e papalino (e di conseguenza cretino, come sostiene Odifreddi…). Il tabù oggi è stato spezzato e, come accade in questi casi, l’emozione provata è stata profondamente liberatoria.
Nel dibattito che si sta sviluppando in questi giorni, però, tra tutte le prese di posizione a favore di un presunto “diritto d’aborto”, quella che mi addolora di più è la trasformazione della proposta di moratoria in un offensiva maschile, in una battaglia fra sessi in cui la posta in palio non è la salvaguardia della vita nascente, ma il controllo sul corpo della donna. E’ chiaro a chiunque abbia un po’ di buon senso che le cose non stanno così. Tuttavia, ho l’impressione che, attraverso questa argomentazione, un manipolo di donne arrabbiate stia tenendo in scacco tutte le altre, schierate in maggioranza a favore della vita, ma paralizzate all’idea di potere in qualche modo favorire un ritorno ad un patriarcato ottuso e violento. Sento la mancanza della voce pubblica di queste donne, che conosco, che stimo e che con la forza delle loro argomentazioni farebbero riflettere anche le più ostiche tra le loro sorelle.
Forse c’è anche qualcos’altro, però, ed è un cammino che molte donne non riescono a intraprendere. Se come uomo, infatti, sono pronto a condannare la violenza maschile, l’irrazionale istinto a dominare e a considerare i membri della propria famiglia come oggetti che si posseggono, allo stesso modo, le donne dovrebbero iniziare un processo che le porti a considerare come violenta, sbagliata e irrazionale l’idea che i figli siano una parte del loro corpo, durante, ma spesso anche dopo la gravidanza. Parte a cui si può rinunciare nel caso non risultasse conforme ai propri desideri, perché tanto poi può riformarsi. Parte che si può usare per vendicarsi del partner. Parte che non si vuol cedere ad altri perché viva di vita autonoma, ma che si preferisce eliminare se non ci si sente in grado di gestirla. Quante coppie infatti sarebbero state disposte ad accogliere il bimbo abortito a Napoli, anche se malato, e ad amarlo come figlio proprio. Ma l’unica che abbia il diritto di amare un figlio è la madre naturale, e se lei non può o non vuole è meglio l’eliminazione piuttosto che sopportare il pensiero di aver concesso ad altri ciò che si ritiene erroneamente qualcosa di proprio.
Quello che mi chiedo è se qualche gruppo di donne avrà il coraggio di gridare in favore della vita. Le sto aspettando e nel frattempo banalmente non riesco a non pensare a quel famoso adagio di Gibran:"I vostri figli non sono vostri figli..."

Monday, February 04, 2008

Sono pazzi questi Onusiani!

Lo scorso 29 gennaio, il Jerusalem Post ha riportato con preoccupazione le affermazioni di Louise Arbour, Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, secondo cui la ratifica della Carta Araba dei Diritti costituisce “Un importante passo avanti per l’affermazione dei diritti umani nel mondo arabo”, e ancora, “L’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani è impegnato verso gli stati sottoscrittori della Carta ed è pronto a sostenerli nel garantire che i fondamentali valori dei diritti umani vengano rispettati”.
UN Watch – l’ente che monitora il rispetto dei principi della Carta dell’ONU da parte della stessa istituzione – ha invece sollecitato l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani a chiarire la summenzionata presa di posizione, dato che la Carta Araba dei Diritti Umani contiene “diverse clausole che promuovono temi classicamente antisemiti”!!!

Il Foglio di sabato 2 febbraio propone due perle estrapolate dal manifesto dei diritti arabi: “Tutte la forme di razzismo, sionismo, occupazione e dominazione straniera costituiscono una lesione della dignità umana”. Per non farsi mancare niente, il testo aggiunge che “tutte queste pratiche devono essere condannate e si deve fare ogni sforzo per la loro eliminazione”.
UN Watch rileva che “Il sionismo è il movimento di auto-determinazione nazionale del popolo ebraico e asserisce il diritto, intrinseco ed internazionalmente riconosciuto, di Israele ad esistere. Un testo che equipara il sionismo al razzismo, che lo descrive come una minaccia alla pace mondiale e come un nemico dei diritti umani e della dignità umana, e che invita ad adoperarsi per la sua eliminazione è un testo manifestamente antisemita. Quand’anche la Carta Araba contenesse disposizioni positive – conclude la lettera – nulla può giustificare il sostegno dato a un testo che contiene parole così cariche di odio”.
Insomma, c’è qualcosa che non quadra. Due organismi della stessa istituzione, due opposte interpretazioni dello stesso documento, una sola Dichiarazione dei Diritti dell’Uomo … Mah!

Wednesday, January 23, 2008

Cari laici, allegria, la Chiesa vi salverà

Mi era sfuggito. Lo rendiconto adesso nelle sopravvenienze del 2007... ne vale la pena.

Dilaga e appassiona la diatriba su “Dio e politica”. Ieri (di nuovo) Eugenio Scalfari sulla Repubblica, Barbara Spinelli sulla Stampa, addirittura Sandro Bondi sull’Unità, Piergiorgio Odifreddi sulla Repubblica e il cardinal Bertone dovunque: tutti a cimentarsi con la stessa questione.
Allora vorrei chiedere ai nostri commentatori e ai nostri politici – specialmente a Marco Pannella, ma anche a Eugenio Scalfari – di indovinare chi ha pronunciato le parole che seguono. Sentite che bomba: “Per me non c’è politica che non sia contemporaneamente religione. La politica serve la religione. La politica senza la religione è una trappola per gli esseri umani, perché uccide l’anima. Sono fermamente convinto che oggi l’Europa non stia mettendo in pratica lo spirito di Dio e del cristianesimo, bensì lo spirito di Satana”.
Non si tratta di un prelato, né di un politico cattolico. E’ il Mahatma Gandhi. Sì, proprio quello che i radicali di Pannella hanno trasformato – con incredibile disinvoltura – in loro simbolo.

Era forse anche lui integralista, baciapile e confessionale? Difficile sostenerlo. Gandhi non era cattolico e viveva in un Paese dove i cristiani sono una piccola minoranza. Gandhi inoltre non aveva niente a che fare col fondamentalismo di cui anzi fu vittima (fu ucciso da un fanatico indù). Ma grazie all’incontro con la cultura europea (ovvero la democrazia inglese, “esportata” in India) aveva interiorizzato ciò che il cristianesimo aveva portato nel mondo. Innanzitutto la sacralità della persona umana, di ogni singolo essere umano, di cui nessuno può abusare, che nessuno può violare e uccidere.

