Showing posts with label Cattolicesimo. Show all posts
Showing posts with label Cattolicesimo. Show all posts

Monday, January 05, 2009

Gesù Cristo tra redenzione e rivelazione

Non so se il ragionamento che segue sia corretto. Lo metto comunque in comune.

Se i nostri progenitori non avessero trasmesso a tutta l’umanità la macchia del peccato originale, il Verbo di Dio sarebbe venuto lo stesso ad abitare in mezzo a noi?
La Redenzione dell’umanità operata da Cristo è legata al peccato originale di Adamo ed Eva. Ora, ipotizziamo che i nostri progenitori avessero resistito alla tentazione di mettersi al posto di Dio. Se così fosse accaduto, dovremmo ammettere, per logica conseguenza, che l’umanità non avrebbe avuto bisogno di essere salvata.
Tuttavia, la venuta di Gesù non ha avuto per obiettivo solo la liberazione di ogni uomo dalla schiavitù del peccato.
Giovanni, al capitolo 1 versetto 18, dice: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”. Qui la mia domanda iniziale trova, forse, una risposta: pur ammettendo che avesse resistito al Male e non avesse così corrotto la sua natura, l’uomo non avrebbe potuto lo stesso “vedere” Dio. Con le sue forze, l’uomo non può “comprendere” l’Infinito, non può svelarne i misteri ... a meno che non sia Dio a permetterlo. Quindi, il Figlio di Dio si sarebbe incarnato anche in assenza del peccato originale, proprio allo scopo di offrire all'umanità la Rivelazione completa di Dio, il quale è Abbà e Unità in tre Persone, in una parola, Amore.

Wednesday, November 12, 2008

5 cliché da sfatare per ripensare il cattolicesimo

Segnalo un interessante articolo di John Allen Jr., pubblicato da Foreign Policy e riproposto in traduzione italiana da L'Occidentale.
Visto da fuori, il Vaticano sembra resistente al cambiamento e sordo agli scandali. Ma, in verità, la più antica istituzione religiosa del mondo somiglia poco alla chiesa misteriosa immaginata dai teorici della cospirazione. Oggi il Cattolicesimo attrae milioni di nuovi fedeli che abbracciano come credo le tradizioni clericali del dibattito e dell'indipendenza. Sono almeno cinque i cliché che la Chiesa Cattolica sta capovolgendo.

La Chiesa Cattolica si sta contraendo. No. La scarsezza di sacerdoti a livello mondiale, i banchi vuoti in quelle che erano un tempo le roccaforti cattoliche, o la grande quantità di scandali per abusi sessuali, potrebbero far pensare che la Chiesa Cattolica moderna sia in declino. Ma il cattolicesimo sta vivendo il suo più grande periodo di crescita durante la sua Storia millenaria. La popolazione cattolica mondiale è aumentata da 266 milioni nel 1900 a 1,1 miliardi nel 2000, con un incremento del 314%. In confronto, nel secolo scorso, la popolazione mondiale è aumentata del 263%. La chiesa non ha solo dato una mano al baby boom, ha attratto con successo nuovi convertiti.

E' vero, il Cattolicesimo sta diminuendo in Europa, e perderebbe terreno anche negli Stati Uniti se non fosse per gli immigrati, soprattutto gli ispanici. Secondo un recente studio del Foro ecclesiastico il 10% degli americani sono ex-cattolici. Questo declino però è stato più che bilanciato dalla crescita in Africa, Asia e America Latina. Solo nell’Africa sub-sahariana, il numero di cattolici è aumentato di uno sbalorditivo 6.700% nel secolo scorso, da 1.9 milioni a 130 milioni di persone. La Repubblica Democratica del Congo oggi ha lo stesso numero di cattolici di Austria e Germania messe assieme. L’India ha più cattolici del Canada combinato con l’Irlanda.

Quello a cui stiamo assistendo non è una contrazione del Cattolicesimo ma, piuttosto, lo spostamento del suo centro di gravità demografico. Quella che un tempo era una religione ampiamente omogenea, concentrata tra Europa e Nord America, è oggi una fede davvero universale. Nel 1900, solo il 25% dei cattolici viveva nei paesi in via di sviluppo, oggi siamo al 66% e la cifra sta salendo. Tra qualche decina di anni, i nuovi centri del pensiero teologico non saranno più Parigi e Milano, ma Nairobi e Manila.

Oggi però i tassi di fertilità nei paesi in via di sviluppo stanno precipitando, perciò è improbabile che il Cattolicesimo possa mantenere gli stessi tassi di crescita spettacolari durante i prossimi cento anni. In parti dell’America latina, Africa, Asia, il Cattolicesimo sta per essere sorpassato dai suoi concorrenti, specialmente dalle crescenti chiese evangeliche e pentecostali. Tuttavia, la sfida più grande per la Chiesa Cattolica non è quella di far fronte al declino ma quella di gestire bene la transizione verso una fede multiculturale.

Il Cattolicesimo è di destra. Solo in parte. Dipende dalla definizione di “destra” e, in relazione a questo, della Chiesa di cui parliamo. E’ vero che le strutture istituzionali del Cattolicesimo sono istintivamente conservatrici. Nel XIX secolo Papa Gregorio XVI effettivamente bloccò la costruzione delle ferrovie e della illuminazione a gas nello Stato pontificio per timore di quello a cui avrebbero potuto portare queste innovazioni "innaturali". E’ anche vero che su questioni controverse come l’aborto, i matrimoni omosessuali e la ricerca sulla cellule staminali embrionali, le posizioni ufficiali del cattolicesimo si collocano solidamente con la destra culturale.

Tuttavia la Chiesa è sempre stata qualcosa di più della sua gerarchia e la sua posizione originaria è tutt’altro che uniforme. Gli Stati Uniti sono un esempio da questo punto di vista. I cattolici americani erano storicamente democratici e, nonostante gli sforzi aggressivi compiuti dai conservatori nell’era reganiana per corteggiarli, esiste tuttora una parte considerevole dell’elettorato che è cattolico e liberale. La prova è che la maggior parte dei sondaggi d’opinione fatti durante la corsa alle elezioni presidenziali ha mostrato che i cattolici sono equamente divisi tra Barack Obama e John McCain.

Persino le posizioni ufficiali della Chiesa cattolica difficilmente riuscirebbero a ricevere un chiaro via libera dai conservatori comuni. Papa Giovanni Paolo II è stato il principale critico di entrambe le guerre del Golfo. Papa Benedetto XVI ha denunciato la "falsa promessa" del capitalismo e del libero mercato in stile americano ma si è anche distinto come eloquente ambientalista. Nel frattempo la Chiesa Cattolica si è dichiarata contraria alla pena di morte, al commercio delle armi, si è schierata con le Nazioni Unite e a favore all’immigrazione, posizioni fortemente disapprovate da molti esponenti di destra.

I vescovi e i teologi insistono che, data la complessa gamma della dottrina sociale cattolica, la Chiesa non è compatibile con nessuna alleanza laica. John Carr, un veterano consulente per la Conferenza Statunitense dei Vescovi Cattolici, definisce il Cattolicesimo "politicamente senza tetto". Nelle nove elezioni presidenziali tra il 1972 e il 2004, la maggioranza dei cattolici statunitensi ha votato per un Repubblicano cinque volte e per un Democratico quattro. Che sia una questione di insegnamento ufficiale o di opinione di massa, la Chiesa Cattolica difficilmente rappresenta il Partito Repubblicano americano raccolto in preghiera.

La Chiesa è ricca sfondata. Non proprio, sebbene non sia certamente povera. Chiunque sia mai stato a piazza San Pietro a Roma e abbia visto un principe della chiesa (un modo colloquiale per indicare i cardinali cattolici) uscire da una Mercedes nera targata Vaticano potrebbe digerire poco facilmente, e comprensibilmente, questa scena. Tuttavia anche sulla ricchezza della Chiesa Cattolica di solito si esagera. Per esempio si dice che il Vaticano navighi nell’oro ma il suo budget annuo è inferiore a 400 milioni di dollari. In confronto quello dell’Università di Harvard è di 3 miliardi di dollari. Il portfolio del Vaticano in titoli, obbligazioni e proprietà immobiliari, arriva all’incirca a 1 miliardo di dollari. Se vogliamo fare un paragone leggermente stravagante, Forbes ha stimato che Oprah Winfrey, da sola, vale 2.5 miliardi di dollari. I grandiosi tesori artistici del Vaticano, per esempio "La Pietà" di Michelangelo, sono letteralmente senza prezzo; sono elencati nei libri del Vaticano a un valore di 1 euro ciascuno perché non potranno mai essere venduti o prestati.

Nel mondo, le diocesi e le parrocchie talvolta sono grandi proprietari terrieri, e la chiesa gestisce una vasta rete di scuole, ospedali e centri di servizi sociali. Tale infrastruttura può generare dei numeri che possono impressionare. Nel 2001 il reddito annuo dei programmi cattolici negli Stati Uniti giunse a 102 miliardi di dollari. Tuttavia la maggior parte di questi programmi o pareggiano appena o addirittura vanno in rosso, in parte perché spesso vengono realizzati per popolazioni dal basso reddito e per le minoranze. Fuori dall'Europa e dagli Stati Uniti la maggior parte delle diocesi e delle parrocchie tirano avanti con budget da quattro soldi, per non parlare dei missionari che spesso vivono in aree remote in disperata povertà.

I cattolici "dal papa in giù" suggeriscono periodicamente che la Chiesa adotti una maggiore "semplicità" ed è giusto aspettarsi che qualsiasi organizzazione che chiede giustizia per i poveri poi metta in pratica ciò che predica. Ma credere che ci siano borsoni di denaro ammassati in qualche segreta del Vaticano è comunque una immagine ingannevole. Semplicemente non ce ne sono.

La Chiesa non cambia mai. Falso. La realtà non è che la Chiesa non cambia mai, se mai non ammette di essere cambiata. I cattolici più avveduti sanno che quando qualcuno che conta inizia una frase con "Come la chiesa ha sempre insegnato..." qualche idea o pratica longeva sta per essere capovolta. Per esempio la Chiesa una volta considerava prestare il denaro per interesse un peccato di usura, qualcosa che oggi non è più un dogma. Oppure pensiamo a quando i papi erano anche degli amministratori civili che mandavano a morte i criminali; i visitatori a Roma possono farsi un giro al Museo di Criminologia e vedere una ghigliottina papale perfettamente conservata, un regalo da parte di Napoleone. Oggi, sicuramente, la Chiesa Cattolica è un leader nelle campagne mondiali per l'abolizione della pena di morte. Più recentemente, Papa Benedetto XVI ha annullato la credenza nel limbo, un'anticamera ad hoc dell'aldilà per bambini non battezzati.

Gli apologeti potrebbero argomentare che, in questi casi, ciò che è cambiato sono le circostanze storiche e non i principi essenziali. In ogni caso qualcosa di importante ha aperto una strada. Di solito una pressione che monta dalla base alla fine scoppia e determina una svolta, come è accaduto durante il Concilio Vaticano II a metà degli anni Sessanta. Improvvisamente la Messa venne celebrata in "volgare" piuttosto che in latino, il Cattolicesimo passò da posizioni critiche nei confronti della libertà religiosa a mostrarsi come un modello dei diritti umani, e gli "eretici" protestanti divennero "fratelli separati". Questo non significa che tutto può essere capovolto. Un futuro papa non insegnerà mai che Gesù non è mai esistito, che non era il Figlio di Dio, o che il pane e il vino usati nell’Eucarestia non diventano veramente il corpo e il sangue di Cristo. La storia cattolica è sempre una miscela di continuità e di cambiamento. La parte difficile è anticipare cosa potrebbe cambiare e quando.

