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Monday, February 04, 2008

Magdalene, una bufala! Parte seconda

Un paio di giorni fa, ho riportato un Antidoto di Rino Cammilleri dedicato al film Magdalene. Un visitatore del mio blog ha commentato che sarebbe in corso una sorta di “mistificazione alla rovescia”: a suo dire, il fatto che il libro di Kathy O’Beirne racconti eventi autobiografici mai verificatisi nella casa di correzione irlandese gestita da suore cattoliche non toglie nulla al film del regista Peter Mullan. Quest’ultimo non ha mai dichiarato di aver usato il libro della O’Bierne come fonte per realizzare Magdalene, ma si sarebbe ispirato ad un documentario intitolato “Sex in a Cold Climate”. Ergo, chi parla di Magdalene come di una bufala sta semplicemente intorbidando le acque.
L’obiezione mi sembra meritevole di attenzione e, se avessi tempo da dedicarle, andrebbe verificata. Se poi emergesse che non c’è effettivamente legame tra il libro e il film, non avrei difficoltà ad ammetterlo. Ho tuttavia fortissimi dubbi che la questione si possa risolvere in modo così semplice.
Per quanto mi riguarda, il cuore della faccenda è un altro. Ho chiamato in causa il film Magdalene perché esso costituisce un ennesimo caso di disinformazione anticattolica, per non dire di linciaggio mediatico del cattolicesimo. Ormai non si contano più le calunnie volte a suscitare ostilità e pregiudizi verso la Chiesa di Roma. Esempi recenti e tra i più eclatanti sono Il Codice da Vinci - thriller infarcito di castronerie su Gesù Cristo, l’Opus Dei e il Vaticano; i processi americani contro preti accusati di pedofilia, la maggior parte dei quali si sono poi dimostrati privi di qualunque riscontro reale; il video della BBC Sex, Crimes and the Vatican, una manipolazione di fatti e documenti attraverso cui si è cercato di gettare fango anche su Benedetto XVI. Con l’anticattolicesimo risuona nelle orecchie il vecchio slogan: “Calunnia, calunnia, qualcosa resterà”.
Torniamo allora alle Magdalene Laundries, di cui si parla nel film di Mullen. Al riguardo, credo sia utile riproporre delle informazioni che possano aiutare a comprendere meglio di che cosa si è trattato. Realisticamente, non spero affatto di attenuare l’animosità di qualche anticlericale di passaggio. Diffondo invece queste informazioni soprattutto a beneficio di eventuali lettori cattolici. Chissà che uno, due o tre di essi non riesca(no) a vederci più chiaro in questa brutta storia e a ridurre i motivi per cui vergognarsi della Chiesa! Se così fosse, mi riterrei più che soddisfatto.

Magdalene. Io, cattolico indignato, di Vittorio Messori, Corriere della Sera del 14 settembre 2002.

Friday, January 25, 2008

Un nuovo libro sull’Opus Dei. Tutta la verità.

Il sacerdote ci diceva qualche giorno fa: “Se qualcuno è qui per fare scalate sociali, sappia che rimarrà deluso. L’Opus Dei vi aiuta solo ad incontrare Cristo e a santificare la vita secondo il vostro stato e attraverso il vostro lavoro”.

Segnalo un’importante novità della Lindau, in libreria dal 18 gennaio 2008: OPUS DEI. Tutta la verità, di Patrice De Plunkett.
L’Opus Dei è davvero il «mostro» che tutti dipingono? Una sorta di massoneria cattolica segreta, ultraconservatrice, che governa nell’ombra il Vaticano, una multinazionale del profitto al centro da sempre di spregiudicate operazioni finanziarie?
Patrice de Plunkett, giornalista e scrittore tra i più apprezzati in Francia, ne ripercorre le vicende con un’inchiesta serrata, a partire dalla sua istituzione nel 1928 e dalla figura del suo fondatore, il sacerdote spagnolo Josemaria Escrivá, una figura suggestiva e complessa – fatto santo nel 2002 da Giovanni Paolo II –, smascherando le tante leggende nere e i radicati pregiudizi.
Patrice de Plunkett ha condotto qui un’inchiesta a 360 gradi intorno all’Opus Dei: storia, cronaca, missione, protagonisti, leggende, scandali, anche legati ai misteri italiani, da Calvi allo Ior, alla Loggia P2. Tutto passato al vaglio della documentazione disponibile e soprattutto raccontato senza censure né pregiudizi di sorta. Chi legge ha così il modo di farsi un’idea plausibile di un’istituzione ormai presente in tutto il mondo e che si propone come uno dei centri propulsori più vitali del cattolicesimo moderno. Eppure poche organizzazioni sono oggi sinistramente evocative di mistero, trame oscure e potere come l’Opus Dei. Per questo la sua storia merita attenta considerazione e va letta innanzitutto come una decisa risposta della Chiesa di Roma alle sfide di una società sempre più secolarizzata e ostile.