Infatti Gandhi sosteneva l’esatto opposto delle idee dei radicali italiani sui temi fondamentali come l’aborto (“mi sembra chiaro come la luce del giorno che l’aborto è un crimine”). A lui era chiaro che non si può sostenere a parole la dottrina della “non violenza” e poi giustificare e teorizzare l’uccisione degli esseri umani più indifesi e innocenti. Così come non si può gridare “Nessuno tocchi Caino” e poi legalizzare la soppressione di milioni e milioni di Abele. Questa era la “religiosità” gandhiana in politica.
Eredità laica perché cristiana: è stato infatti il cristianesimo che ha inventato la laicità dello stato e delle istituzioni umane ponendo loro dei limiti (i diritti della persona umana e i diritti di Dio). Prima di Cristo il potere ha sempre sacralizzato se stesso, imponendo ai popoli sterminati sacrifici umani. In un memorabile discorso alla Sorbona l’allora Cardinale Ratzinger sostenne che il cristianesimo era stato il vero “Illuminismo” che aveva dissolto le tenebre delle superstizioni. Sia le superstizioni delle religioni pagane che sacralizzavano la natura, impedendo fra l’altro all’uomo di conoscerla, dominarla e usarla e spesso sacrificando esseri umani. Sia la sacralizzazione del potere (l’Imperatore, lo Stato e via dicendo).

Certo è accaduto pure che degli uomini di Chiesa in passato abbiano in qualche modo appoggiato eccessivamente certi regimi detti “cattolici”. E hanno sbagliato: non a caso Giovanni Paolo II ha voluto chiedere certi dolorosi “mea culpa” alla cristianità. Così come sarebbe sbagliato oggi che degli ecclesiastici pretendessero di interferire in politica, esorbitando dai propri compiti pastorali (tentazione possibile e da rifiutare). Tuttavia sono proprio queste eccezioni che confermano la regola.

E’ stato il cristianesimo a “desacralizzare” il potere e il mondo. Anzi, per la verità Ratzinger afferma che già il primo libro della Bibbia, la Genesi, è la prima grande desacralizzazione del cosmo perché mostra il sole, la luna e le stelle come opere create (e non divinità) e quindi spalanca all’uomo l’avventura della conoscenza razionale e scientifica.
E’ in questo paradosso che sono sbocciate, nella storia, la democrazia e la libertà. Il paradosso è il seguente: la necessaria laicità è stata partorita storicamente ed è “garantita” da una “religione”. Questa verità ha trovato una conferma clamorosa proprio nel Novecento, quando è accaduto che l’abbandono del cristianesimo, anzi la lotta ad esso, ha permesso l’esplodere di ideologie assolutiste e neopagane, che di nuovo sono tornate tragicamente a divinizzare lo Stato, il Capo, la Razza, il Partito, la Classe e quant’altro (ultimamente la Scienza, o meglio la sua degenerazione scientista, viene presentata come nuova ideologia indiscutibile da adorare).

Ancora Ratzinger ha scritto che quando si rifiuta “la speranza che è nella fede” si rifiuta anche “il senso di misura della ragione politica”. Allora nella politica si proiettano speranza messianiche, palingenetiche e accadono le tragedie che abbiamo visto consumarsi nel Novecento: “Una simile politica, che fa del regno di Dio un prodotto della politica e piega la fede sotto il primato universale della politica è per sua natura politica della schiavitù; è politica mitologica”.
Il cristianesimo è il vero illuminismo che libera da queste mitologie oppressive e disumane: “il primo servizio che la fede fa alla politica” scrive Ratzinger “è la liberazione dell’uomo dall’irrazionalità dei miti politici, che sono il vero rischio del nostro tempo”. Infatti il cristianesimo ha reso possibile quel pensiero liberale autentico – penso a Karl Popper – che rifiuta come pericolosi e tragici le utopie e ogni “perfettismo” indicando proprio l’ “imperfetto” come il terreno vero di lavoro dell’uomo. “Il cristianesimo, in contrasto con le sue deformazioni” scriveva ancora il cardinale Ratzinger “non ha fissato il messianismo nel politico… Ha insegnato l’accettazione dell’imperfetto e l’ha resa possibile”.
Accettare l’imperfetto non significa affatto rassegnarsi a un mondo sbagliato o ingiusto, ma riconoscere che la realtà è “semper reformanda”, scorgere dappertutto miglioramenti da portare, darsi da fare per cambiare continuamente il mondo senza pretendere mai di raggiungere l’ordine perfetto. E’ il rifiuto di ogni fondamentalismo, di ogni massimalismo, di ogni fanatismo (sia religioso che giacobino).

Infatti il cardinale Ratzinger – parlando a deputati della Cdu tedesca - osò teorizzare la profonda moralità del compromesso: “Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo; limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità”.
Il cardinale concludeva con questa sciabolata: “Non è morale il moralismo dell’avventura, che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”.

Questa è la vera scuola della laicità. La voce della Chiesa, la tradizione cristiana, è il miglior antidoto all’insorgere di ogni fanatismo, al risorgere di ideologie totalitarie e di ogni fondamentalismo. Il paradosso di fronte al quale si trova l’Europa e l’Italia è questo: se vogliono restare laiche, cioè regno della libertà e dei diritti umani (di tutti, bambini compresi), hanno bisogno della voce della Chiesa e della tradizione cristiana. Appena la mettono al bando calano le tenebre – come si è visto nel Novecento – e sulla nostra terra si scatenano i dèmoni.

Antonio Socci, su Libero del 31 dicembre 2007

Saturday, January 12, 2008

In Italia: "tuttaposto"

Al direttore - Finalmente, dopo tanto patire, l’Italia è calma e serena. Il problema dei rifiuti, dopo la geniale idea dell’obbligo di depositare il proprio sacco di immondizia dal proprio vicino, è ormai sotto controllo. La sicurezza non è più privata ma pubblica quindi controllata dalla nuova istituzione detta appunto “Pubblica sicurezza”. Il costo della vita diminuirà vistosamente dopo l’applicazione della formula magica che dice: “Tutto diminuirà del venti per cento”. Tutto: prodotti, costi e stipendi. Il nuovo slogan che descrive l’Italia è ormai inequivocabile: “Tuttaposto”.

Gianni Boncompagni, su Il Foglio del 12 gennaio.

Monday, January 07, 2008

Per migliorare la 194, si insegni a fare l’amore

Ancora una volta, nel nostro Paese risulta difficile, se non impossibile, affrontare con maturità argomenti cd. ‘eticamente sensibili’. La tentazione di sfruttare politicamente la querelle tra favorevoli e contrari ad una moratoria sull’aborto vince sulla necessità di un dibattito serio e sereno.
Uno Stato laico e democratico ha il dovere di garantire l’esistenza di una legge sull’aborto. Tuttavia, credo sia indispensabile accogliere l’invito di Giuliano Ferrara ad una riflessione attenta sul significato attuale della legge 194.
Il pericolo che la legge, più che tutelare la donna nel suo diritto alla maternità, diventi, come suggerito da Ferrara, uno strumento di condizionamento culturale è concreto. Una prova? È sufficiente un rapido sondaggio fra le giovanissime che hanno vissuto esperienze abortive.
Nella maggior parte dei casi, la scelta di abortire è stata la scontata soluzione ad un errore, ad un ‘incidente di percorso’, come se fare l’amore fosse solo un incontro fra corpi e non implicasse la possibilità di un concepimento (anche facendo uso di contraccettivi). Va riconosciuto, allora, che l’aborto “selvaggio” è stato il risultato di una cultura che ha scalzato lo spirito originario della legge 194.
Ma il vero dramma, psicologico oltre che etico, si presenta dopo aver abortito. Nessuna donna può negare il dolore di una esperienza del genere, per quanto dettata da specifiche situazioni personali. Se è così per donne adulte, quali sono gli effetti sulle più giovani, che fanno sesso con leggerezza, per gioco, come una forma di iniziazione al mondo dei grandi o, ancor più drammaticamente, come un modo per colmare una solitudine affettiva, il tutto escludendo a priori l’idea di diventare ed essere madri?
Gli aspetti della prevenzione vanno dunque potenziati, perché con una legge non si esaurisce il compito di una società che vuol garantire la libertà degli adulti e i diritti dei più deboli e indifesi. Prevenire, però, non significa solo avviare programmi di educazione sessuale nelle scuole (che, tra l’altro, non si sa bene a chi dovrebbero essere affidati). È molto importante, è indispensabile diffondere una cultura per la vita - e torniamo all’iniziativa di Ferrara - in cui fare l’amore implichi una presa di responsabilità verso se stessi, verso il partner e verso il concepito.