Il Vaticano è avvolto di segretezza. Non proprio. In realtà il Vaticano è molto meno riservato della maggior parte delle altre istituzioni che hanno una portata globale, il governo degli Stati Uniti, per esempio, o la Coca Cola. Il Vaticano non raccoglie immagini da satelliti spia e non è ossessionato dalla protezione di informazioni che riguardino la progettazione di armi ad alta tecnologia. Non ha segreti commerciali, nessun dipartimento di ricerca e sviluppo, e non ha piani di vendita da tenere nascosti da occhi indiscreti. Il risultato è che gli affari del Vaticano in realtà si svolgono in modo molto più trasparente di quanto si possa immaginare dall’esterno.

E nemmeno quando ci prova il Vaticano è troppo capace di mantenere i propri segreti. E’ una burocrazia, dopotutto, piena di gente dogmatica e fortemente determinata. Prima o poi la maggior parte delle cose salta fuori (c’è un famoso detto secondo cui "Roma è una città in cui tutto è un mistero e niente è un segreto"). Nell’estate del 2007 Papa Benedetto XVI promulgò una decisione attesa da molto tempo con cui veniva dato ai preti il permesso di celebrare l'antica messa in latino. Ma nel momento in cui venne ufficializzata, comunque, la storia era già divenuta meno rilevante visto che il contenuto della decisione era trapelato sulla stampa mesi prima e perciò era stato già abbondantemente sottoposto a uno scrutinio esaustivo.

Il problema con il Vaticano non è la sua segretezza quanto la sua assoluta singolarità. E’ diverso da qualsiasi altra istituzione con cui si possa entrare in contatto, con la sua storia, la sua lingua e i suoi ritmi. Se non si conosce la differenza tra il punto di vista dei Gesuiti e quello dei Domenicani sul tema della Grazia nel XVI secolo, per esempio, o tra "Cotta" e "Alba", dentro il Vaticano ci si troverà spesso dinanzi a conversazioni estremamente difficili da capire. O se non si sa che il sottosegretario nella maggior parte degli uffici è la persona che svolge il vero lavoro può risultare difficile seguire le intricate faccende della Chiesa. Il trucco per decifrare il Vaticano è conoscere a fondo la sua cultura. Farlo significa sollevare facilmente il velo di segretezza che lo circonda.

Il Cattolicesimo è ossessionato dal sesso. No, siete voi ad esserlo. Prima della rivoluzione sessuale del 1960 la maggior parte delle persone avrebbe considerato molto strana l’idea del Cattolicesimo come qualcosa di pudico. L’antico rimprovero verso i cattolici era quello che fossero decisamente propensi ai piaceri della carne, specialmente del sesso e dell’alcool, a differenza dei più astemi Protestanti. Come ha scritto il poeta Hilaire Belloc "laddove splende il sole cattolico ci sono sempre risa e buon vino rosso". Quando i critici di oggi accusano il Cattolicesimo per le sue posizioni bigotte uno immagina i veri puritani che, rigirandosi nella tomba, disprezzavano la Chiesa di Roma e il suo lassismo morale.

Dal 1960, comunque, il Cattolicesimo è stato coinvolto in una controversia pubblica dopo l’altra sulle faccende sessali come i diritti dei gay, le questioni di genere, la famiglia, l’aborto, la contraccezione, l’inseminazione artificiale e altri punti scottanti dell’etica sessuale. Gli insegnamenti cattolici che un tempo etichettavano la persona media come moderata e perfino permissiva, ad esempio incoraggiando ad avere una famiglia numerosa, oggi sembrano positivamente antiquati alla maggior parte degli osservatori.

Il fatto è che gli insegnamenti sul sesso e sul genere sono contestati perfino all’interno della Chiesa stessa. Alcuni sondaggi dimostrano che una solida maggioranza di Cattolici, perlomeno negli Stati Uniti, non è d’accordo con le posizioni ufficiali della Chiesa su questioni come la contraccezione, la fertilizzazione in vitro e sul matrimonio per i sacerdoti. Maggioranze più ristrette vorrebbero l’ordinamento delle donne al sacerdozio e si oppongono senza mezzi termini all'aborto. E quando i Cattolici americani puntano su un candidato sia le faccende della vita privata sia le questioni di giustizia sociale, come l’assistenza per le famiglie in difficoltà e le riforme per l’immigrazione, vengono messe sullo stesso piano. Così come, nella maggior parte dei casi, l’opinione pubblica cattolica è molto più differenziata e tollerante di quanto venga compreso abitualmente.

Se da qualche parte rimane un atteggiamento ossessivo verso il sesso è sicuramente nella cultura popolare non certo nella Chiesa. Durante il primo anno del suo papato, Benedetto XVI ha usato la parola "Africa" quattro volte più di quanto abbia fatto con la parola "sesso". Tuttavia quest'ultima parola era riferita ad un unico documento che proibiva il sacerdozio ai gay ed è stato questo l'argomento che ha dominato sulla stampa. Il collegamento tra sesso e religione semplicemente vende bene e non è affatto giusto biasimare la chiesa per questo.

La Chiesa è ultra-gerarchica. Non proprio. Il Cattolicesimo ha una chiara catena di comando che lo rende abbastanza inusuale tra le religioni moderne (vi siete mai chiesti chi sia a capo del Giudaismo o dell’Islam?). Il Codice di Diritto Canonico assegna al Papa "un supremo, pieno, immediato e universale potere ordinario". Tale struttura gerarchica alimenta la percezione secondo cui il Cattolicesimo è gestito quasi esclusivamente dall’alto verso il basso. In pratica, invece, il Cattolicesimo funziona in modo informale e decentralizzato. La Curia Romana, ovvero la burocrazia amministrativa centrale della Chiesa, si serve di una forza lavoro di 2.700 dipendenti per gestire gli affari di più di 1,1 miliardi di cattolici. Se lo stesso rapporto di burocrati per cittadini fosse applicato al governo degli Stati Uniti circa 700 persone sarebbero sul libro-paga federale. In altre parole il Vaticano non ha gli strumenti per microgestire eccetto che nei più rari casi. Non si tratta di Wal-Mart dove la regolazione della temperatura di negozi lontani migliaia di chilometri è determinata da un computer nel quartier generale di Bentonville in Arkansas.

Il Cattolicesimo, inoltre, non è una gigantesca corporation. Gli assetti delle diocesi in giro per il mondo non appartengono al Papa ma ai vescovi e questo può dargli una considerevole autonomia in faccende amministrative. Nel 2001, per esempio, Roma ha ordinato all’Arcivescovo di Milwaukee di fermare la ristrutturazione della sua cattedrale perché non ne approvava il progetto. L’arcivescovo rispose che era lui quello che pagava gli appaltatori per cui Roma doveva farsi gli affari suoi.

Perfino all’interno del Vaticano gli uffici operano abbastanza indipendentemente uno dall’altro. Talvolta la mano sinistra di Roma davvero non sa, o non approva, cosa sta facendo la mano destra. Durante gli anni di Giovanni Paolo II, per esempio, lo stesso direttore di cerimonie del papa spesso ha proposto messe papali che ignoravano i cambiamenti suggeriti dall’ufficio di politica liturgica del Vaticano. E chiunque abbia prestato attenzione alle ondeggianti risposte da parte del Vaticano in merito alla crisi per gli abusi sessuali è verosimilmente giunto a un’impressione di incoerenza interna piuttosto che di stretto controllo dall’alto.

Probabilmente la migliore definizione che si può dare della Chiesa è riassunta dalla vecchia battuta secondo cui il Cattolicesimo è "una monarchia assoluta moderata da una disobbedienza selettiva". Dietro l’indipendenza locale e le cangianti risposte agli scandali c’è quasi sempre un impressionante grado di vivace dibattito. Fintantoche la Chiesa cresce in modo sempre più differenziato, questa tradizione di dialogo e discussione sarà sempre più critica per il suo futuro. Papi e pratiche cambieranno ma i fondamenti della fede molto probabilmente rimarranno forti e flessibili.

John L. Allen Jr. è senior correspondent per il National Catholic Reporter e senior analyst per la CNN.

Tratto da "Foreign Policy" (Novembre-Dicembre 2008)

Traduzione di Daniela Masciale e Fabrizia B. Maggi

Tuesday, November 11, 2008

Vittorio Messori un'apologetica dell' "et-et"

Ancora a proposito di Perché credo, propongo la recensione comparsa su Avvenire dello scorso 5 novembre 2008.

Vittorio Messori un'apologetica dell' "et-et", di Cesare Cavalleri
A lungo l’apologetica è stata intesa come una disputa con gli avversari della fede, una sorta di duello da concludersi con una stoccata vittoriosa. Basti ricordare che nel meraviglioso «Trionfo di san Tommaso» che Filippino Lippi affrescò tra il 1489 e il 1492 nella basilica di Santa Maria sopra Minerva, a Roma, su commissione del card. Oliviero Carafa, il santo, raffigurato in trono, non si limita ad additare l’errore atterrato davanti a lui (un vecchio corrucciato che ha in mano un cartiglio con la scritta «Sapientia vincit malitiam»), ma, per maggior sicurezza, gli mette sopra un piede. Tommaso, inoltre, è affiancato da quattro figure muliebri (la Grammatica, la Retorica, la Dialettica, la Filosofia) che non degnano di uno sguardo lo sconfitto.

La moderna apologetica non si propone più di umiliare l’avversario, di confutare l’errore prendendo di petto (o per il bavero) l’errante: come illustra il Catechismo della Chiesa cattolica, che raccoglie l’esperienza teologica e pastorale del Concilio Vaticano II, si tratta piuttosto di esporre «le buone ragioni della fede» argomentandole in positivo, passando, cioè, dalla «dialettica» alla «narrazione». Del resto, già Paolo VI, nella Evangelii nuntiandi (1975) aveva osservato che «l'uomo contemporaneo crede più ai testimoni che ai maestri».

E dunque anche Vittorio Messori, principe degli apologisti contemporanei, ha scelto di narrare la propria testimonianza di fede, spiegando le perduranti conseguenze di quell’evento accaduto in un’afosa giornata torinese dell’agosto 1964, quando Gesù Cristo fece repentinamente irruzione nella sua vita, trasformando un ventitreenne cresciuto in rigorosa cultura laicista e passabilmente libertino, in un cristiano cattolico consapevole della responsabilità di partecipare agli altri la gioia della fede riscoperta. Ne è venuto un libro di ben 432 pagine, intitolato Perché credo – Una vita per rendere ragione della fede (Piemme, Casale Monferrato 2008, euro 20), in cui Messori ha accettato di rispondere alle domande di Andrea Tornielli, il quale, nell’Indice è indicato come Andrea Tornelli, e in effetti le sue domande sono utili «tornelli» che agevolano a Messori il passaggio di una solida e affascinante apologetica, attraverso il racconto in prima persona del suo itinerario esistenziale.