Per la recensione del libro su Avvenire si veda qui.

Tuesday, January 15, 2008

Sì, il processo a Galilei fu giusto

C’è tanto materiale a disposizione per comprendere cosa fu realmente il caso Galilei. Da parte mia, suggerisco le pagine che Vittorio Messori vi ha dedicato in Pensare la storia, SugarCo, Milano, 2006. Quelle pagine sono disponibili qui, qui e qui, nella precedente edizione del libro per i tipi della San Paolo.

Come tutti, mi sono formato anch’io in una scuola e in un’università dove si insegnano una sfilza di “leggende nere” sulla Chiesa cattolica. È ora di dire le cose come sono! A questo proposito, non fa male ricordare le parole di Leo Moulin, medievista francese:
«Date retta a me, vecchio incredulo che se ne intende: il capolavoro della propaganda anti-cristiana è l’essere riusciti a creare nei cristiani, nei cattolici soprattutto, una cattiva coscienza; a instillarli l’imbarazzo, quando non la vergogna, per la loro storia. A furia di insistere, dalla riforma sino ad oggi, ce l’hanno fatta a convincervi di essere i responsabili di tutti o quasi i mali del mondo. Vi hanno paralizzato nell’autocritica masochista, per neutralizzare la critica di ciò che ha preso il vostro posto. Da tutti vi siete lasciati presentare il conto, spesso truccato, senza quasi discutere. Non c’è problema o errore o sofferenza nella storia che non vi siano stati addebitati. E voi, così spesso ignoranti del vostro passato, avete finito per crederci, magari per dar loro man forte. Invece io (agnostico, ma storico che cerca di essere oggettivo) vi dico che dovete reagire, in nome della verità. Spesso, infatti, non è vero. E se qualcosa di vero c’è, è anche vero che, in un bilancio di venti secoli di cristianesimo, le luci prevalgono di gran lunga sulle ombre. Ma poi: perché non chiedere a vostra volta il conto a chi lo presenta a voi? Sono forse stati migliori i risultati di ciò che è venuto dopo? Da quali pulpiti ascoltate, contriti, certe prediche?»

Riporto di seguito l’Antidoto di Rino Cammilleri pubblicato oggi.
Il papa, invitato a tenere una Lezione all’università La Sapienza di Roma, è stato respinto al mittente da una levata di scudi di 63 (o 67?) professori di quell’ateneo, i quali hanno inalberato il solito Galileo e riesumato la consueta paccottiglia scientista.

Anche chi ha difeso il diritto del papa di parlare, come il filosofo Zecchi («Il Giornale» 14 gennaio 2008) non ha saputo trovare di meglio che perle come questa: il cardinale Bellarmino si sarebbe rifiutato di guardare nel telescopio di Galileo. Ora, a parte il fatto che s. Roberto Bellarmino è Dottore della Chiesa (scusate se è poco) e insegnava astronomia a Lovanio, e che a rifiutarsi di guardare nel cannocchiale erano i colleghi laici di Galileo (quest’ultimo li chiamava sprezzantemente «la piccionaia» dal nome del loro leader, Ludovico Delle Colombe), la moderna epistemologia dice che in quel processo aveva ragione la Chiesa e torto Galileo, perché non era la Chiesa a metter bocca nella scienza ma Galileo a voler fare il teologo.

Il punto è che l’università è un’invenzione della Chiesa che nel XIX secolo i massoni scipparono, facendosela a loro volta scippare dai comunisti nel XX, quando, col Sessantotto, i «baroni» vennero sostituiti da tribuni della plebe che salirono in cattedra a bastonate e «18 politico», nonché «esami collettivi». Ancora oggi, comunque, per un posto «accademico» c’è chi accoltellerebbe la mamma, dato l’ottimo stipendio e il quasi non-obbligo di tenere lezioni.