Friday, January 04, 2008

L’aborto è un omicidio, lo dice la scienza

Sottoscrivo parola per parola l’articolo di Michele Brambilla su Il Giornale di oggi. Non che ce ne fosse bisogno, ma con questa ennesima, lucida, misurata e solida argomentazione, mi convinco sempre più che Michele Brambilla sia uno dei migliori giornalisti italiani in circolazione. Dopo la sviolinata, riporto di seguito l’opinione del nostro sulla legge 194.
Dirò subito quello che penso, e pazienza se sarò espulso dal politicamente corretto consesso civile: l'aborto è un omicidio. Mi correggo. Che l'aborto sia un omicidio non è «quello che penso»: è una verità oggettiva, sperimentalmente verificabile da chiunque, basta osservare un'ecografia.
A causa di questa evidenza, appiccicare l'infamante marchio di «baciapile» a chi, come me, dice che «l'aborto è un omicidio», è una reazione sterile, inefficace e un po' vigliacca da parte di chi non ha altri argomenti se non quello di squalificare come retrogrado e bigotto chi lo mette di fronte a un fatto incontestabile. La fede religiosa qui conta zero, anzi meno di zero: ripeto, bastano gli occhi e la ragione per rendersi conto che con l'interruzione di gravidanza si distrugge una vita che è già cominciata. Che è già cominciata e che - come dimostrano tutti gli studi medici in materia: ripeto medici, non teologici - ha già una sua particolarissima autonomia, tanto che interagisce con la mamma e prova sensazioni positive o negative che lo segneranno anche dopo la nascita.
Fa veramente tristezza sentir ripetere ancora oggi che «solo la donna ha il diritto di decidere». È fin troppo facile rispondere a queste persone che anche loro furono embrioni, e che oggi non potrebbero dire quello che dicono se le loro madri avessero deciso che eliminarle era un «diritto». Basta ipocrisie, qui non è in gioco solo la libertà della donna: è in gioco anche la libertà di esistere a chi c'è già.
Per questi motivi, credo che sia sbagliata perfino la posizione di quei cattolici che dicono: «applichiamo la 194 anche nella sua parte che tutela la gravidanza». Sì, so perfettamente che la 194 prevede norme che incentivano la donna in difficoltà a scegliere la strada giusta, che è quella di non sopprimere il bambino. E so perfettamente, anche per esperienza familiare, che negli ospedali e nei consultori pubblici chi cerca di applicare quelle norme è ostacolato, quando non insultato come «terrorista», da chi sponsorizza la soluzione più veloce, che è l'aborto.
Ma, anche se nella 194 c'è questa parte «buona» da valorizzare, penso che quella legge sia intrinsecamente sbagliata, perché rende legale un omicidio. Si obietta che prima si abortiva lo stesso, e in condizioni più pericolose per le donne. Vero. Ma a quella piaga si sarebbe dovuto reagire facendo di tutto per impedire situazioni del genere e aiutando le mamme in difficoltà: non legalizzando l'errore. Anche i furti, gli stupri e le rapine in villa esistono: ma nessuno si sogna di risolvere il problema rendendoli legali e controllati dallo Stato.
Che sia chiaro, chiarissimo: io non voglio che la donna che abortisce vada in galera. Ma ritengo che il danno della 194 non sia la sua incompleta applicazione. Il danno è che ha confuso le coscienze, ha creato falsi alibi, insomma ha instillato in molte donne (e in molti uomini: perché non dimentichiamoci che, così come si genera in due, si abortisce in due) la convinzione che l'aborto, se lo Stato lo consente, non è poi così sbagliato. È questa la colpa grave, gravissima, della 194, anzi di ogni legge che permette l'interruzione di gravidanza. E vengo al dibattito politico di questi giorni. Del dialogo destra-sinistra, del confronto tra laici e cattolici, dei rischi di spaccature, sconfitte politiche eccetera, non me ne frega niente. Certi scrupoli vanno bene quando si discute di riforma elettorale o di finanziaria: non quando si tratta di affermare un principio incontestabile, e cioè che un omicidio non può essere considerato lecito.
Mi inquietano anche certe prudenze della Chiesa. Con tutto il rispetto, non capisco come mai sia così intransigente sulle unioni civili, e timorosa nel chiedere l'abolizione della legge sull'aborto. Personalmente penso che anche in materia di matrimonio e famiglia la posizione della Chiesa corrisponda a una legge naturale; ma non c'è dubbio che per l'uomo di oggi sia molto più facile capire (che non vuol dire ammettere: ma capire sì) l'errore dell'aborto che non quello dei Dico. Ma poi: perché aver timore di perdere una battaglia politica? Ci sono cause che vanno combattute a prescindere dal risultato. Ci scandalizziamo per la pena di morte e la fame nel mondo, ma forse la nostra generazione sarà giudicata soprattutto per aver eliminato, con la benedizione della legge e con la quieta coscienza del mondo perbene, cinquanta milioni di bambini all'anno.

Sunday, December 30, 2007

Il giudice M. Travaglio condanna a morte B. Contrada

Bruno Contrada, vecchio e malato, chiede secondo legge alla magistratura di sorveglianza il differimento della pena per potersi curare o per morire dignitosamente. In termini morali il prigioniero chiede alla coscienza civile dell’Italia, che si batte per l’abolizione della pena di morte in tutto il mondo, di pronunciarsi su una pratica carceraria disumana quando si accanisce su senilità e malattia, una pratica talvolta equivalente all’irrogazione di una pena di morte graduale, lunga, particolarmente dolorosa. A questa domanda rivolta da un uomo che teme di perdere, assieme alla vita, la possibilità di rivendicare il proprio onore e la propria innocenza, si può rispondere in modi diversi. Uno è certamente ripugnante: l’irrisione rivolta con sufficienza e protervia a un uomo in quelle condizioni.
Marco Travaglio ha scritto proprio in questo modo, sostenendo che chi si ammala prima del termine della pena muore in carcere, e tanto peggio per lui, chissenefrega. Ha scritto questo me-ne-frego, degno di un pubblico di lettori che sarebbe anch’esso immondo se non lo coprisse di lettere censorie, su un giornale, l’Unità, che è stato fondato da Antonio Gramsci. Il fondatore di quel giornale, quando le condizioni carcerarie ebbero aggravato in modo irreversibile la sua malattia, venne scarcerato, per ordine di Benito Mussolini, il dittatore che un tempo aveva decretato di non lasciar funzionare più il suo cervello luminoso, in modo che adesso potesse appassire e morire in una clinica privata, da uomo libero. Sul suo giornale trovano ora spazio le immondizie di Travaglio.
Contrada non è Gramsci, e la sua vicenda divide l’opinione pubblica, ma il sadico sbeffeggiatore dei detenuti ammalati è quel che dimostra di essere. Il direttore liberal Antonio Padellaro, o quel delicato grafomane di Furio Colombo, o i nuovi proprietari della famiglia Angelucci, o i parlamentari del gruppo ex Ds che sostengono finanziariamente la testata, leggano quel che è stampato sul loro giornale e ne traggano l’unica conseguenza possibile. Quel che scrive Travaglio rende il giornale di Gramsci una tribuna peggiore dei peggiori fogli del regime fascista e ne oltraggia l’onore. Leggano e decidano se debbano porre fine a questa vergogna o diventarne complici.