Sfilano dunque davanti agli occhi dei lettori i principali problemi del cristianesimo attuale, dalla riforma liturgica alla difesa e promozione della vita, dal necessario pluralismo dei cattolici in politica («minoritari ma non marginali»), ai rapporti tra scienza e fede, tra fede e filosofia. Su quest'ultimo punto Messori rilancia l'autocritica tracciata nella postfazione a un'ennesima ristampa di Ipotesi su Gesù: abbagliato dall'amatissimo Pascal che nel celeberrimo Mémorial afferma di aver incontrato «il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe. Non dei filosofi e dei sapienti», anche Messori era stato tentato da un aut-aut tra fede e ragione, mentre la riflessione successiva l'aveva convinto che il cristianesimo è la religione dell'et-et: gli opposti sono compossibili, come si conviene alla religione del «perfetto Dio» e «perfetto uomo». E l'et-et è lo strumento metodologico preferito da Messori (forse fin troppo ricorrente nel libro), il quale giustamente condivide il motto di Jean Guitton, altro maestro riconosciuto: «Sono cattolico perché voglio tutto». Il capitolo finale è un appassionato atto di fede e di amore per la Chiesa, con Messori che arriva a commuoversi ripetendo a memoria la Pentecoste manzoniana, versi, a mio avviso, fra i più brutti della letteratura italiana.
Bellissimo, coinvolgentissimo libro, dunque, che conferma nella fede i credenti e tende una mano fraterna a chi non crede, incentrato com'è sull'incontro personale con Cristo, amato anche nel volto sindonico di cui Messori è strenuo e convincente apologeta.

Wednesday, August 20, 2008

L'Eucarestia: pane al pane e vino al vino

Su segnalazione de Il Timone online, diffondo il testo dell’intervista a S.E. Mons. Raymond L. Burke, pubblicata sull’ultimo numero di Radici cristiane e riportata nel sito Lo Zuavo Pontificio alla data dell’11 agosto.
Le parole del cardinale sulle regole da seguire quando si amministra e si riceve la Santa Eucarestia sono molto chiarificatrici per tutti i cattolici.
È sempre un piacere constatare che la Chiesa - passatemi il gioco di parole - non ha timore di dire pane al pane e vino al vino.
Eccellenza, sembra che oggi prevalga una visione lassista nei riguardi della ricezione dell'Eucaristia. Perché? Crede poi che questo influenzi i fedeli nel modo di vivere come cattolici?
Una delle ragioni per cui credo che questo lassismo sia andato sviluppandosi è l'insufficiente enfasi nella devozione eucaristica: in modo speciale mediante il culto al Santissimo con le processioni; con le benedizioni del Santissimo; con tempi più lunghi per l'adorazione solenne e con la devozione delle Quaranta Ore.
Senza devozione al Santissimo Sacramento la gente perde rapidamente la fede eucaristica. Sappiamo che c'è una percentuale elevata di cattolici che non crede che sotto le specie eucaristiche ci siano il corpo e il sangue di Cristo. Sappiamo inoltre esserci un'allarmante percentuale di cattolici che non partecipano alla Messa domenicale.
Un altro aspetto è la perdita del senso di collegamento fra il sacramento della Eucaristia e quello della Penitenza. Forse nel passato c'è stata un'enfasi esagerata al punto che la gente credeva che ogni volta che si riceveva l'Eucaristia si doveva prima confessare anche se non avevano un peccato mortale. Ma ora la gente va regolarmente a comunicarsi e forse mai, o molto di rado, si confessa.
Si è perso il senso della nostra propria indegnità per accostarci al Sacramento e del bisogno di confessare i peccati e far penitenza al fine di ricevere degnamente la Sacra Eucaristia.
Si somma a questo il senso sviluppatosi a partire dalla sfera civile che consiste nel credere che ricevere l'Eucaristia sia un diritto. Cioè che come cattolici abbiamo il diritto di ricevere la Comunione.
È vero che una volta che siamo stati battezzati e abbiamo raggiunto l'uso della ragione, dovremmo essere preparati per ricevere la Sacra Comunione e, se siamo ben disposti, dobbiamo riceverla. Ma d'altra parte noi non abbiamo mai un diritto di ricevere l'Eucaristia.
Chi può rivendicare un diritto a ricevere il Corpo di Cristo? Tutto è un atto senza misure dell'amore di Dio. Nostro Signore si rende Egli stesso disponibile nel suo Corpo e nel suo Sangue, ma non possiamo mai dire di avere diritto a riceverLo nella Santa Comunione. Ogni volta che ci accostiamo a Lui, dobbiamo farlo con un senso profondo della nostra indegnità.
Questi sarebbero alcuni degli elementi che spiegano l'atteggiamento lassista verso l'Eucaristia in genere. Lo vediamo anche nel modo con cui alcune persone vestono per ricevere la Sacra Comunione. Per esempio, vediamo gente che si avvicina alla Comunione senza unire le mani e persino a volte parlottando fra di loro. Alcuni perfino nel momento di ricevere l'Ostia, non dimostrano un'adeguata riverenza.
Tutto ciò è indicazione del bisogno di una nuova evangelizzazione nei riguardi della fede e della pratica eucaristica.

Ci sono leggi della Chiesa per impedire condotte inadeguate da parte dei fedeli a beneficio della comunità. Potrebbe commentarle e spiegarci fino a che punto la Chiesa e la Gerarchia hanno un obbligo di intervenire allo scopo di chiarire e correggere.
Nei riguardi dell'Eucaristia, per esempio, ci sono due canoni in particolare che hanno a che fare con la degna ricezione del Sacramento. Essi hanno come scopo due beni.
Un bene è quello della persona stessa, perché ricevere indegnamente il Corpo e il Sangue di Cristo è un sacrilegio. Se lo si fa deliberatamente in peccato mortale, è un sacrilegio. Quindi per il bene della persona stessa, la Chiesa deve istruirci dicendoci che ogni volta che riceviamo l'Eucaristia, dobbiamo prima esaminare la nostra coscienza.
Se abbiamo un peccato mortale sulla coscienza dobbiamo prima confessarci di quel peccato e ricevere l'assoluzione e, soltanto dopo, accostarci al sacramento eucaristico. Molte volte i nostri peccati gravi sono nascosti e noti solo a noi stessi e forse a pochi altri. In quel caso, dobbiamo essere noi a tenere sotto controllo la situazione ed essere in grado di disciplinarci in modo di non ricevere la Comunione.
Ma ci sono altri casi di persone che commettono peccati gravi deliberatamente e sono casi pubblici, come un ufficiale pubblico che con conoscenza e con sentimento sostiene azioni che sono contro la legge morale Divina ed Eterna.
Per esempio, pubblicamente appoggia l'aborto procurato, che comporta la soppressione di vite umane innocenti e senza difesa. Una persona che commette peccato in questa maniera è da ammonire pubblicamente in modo che non riceva la Comunione finché non abbia riformato la propria vita.
Se una persona che è stata ammonita persiste in un peccato mortale pubblico e si avvicina per ricevere la Comunione, allora il ministro dell'Eucaristia ha l'obbligo di rifiutargliela.
Perché? Innanzitutto per la salvezza della persona stessa, cioè per impedirle di compiere un sacrilegio. Ma anche per la salvezza di tutta la Chiesa, per impedire che ci sia scandalo in due maniere.
Primo, uno scandalo riguardante quale debba essere la nostra disposizione per ricevere la Santa Comunione. In altre parole, si deve evitare che la gente sia indotta a pensare che si può essere in stato di peccato mortale e accostarsi all'Eucaristia.
Secondo, ci potrebbe essere un'altra forma di scandalo, consistente nell'indurre la gente a pensare che l'atto pubblico che questa persona sta facendo, che finora tutti credono sia un peccato serio, non debba esserlo tanto se la Chiesa permette a quella persona di ricevere la Comunione.
Se abbiamo una figura pubblica che apertamente e deliberatamente sostiene i diritti abortisti e che riceve l'Eucaristia, che finirà per pensare la gente comune? Essa può essere portata a credere che è corretto in un certo qual modo sopprimere una vita innocente nel seno materno.
Ora la Chiesa ha queste discipline e sono molto antiche. In realtà risalgono ai tempi di san Paolo. Ma lungo la sua storia, la Chiesa ha sempre dovuto disciplinare la materia della ricezione della Comunione, che è il più sacro tesoro che essa possiede.
È il dono del Corpo e del Sangue di Cristo. Disciplinare questa pratica in modo che, primo, la gente non si avvicini né riceva la Santa Comunione indegnamente a costo del proprio danno morale e, secondo, che la fede eucaristica sia sempre rispettata e i fedeli non siano indotti in confusione, persino in errore, nei riguardi della sacralità del sacramento e della legge morale.

Eccellenza, ci sono casi in cui figure pubbliche vanno a Messa, ricevono i sacramenti e pubblicamente dicono di essere cattolici ma che, in pratica, sostengono legislazioni contrarie alla morale cattolica. Alcuni di loro, come scusante, sostengono di sentire in coscienza che non fanno niente di sbagliato e che comunque è una vicenda privata. Lei potrebbe spiegare perché questa posizione è erronea e come la formazione della propria coscienza non sia una questione soggettiva.
È vero che dobbiamo agire in modo conforme ai dettami della nostra coscienza, ma essa deve essere adeguatamente formata. La nostra coscienza deve conformarsi alla verità delle situazioni.
Essa non è una realtà soggettiva con cui giudico per me stesso cosa è bene e cosa è male. Anzi, essa è una realtà oggettiva per la quale devo conformare il mio pensiero alla verità.
A volte si sente parlare del primato della coscienza nel senso di dire "qualsiasi cosa io decida in coscienza, questo devo fare", e un tale assioma poi regola la vita. Certo, questo è vero se la coscienza è stata formata adeguatamente.
Amo ripetere quello che ha detto il cardinale George Pell, arcivescovo di Sydney: "anziché parlare di primato della coscienza dobbiamo parlare di primato della verità". Cioè, la verità della legge morale di Dio con la quale la nostra coscienza deve conformarsi. Fatto questo, allora sì che la coscienza ha quel primato che le viene attribuito.

Alcune persone dicono che è parte del diritto di ricevere la Comunione non sentirsi dire da nessuno, neppure da un vescovo, da un sacerdote o da un ministro dell'Eucaristia, cosa devono fare al riguardo. Cosa ne pensa?
Anzitutto bisogna dire che il Corpo e il Sangue di Cristo sono un dono dell'amore di Dio per noi. Il più grande dono, un dono che va oltre la nostra capacità di descriverlo. Dunque nessuno ha diritto a questo dono, esattamente come non abbiamo mai diritto a nessun dono che ci viene fatto.
Un dono è gratuito, causato dall'amore, e ciò è precisamente quanto Dio fa ogni volta che partecipiamo alla Messa e riceviamo la Sacra Eucaristia. Pertanto, dire che abbiamo diritto di ricevere la Comunione non è corretto.
Se vogliamo dire che, se siamo ben disposti, possiamo accostarci all'Eucaristia nella Messa che si sta celebrando, che abbiamo il diritto di ricevere la Comunione nel senso che abbiamo il diritto di avvicinarci per farlo, allora sì, questo è vero.
Orbene, nella ricezione della Sacra Eucaristia sono coinvolti Nostro Signore stesso, la persona che la deve ricevere, e infine il ministro del sacramento, che ha la responsabilità di assicurarsi che l'Eucaristia sia data solo alle persone degne di riceverla. Certamente la Chiesa ha il diritto di dire a chi persiste in un serio peccato pubblico, che non potrà ricevere la Comunione finché non sarà ben disposto per farlo.
Questo diritto del ministro di rifiutarsi a dare la Comunione a qualcuno che persiste nel peccato grave e pubblico è salvaguardato dal codice di Diritto Canonico sotto il canone 915. Altrimenti, se si vede negare il diritto del rifiuto a dare l'Eucaristia a un peccatore pubblico che si avvicini a riceverla dando scandalo a tutti, è il ministro che viene messo in situazione di violentare la propria coscienza al riguardo di una materia serissima. Ciò sarebbe semplicemente sbagliato.