La casta si autoinveste di infallibilità, spregiando come «non scientifico» ogni scritto che non disponga di migliaia di note a piè pagina e altrettanti titoli di bibliografia, anche se lo scritto in questione consta di tre righe. Sono esperti di Storia della Filatelia nella Prima Metà del XIX Secolo e di Fenomenologia della Comunicazione Tribale nei Paesi Afro-Asiatici quelli che danno la laurea honoris causa a Vasco e/o Valentino Rossi ma non vogliono che il massimo teologo del mondo metta piede in posti pomposamente chiamati La Sapienza. E’ vero, non si può fare di ogni erba un fascio; ma forse sì di ogni squadra & compasso e di ogni falce & martello.

Un’ultima cosa: la pretesa di assoluta autonomia da parte della scienza, inaugurata con Galileo, conduce dritto alla bomba atomica e agli odierni embrioni-chimera. Neanche Galileo ci starebbe (v. il mio «Il caso Galileo», Quaderni del Timone: info@iltimone.org).

Thursday, January 03, 2008

I falsi mea culpa dei darwinolatri e i veri evoluzionisti

Leggo sul sito del Corriere della Sera di ieri: “Quando la scienza confessa: ho sbagliato”. Sottotitolo: “Dalle teorie sull’evoluzione alle differenze tra razze, in rete i mea culpa degli studiosi”. L’articolista annuncia una “gamma di dietro front tra il clamoroso e il simpatico”.
Vuoi vedere, ho pensato ingenuamente, che il quotidiano più venduto in Italia, portavoce, insieme a Repubblica, dell’intelligentsia liberal nostrana, sta facendo un’improvvisa retromarcia sul darwinismo (che è cosa ben diversa dalla teoria scientifica dell’evoluzione)? Vuoi vedere, mi sono detto ancora una volta con ingenuità, che qualche “luminare” della scienza, pregiudizialmente e fanaticamente ateo, è rinsavito sulla strada di Damasco e torna sui suoi passi?
Niente di tutto ciò. Più che clamorosa e simpatica, la sostanza dei dietro front si rivela tanto irrilevante che eminentemente confermativa delle panzane messe in giro dai darwinolatri (brutto ma efficace neologismo coniato da Rosa Alberoni ne Il Dio di Michelangelo e la barba di Darwin, il suo ultimo e appassionato saggio).
Nessuna sopresa, quindi. L’articolista e i ‘ravveduti’ cucinano la loro minestrina con gli ingredienti di sempre (tra cui, la selezione naturale e il razzismo genetico), continuano a spacciare per teoria scientifica un’ipotesi che non è mai stata suffragata da dati e fatti e lasciano ad intendere che la comunità degli esperti sia unanimemente orientata.
La chiusura dell’articolo è poi bizzarra, per non dire una chiara presa in giro: “Che lo scienziato possa cambiare idea e sia in grado di ammetterlo, secondo Dawkins, è un bene. Anzi, gli fa onore […]: «Come saremmo inflessibili, rigidi e dogmatici altrimenti»”. Magari fosse così, magari!

[Aggiornamento del 6 gennaio] Più informazione e meno ideologia darwinista nell’articolo che il Giornale ha dedicato allo stesso argomento.

Segnalo infine l’articolo di Francesco Agnoli, Wallace, l’altro Darwin, pubblicato ieri su Avvenire. Non essendo più disponibile il collegamento diretto alla versione online, riporto l’articolo di seguito, anche se un po’ lunghetto.
Wallace, l’altro Darwin,
di Francesco Agnoli