Giuliano Ferrara, Il Foglio, 29 dicembre 2007

Tuesday, October 30, 2007

I martiri cattolici del satanismo marxista

Grazie a Pensare la storia di Vittorio Messori, mi era noto ciò che accadde ai religiosi cattolici nella Spagna comunista dei primi anni Trenta del ’900. A commento della beatificazione di quasi 500 martiri spagnoli, ho trovato l’articolo che segue dell’ottimo Antonio Socci. Anche questa volta, mi si è accapponata la pelle. Vicende drammatiche e disgustose come quelle descritte nell’articolo, che vedono in veste di carnefici non solo i comunisti spagnoli, esigono la preghiera, ma possono suscitare anche cattivi pensieri. Fra le altre cose, mi sono venuti in mente i tanti atei-liberali-laicisti-anticlericali di cui è piena pure Tocqueville. Sono solo dei poveracci in difficoltà, lo so, eppure quando mi capita di leggere le castronerie che scrivono contro il Santo Padre e la Chiesa … Poi, ricordo che il cristianesimo impone di contrastare le idee errate e pericolose, ma di rispettare pur sempre le persone che le pronunciano. Va bene. Passo la parola a Socci.

LA LEZIONE DEL 28 OTTOBRE…

Il 28 ottobre prossimo in Vaticano saranno beatificati 498 martiri della feroce persecuzione religiosa esplosa in Spagna dopo il 1931 e specialmente fra il 1934 e il 1936. Una cerimonia di massa di tali proporzioni non ha precedenti. Aveva cominciato Giovanni Paolo II beatificando nel 1987 tre suore carmelitane che erano state crudelmente massacrate per le strade di Madrid. Poi papa Wojtyla celebrò altre undici cerimonie di beatificazione per un totale di 465 martiri spagnoli. Domenica prossima saranno dichiarati beati 2 vescovi, 24 preti, 462 religiosi e religiose, 2 diaconi, 1 seminarista e 7 laici, tutti vittime di quella persecuzione. Sarà l'occasione per conoscere una delle più sanguinarie tempeste anticristiane scatenate nell'Europa del nostro tempo ad opera dei rivoluzionari repubblicani (una miscela di comunismo, socialismo, anarchia e laicismo). "Mai nella storia d'Europa e forse in quella del mondo" ha scritto Hugh Thomas "si era visto un odio così accanito per la religione e per i suoi uomini". Chiese e conventi (con una quantità di opere d'arte) furono incendiati e distrutti. In pochi mesi furono ammazzati 4.184 sacerdoti, 13 vescovi, 2.365 religiosi, 283 suore e un numero incalcolabile di semplici cristiani la cui unica colpa era portare un crocifisso al collo o avere un rosario in tasca o essersi recati alla messa o aver nascosto un prete o essere madre di un sacerdote come capitò a una donna che per questo fu soffocata con un crocifisso ficcato nella gola.

Molti vescovi o sacerdoti sarebbero potuti fuggire, ma restarono al loro posto, pur sapendo cosa li aspettava, per non abbandonare la loro gente. Non colpisce solo l'accanimento con cui si infierì sulle vittime, inermi e inoffensive (per esempio c'è chi fu legato a un cadavere e lasciato così al sole fino alla sua decomposizione, da vivo, con il morto).

Ma colpisce ancora di più la volontà di ottenere dalle vittime il rinnegamento della fede o la profanazione di sacramenti o orribili sacrilegi.
Qua c'è qualcosa su cui non si è riflettuto abbastanza. Faccio qualche esempio. I rivoluzionari decisero che il parroco di Torrijos, che si chiamava Liberio Gonzales Nonvela, data la sua ardente fede, dovesse morire come Gesù. Così fu denudato e frustato in modo bestiale. Poi si cominciò la crocifissione, la coronazione di spine, gli fu dato da bere aceto, alla fine lo finirono sparandogli mentre lui benediva i suoi aguzzini. Ma è significativo che costoro, in precedenza, gli dicessero: "bestemmia e ti perdoneremo". Il sacerdote, sfinito dalle sevizie, rispose che era lui a perdonare loro e li benedisse. Ma va sottolineata quella volontà di ottenere da lui un tradimento della fede. Anche dagli altri sacerdoti pretendevano la profanazione di sacramenti. O da suore che violentarono. Quale senso poteva avere, dal punto di vista politico, per esempio, la riesumazione dei corpi di suore in decomposizione esposte in piazza per irriderle? Non c'è qualcosa di semplicemente satanico?

E il giovane Juan Duarte Martin, diacono ventiquattrenne, torturato con aghi su tutto il corpo e, attraverso di essi, con terribili scariche elettriche? Pretendevano di farlo bestemmiare e di fargli gridare "viva il comunismo!", mentre lui gridò fino all'ultimo "viva Cristo Re!". Lo cosparsero di benzina e gli dettero fuoco. Qua non siamo solo in presenza di un folle disegno politico di cancellazione della Chiesa. C'è qualcosa di più.
A definire la natura e la vera identità di questo orrore ha provato Richard Wurmbrand, un rumeno di origine ebraica che in gioventù militò fra i comunisti, nel 1935 divenne cristiano e pastore evangelico, quindi subì 14 anni di persecuzione, molti dei quali nel Gulag del regime comunista di Ceausescu.

Anch'egli aveva notato – nei lager dell'Est – questo oscuro disegno nella persecuzione religiosa. In un suo libro scrive: "Si può capire che i comunisti arrestassero preti e pastori perché li consideravano contro rivoluzionari. Ma perché i preti venivano costretti dai marxisti nella prigione romena di Piteshti a dir messa sullo sterco e l'urina?
Perché i cristiani venivano torturati col far prendere loro la Comunione usando queste materie come elementi?". Non era solo "scherno osceno".
Al sacerdote Roman Braga "gli vennero schiantati i denti uno ad uno con una verga di ferro" per farlo bestemmiare. I suoi aguzzini gli dicevano: "se vi uccidiamo, voi cristiani andate in Paradiso. Ma noi non vogliamo farvi dare la corona del martirio. Dovete prima bestemmiare Iddio e poi andare all'inferno".
A un prigioniero cristiano del carcere di Piteshti, riferisce Wurmbrand, i comunisti ogni giorno ripetevano in modo blasfemo il rito del battesimo immergendogli la testa nel "bugliolo" dove tutti lasciavano gli escrementi e costringevano in quei minuti gli altri prigionieri a cantare il rito battesimale.
Altri cristiani "venivano picchiati fino a farli impazzire per obbligarli a inginocchiarsi davanti a un'immagine blasfema di Cristo".