Eccellenza, sembra che spesso la richiesta di adempire la legge canonica da parte di un vescovo, di un sacerdote e persino di un'autorità della Curia vaticana, è vista da alcuni come una crudeltà, come un atto prevaricatore nei riguardi dei fedeli. Non vedono questo come un atto di carità, finalizzato a evitare che qualcuno si accosti all'Eucaristia in modo indegno compromettendo la sua salvezza eterna. Per questa ragione la Chiesa ha le sue regole. Potrebbe commentare questo aspetto del ministero?
Sono d'accordo, certo. E il più grande atto di carità evitare che qualcuno faccia una cosa sacrilega. Prima si deve ammonire chi vuole farlo e poi si deve evitare di prendere parte a un sacrilegio.
È una situazione analoga a quella del genitore che deve opporsi a che il bambino giochi col fuoco. A chi verrebbe di dire che il genitore non è caritatevole perché lo richiama alla disciplina? Anzi, diremmo che questo è un genitore che veramente ama il figlio.
Lo stesso fa la Chiesa; nel suo amore Essa vieta di far cose gravemente offensive a Dio e gravemente dannose alle anime stesse.

Si dice a volte che quando un membro della Gerarchia ammonisce cattolici che sono figure pubbliche, stia usando la sua influenza per interferire nella politica. Come risponde a questa obiezione?
Il vescovo o l'autorità ecclesiastica, potrebbe essere anche il parroco, che interviene in queste situazioni, lo fa solo per il bene dell'anima della figura pubblica coinvolta. Non c'entra nulla la volontà di interferire nella vita pubblica, bensì nello stato spirituale del politico o dell'ufficiale pubblico che, se è cattolico, è tenuto a seguire la legge divina anche nella sfera pubblica. Se non lo fa, deve essere ammonito dal suo pastore.
Dunque, è semplicemente ridicolo e sbagliato cercare di zittire un pastore accusandolo di interferire in politica affinché non possa fare il bene all'anima di un membro del suo gregge.
Questo si desume anche da quanto ha denunciato il Santo Padre Benedetto XVI ai vescovi, cioè il desiderio di alcune persone della nostra società di relegare completamente la fede religiosa nell'ambito privato, affermando che essa non ha niente a che fare con l'ambito pubblico. Questo è semplicemente sbagliato.
Dobbiamo dare testimonianza della nostra fede non soltanto nel privato dei nostri focolari ma anche nel nostro interagire pubblico con gli altri, per dare una forte testimonianza di Cristo. Quindi dobbiamo finirla con l'idea che in un certo qual modo la nostra fede è una materia completamente privata che non c'entra con la nostra vita pubblica.

Fonte: Radici Cristiane n. 37 - Ago/Set 2008

Tuesday, June 17, 2008

26 giugno 2008, festa di san Josemaría

[Copio, incollo e diffondo dal sito dell’Opus Dei.]

In tutto il mondo il 26 giugno, festa liturgica di san Josemaría Escrivá, fondatore dell’Opus Dei, vengono celebrate sante Messe in onore del santo. Offriamo i dati sulle Messe in Italia e in Svizzera.

Mons. Javier Echevarría, Prelato dell’Opus Dei, celebrerà la santa Messa in onore di san Josemaría a Roma giovedì 26 giugno alle ore 19.00 nella chiesa di S. Eugenio.

Di seguito riportiamo un elenco delle altre celebrazioni liturgiche in Italia e in Svizzera:

Roma: giovedì 26 giugno alle 19.00, nella parrocchia di San Josemaría Escrivá
Celebrante principale: don Normann Insam.

Roma: giovedì 26 giugno alle 18.30, nella chiesa di S. Giovanni Battista al Collatino
Celebrante principale: don Mauro Leonardi.

Milano: giovedì 26 giugno alle 18.30, in Duomo
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Franco Giulio Brambilla, vescovo ausiliare di Milano

Sesto San Giovanni: mercoledì 25 giugno alle 19.30, presso la Basilica prepositurale di S. Stefano. Celebrante principale: don Antonio Cirillo.

Torino: giovedì 26 giugno alle ore 19.00, in Duomo
Celebrante principale: Card. Julían Herranz, Presidente emerito del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi.

Varese: venerdì 20 giugno alle 18.30, al Santuario di Santa Maria del Monte
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Luigi Stucchi, vescovo ausiliare di Milano - vicario episcopale per la zona di Varese.

Como: giovedì 26 giugno alle 18.30, presso la Basilica di San Fedele
Celebrante principale: Mons. Giuliano Zanotta, vicario generale della diocesi.

Lodi: venerdì 27 giugno alle19.00, presso il Duomo
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Giuseppe Merisi, vescovo di Lodi.

Bergamo: venerdì 27 giugno alle 18.00, presso la chiesa di Santo Spirito
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Roberto Amadei, vescovo di Bergamo.

Brescia : venerdì 27 giugno alle 18.30, presso il Duomo.
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Luciano Monari, vescovo di Brescia.

Cremona: giovedì 26 giugno alle 18.30, presso la parrocchia di Sant'Imerio
Celebrante principale: don Giuseppe Nevi.

Bologna: sabato 28 giugno alle 10.30, presso la Cattedrale di San Pietro
Celebrante principale: Card. Carlo Caffarra, arcivescovo metropolita di Bologna.

Modena: sabato 21 giugno alle 12.00, presso il Duomo
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Benito Cocchi, Arcivescovo di Modena.

Forlì: lunedì 30 giugno alle 19.00, presso la chiesa di San Giovanni Battista a Coriano
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Lino Pizzi, vescovo di Forlì-Bertinoro.

Verona: giovedì 19 giugno alle 18,30, in Duomo
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Giuseppe Zenti, vescovo di Verona.

Venezia: giovedì 26 giugno alle 18.45, nella Basilica di San Marco
Celebrante principale: Mons. Giacomo Marchesan, vicario episcopale.

Trento: giovedì 5 giugno alle 19.00, in Duomo
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Luigi Bressan, arcivescovo di Trento.

Trieste: giovedì 26 giugno alle 18.30, nella Cattedrale di San Giusto

Udine: lunedì 23 giugno alle 19.00, nella chiesa del Cristo in via Marsala
Celebrante principale: Mons. Ernesto Zanin.

Treviso: sabato 28 giugno alle 10.00, presso la chiesa dei Carmelitani, via Oberdan
Celebrante principale: don Umberto Bertola.

Pordenone: sabato 28 giugno alle 11.00, presso il Duomo
Celebrante principale: Mons. Otello Quaia.

Conegliano: mercoledì 25 giugno alle 19.00, nella chiesa della Beata Maria Vergine di Fatima
Celebrante principale: don Francesco Cacioppo.

Monfalcone: martedì 24 giugno alle 20.00, presso la parrocchia di S. Nicolò
Celebrante principale: Mons. Armando Zorzin.

Padova: lunedì 30 giugno alle 19.00, presso la Basilica di Santa Maria del Carmine Celebrante principale: Mons. Paolo Doni, vicario generale della diocesi.

Feltre: sabato 21 giugno, alle 18.30, nella Concattedrale
Celebrante principale: Mons. Giulio Antoniol, vicario episcopale.

Vicenza: giovedì 26 giugno alle 19.00, nell'Oratorio del Gonfalone
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Cesare Nosiglia, arcivescovo di Vicenza.

Genova: giovedì 26 giugno alle 19.00, nella Cattedrale di San Lorenzo
Celebrante principale: Card. Angelo Bagnasco, arcivescovo di Genova.

Sarzana: lunedì 30 giugno alle 19.00, presso la chiesa di S. Andrea
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Francesco Moraglia, vescovo di La Spezia.

Firenze: giovedì 26 giugno alle 19.00, nella Basilica della SS. Annunziata
Celebrante principale: Mons. Lucio Norbedo, Vicario Regionale della Prelatura dell'Opus Dei per l'Italia.

Lucca: sabato 28 giugno alle 12.00, nella chiesa di San Fedriano
Celebrante principale: S.E.R.Mons. Italo Castellani, arcivescovo di Lucca.

Loreto: giovedì 26 giugno alle 18.30, presso il Santuario di Loreto
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Giovanni Tonucci, vescovo di Loreto.

Perugia
: giovedì 26 giugno alle 18.00, nella Cattedrale di S. Lorenzo
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Giuseppe Chiaretti, arcivescovo di Perugia.

Albano Laziale: martedì 17 giugno alle 19.00, nella Chiesa di San Pietro Apostolo
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Marcello Semeraro, vescovo di Albano.

Palestrina: venerdì 27 giugno alle 21.00, nella Cattedrale
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Domenico Sigalini, verscovo di Palestrina.

L'Aquila
: venerdì 27 giugno alle 18.30, presso la Basilica di Santa Maria di Collemaggio
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Giuseppe Molinari, arcivescovo dell'Aquila.

Pescara: venerdì 27 giugno alle 18.00, presso la chiesa di Santa Maria del Rosario
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Juan Ignacio Arrieta, Segretario del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi.

Teramo: giovedì 26 giugno alle 18.30, in Cattedrale
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Michele Seccia, vescovo di Teramo

Napoli: sabato 28 giugno alle 11.00, presso la Cattedrale.
Celebrante principale: Card. Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli.

Aversa
: mercoledì 25 giugno alle 19.00, in Duomo
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Mario Milano, arcivescovo di Aversa.

Ischia: mercoledì 25 giugno alle 19.00, in Cattedrale
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Filippo Strofaldi, vescovo di Ischia

Salerno: venerdì 27 giugno alle 19.00, in Duomo, cripta di san Matteo

Foggia: mercoledì 25 giugno alle 19.30, nella chiesa di San Domenico

Bari: venerdì 27 giugno alle 19.00, in Cattedrale
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Domenico Padovano, vescovo di Conversano-Monopoli.

Barletta: lunedì 30 giugno alle 19.00, presso la chiesa di Sant'Agostino.

Lecce: venerdì 20 giugno alle 19.00, nella chiesa del Rosario
Celebrante principale: S.E.R Mons. Cosmo Francesco Ruppi, arcivescovo di Lecce.

Taranto
: martedì 1 luglio alle 19.45, in Cattedrale (San Cataldo)
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Benigno Luigi Papa, arcivescovo di Taranto.