Quando si parla dell’evoluzionismo, si dimenticano spesso di approfondire il ruolo e le idee di Sir Alfred Russel Wallace , il grande naturalista nato nel Galles nel 1823, considerato il padre della biogeografia, di pionieristici studi sull’urang-utan e sull’uccello del paradiso, oltre che coautore della teoria della selezione naturale, insieme a Darwin. È proprio quest’ultimo, nella sua Autobiografia, a raccontare che Wallace gli aveva inviato un suo scritto contenente le sue stesse identiche considerazioni. Giuseppe Scarpelli, nel suo Il cranio di cristallo (Bollati Boringhieri), aggiunge che «il testo di Wallace aveva straordinarie corrispondenze con quello di Darwin, oltre che nel significato generale e nel modo di investigare il problema, anche per quanto riguardava la concatenazione concettuale e la scelta terminologica».
Effettivamente in tutti i testi di biologia, il nome di Wallace compare accanto a quello di Darwin. Anche due studiosi rigorosamente atei, come Watson e Dawkins, citano spesso il nome di Wallace , e il secondo lo considera, insieme a Darwin, il nume tutelare della sua visione ateistica.
Eppure la storia di Wallace è piuttosto diversa, ed è misconosciuta, specialmente in Italia, dove sono stati pubblicati solo alcuni dei suoi scritti, e per lo più ormai moltissimi anni fa. Tra questi occorre ricordare almeno Esiste un’altra vita?, I miracoli e il moderno spiritualismo, L’origine delle razze umane, Il darwinismo applicato all’uomo.
In tutte queste opere, Wallace , che partiva da una visione dell’esistenza atea e scettica, affronta il mistero dell’uomo con estrema curiosità ed apertura, e, deluso dal determinismo materialista dell’epoca, che negava la dimensione dello spirito e della libertà, arriva sino a sperimentare l’evocazione di spiriti, insieme a eminenti scienziati come madame Curie, criminologi materialisti come Lombroso, e scrittori atei come Conan Doyle.
Soprattutto, Wallace indaga e mette in luce l’originalità dell’uomo, il suo non essere del tutto riconducibile a mera materia in evoluzione. Il suo pensiero è caratterizzato dalla convinzione che «l’immane labirinto dell’essere, che vediamo estendersi ovunque attorno a noi, non sia senza un piano» divino, e che non tutto l’uomo sia spiegabile unicamente con la selezione naturale, quasi fosse una «causa onnipotente ».
In questa sua visione Wallace trova l’appoggio di altri evoluzionisti della prima ora, tra cui quello di alcuni intimi amici di Darwin, da Lyell, ad Herschel, ad Asa Gray, il più grande darwinista americano, tutti propensi ad accogliere sì l’evoluzionismo, ma come processo finalizzato, guidato, e non casuale.
Riguardo all’uomo Wallace sottolinea l’unicità della sua pelle, sensibile, morbida e senza peli, delle sue mani, capaci di straordinarie applicazioni, e aggiunge che «nessun principio dell’ereditarietà, neppure la selezione naturale, può dar ragione del superiore sviluppo cerebrale dell’uomo, ma neppure della stazione eretta, degli organi del linguaggio, dell’abilità manuale, della pelle priva di peli» (G. Scarpelli, p. 133).
A tutt’oggi, oltre cento anni dopo, su molti testi di biologia appena un poco seri si possono leggere affermazioni in perfetta armonia con l’opinone di Wallace : «Non si sa con sicurezza quali spinte evolutive hanno favorito l’ingrandimento dell’encefalo »; quanto alla stazione eretta, la locomozione bipede, la pelle glabra e il cervello più grande, propri dell’uomo, e non della scimmia, la domanda è come mai... e «la risposta è che nessuno lo sa» (Audesirk- Byers, Biologia, vol.I, Einaudi, 2003; sulla derivazione del linguaggio umano dal «linguaggio» animale sono invece molti i linguisti a negare la possibilità di tale passaggio; tra questi il celebre Noam Chomsky e quanti invece sottolineano, come già faceva Wallace , l’assoluta originalità fisica della laringe umana rispetto a quella delle varie specie di scimmie).
Wallace , inoltre, metteva in luce altre due constatazioni interessanti per ogni naturalista.