Si chiede Wurmbrand, "cos'ha a che fare tutto ciò con il socialismo e col benessere del proletariato? Non sono queste cose semplici pretesti per organizzare orge e blasfemie sataniche? Si suppone che i marxisti siano atei che non credono nel Paradiso e nell'Inferno. In queste estreme circostanze il marxismo si è tolto la maschera ateista rivelando il proprio vero volto, che è il satanismo".

In effetti il libro di Wurmbrand s'intitola "Was Karl Marx a satanist?" ed è stato tradotto in italiano dall' "editrice uomini nuovi" col titolo "L'altra faccia di Carlo Marx". L'autore si spinge, indagando negli scritti giovanili di Marx e nelle sue vicende biografiche, fino a ritenere che trafficasse con sette sataniste. Peraltro nel brulicare di sette e società esoteriche di metà Ottocento sono tante le personalità che hanno avuto strane frequentazioni. E su Marx anche altri autori hanno fatto ipotesi del genere. Wurmbrand sostiene soprattutto che la filantropia socialista non era l'ispirazione vera di Marx, ma solo lo schermo, il pretesto per la sua vera motivazione che era la guerra contro Dio. Realizzata poi su larga scala con la Rivoluzione d'ottobre e quel che è seguito (nei regimi comunisti fatti, correnti, episodi e personaggi che portano in quella direzione sono chiari).

Sul satanismo non so pronunciarmi, ma gli effetti satanici dell'esperimento marxista (planetario) sono sotto gli occhi di tutti anche se rimossi clamorosamente dalla riflessione pubblica: la più colossale e feroce strage di esseri umani che la storia ricordi e la più vasta guerra al cristianesimo di questi duemila anni. Siccome capita di sentir formulare, in ambienti cattolici, giudizi indulgenti sugli "ideali dei comunisti", che sarebbero poi stati traditi nella pratica o mal tradotti, è venuto il momento di definire una buona volta la natura satanica dell'ideologia in sé e di tutto quel che è accaduto.
Visto che un grande filosofo come Augusto Del Noce da anni ha dimostrato quanto l'ateismo sia fondamentale nel marxismo e niente affatto marginale o facoltativo. La tragedia spagnola, su cui il popolo cristiano non sa quasi niente (e che fu perpetrata anche da altre forze rivoluzionarie e laiciste) dovrebbe far riflettere, se non altro per le proporzioni di quel martirio.

Da Libero del 21 ottobre 2007

Altri articoli sull’argomento si possono leggere qui.

Monday, August 20, 2007

Il Card. Bertone e la prospettiva cattolica sulla tassazione

Dopo le ragionevoli affermazioni del Cardinal Bertone sul dovere di pagare le tasse in base a leggi giuste, Vittorio Messori dà un contributo sul Corriere della Sera di oggi per chiarire ulteriormente la posizione della Chiesa cattolica in materia di tassazione.
Si veda anche questo Antidoto di Rino Cammilleri, Lo statalista Prodi tradisce la Chiesa di Massimo Introvigne e La Dottrina sociale della Chiesa e la visione di Prodi, di Stefano Fontana.


Se Cesare supera la misura, di Vittorio Messori

Prima che dai principii val forse meglio partire dall'esperienza. Se sto alla mia, so di non violare privacy ricordando quanto ho visto praticare sovente da parroci, da religiosi, da suore. E non soltanto in Italia ma, ad esempio in Francia e in Spagna, da economi di istituti e da rettori di santuari. E ho qualche ragione per credere che la prassi non valga solo per i Paesi latini. Spesso, cioè, ho constatato che — dovendo regolare conti con muratori, artigiani, fornitori vari — uomini (e donne) di Chiesa non si comportano diversamente dal cittadino comune.
Dunque, per quanto possibile, praticano un principio di «legittima difesa», ricorrendo a sistemi che non sottopongano tutto l'importo a tutta la tassazione prevista. Non, intendiamoci, con metodi truffaldini, da professionisti dell'evasione, ma limitandosi alla forma più semplice: il pagamento in contanti di parte di quanto dovuto o una fatturazione inferiore al reale. Ora: la vita spirituale di ciascuno è inviolabile, ma oso pensare che nessuno di quegli amministratori ecclesiali aggiunga le elusioni fiscali alla lista dei peccati di cui accusarsi nelle periodiche confessioni. Una supposizione, la mia, che si fonda anche sul fatto che nessun confessore mi ha mai chiesto conto del comportamento quanto a tasse, imposte, tributi.
Malcostume clericale, mancanza di senso civico in preti e suore che non solo non predicano dal pulpito l'obbligo morale di pagare le tasse sino all'ultimo cent (come depreca il «cattolico adulto» Prodi) ma cercano essi stessi di sfuggire almeno un poco alla pressione fiscale? Ma no: semplicemente, come si diceva, un istinto di «legittima difesa». Non a caso l'aggettivo usato dal cardinal Bertone riferendosi alle imposte meritevoli di essere pagate è «giuste». Così come di «giusti tributi» parla il Nuovo Catechismo cattolico e di «giustizia» nel carico fiscale parlano tutti i trattati di morale. In effetti, è scontato ricordare che norma basilare del cristiano è il «dare a Cesare quel che è di Cesare»; e il Segretario di Stato non poteva non citarlo.
Ma, per usare giustappunto il latino della Chiesa, est modus in rebus: che fare se Cesare supera, e di molto, il modus, cioè la misura? L'Ancien Régime dava poco ma chiedeva anche poco, la tassazione era per lo più irrisoria se confrontata a quanto sarebbe poi avvenuto. È, nella teoria, con i dottrinari illuministi e poi, nella pratica, con giacobini e girondini rivoluzionari, che lo Stato si fa «etico», si fa «sociale», si fa «totalitario», assume per sé tutti i diritti e tutti i poteri, affermando che farà fronte a tutti i doveri e a tutte le necessità. Nascono e si sviluppano sino all'ipertrofia le burocrazie, si creano smisurati eserciti permanenti, si confiscano i beni con cui la Chiesa e i corpi sociali intermedi facevano fronte alle esigenze sociali, basandosi non sul torchio dell'esattore ma sulla volontarietà dell'elemosina.
Cesare, insomma, pretende sempre di più, sino a casi come quello italiano dove ogni anno, sino a fine luglio, il cittadino lavora per uno Stato di fantasia inesauribile quanto a tasse e balzelli diretti e indiretti e — bontà sua — lascia al suddito il reddito di cinque mesi su dodici del suo lavoro. Siamo in chiaro contrasto, dunque, con la «giustizia » chiesta dalla Chiesa, i cui moralisti — quelli moderni, non quelli antichi che si accontentavano delle «decime» — giudicano, in maggioranza, equa una tassazione che, nei casi più severi, non superi un terzo del reddito. Non sorprende, dunque, che anche in gente di Chiesa scatti un istinto di autodifesa, un bisogno di equità davanti a uno Stato che sembra configurarsi non come un padre ma come un padrone e un predone.
Dopo avere detto che è «dovere del cittadino pagare le tasse» ma «secondo leggi giuste» (e tali spesso non sono, secondo il giudizio comune), il cardinal Bertone ha aggiunto che lo Stato ha il dovere «di destinare i proventi di esse ad opere giuste e all'aiuto ai più poveri e ai più deboli». E qui c'è tutto lo spazio per un'ironia amara, tutti sapendo in quali «opere» siano dissipate somme enormi prelevate dai redditi di chi lavora. Tutti sanno, ad esempio, che stando alle impietose statistiche, buona parte delle «istituzioni sociali» statali hanno sì un fine assistenziale: ma, in massima parte, a favore delle burocrazie che le gestiscono.
Tutti sanno — o almeno intuiscono — che sprechi, ruberie, privilegi, demagogie, incurie inghiottono tanta parte non del «tesoretto» casuale ma dell'immenso, sempre rinnovato «tesoro» fiscale. Giustizia, dunque, nel prelievo ed impiego virtuoso di esso: queste le basi della prospettiva cattolica a proposito di tributi. Basi che sono ben lontane dall'essere rispettate. Per cui non sembra ingiustificato il commento di Rocco Buttiglione: «Non pagare le tasse è una colpa. Indurre i cittadini nella tentazione di non pagare, pretendendo tributi esosi ed ingiustificabili, è colpa ancora più grave».