Potenza: giovedì 26 giugno alle 19.00, in Cattedrale
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Agostino Superbo, arcivescovo di Potenza.

Paola (Cosenza): domenica 22 giugno alle 11.30, presso il Santuario di S. Francesco di Paola
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Salvatore Nunnari, arcivescovo metropolita di Cosenza -Bisignano.

Cosenza: giovedì 26 giugno alle 18.00, presso il Duomo
Celebrante principale: don Sebastiano Vella.

Reggio Calabria
: mercoledì 18 giugno 19.30, presso la chiesa dei Santi Filippo e Giacomo in Sant'Agostino.
Celebrante principale: Mons. Antonio Iachino, vicario generale della diocesi.

Cagliari: venerdì 27 giugno alle 19.00, presso la Basilica di Nostra Signora di Bonaria
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Mosè Marcia, vescovo ausiliare di Cagliari.

Sassari: venerdì 20 giugno alle 19.30, nelle chiesa di San Giuseppe
Celebrante principale: don Gianni Lamon.

Nuoro: giovedì 19 giugno alle 19.00, nella chiesa di N.S. del Rosario
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Pietro Meloni, vescovo di Nuoro.

Palermo : giovedì 26 giugno alle 19.00, presso la Cattedrale
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Carmelo Cuttitta, vescovo ausiliare e vicario generale di Palermo.

Catania: venerdì 27 giugno alle 18.30, presso la Cattedrale
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Salvatore Gristina, arcivescovo di Catania.

Messina : venerdì 20 giugno alle 18.30, presso la Cattedrale
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Calogero La Piana, arcivescovo di Messina.

Trapani: lunedì 30 giugno alle 18.30, presso la Cattedrale
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Francesco Miccichè, vescovo di Trapani.

Siracusa: mercoledì 25 giugno alle 19.00, presso la chiesa di Santa Maria della Concezione
Celebrante principale: Mons. Giuseppe Greco, vicario generale della diocesi.

Agrigento: martedì 1 luglio alle 19.00, presso la Chiesa di Santa Croce
Celebrante principale: don Bruno Padula.

Caltanissetta
: mercoledì 25 giugno alle 19.00, presso la chiesa di San Biagio.

Messe in Svizzera:

Zurigo: giovedì 26 giugno alle 18.15, presso la chiesa di Notre Dame.

Lugano
: venerdì 6 giugno alle 18.00, presso la chiesa di Sant'Antonio.

Friburgo: giovedì 26 giugno alle 18.15, presso la chiesa del Cristo Re.

Losanna: giovedì 26 giugno alle 18.00, presso la chiesa del Sacro Cuore di Ouchy.

Zugo: lunedì 23 giugno alle 19.30, presso la chiesa Gut Hirt.

Ginevra: venerdì 3 ottobre alle 18:30, presso la Basilica di Notre Dame
Celebrante principale: S.E.R. Mons. Pierre Farine, vescovo ausiliare di Ginevra.

Friday, February 15, 2008

Lourdes

Riporto l'intervista di Vincenzo Sansonetti a Vittorio Messori comparsa su Oggi del 14 febbraio 2008, dal titolo “A Lourdes la fede arde da 150 anni”.

Alle origini di Lourdes c’è esclusivamente la testimonianza di una ragazzina di 14 anni ignorante, malata, povera. Non è possibile che si sia trattato solo di allucinazioni?

«Bernadette Soubirous, la pastorella di Lourdes, è stata sottoposta a numerose visite di specialisti e commissioni di medici, molti dei quali non credenti o non cattolici. Non è mai sorto un solo dubbio sulle sue condizioni psichiche. Per tutta la vita ebbe il carattere schivo, solido, pragmatico, delle sue origini contadine. Prima e dopo le apparizioni del 1858 non ebbe altre manifestazioni mistiche. Anzi, si schermiva, talvolta con durezza, se la trattavano come una carismatica, una veggente, dicendo: “La Signora mi ha già detto tutto quel che c’era da dire. Da allora sono di nuovo come tutte le altre, non ho più visto né sentito niente”».

Può esserci stato allora un interesse economico, o magari il bisogno di protagonismo di una adolescente emarginata?

«Bernadette disse che la Signora le aveva affidato tre segreti, cioè tre indicazioni che riguardavano soltanto lei e che dunque doveva tenere per sé. In effetti, non ne volle mai parlare ma, da molti indizi, sembra che uno di quei segreti a uso personale riguardasse la proibizione di accettare denaro. In effetti, ogni volta che qualcuno cercò di metterle in mano o nella tasca del grembiule qualche moneta, o anche solo un dono modesto, pur essendo di solito mite e timida ebbe reazioni dure di rifiuto immediato, radicale. Non soltanto: dovette scongiurare i suoi parenti, anche qui con severità insolita in lei, perché essi pure non approfittassero in alcun modo della imprevista notorietà. «A proposito di notorietà, Bernadette la cercò così poco che, per sfuggirle, prima si ritirò come addetta alla cucina e alle pulizie in un convento di suore di Lourdes, implorando che non la mostrassero ad alcuno, nemmeno ai vescovi e ai cardinali che volevano vederla. Poi, resasi conto che, mentre nasceva il grande pellegrinaggio, era impossibile restare nella sua città senza essere coinvolta, chiese di essere accolta in un monastero di clausura a Nevers, a centinaia di chilometri di distanza».

È vero che suor Bernadette non parlò più con nessuno delle apparizioni?

«Sì. Varcando la porta del monastero disse: “Sono venuta qui per nascondermi”. E, in effetti, per tutti gli anni che le restarono, rimase celata, subendo spesso umiliazioni dalle stesse consorelle e rifiutando sempre di parlare della apparizioni, avendo già detto tutto quanto c’era da dire. Non dimentichiamo che Bernadette è stata proclamata beata e successivamente santa attraverso lunghi e severi processi canonici: ogni aspetto della sua vita è stato scrutato e vagliato. Il risultato fu che, in lei, non fu trovata traccia né di spirito visionario, né di interesse materiale, né di tentazioni esibizionistiche».

Le apparizioni mariane riconosciute dalla Chiesa sono state numerose. Come mai proprio Lourdes è divenuto il maggior santuario mondiale, con sei milioni di pellegrini in media all’anno?

«Stando, ovviamente, solo sul piano umano, si potrebbe osservare che questo fu il primo santuario collegato alla ferrovia che permise pellegrinaggi di massa, per giunta con malati al seguito. Non si deve dimenticare, poi, che la Francia era allora (e lo restò per molti decenni) il Paese più ricco e più sviluppato d’Europa, con un cattolicesimo molto intraprendente, che di quel luogo fece il punto di incontro e di preghiera prediletto. Proprio in Francia, poi, era più viva la polemica contro la Chiesa, con governi massonici che la perseguitavano e con un ambiente intellettuale che affermava che, nella nuova luminosa età della Scienza, non c’era più posto per le superstizioni religiose. Le apparizioni, dunque, furono colte dai credenti come un prezioso appoggio del Cielo alla loro resistenza contro l’incredulità e furono valorizzate come meritavano. Inoltre, fu decisivo il fatto che, da subito, la fede della gente comprese che questo era anche un luogo di guarigione, un luogo dove una Madre consolava i suoi figli infermi non soltanto nello spirito, ma anche nel corpo».

Ma la fama di Lourdes non è un po’ abusiva? In fondo, in 150 anni sono passati centinaia di milioni di pellegrini, molti ammalati. Eppure i miracoli, le guarigioni «scientificamente inspiegabili», come vengono definite, sono solo 67...

«Bisogna intendersi: i dossier di guarigioni conservati negli archivi del Santuario sono molte migliaia. Tra questi casi, ne sono stati scelti soltanto 67, che valgono come “esempi” assolutamente sicuri. In effetti, Lourdes è il solo santuario del pianeta (non solo nel mondo cristiano, ma di tutte le religioni), che abbia una struttura specializzata, il celebre Ufficio di constatazione medica, che prende in esame i casi denunciati di guarigione prodigiosa».

Come si arriva a riconoscere il «miracolo»?

«Per arrivare sino alla dichiarazione di “scientificamente inspiegabile“ da parte dei medici, e poi alla proclamazione del miracolo da parte della Chiesa, occorrono anni di studi, di interrogatori, di esami, di visite, di consulti, da parte di una Commissione i cui membri non vengono scelti per la loro religione, ma per la loro competenza. Basta un minimo dubbio perché casi anche clamorosi siano scartati».

Qual è a Lourdes il significato della guarigione fisica?

«È importante ricordare che la guarigione fisica, nella prospettiva cristiana, è solo un segno della guarigione vera, che è quella dell’anima, liberata dal male del peccato. In questo senso si può dire che non c’è pellegrino di Lourdes che non torni “sanato”, anche se i suoi guai fisici continuano: essi, però, acquistano un nuovo significato alla luce della fede. Alla Grotta si trova la serenità, si comprende che il cristiano è chiamato a partecipare alla croce di Gesù e che Egli può consolarci. Non a caso, tra i tanti primati Lourdes ha anche quello di luogo dove c’è il maggiore numero di confessioni e dove di più ci si accosta all’eucaristia».

Qual è l’atteggiamento della Chiesa verso questo santuario?


«È certamente quello cui la Santa Sede ha dedicato negli ultimi due secoli più attenzione e incoraggiamento. Intendiamoci: per la Chiesa tutto ciò che il cristiano può e deve sapere sta nella Sacra Scrittura e nella Tradizione. La Rivelazione è chiusa una volta per tutte con la morte dell’ultimo Apostolo e non sono ammesse aggiunte. Dunque, credere nelle apparizioni mariane e nei loro messaggi (che, peraltro, se comunicassero cose “nuove“ sarebbero certamente da respingere) non è un obbligo per un cattolico. Quando il vescovo del luogo, dopo una seria indagine, proclama che un simile evento misterioso è davvero avvenuto, nessuno è tuttavia obbligato ad andarvi in pellegrinaggio. Anzi, si rimarrebbe un buon cattolico anche se, dopo avere ben studiato il caso, si arrivasse in coscienza alla conclusione che il fatto non è autentico. Difficile giungere a questo, viste tutte le precauzioni e le inchieste della Chiesa prima di esporsi. Ma, almeno in teoria, sarebbe possibile questo “rifiuto”».

Qual è stata la posizione dei Papi verso le apparizioni?

«I Papi hanno sempre molto amato Lourdes. Anche Benedetto XVI vi si recherà di certo quest’anno, nella seconda metà di settembre. Nei Giardini Vaticani vi è addirittura una riproduzione perfetta, in grandezza naturale, della Grotta, ed è tradizione dei Pontefici recitarvi ogni giorno il rosario».

Per gli uomini d’oggi, il pellegrinaggio è ancora attuale?


«Più che mai. Non a caso, negli ultimi decenni hanno subito un calo le vocazioni, il numero dei praticanti e molte devozioni religiose. Una sola cosa non ha subito flessioni. Anzi, è sempre aumentata: l’afflusso dei pellegrini ai santuari. Soprattutto mariani. E, direi, soprattutto a Lourdes».

Monday, February 11, 2008

E se Carlo Maria Martini fosse diventato Papa?