La prima è che la comparsa della vita e dell’uomo sulla Terra sono «eventi assolutamente unici, spiegabili con la posizione privilegiata del nostro pianeta nella galassia e con una complessa e singolare concomitanza di fattori fisici e chimici» (Scarpelli, p. 134): è in sostanza la stessa idea che va oggi sotto il nome di principio antropico, e che viene sostenuta da fisici e astronomi credenti, per la quale sono tante e tali le condizioni necessarie perché si sviluppi la vita sulla Terra, che non possono essere semplicemente frutto del caso.
Per comprendere l’attualità delle idee di Wallace basti citare brevemente quanto scrive un famoso divulgatore scientifico come Franco Prattico, nel suo Dal caos... alla coscienza (Laterza), dopo aver analizzato i grandi punti di domanda della scienza sulla mente, l’intenzionalità, la coscienza dell’uomo: «Bisogna perciò avere il coraggio di dire, a conclusione di questo viaggio nella storia dell’Universo, che ognuno dei concetti che abbiamo così disinvoltamente usati cela un mistero. E che forse il mistero più profondo è proprio la nostra coscienza... »; mentre poco più avanti, riguardo al linguaggio umano, segno evidentissimo della differenza tra uomo e animale, e strumento principe dell’evoluzione culturale, aggiunge: «Eppure, come per la stazione eretta, l’apparizione del linguaggio articolato sembra configurarsi come un dono del 'caso', una coincidenza fortunata poco spiegabile sulla base di una evoluzione lineare e deterministica: una sorta di ‘scherzo’ della natura».
La seconda constatazione assai interessante di Wallace è che l’uomo «ha tolto alla natura quel potere, che essa esercita su tutti gli altri anima-li, di mutare lentamente ma definitivamente la forma e la struttura esterna secondo i cambiamenti del mondo esterno... Egli compie tutto questo per mezzo del solo intelletto, le cui variazioni lo mettono in grado di mantenersi, anche con un corpo immutato, in armonia con l’universo che muta»: ciò significa che l’uomo, a differenza degli altri animali, non ha necessità di adattarsi materialmente, fisicamente, all’ambiente, perché, essendo dotato dell’intelligenza, è capace di affrontare ogni clima e ogni situazione attraverso la creazione di vestiti, indumenti e strumenti vari. Ciò ne fa, evidentemente, una creatura originale, la più debole e la più inadatta, fisicamente, ma, grazie allo spirito, la più forte, l’unica che si pone di fronte alla natura con capacità di dominarla: il vertice della natura, insomma.
Una simile posizione permetteva a Wallace di non cadere nel razzismo tipicamente vittoriano, in cui invece incapparono molti evoluzionisti, T. Huxley, il «mastino di Darwin», Francis Galton, cugino di Darwin, John Lubbock, allievo di Darwin, e, a tratti, lo stesso Charles Darwin. Mentre il primo, infatti, «cercherà di documentare la presenza di caratteri affini tra uomo di Neanderthal e ottentotti, considerando quest’ultimi come i gradini più bassi della scala delle razze umane», il secondo «si cimenterà in una raccolta di dati statistici allo scopo di quantificare la maggior dignità dell’uomo bianco rispetto al negro» (Scarpelli, p.72).
Wallace invece, rifiutandosi di ridurre l’uomo a materia in evoluzione, da una parte condanna apertamente l’eugenetica, creata dal cugino di Darwin, Francis Galton, e sostenuta da moltissimi evoluzionisti contemporanei, bollandola come una credenza non scientifica, dall’altra sostiene che «la specie umana ha posseduto ab initio l’insieme delle caratteristiche intellettive, etiche, creative che lo contraddistinguono; di conseguenza essa deve essere stata in grado di produrre in alcune situazioni favorevoli, anche in epoche remote, grandi opere artistiche, architettoniche, intellettuali in genere. E dunque i selvaggi odierni, identici a noi anatomicamente e cerebralmente, non vanno considerati come varietà rimaste al palo...» (Scarpelli, p.76). È lo stesso Scarpelli ad aggiungere che il pensiero di Wallace è confermato dai ritrovamenti nel 1879 delle magnifiche pitture rupestri di Altamira e nel 1940 di quelle di Lascaux, entrambe attribuite ai CroMagnon, già 40.000 anni fa provvisti di un volume cerebrale pari al nostro o addirittura superiore.