Thursday, August 09, 2007

«E tu, governo insaziabile, cosa ne fai del sangue che ci succhi?»

Riporto il bellissimo antidoto di Rino Cammilleri su Mortadella, Fisco e Chiesa.

L’antico vizio dei politici “laici”, siano atei, agnostici o «cattolici adulti» è il volere che la religione sia solo un instrumentum regni, buona cioè a forgiare sudditi obbedienti e sottomessi. Alla tentazione non è riuscito a sottrarsi neanche Prodi, il quale, com’è noto, vorrebbe che nelle omelie si denunciasse l’evasione fiscale come peccato gravissimo e si sferzassero i fedeli con parole di fuoco circa l’obbligo «religioso» di pagare, zitti e bravi, le tasse.

Citando opportun(istic)amente san Paolo (che, in realtà, invitava i cristiani al lealismo verso l’autorità costituita e mai parlò di fisco), ecco l’invito a usare la mezz’ora di predica domenicale per ricordare i doveri del buon cittadino. Forse che gli stessi vescovi, di tanto in tanto, non emanano decaloghi del buon guidatore? Già: è questa la Chiesa che piace, quella che non fa gridare all’«ingerenza» e non fa sperare alle Bindi che sia finita l’«era di Ruini».

Qualche parroco, però, ha fatto capire che, al contrario, preferirebbe dedicare omelie al buon uso da parte del governo delle tasse percepite. Ma la voracità di questo governo meriterebbe ben altro che omelie: magari qualche invito all’insurrezione o, almeno, all’obiezione di coscienza.

Sono vecchi cavalli di battaglia della sinistra lo statalismo e la demonizzazione dell’evasore. Ricordate i manifesti per le strade e gli spot governativi ai tempi del duo Craxi-De Michelis? Lo slogan era: «Io pago le tasse, e tu?».

E giù giri di vite sui commercianti e le (solite) categorie incise sulla Colonna Infame. La risposta corretta alla domanda socialista sarebbe stata: «E tu, governo insaziabile, cosa ne fai del sangue che ci succhi?». Poi venne Mani Pulite e ci fu spiegato dove finivano i nostri soldi.

Ora, con gli statalisti coalizzati al potere, ritorna l’ossessione: lotta continua agli evasori. Tacendo che si spende di più nel recupero di tasse evase che nell’introito effettivo (l’1% scarso).

Tacendo che in qualunque manuale di Scienza delle Finanze sta scritto che l’aumento della pressione fiscale è direttamente proporzionale a quello dell’evasione, perché il rischio di essere beccati è compensato da quel che ci si rimette. Purtroppo, la Chiesa non predica queste cose, ridottasi com’è al solo ambito della morale sessuale.

Timorosa delle accuse di «ingerenza», dimentica gli esempi illustri di san Giovanni Battista, sant’Ambrogio, san Gregorio VII e tanti altri che al Potere le cantavano chiare e forti. O san Francesco di Paola: dalle monete donategli dal re di Napoli spremette sangue dicendo davanti a tutta la corte che, quello, era sangue dei sudditi.

Wednesday, April 11, 2007

Femministe contro il Papa, passando per la lettera di Totò e Peppino

Per spiegare a quel dilettante di Ratzinger come stanno sul serio le cose nel rapporto tra la Chiesa cattolica romana e le donne, Liberazione spende l’autorevole firma di Elettra Deiana, la quale, con la chiarezza che le è propria, mette qualche puntino sulle i. Dice la Deiana:
«In tutto specie umana, le donne, e come potrebbe essere diversamente? In molto differenza ma tutta storico-culturale, antropologica, simbolica, che può fornire sì inediti strumenti di liberazione umana ma solo a patto di passare attraverso il vaglio della decostruzione critica dell’esistente, dello “scarto dello sguardo” sul che cose che ce le rimanda in modo tutt’affatto diverso, e dunque della politica, della soggettività consapevole».
Arrivato alla soggettività consapevole, il Santo Padre ha espresso vivo rammarico per non aver detto che, a pensarci bene, le donne devono stare a casa a buttare la pasta. (Da Libero dell’11 aprile 2007)

A questo punto, vale la pena di riportare lo sketch di Totò, Peppino e la malafemmina, a cui la Deiana e il quotidiano di Rifondazione si sono ispirati.
Signorina (intestazione autonoma)

veniamo noi con questa mia a dirvi, adirvi una parola, che scusate se sono poche ma 700 mila lire ;a noi ci fanno specie che quest'anno, una parola, c'e' stata una grande moria delle vacche come voi ben sapete . : questa moneta servono a che voi vi consolate dei dispiacere che avreta perche' dovete lasciare nostro nipote che gli zii che siamo noi medesimi di persona vi mandano questo perche' il giovanotto e' uno studente che studia che si deve prendere una laura che deve tenere la testa al solito posto cioe' sul collo . ; . ;

salutandovi indistintamente


i fratelli Caponi (che siamo noi)

Thursday, March 08, 2007

Paolo Guzzanti difende i gay, ma alimenta la confusione dei lettori

Paolo Guzzanti in ‘Difendo i gay ma niente matrimonio’, pubblicato su Il Giornale del 5 marzo, si inserisce nel dibattito sui Dico e replica all’affermazione della senatrice Binetti, cattolica della Margherita, secondo cui ‘l’omosessualità è una devianza’. Purtroppo Guzzanti, nell’intento di contestare il pensiero della Binetti, semina confusione sull’argomento e cade, infine, in contraddizione. Vediamo perché.
“[…] gay si nasce e non si diventa, e meno che mai lo si diventa «per vizio», depravazione, degrado, «malattia» e altre scempiaggini che ancora oggi molti immaginano. […] Vivevo negli Stati Uniti dieci anni fa e rimasi molto colpito da un lungo reportage del Weekly Standard … in cui si dava notizia del fatto che secondo alcuni genetisti l’omosessualità maschile (non quella femminile) avrebbe un riscontro nel cromosoma «X»”.