In un post di qualche mese fa, buttai giù frettolosamente alcune considerazioni sulle bizzarre opinioni del teologo Vito Mancuso. Le mie perplessità di cattolico comune trovano adesso conferma nientepopodimeno che sull’Osservatore Romano e su Civiltà Cattolica, il quindicinale dei Gesuiti.
Va chiarito che a sorprendere non sono le tesi espresse da Vito Mancuso in L’anima e il suo destino. Teologi (sedicenti) cattolici che sfornano libri eterodossi ci sono sempre stati e non mancheranno anche in futuro.
No, sorprende e dispiace, semmai, il fatto che questo libro abbia ricevuto l’apprezzamento del cardinale Carlo Maria Martini. Ora, che un porporato associ il suo nome al lavoro di un dissidente costituisce di per sé una circostanza anomala. Ma c’è ben più di questo. C’è che, nell’ultimo conclave per l’elezione del Pontefice, insieme al cardinale Joseph Ratzinger, l’altro grande candidato alla guida della barca di Pietro fosse proprio … Carlo Maria Martini!!! Se non sapessimo che lo Spirito Santo guida l’elezione del Papa, dovremmo tirare un sospiro di sollievo per lo scampato pericolo.
Detto questo, vorrei aggiungere, anche a rischio di apparire incoerente, che la vicenda Mancuso non dovrebbe indurre i cattolici a trascurare gli scritti di Carlo Maria Martini. Per quanto mi riguarda, ho appena finito Le virtù (ediz. In dialogo, 2002), libricino in cui sono raccolte delle utili riflessioni dell’allora Arcivescovo di Milano sulle virtù cardinali e teologali. Su una delle virtù umane già esaltate dalla sapienza pagana, prima ancora che dal cristianesimo, troviamo dei passaggi particolarmente significativi. Guarda caso, riguardano proprio la “prudenza”.
Lascio adesso la parola a Sandro Magister e al suo Un teologo rifà da capo la fede cattolica. Ma la Chiesa dice no.

Segue la puntata di Otto e mezzo del 10 ottobre scorso con Vito Mancuso ospite in studio.

Monday, February 04, 2008

Magdalene, una bufala! Parte seconda

Un paio di giorni fa, ho riportato un Antidoto di Rino Cammilleri dedicato al film Magdalene. Un visitatore del mio blog ha commentato che sarebbe in corso una sorta di “mistificazione alla rovescia”: a suo dire, il fatto che il libro di Kathy O’Beirne racconti eventi autobiografici mai verificatisi nella casa di correzione irlandese gestita da suore cattoliche non toglie nulla al film del regista Peter Mullan. Quest’ultimo non ha mai dichiarato di aver usato il libro della O’Bierne come fonte per realizzare Magdalene, ma si sarebbe ispirato ad un documentario intitolato “Sex in a Cold Climate”. Ergo, chi parla di Magdalene come di una bufala sta semplicemente intorbidando le acque.
L’obiezione mi sembra meritevole di attenzione e, se avessi tempo da dedicarle, andrebbe verificata. Se poi emergesse che non c’è effettivamente legame tra il libro e il film, non avrei difficoltà ad ammetterlo. Ho tuttavia fortissimi dubbi che la questione si possa risolvere in modo così semplice.
Per quanto mi riguarda, il cuore della faccenda è un altro. Ho chiamato in causa il film Magdalene perché esso costituisce un ennesimo caso di disinformazione anticattolica, per non dire di linciaggio mediatico del cattolicesimo. Ormai non si contano più le calunnie volte a suscitare ostilità e pregiudizi verso la Chiesa di Roma. Esempi recenti e tra i più eclatanti sono Il Codice da Vinci - thriller infarcito di castronerie su Gesù Cristo, l’Opus Dei e il Vaticano; i processi americani contro preti accusati di pedofilia, la maggior parte dei quali si sono poi dimostrati privi di qualunque riscontro reale; il video della BBC Sex, Crimes and the Vatican, una manipolazione di fatti e documenti attraverso cui si è cercato di gettare fango anche su Benedetto XVI. Con l’anticattolicesimo risuona nelle orecchie il vecchio slogan: “Calunnia, calunnia, qualcosa resterà”.
Torniamo allora alle Magdalene Laundries, di cui si parla nel film di Mullen. Al riguardo, credo sia utile riproporre delle informazioni che possano aiutare a comprendere meglio di che cosa si è trattato. Realisticamente, non spero affatto di attenuare l’animosità di qualche anticlericale di passaggio. Diffondo invece queste informazioni soprattutto a beneficio di eventuali lettori cattolici. Chissà che uno, due o tre di essi non riesca(no) a vederci più chiaro in questa brutta storia e a ridurre i motivi per cui vergognarsi della Chiesa! Se così fosse, mi riterrei più che soddisfatto.

Magdalene. Io, cattolico indignato, di Vittorio Messori, Corriere della Sera del 14 settembre 2002.

Friday, February 01, 2008

Magdalene, una bufala!

Ricordate Magdalene, il film di Peter Mullan che nel 2002 vinse il Leone d’Oro al festival di Venezia?

Era stato tratto da un libro di tal Kathy O’Beirne, Kathy’s story, che raccontava i quattordici anni di inferno passati dall’autrice in un riformatorio gestito dalle suore irlandesi appartenenti alla congregazione di Our Lady of Charity.

Apprendiamo dal notiziario «Sos ragazzi» diretto da Guido Vignelli (dicembre 2007, tel. 068072024) che tra il 2003 e il 2006 i fatti raccontati dalla O’Beirne sono stati smentiti da tre sue compagne di riformatorio e perfino dalla sua stessa famiglia.

Nel settembre del 2007 un giornalista del «Mail on Sunday», Hermann Kelly, ha pubblicato un libro-inchiesta, Kathy’s real story, nel quale si dimostra che i fatti raccontati dalla O’Beirne sono veri, sì, ma accaduti altrove e non nella casa di rieducazione delle suore.

L’autrice ha semplicemente, diciamo così, rimescolato un po’ le carte nella speranza di ottenere maggiore risonanza per il suo scritto. Naturalmente, la risonanza l’ha avuta, perché la lobby anticattolica non dorme mai.

Altrettanto naturalmente, nessun Leone d’Oro è andato alla smentita, né risulta, anzi, che qualcuno, oltre a «Sos ragazzi» e il sottoscritto, se ne sia mai occupato.

Da Antidoti, di Rino Cammilleri

Aggiornamento in Magdalene, una bufala! Parte seconda.

Friday, January 25, 2008

Un nuovo libro sull’Opus Dei. Tutta la verità.

Il sacerdote ci diceva qualche giorno fa: “Se qualcuno è qui per fare scalate sociali, sappia che rimarrà deluso. L’Opus Dei vi aiuta solo ad incontrare Cristo e a santificare la vita secondo il vostro stato e attraverso il vostro lavoro”.

Segnalo un’importante novità della Lindau, in libreria dal 18 gennaio 2008: OPUS DEI. Tutta la verità, di Patrice De Plunkett.
L’Opus Dei è davvero il «mostro» che tutti dipingono? Una sorta di massoneria cattolica segreta, ultraconservatrice, che governa nell’ombra il Vaticano, una multinazionale del profitto al centro da sempre di spregiudicate operazioni finanziarie?
Patrice de Plunkett, giornalista e scrittore tra i più apprezzati in Francia, ne ripercorre le vicende con un’inchiesta serrata, a partire dalla sua istituzione nel 1928 e dalla figura del suo fondatore, il sacerdote spagnolo Josemaria Escrivá, una figura suggestiva e complessa – fatto santo nel 2002 da Giovanni Paolo II –, smascherando le tante leggende nere e i radicati pregiudizi.
Patrice de Plunkett ha condotto qui un’inchiesta a 360 gradi intorno all’Opus Dei: storia, cronaca, missione, protagonisti, leggende, scandali, anche legati ai misteri italiani, da Calvi allo Ior, alla Loggia P2. Tutto passato al vaglio della documentazione disponibile e soprattutto raccontato senza censure né pregiudizi di sorta. Chi legge ha così il modo di farsi un’idea plausibile di un’istituzione ormai presente in tutto il mondo e che si propone come uno dei centri propulsori più vitali del cattolicesimo moderno. Eppure poche organizzazioni sono oggi sinistramente evocative di mistero, trame oscure e potere come l’Opus Dei. Per questo la sua storia merita attenta considerazione e va letta innanzitutto come una decisa risposta della Chiesa di Roma alle sfide di una società sempre più secolarizzata e ostile.


Per la recensione del libro su Avvenire si veda qui.

Wednesday, January 23, 2008

Cari laici, allegria, la Chiesa vi salverà

Mi era sfuggito. Lo rendiconto adesso nelle sopravvenienze del 2007... ne vale la pena.

Dilaga e appassiona la diatriba su “Dio e politica”. Ieri (di nuovo) Eugenio Scalfari sulla Repubblica, Barbara Spinelli sulla Stampa, addirittura Sandro Bondi sull’Unità, Piergiorgio Odifreddi sulla Repubblica e il cardinal Bertone dovunque: tutti a cimentarsi con la stessa questione.
Allora vorrei chiedere ai nostri commentatori e ai nostri politici – specialmente a Marco Pannella, ma anche a Eugenio Scalfari – di indovinare chi ha pronunciato le parole che seguono. Sentite che bomba: “Per me non c’è politica che non sia contemporaneamente religione. La politica serve la religione. La politica senza la religione è una trappola per gli esseri umani, perché uccide l’anima. Sono fermamente convinto che oggi l’Europa non stia mettendo in pratica lo spirito di Dio e del cristianesimo, bensì lo spirito di Satana”.
Non si tratta di un prelato, né di un politico cattolico. E’ il Mahatma Gandhi. Sì, proprio quello che i radicali di Pannella hanno trasformato – con incredibile disinvoltura – in loro simbolo.

Era forse anche lui integralista, baciapile e confessionale? Difficile sostenerlo. Gandhi non era cattolico e viveva in un Paese dove i cristiani sono una piccola minoranza. Gandhi inoltre non aveva niente a che fare col fondamentalismo di cui anzi fu vittima (fu ucciso da un fanatico indù). Ma grazie all’incontro con la cultura europea (ovvero la democrazia inglese, “esportata” in India) aveva interiorizzato ciò che il cristianesimo aveva portato nel mondo. Innanzitutto la sacralità della persona umana, di ogni singolo essere umano, di cui nessuno può abusare, che nessuno può violare e uccidere.

Infatti Gandhi sosteneva l’esatto opposto delle idee dei radicali italiani sui temi fondamentali come l’aborto (“mi sembra chiaro come la luce del giorno che l’aborto è un crimine”). A lui era chiaro che non si può sostenere a parole la dottrina della “non violenza” e poi giustificare e teorizzare l’uccisione degli esseri umani più indifesi e innocenti. Così come non si può gridare “Nessuno tocchi Caino” e poi legalizzare la soppressione di milioni e milioni di Abele. Questa era la “religiosità” gandhiana in politica.
Eredità laica perché cristiana: è stato infatti il cristianesimo che ha inventato la laicità dello stato e delle istituzioni umane ponendo loro dei limiti (i diritti della persona umana e i diritti di Dio). Prima di Cristo il potere ha sempre sacralizzato se stesso, imponendo ai popoli sterminati sacrifici umani. In un memorabile discorso alla Sorbona l’allora Cardinale Ratzinger sostenne che il cristianesimo era stato il vero “Illuminismo” che aveva dissolto le tenebre delle superstizioni. Sia le superstizioni delle religioni pagane che sacralizzavano la natura, impedendo fra l’altro all’uomo di conoscerla, dominarla e usarla e spesso sacrificando esseri umani. Sia la sacralizzazione del potere (l’Imperatore, lo Stato e via dicendo).