Friday, July 20, 2007

Qualche domanda ai fratelli ebrei

Ieri, il Giornale ha pubblicato le parti salienti de ‘La chance d'Israele’ (reintitolato Il Rabbi preveggente sacrificato dagli integralisti), di Avraham B. Yehoshua. Si tratta di uno dei contributi dedicati a Gesù nell’ultimo numero della rivista Liberal, in uscita oggi in edicola.
Ho trovato l’articolo in questione interessante poiché, per quanto mi risulta, è esemplificativo di ciò che qualsiasi ebreo pensa del Nazareno. Proviamo a valutare la ragionevolezza di queste tesi.

L’autore inizia a parlare di Gesù dicendo: “Personaggio di grande rilievo storico, lo considero uno dei profeti o dei rabbini più famosi di Israele”. Yehoshua inserisce la predicazione di Gesù all’interno di un riforma dell’identità ebraica, vede il Nazareno come un Rabbi che ‘previde’ e si sforzò di evitare al suo popolo i pericoli mortali derivanti dallo scontro con l’autorità romana. Per lo scrittore (e per gli ebrei in senso lato), il messaggio e la vita di Gesù si sostanziano in “pietà e amore per i poveri e gli oppressi”, in “maggiore sensibilità nei confronti dei temi sociali”. Ora, ridurre la predicazione di Gesù ad una riforma interna dell’ebraismo nel senso accennato equivale ad ignorare i contenuti di quella predicazione.
Consideriamo il nocciolo degli insegnamenti di Gesù così come emergono dai Vangeli. Insieme al comandamento della carità verso il prossimo, vi troviamo l’insegnamento che nel prossimo c’è Lui stesso; che Dio ama gli uomini in tutto quello che sono e vuole tutti salvi; vi troviamo l’insegnamento per cui non possiamo arrivare al Padre se non passando da Gesù; c’è la promessa della vita eterna per chi fa la volontà di Dio; c’è la promessa della risurrezione in corpo e anima alla fine dei tempi. Inutile dire che, in quanto estranei alla mentalità ebraica, nessun uomo nato nella Palestina di allora avrebbe potuto elaborare insegnamenti e concetti di quel genere. Sulla base di questa considerazione possiamo riconoscere che Gesù diceva cose ... da ‘pazzi’!

Torniamo a Yehoshua. Dopo aver spiegato i termini dello scontro tra ebrei e romani, e una volta individuata la missione scelta da Gesù alla luce di questo scontro, l’intellettuale ebreo pone la domanda chiave: “Che bisogno aveva il Nazareno, nel quadro di una riforma interna ebraica, di autoproclamarsi Messia? Con questo proclama non si spinse troppo lontano nella sua sfida alle istituzioni religiose?”. Domanda più che opportuna! E come Yehoshua risolve la questione? Semplicemente non la risolve. Dice solo che “Gesù, novello Messia, non voleva solo cambiare o rendere più moderata l’identità ebraica - basata sulla stretta osservanza delle leggi della Torah e dei precetti - ma sovvertirla completamente, ribaltarla”. L’autore non tenta di interpretare quali fossero le intenzioni di Gesù, il suo ‘cambio di passo’. A mio parere, c’è solo una risposta, logica e implicita nel discorso di Yehoshua, che spiega il perché Gesù si fosse proclamato Messia, Salvatore, Dio: Gesù era un pazzo esaltato, oltre che un bestemmiatore in base alle leggi ebraiche. Ma se è così, perché lo scrittore definisce Gesù un grande personaggio della storia, un grande profeta e maestro? Questa stessa domanda vale anche per i mussulmani. C’è da chiedersi in che modo ebrei e mussulmani conciliano la grandezza di Gesù con l’‘insensatezza’ del suo proclamarsi Messia.

Un giudizio complessivo sulla figura di Gesù non può infatti trascurare la sua autoproclamata divinità. Nei Vangeli sono moltissime le frasi e le azioni di Gesù in cui Egli rivela di essere Dio. Furono proprio queste parole e queste azioni che lasciarono inorriditi i leaders religiosi ebraici del tempo e che fecero scattare su di lui le accuse più gravi. Facciamo qualche esempio.
1. “Prima che Abramo fosse, IO SONO” (Giovanni 8, 58). Ricordiamo che, per gli ebrei, il nome sacro e impronunciabile di Dio, il cosiddetto sacro tetragramma (JHWH), corrisponde, fra le sue varie traduzioni, alla prima persona del verbo ‘essere’. Pronunciando quella frase, Gesù avoca a se stesso nome, natura e caratteristiche divini. Si trattava chiaramente di una frase assurda e inaccettabile per un ebreo; da qui il tentativo di lapidare Gesù.
2. Più di una volta nella sua predicazione, Gesù, rivolgendosi a uomini, donne, sani e malati, afferma; “I peccati ti sono perdonati”. Nella religione ebraica, solo Dio può perdonare i peccati, e questo venne tempestivamente fatto notare a Gesù dai suoi ascoltatori.
3. I riferimenti di Gesù alla Sua persona come Via, Verità e Vita. Sono questi i riferimenti che un grande e ‘semplice’ profeta, un rabbino darebbe di se stesso?
4. Gesù si esprimeva al modo di uno che ha autorità, di uno che impartisce un proprio insegnamento (“In verità in verità vi dico”). Al riguardo, è opportuno ricordare che fu Gesù stesso ad introdurre il secondo più importante comandamento, quello della carità.
5. L'appellativo con cui Gesù si rivolge a Dio: Abbà, cioè, papà, paparino. Per la sensibilità ebraica, si tratta di un modo semplicemente inconcepibile di relazionarsi al Padre eterno. Quale profeta avrebbe potuto spingersi a tanto?