Guzzanti abbraccia acriticamente la tesi di quei genetisti secondo cui l’omosessualità ha origini cromosomiche; non si pone la domanda se quella tesi sia stata accolta o meno dalla comunità scientifica. Senza entrare nel merito delle ricorrenti ‘scoperte’ circa il presunto collegamento genetica-omosessualità, mi limito a citare quanto si sostiene nell’autorevole rivista Science del 24 dicembre 1993, numero 262: “Non vi è nessuna componente genetica, ma piuttosto una componente ambientale condivisa nelle famiglie”. Nel numero 284 del 1999 si ribadisce che i risultati ottenuti dagli studi “non avallano l’esistenza di un gene alla base dell’omosessualità maschile”. Mi sembra sufficiente per dire che non sta bene spacciare per acclarato qualcosa che non lo è affatto.
“[..] la natura umana si presenta al mondo in alcune varietà e fra queste è piaciuto a Dio o al caso che vi fosse quella gay, e non soltanto fra gli uomini ma fra tutti i mammiferi superiori osservati dagli etologi”.

L’etologia sostiene che l’accoppiamento tra mammiferi di sesso opposto risponde all’istinto della propagazione della specie. L’omosessualità osservata fra i mammiferi superiori viene spiegata come effetto di un altro istinto, quello di sottomissione, di dominio di un individuo animale su un altro dello stesso sesso. L’omosessualità tra animali ha quindi un significato ben preciso, diverso da quella umana. Gli psicologi sanno che la sessualità umana non muove direttamente da istinti, è una sfera delicatissima della psiche assoggettata a fattori familiari e ambientali. Ne consegue che non è corretto mettere sullo stesso piano omosessualità umana e animale, come se fossero realtà assimilabili.
“Chi crede in Dio secondo me è tenuto a credere che Dio abbia voluto mettere al mondo l’identità gay e che abbia avuto le sue buone ragioni … l’identità sessuale non dipende da alcuna scelta e l'arbitrio non è affatto libero: ognuno è quel che è e non è quel che non è, punto e basta”.

Guzzanti non coglie un aspetto della questione: non è Dio che ha voluto l’orientamento omosessuale; Dio semplicemente lo permette, così come permette tutte quelle situazioni (ad es. la guerra) o comportamenti umani (come l’omicidio, la pedofilia, ecc.) che dipendono dalla volontà dell’uomo o sono espressione di un disagio psicologico e morale dell’uomo. Tipico errore di chi affronta l’argomento è poi quello di credere che la Chiesa cattolica condanni l’omosessualità, laddove invece nella Bibbia si condanna l’atto omosessuale. In altre parole, la Chiesa non colpevolizza l’omosessuale in quanto tale, dato che l’attrazione per persone dello stesso sesso non è, nella quasi totalità dei casi, il risultato di una scelta. Ciò che l’individuo sceglie è invece l’attuazione del comportamento omosessuale, ed è questo che viene condannato dalla Bibbia, da Dio.
“L’idea poi di convertire, piegare, «curare», terrorizzare e intimidire per riplasmare secondo un modello imposto coloro che sono fuori trend, ovvero fuori norma, ovvero «a-normali», mi sembra puramente nazista. O anche comunista, a piacere”.

Guzzanti ha ragione, però non sottolinea che un omosessuale che vive con dolore la sua situazione ha diritto a ricevere un aiuto serio e competente. In proposito, la Chiesa cattolica sostiene, fra le altre, la metodologia praticata dallo psicologo americano Joseph Nicolosi, volta appunto a far comprendere e superare le cause della propria omosessualità (terapia riparativa). Il lavoro di Nicolosi incontra molti oppositori. A sentire i critici, sembra quasi che questo psicologo e coloro che applicano il suo metodo vadano a caccia di omosessuali per le strade, per poi sottoporli a torture modello “Arancia meccanica”. La realtà, molto più verosimilmente, è diversa. Ripeto, si tratta di un metodo a cui possono ricorrere liberamente coloro che vivono con disagio la propria omosessualità. La constatazione scientifica da cui muove Nicolosi, ma non solo lui, è che omosessuali si diventa, non si nasce. Una parte della comunità scientifica, da svariato tempo ormai, ha raccolto evidenze in base alle quali le cause dell’omosessualità si trovano nella famiglia di origine e in un complesso di situazioni vissute dal soggetto durante l'infanzia, quando, in tutti gli esseri umani, si determina l’orientamento sessuale. Va sottolineato che non è facile superare il disordine dell’orientamento sessuale, soprattutto quando tale disordine è profondamente radicato.
“Chi come me è laico, si limita a dire che è giusto e doveroso provvedere tutte le unioni e convivenze umane degli strumenti del rispetto e della protezione, ma non è giusto, non è buono e non può essere legale chiamarli matrimoni ed aprire le unioni gay alla prospettiva dell’adozione, perché qualsiasi bambino ha diritto ad avere due genitori, uno con una identità e un comportamento maschile e uno con identità e comportamento femminile, perché con quelle identità dovrà lavorare per costruire la propria identità”.

Queste parole concludono l’articolo di Guzzanti. Apparentemente non fanno una grinza, ma, riflettendoci su, si scopre che qualcosa non quadra con quanto il giornalista ha scritto in precedenza. Guzzanti rifiuta, giustamente, l’adozione gay in nome dell’esigenza che hanno tutti i bambini di costruire la propria identità sessuale mediante la presenza di due genitori di sesso opposto. Tutto giusto, tutto perfetto, ma il giornalista non aveva detto prima che in materia di identità sessuale “ognuno è quel che è e non è quel che non è, punto e basta”? Non aveva cioè sostenuto che l’identità sessuale è congenita, che “gay si nasce e non si diventa”? Se è così, perché poi dice che un bambino necessita di due genitori di sesso opposto ché lo aiutino a costruire la propria identità sessuale?
Forse Guzzanti avrebbe fatto meglio ad evitare di affrontare un argomento che va al di là delle sue competenze di giornalista politico. A volersi proprio cimentare, avrebbe fatto bene a ricordare che la scienza è spaccata sull’argomento e che il respiro dell’analisi doveva essere un po’ più ampio. A proposito, neanch’io sono un esperto di genetica, di etologia, di psicologia o di pediatria. Dalla mia ho però che non scrivo su un quotidiano nazionale di informazione e di opinione che vende più di 200 mila copie al giorno.

Monday, February 19, 2007

Luca Ricolfi e l’Italia dei faziosi

Sul terreno di coltura del nuovo brigatismo rosso e sulla peculiarità della situazione politica italiana, segnalo l’intervento del professor Ricolfi su La Stampa di oggi, intitolato ‘L’Italia dei faziosi’.