Certo è accaduto pure che degli uomini di Chiesa in passato abbiano in qualche modo appoggiato eccessivamente certi regimi detti “cattolici”. E hanno sbagliato: non a caso Giovanni Paolo II ha voluto chiedere certi dolorosi “mea culpa” alla cristianità. Così come sarebbe sbagliato oggi che degli ecclesiastici pretendessero di interferire in politica, esorbitando dai propri compiti pastorali (tentazione possibile e da rifiutare). Tuttavia sono proprio queste eccezioni che confermano la regola.

E’ stato il cristianesimo a “desacralizzare” il potere e il mondo. Anzi, per la verità Ratzinger afferma che già il primo libro della Bibbia, la Genesi, è la prima grande desacralizzazione del cosmo perché mostra il sole, la luna e le stelle come opere create (e non divinità) e quindi spalanca all’uomo l’avventura della conoscenza razionale e scientifica.
E’ in questo paradosso che sono sbocciate, nella storia, la democrazia e la libertà. Il paradosso è il seguente: la necessaria laicità è stata partorita storicamente ed è “garantita” da una “religione”. Questa verità ha trovato una conferma clamorosa proprio nel Novecento, quando è accaduto che l’abbandono del cristianesimo, anzi la lotta ad esso, ha permesso l’esplodere di ideologie assolutiste e neopagane, che di nuovo sono tornate tragicamente a divinizzare lo Stato, il Capo, la Razza, il Partito, la Classe e quant’altro (ultimamente la Scienza, o meglio la sua degenerazione scientista, viene presentata come nuova ideologia indiscutibile da adorare).

Ancora Ratzinger ha scritto che quando si rifiuta “la speranza che è nella fede” si rifiuta anche “il senso di misura della ragione politica”. Allora nella politica si proiettano speranza messianiche, palingenetiche e accadono le tragedie che abbiamo visto consumarsi nel Novecento: “Una simile politica, che fa del regno di Dio un prodotto della politica e piega la fede sotto il primato universale della politica è per sua natura politica della schiavitù; è politica mitologica”.
Il cristianesimo è il vero illuminismo che libera da queste mitologie oppressive e disumane: “il primo servizio che la fede fa alla politica” scrive Ratzinger “è la liberazione dell’uomo dall’irrazionalità dei miti politici, che sono il vero rischio del nostro tempo”. Infatti il cristianesimo ha reso possibile quel pensiero liberale autentico – penso a Karl Popper – che rifiuta come pericolosi e tragici le utopie e ogni “perfettismo” indicando proprio l’ “imperfetto” come il terreno vero di lavoro dell’uomo. “Il cristianesimo, in contrasto con le sue deformazioni” scriveva ancora il cardinale Ratzinger “non ha fissato il messianismo nel politico… Ha insegnato l’accettazione dell’imperfetto e l’ha resa possibile”.
Accettare l’imperfetto non significa affatto rassegnarsi a un mondo sbagliato o ingiusto, ma riconoscere che la realtà è “semper reformanda”, scorgere dappertutto miglioramenti da portare, darsi da fare per cambiare continuamente il mondo senza pretendere mai di raggiungere l’ordine perfetto. E’ il rifiuto di ogni fondamentalismo, di ogni massimalismo, di ogni fanatismo (sia religioso che giacobino).

Infatti il cardinale Ratzinger – parlando a deputati della Cdu tedesca - osò teorizzare la profonda moralità del compromesso: “Essere sobri ed attuare ciò che è possibile, e non reclamare con il cuore in fiamme l’impossibile è sempre stato difficile; la voce della ragione non è mai così forte come il grido irrazionale. Il grido che reclama le grandi cose ha la vibrazione del moralismo; limitarsi al possibile sembra invece una rinuncia alla passione morale, sembra il pragmatismo dei meschini. Ma la verità è che la morale politica consiste precisamente nella resistenza alla seduzione delle grandi parole con cui ci si fa gioco dell’umanità dell’uomo e delle sue possibilità”.
Il cardinale concludeva con questa sciabolata: “Non è morale il moralismo dell’avventura, che intende realizzare da sé le cose di Dio. Lo è invece la lealtà che accetta le misure dell’uomo e compie, entro queste misure, l’opera dell’uomo. Non l’assenza di ogni compromesso, ma il compromesso stesso è la vera morale dell’attività politica”.

Questa è la vera scuola della laicità. La voce della Chiesa, la tradizione cristiana, è il miglior antidoto all’insorgere di ogni fanatismo, al risorgere di ideologie totalitarie e di ogni fondamentalismo. Il paradosso di fronte al quale si trova l’Europa e l’Italia è questo: se vogliono restare laiche, cioè regno della libertà e dei diritti umani (di tutti, bambini compresi), hanno bisogno della voce della Chiesa e della tradizione cristiana. Appena la mettono al bando calano le tenebre – come si è visto nel Novecento – e sulla nostra terra si scatenano i dèmoni.

Antonio Socci, su Libero del 31 dicembre 2007

Wednesday, January 16, 2008

Santo Padre, se hanno rifiutato Lui…

Giorni fa, qualcuno mi rammentava che il Dio rivelatoci da Gesù è un Padre prodigo (per inciso, è tale il padre della famosa parabola, non il figlio). È un Dio, il nostro, con una particolare predilezione per le pecorelle smarrite. È sempre impaziente di andarle a recuperare, bontà sua. Queste caratteristiche di Dio mi hanno talvolta messo in difficoltà. Oggi è così. “Ma come”, vorrei dirGli, “ti sei fatto crocifiggere anche per coloro che ti offendono, ti calunniano, ti scherniscono? Ami pure costoro e li aspetti fino alla fine?”.
Lo so, ci sono comportamenti ben peggiori di quelli messi in campo contro il Papa in queste ultime ore, ma l’intenzione ha il suo peso. È poi inutile nascondere che il compatimento per i 67 professori della Sapienza e per gli studenti-marionette dei centri sociali si associa in me a tanta rabbia.
Giorni fa, leggevo che uno dei modi con cui il diavolo cercò di dissuadere Gesù dal vivere la sua Passione fu probabilmente racchiuso in questa domanda: “Ma gli uomini meritano il tuo sacrificio?” Si comprende facilmente che questa era una potente tentazione. Potentissima. Pur conoscendo l’ingratitudine e la miseria dell’uomo, Lui invece andò avanti fino in fondo. Per Amore.
Sto esagerando, è vero, la sto facendo troppo drammatica per quattro povere anime che attaccano il Vicario di Cristo, ma, lo dicevo prima, la rabbia esige oggi un tributo, laddove dovrebbe esserci solo la pietas.
Benedetto XVI non ha certo bisogno del mio affetto e della mia solidarietà. Stamattina lo scrivevo comunque ad un amico: dobbiamo sempre ricordare che “un servo non è più grande del suo padrone”. Santo Padre, non si curi della miseria di certi uomini, hanno già fatto tutto il male possibile a Qualcun’altro ben più grande di lei. E ne è uscito vincitore.

Tuesday, January 15, 2008

Sì, il processo a Galilei fu giusto

C’è tanto materiale a disposizione per comprendere cosa fu realmente il caso Galilei. Da parte mia, suggerisco le pagine che Vittorio Messori vi ha dedicato in Pensare la storia, SugarCo, Milano, 2006. Quelle pagine sono disponibili qui, qui e qui, nella precedente edizione del libro per i tipi della San Paolo.

Come tutti, mi sono formato anch’io in una scuola e in un’università dove si insegnano una sfilza di “leggende nere” sulla Chiesa cattolica. È ora di dire le cose come sono! A questo proposito, non fa male ricordare le parole di Leo Moulin, medievista francese:
«Date retta a me, vecchio incredulo che se ne intende: il capolavoro della propaganda anti-cristiana è l’essere riusciti a creare nei cristiani, nei cattolici soprattutto, una cattiva coscienza; a instillarli l’imbarazzo, quando non la vergogna, per la loro storia. A furia di insistere, dalla riforma sino ad oggi, ce l’hanno fatta a convincervi di essere i responsabili di tutti o quasi i mali del mondo. Vi hanno paralizzato nell’autocritica masochista, per neutralizzare la critica di ciò che ha preso il vostro posto. Da tutti vi siete lasciati presentare il conto, spesso truccato, senza quasi discutere. Non c’è problema o errore o sofferenza nella storia che non vi siano stati addebitati. E voi, così spesso ignoranti del vostro passato, avete finito per crederci, magari per dar loro man forte. Invece io (agnostico, ma storico che cerca di essere oggettivo) vi dico che dovete reagire, in nome della verità. Spesso, infatti, non è vero. E se qualcosa di vero c’è, è anche vero che, in un bilancio di venti secoli di cristianesimo, le luci prevalgono di gran lunga sulle ombre. Ma poi: perché non chiedere a vostra volta il conto a chi lo presenta a voi? Sono forse stati migliori i risultati di ciò che è venuto dopo? Da quali pulpiti ascoltate, contriti, certe prediche?»

Riporto di seguito l’Antidoto di Rino Cammilleri pubblicato oggi.
Il papa, invitato a tenere una Lezione all’università La Sapienza di Roma, è stato respinto al mittente da una levata di scudi di 63 (o 67?) professori di quell’ateneo, i quali hanno inalberato il solito Galileo e riesumato la consueta paccottiglia scientista.

Anche chi ha difeso il diritto del papa di parlare, come il filosofo Zecchi («Il Giornale» 14 gennaio 2008) non ha saputo trovare di meglio che perle come questa: il cardinale Bellarmino si sarebbe rifiutato di guardare nel telescopio di Galileo. Ora, a parte il fatto che s. Roberto Bellarmino è Dottore della Chiesa (scusate se è poco) e insegnava astronomia a Lovanio, e che a rifiutarsi di guardare nel cannocchiale erano i colleghi laici di Galileo (quest’ultimo li chiamava sprezzantemente «la piccionaia» dal nome del loro leader, Ludovico Delle Colombe), la moderna epistemologia dice che in quel processo aveva ragione la Chiesa e torto Galileo, perché non era la Chiesa a metter bocca nella scienza ma Galileo a voler fare il teologo.

Il punto è che l’università è un’invenzione della Chiesa che nel XIX secolo i massoni scipparono, facendosela a loro volta scippare dai comunisti nel XX, quando, col Sessantotto, i «baroni» vennero sostituiti da tribuni della plebe che salirono in cattedra a bastonate e «18 politico», nonché «esami collettivi». Ancora oggi, comunque, per un posto «accademico» c’è chi accoltellerebbe la mamma, dato l’ottimo stipendio e il quasi non-obbligo di tenere lezioni.