Lo ripetiamo: attenendoci alle considerazioni di Yehoshua, Gesù sarebbe uscito fuori di senno. Alla domanda, “che bisogno aveva il Nazareno di autoproclamarsi Messia?”, dovrebbe conseguire un’altra domanda: perché lo scrittore ebreo, e con lui i suoi correligionari, escludono, alla maniera dei razionalisti atei di oggi, l’unica ipotesi sensata sull’identità di Gesù, e cioè che Lui fosse veramente Dio fatto uomo? Non converrebbe prendere in considerazione questa possibilità solo per amor di ragionamento? al solo fine di rendere comprensibili le parole del Nazareno? Alla mancanza di fede nella divinità di Gesù, così come alla conseguente incapacità di mettere in discussione la propria identità religiosa (e professionale), si può sempre pensare in un secondo momento, mi pare!

Yehoshua conclude l’articolo spiegando perché gli ebrei decisero la morte di Gesù. Per renderlo innocuo, non sarebbe stato sufficiente dichiararlo fuori di testa. C’era un problema serio e nasceva dal fatto che Gesù aveva un forte séguito nella folla, fra i poveri, i semplici e i malati. La festosa accoglienza che gli venne tributata al suo ingresso in Gerusalemme, in occasione della festività della Pasqua ebraica, dimostrava che quell’uomo era molto pericoloso. La sua buona Novella, infatti, metteva in pericolo il potere delle autorità religiose di fronte al popolo. Yehoshua scrive: “Non solo le istituzioni ma anche circoli più ampi del mondo ebraico temettero che la sua comparsa (come Messia, NdR) non preannunciasse unicamente un cambiamento ma una potenziale rivoluzione”. Poi, la conclusione: “ [...] poiché gli ebrei non potevano sventare da soli la minaccia rappresentata da Gesù, si rivolsero alle autorità romane [...], perché li aiutassero a proteggere se stessi dal loro «Messia». Ed è questa l’ironia della sorte: Gesù, ebreo che cercava di evitare la sciagurata rivolta dei suoi connazionali contro il potere di Roma, fu consegnato a quel potere dai «futuri rivoltosi» e crocefisso come un sovversivo, un ribelle contro l’impero”. In altre parole, Gesù, in base alla spiegazione di Yehoshua, appare come un poveraccio, come la vittima di un paradosso storico e politico, come un ingenuo stritolato da un ingranaggio di cui ignorava i meccanismi. Poco scaltro, questo Gesù: grande conoscitore delle cose di Dio, ma molto lontano dalle cose di questo mondo, sembra suggerire lo scrittore.

Sono consapevole di aver buttato giù queste riflessioni in modo sbrigativo. La questione è molto più complessa dei termini in cui l’ha affrontata Yehoshua e del modo in cui io stesso l’ho commentata.
In chiusura, spero che nessun eventuale lettore di questo post, ebreo o meno, prenda i miei commenti come offensivi. Siamo abituati a sentire accuse di razzismo ogniqualvolta si rivolge la ben che minima osservazione critica verso gli ebrei. A scanso di equivoci, ribadisco ciò che ho scritto in altre parti, e cioè che considero gli ebrei come dei fratelli. Fatto questo però, chiarisco che farei spallucce se mi si tacciasse di antisemitismo. E questo sia perché non sono antisemita, sia perché ne ho le scatole piene della politically correctness, di questa gabbia che vuol imprigionare e uniformare i pensieri di tutti. Preferisco pormi e porre domande, lasciando che siano il confronto, la riflessione e la preghiera ad aiutarmi a trovare qualche risposta.

Tuesday, June 05, 2007

Mia madre, la pioggia e la verità

Mia madre mi ha sempre ripetuto questo detto popolare: "l'acqua che non è ancora caduta sta in cielo". Ci sono altri modi per esprimere lo stesso concetto, ma a me sovviene solo quello che mi ha insegnato lei. Adesso lo uso anch'io e scopro ogni volta di più che è proprio ciò che accade.