Monday, November 06, 2006

Radicali Italiani e Riformatori liberali: per un cattolico, pari sono

Prendo spunto da un post di Stato Minimo per dire la mia sulle due anime del radicalismo italiano, di cui si parla tanto in questi giorni, vuoi per il teatrino messo in scena da Pannella-Bonino e Capezzone, vuoi per il manifesto dei Riformatori Liberali. Cosa ancor più importante, vorrei spendere qualche parola sulla questione cattolicesimo-liberalismo-radicalismo.
Detto in modo sbrigativo, Pannella, Capezzone, Bonino & C. mi sono sempre sembrati degli sbandati, dei senza regole, con tutto il loro professarsi liberali, liberisti e libertari. A mio parere, i leader radicali non sono molto diversi da quegli adolescenti a cui i genitori hanno sempre rifiutato qualche salutare scapaccione. Non mi piace il loro laicismo esasperato, senza limiti e intollerante, che confina poi con il relativismo. Non mi piace il fatto che, per loro, il liberalismo coincida con l’anticlericalismo, come dice anche Stato Minimo.
E i Riformatori Liberali? Da una lettura del loro manifesto, Diamo un’anima libertaria al centrodestra, mi sembrano emergere delle indicazioni rilevanti per un cattolico.
1. Politica interna. I Radicali di Pannella si sono alleati con il centrosinistra ritenendo che questo possa più facilmente attuare le loro istanze riformiste; i Radicali di Della Vedova si schierano invece col centrodestra, riconoscendo in quest’ultimo una volontà riformista più concreta e seria. Fin qui, nulla da segnalare. Si tratta di tatticismi frequenti in politica.
2. Scontro di civiltà. I Radicali di Pannella difendono l’Occidente in nome del liberalismo, ma non vogliono sentir parlare di origini cristiane della sua civiltà, perché hanno in odio la Chiesa cattolica e qualunque religione; i Riformatori Liberali accettano le radici cristiane dell’Occidente, dato che hanno tra le loro fila dei cattolici. Va bene che il mondo è bello perché è vario, ma, pensando proprio ai cattolici che si schierano con i riformatori di Della Vedova, conviene scavare un po’ più a fondo sulle differenze.
3. Temi sociali. Qui, secondo me, casca l’asino. Infatti, entrambi spingono, in nome della libertà e con sfumature più o meno accentuate, in favore della sperimentazione sulle cellule staminali, l’eutanasia, i PACS nonché i matrimoni e le adozioni gay.
A naso, mi sembra che qualcosa sfugga ad un cattolico che, tra visione liberale, liberista e libertaria, da una parte, e i propri riferimenti religiosi, dall’altra, non vede una contraddizione. È sufficiente dire, come fa qualche cattolico radicale, che il dilemma si risolve con il fatto che il credo religioso rimane nella sola sfera privata? Ma si può veramente condividere o lasciar passare in sede pubblica ciò che contrasta con le proprie convinzioni religiose? E tutto ciò in nome della libertà? Anche quando il sostegno a questa ‘libertà’ vuol dire contrastare l’idea cristiana di società libera? Delle due l’una, o non si è compreso molto del cattolicesimo, oppure non può un liberale, che sia anche cattolico, vedere nel radicalismo (Radicali Italiani o Riformatori Liberali) un punto di riferimento politico.


Si veda anche Capezzone il cialtrone.

Wednesday, October 25, 2006

Legge finanziaria: l’esperienza e il buon senso di Prodi

L’esperienza e il buon senso insegnano che, per ovvi motivi, qualunque decisione coinvolgente altre persone non accontenterà mai tutti. E se il plauso fosse unanime, colui che ha deciso dovrebbe insospettirsi.
Il Professore invece ha dichiarato (cito a memoria): “una legge finanziaria per essere buona deve scontentare tutti. Quella del mio governo lo sta facendo, per cui va bene così.”
Un uomo, una volpe!

Friday, September 22, 2006

E anche tu Prodi, basta a prenderci per i fondelli

Dal Corriere online
Notizia delle 17,43

ROMA - ''La domanda che mi e' stata fatta era: Ali Acga ha detto che il Papa correrebbe rischi in Turchia. Io ho risposto che, a parte la fonte, la questione è compito della polizia turca. È la risposta più onesta e seria che si potesse dare". Lo ha dichiarato il presidente del consiglio Romano Prodi, tornato sulle polemiche nate dalla sua risposta a una domanda sulla sicurezza del Papa in Turchia. "Mi dispiace moltissimo che si sia speculato su questo, non si può continuare così. Si gioca anche su cose su cui non si può giocare", ha detto Prodi alla festa dell'Italia dei Valori a Vasto.

Mi sbaglio, o aveva detto: «Alla sicurezza del Papa ci penseranno le sue guardie. Cosa volete che vi dica...»?. Comunque, Prodi ha ragione: non si può continuare così. Si ‘mente’ anche su cose su cui non si può ‘mentire’.

Wednesday, August 30, 2006

E il musulmano cantò: “Vengo dopo il Tg, vengo e mi piazzo lì”

Ieri sera ho dato un’occhiata di sfuggita al Tg di RAI 1. Stavano trasmettendo un servizio su delle interviste fatte per le strade di una città del nord Italia. La domanda era: come giudica la convivenza con gli extracomunitari?
Guarda caso le risposte degli intervistati erano tutte positive. Liscio come l'olio, per alcuni ragazzi, i quali, incalzati dalla giornalista, hanno persino esaltato il ruolo della scuola nel facilitare l’integrazione e la conoscenza reciproca. Perbacco!
Da parte sua, un signore meridionale ha affermato che l’immigrazione extracomunitaria è un semplice segno dei tempi, laddove anni fa erano gli Italiani ad emigrare. Il signore non notava alcuna differenza tra i nostri emigranti e quelli che oggi toccano a noi. Beato lui!
Mia moglie mi ha detto che, ovviamente, il Tg aveva mandato in onda lo stesso servizio nelle edizioni precedenti.
Che combinazione! Non occorre essere particolarmente acuti per capire che il governo dell’Unione ha messo in moto la macchina della propaganda, dopo aver lanciato la proposta di legge su cittadinanza e ricongiungimenti familiari per gli extracomunitari. L’obiettivo è convincere il popolo bue che gli asini volano.
L’attuazione della proposta avrebbe delle conseguenze gravissime (economiche e di ordine pubblico, in primis) anche se non fossimo in stato di allerta per il terrorismo islamico e per la presenza di tanti musulmani ostili a qualunque forma di integrazione con le nostre leggi e tradizioni.
I signori del centrosinistra adattano la realtà in base ai loro desideri e alla loro visione del mondo.
Stanno dicendo: lasciate fare a noi e finalmente vedrete i leoni dormire al fianco dei cerbiatti. A chi contesta loro che c’è un nemico ansioso di sottometterci, costoro rispondono: non è vero, si tratta solo di propaganda fascista, americana e sionista. E se vi sono dei musulmani che fanno cose cattive contro di noi, si tratta di una legittima reazione perché noi (leggi Occidente e Israele) ci siamo comportati da birbaccioni con loro. Vedrete che noi saremo più bravi degli inglesi e dei francesi ad integrare i musulmani. Con noi c’è felicità per tutti.
Roba da stropicciarsi le orecchie, come direbbe quel buontempone di Mortadella.
Ma sono proprio sicuri questi signori che siano i musulmani a dover integrarsi con noi? Non è che fra qualche anno saremo noi italiani a doverci integrare con loro?
Comincio già ad immaginare mia moglie col velo.