La casta si autoinveste di infallibilità, spregiando come «non scientifico» ogni scritto che non disponga di migliaia di note a piè pagina e altrettanti titoli di bibliografia, anche se lo scritto in questione consta di tre righe. Sono esperti di Storia della Filatelia nella Prima Metà del XIX Secolo e di Fenomenologia della Comunicazione Tribale nei Paesi Afro-Asiatici quelli che danno la laurea honoris causa a Vasco e/o Valentino Rossi ma non vogliono che il massimo teologo del mondo metta piede in posti pomposamente chiamati La Sapienza. E’ vero, non si può fare di ogni erba un fascio; ma forse sì di ogni squadra & compasso e di ogni falce & martello.

Un’ultima cosa: la pretesa di assoluta autonomia da parte della scienza, inaugurata con Galileo, conduce dritto alla bomba atomica e agli odierni embrioni-chimera. Neanche Galileo ci starebbe (v. il mio «Il caso Galileo», Quaderni del Timone: info@iltimone.org).

Tuesday, January 08, 2008

Sofferenza ed eutanasia per credenti e non

Riporto delle considerazioni di Vittorio Messori e Michele Brambilla sull’eutanasia e sulla sofferenza, tratte da Qualche ragione per credere, Mondadori, 1997, pp. 188-190.
V.M. A proposito di ammalati: sono così poco amante della retorica e tanto amico del realismo, che non ho esitato a scrivere (e lo ribadisco ora) che l’eutanasia, o qualsiasi forma di «suicidio assistito», non è solo un diritto, probabilmente è un dovere per chi non condivida la prospettiva [della fede]. Il deserto del dolore – oggi spesso interminabile, a causa della tecnologia medica che provoca «l’accanimento terapeutico» - la terra desolata da attraversare prima di morire, vanno eliminati, se si crede inutile questa come ogni altra sofferenza. Lo esige la pietà umana, ma anche la ragione.
I soliti cattolici volenterosi quanto (forse) un po’ miopi, quelli che si agitano, protestano, progettano referendum, dimenticano che il dolore ha un valore, e altissimo, solo nella prospettiva di chi crede in quel Dolorante per eccellenza che è il Dio appeso alla croce. Fuori di quella prospettiva la sofferenza è un flagello che, non potendo essere domato altrimenti, esige la radicalità della soppressione il più possibile «dolce» del sofferente.
[…] Abbiamo paura di coloro che piangono, perché sappiamo che prima o poi toccherà a tutti: tutti, infatti, non siamo che futuri degenti di ospedale in più o meno lunga libera uscita. Dietro quel bisogno della legalizzazione dell’eutanasia c’è anche l’impossibilità per noi, provvisoriamente ancora «sani», di affrontare lo spettacolo, indecente e intollerabile, dell’agonia degli altri. In fondo, gli ospedali moderni – dove ricoverare tutti, anche quelli che potrebbero essere curati a casa – rispondono al bisogno di nascondere alla vista, di segregare in luoghi deputati lo scandalo del dolore.
[…] M.B. Occorre riconoscere che sembra essere andato al cuore del dramma il Concilio Vaticano II, con il suo «Appello agli uomini», a chiusura dei lavori: «Il Cristo non ha soppresso la sofferenza. Non ha voluto neppure svelarne interamente il mistero. L’ha presa su di sé, e questo è abbastanza perché ne comprendiamo tutto il valore».
[…] V.M. Il cristiano tribolato sa di non essere né un abbandonato né un punito ma, al contrario un privilegiato. Duro privilegio, certo, ma in conformità con quel Gesù che … anche dopo la Risurrezione – e per l’eternità – porta sul suo corpo le cicatrici della Passione.

Thursday, December 27, 2007

Un impressionante dettaglio: l'Anticristo

C’è un personaggio inquietante e apocalittico che Benedetto XVI evoca, a sorpresa, nella recente enciclica “Spe salvi”: l’Anticristo. Per la verità il papa non cita direttamente questo oscuro soggetto che è drammaticamente preannunciato fin dal Nuovo Testamento, ma lo chiama in causa attraverso una citazione di Immanuel Kant che fa una certa impressione rileggere in questi tempi in cui l’Europa sembra in guerra contro la Chiesa, spesso strumentalizzando alcuni gruppi sociali (come gli immigrati musulmani o le donne o gli omosessuali) per sradicare le radici cristiane e per limitare la libertà dei cattolici e della Chiesa. Scriveva Kant: “Se il cristianesimo un giorno dovesse arrivare a non essere più degno di amore (…) allora il pensiero dominante degli uomini dovrebbe diventare quello di un rifiuto e di un’opposizione contro di esso; e l’anticristo (…) inaugurerebbe il suo, pur breve, regime (fondato presumibilmente sulla paura e sull’egoismo). In seguito, però, poiché il cristianesimo, pur essendo stato destinato ad essere la religione universale, di fatto non sarebbe stato aiutato dal destino a diventarlo, potrebbe verificarsi, sotto l’aspetto morale, la fine (perversa) di tutte le cose”.

Il Papa sottolinea proprio questa possibilità apocalittica che viene affacciata da Kant secondo cui l’abbandono del cristianesimo e la guerra al cristianesimo potrebbero portare a una fine non naturale, “perversa”, dell’umanità, a una sorta di autodistruzione planetaria, sia in senso morale che in senso materiale (e un tale orrore, peraltro, è oggi nelle possibilità tecniche dell’umanità). Essendo l’enciclica un testo molto rigoroso e ponderato, è da escludere che Benedetto XVI abbia evocato l’Anticristo e la “fine dell’umanità” a caso.

Il suo pensiero peraltro è del tutto lontano da suggestioni millenaristiche, c’è dunque da credere che se richiama questi temi scorga veramente nel nostro tempo un confronto drammatico e mortale fra Bene e Male. Oltretutto già in un’altra recente occasione è stata evocata e ben meditata, in Vaticano, la figura dell’Anticristo. E’ accaduto quest’anno, il 27 febbraio, negli esercizi spirituali predicati al Papa dal cardinale Biffi (immagino che i temi siano stati concordati): si è meditato proprio sulla profezia dell’Anticristo (vedi “Le cose di lassù”, ed. Cantagalli). Biffi ha citato infatti il “Racconto dell’Anticristo” di Vladimir Solovev scritto nella primavera 1900, come avvertimento al XX secolo che era agli albori. In quelle pagine il personaggio apocalittico veniva eletto “Presidente degli Stati Uniti d’Europa” e poi acclamato imperatore romano.

“Dove l’esposizione di Solovev si dimostra particolarmente originale e sorprendente e merita più approfondita riflessione” spiega Biffi “è nell’attribuzione all’Anticristo delle qualifiche di pacifista, di ecologista, di ecumenista”. Praticamente un campione perfetto del politically correct. Ecco le parole di Solovev: “Il nuovo padrone della terra era anzitutto un filantropo, pieno di compassione, non solo amico degli uomini, ma anche amico degli animali. Personalmente era vegetariano… Era un convinto spiritualista”, credeva nel bene e perfino in Dio, “ma non amava che se stesso”.

In sostanza questa figura – l’antagonista di Gesù Cristo – si presenterebbe, secondo un’antica tradizione, con gli aspetti più seducenti, una contraffazione dei “valori cristiani”, in realtà rovesciati contro Gesù Cristo, quelli che oggi carezzano il senso comune. L’Anticristo di questo racconto infatti tuona: “Popoli della terra! Io vi ho promesso la pace e io ve l’ho data. Il Cristo ha portato la spada, io porterò la pace”. Parole in cui molti sentono echeggiare quell’accusa al cristianesimo (che sarebbe causa di intolleranza e conflitti) oggi tanto diffusa. Tuttavia si sbaglierebbe a ritenere che il Papa stigmatizzi solo e semplicemente l’anticristianesimo dilagante a causa del laicismo, sebbene così aggressivo e pericoloso. C’è molto di più nei suoi pensieri. Proprio Ratzinger, da cardinale, in una memorabile conferenza a New York, il 27 gennaio 1988, davanti a un uditorio ecumenico, soprattutto di teologi, citò lo stesso racconto di Solovev esordendo così: “Nel ‘Racconto dell’Anticristo’ di Vladimir Solovev, il nemico escatologico del Redentore raccomandava se stesso ai credenti, tra le altre cose per il fatto di aver conseguito il dottorato in teologia a Tubinga e di aver scritto un lavoro esegetico che era stato riconosciuto come pionieristico in quel campo. L’Anticristo un famoso esegeta!”.

Questo discorso fu ripetuto dal cardinale anche a Roma, davanti a una platea di teologi cattolici. Molti, in quelle platee, trovarono sicuramente “provocatoria” questa citazione, sia pure espressa con la pacatezza tipica di Ratzinger che esorta tutti, sempre, a riflettere. Essa però esprime la consapevolezza dell’attuale pontefice – e prima di lui di Paolo VI e di Giovanni Paolo II – che il pericolo non viene solo dall’esterno, da una cultura avversa e da forze anticristiane, ma anche dall’interno, da “un pensiero non cattolico” che dilaga nella stessa cristianità, come denunciò con parole drammatiche Paolo VI quando arrivò a parlare del “fumo di Satana” dentro il tempio di Dio.

Che nella Chiesa, specialmente negli ultimi pontefici, sia diffusa la sensazione di vivere tempi apocalittici (non necessariamente “la fine dei tempi”, ma forse i tempi dell’Anticristo) appare evidente da tanti loro pronunciamenti. Inoltre fa riflettere, anche in Vaticano, la gran quantità di “avvertimenti” soprannaturali, che vanno in tal senso, contenuti in “rivelazioni private” a santi e mistici e in apparizioni di quesi decenni: in qualcuna di esse si afferma addirittura che l’Anticristo sarebbe un ecclesiastico di questo tempo (un “pastore idolo” che sconvolgerà la vita della Chiesa), ma è un’immagine che molti interpretano come riferita a un “pensiero non cattolico” dentro la Chiesa, fenomeno che in effetti è ben disastrosamente visibile. Dà un quadro ragionato e illuminante di tutto questo padre Livio Fanzaga nel volume, appena uscito, “Profezie sull’Anticristo” (Sugarco). Un quadro prezioso per comprendere il senso e la preoccupazione di tanti interventi pontifici. Angosciati sia per le sorti della fede che per le sorti dell’umanità.

La particolare attenzione della Santa Sede all’Italia è dovuta al fatto che qui il peso dei cattolici ha dato – come ha sottolineato il Papa stesso - il segnale di una inversione di tendenza rispetto alle devastazioni anticristiane e nichiliste del resto d’Europa. La Chiesa cioè scommette sull’Italia per riportare l’Europa alle sue radici cristiane e alla fede. Per questo allarma fortemente che in questi giorni, nel Palazzo della politica, si tenti di soppiatto – con la connivenza di alcuni cattolici – di reintrodurre un “reato di opinione riferito alla tendenza sessuale” (come lo definisce “Avvenire”) che apre la strada alla “demoralizzazione” del Paese e domani potrebbe fortemente minacciare la stessa libertà della Chiesa di insegnare la sua morale. Oltretutto tale limitazione alla libertà di pensiero e di parola viene pretesa in nome di un’ideologia libertaria, paradosso che fa riflettere amaramente oltretevere, dove questi scricchiolii sono percepiti come pericolosi avvertimenti prima di un possibile crollo.

di Antonio Socci, su Libero dell’8 dicembre 2007

Sullo stesso argomento e dello stesso autore si veda Un mistero che allarma il Papa.