Friday, April 27, 2007

Mi sciroppo l'ultimo libro di J. Nicolosi

Ho letto di lui, ma mai qualcosa di suo. So che lo psicoterapeuta americano ha molti nemici per il fatto di parlare fuori del coro e che la Chiesa cattolica guarda il suo lavoro con favore. Recentemente, il professor Claudio Risé è stato oggetto di forti attacchi per averne pubblicizzato la terapia in occasione dell’uscita italiana del suo ultimo libro (vedi copertina a lato). Dato che le chiacchiere stanno a zero, sono passato in libreria e ho acquistato finalmente questa “pietra dello scandalo”. Prevedo che sarà una lettura tosta, ma a me sta bene.

Aggiornamento. Può essere interessante leggere quest’altro intervento di Claudio Risé sul settimanale Tempi del 15/03/2007, dal titolo "Ottuso è chi non vuole sentir parlare di cure per l'omosessualità".

Forse la "sgrammaticata" legge sui Dico (come l'ha chiamata il presidente della commissione Giustizia, il diessino Cesare Salvi) e il surriscaldamento del dibattito sulle coppie omosessuali stanno servendo a qualcosa. Certamente a pugnalarsi per qualche riga di intervista in più, o per una foto. Però forse anche a far pensare qualcuno, ad aiutarlo a riflettere, a capire. A me è capitato, ad esempio, di pubblicare in questo periodo, in una collana da me diretta per San Paolo, Oltre l'omosessualità di Joseph Nicolosi. L'autore è uno psicoterapeuta che fa scandalo perché, quando un omosessuale gli chiede di essere aiutato a uscire da una condizione nella quale si sente profondamente infelice, prende sul serio la richiesta del paziente. Offrendo quell'ascolto, umile, attento e affettivo che è alla base di ogni terapia che sia tale, prima e dopo la "scoperta" della psicoanalisi. Ascoltare il dolore e, così facendo, consentirgli di scoprire il proprio significato e, quando possibile, la propria trasformazione in qualcosa d'altro, più autenticamente proprio. Naturalmente è successo il finimondo. Accuse di omofobia, gare su internet per decidere se sono più omofobo io o la senatrice Paola Binetti e via delirando, senza leggere una riga di cosa ho scritto nella prefazione al libro o in altri articoli.
Però, nel putiferio, anche la possibilità di ridire le cose, e di far pensare. «Perché considerare i gay "malati"?», mi è stato chiesto. Il lavoro terapeutico - ho potuto rispondere - non consiste nell'affibbiare etichette, ma nell'ascoltare il vissuto delle persone. Sono loro che, molto spesso, presentano il proprio orientamento sessuale come un disagio insopportabile. A quel punto o assumi una posizione "ideologica" (l'omosessuale non ha disagi perché vive una condizione gaia e felice) e lo mandi dallo psichiatra perché il suo "male" è immaginario. Oppure lo ascolti, e lo aiuti a cercare la via d'uscita (o di distanziamento) da una condizione che non sopporta.
Altra accusa è quella di bigottismo: perché, ci si chiede, solo i cattolici sostengono le terapie dell'omosessualità? La verità è che anche i lama tibetani considerano "disordinate e dannose" le sessualità al di fuori della coppia uomo-donna, possibilmente monogamica. E comunque tutti i terapeuti di formazione religiosa (gli evangelici, gli anglicani e gli altri) sui disagi "da dipendenza" sono più attivi rispetto a quelli di formazione agnostica, che puntano solo sull'adattamento. I primi, peraltro, sono anche più efficaci: gli "alcolisti anonimi" vengono dritti dalla tradizione protestante.
Ma allora quelli che dicono che parlare di cure è fuorviante, sempre? Sono ideologi e non clinici. Come gli scienziati del Terzo Reich, che mandavano gli omosessuali nelle camere a gas perché "dovevano" essere malati, sempre. Scienziato è chi pensa con la propria testa, guardando la vita e ascoltando gli affetti, non agitando un libretto dove c'è scritto cosa devi pensare. Scienziati-pappagalli dell'ideologia del momento, il secolo scorso ce ne ha forniti fin troppi.
http://claudiorise.blogsome.com

Monday, January 29, 2007

0,618, la firma di Dio

[…] Che cos’è lo 0,618? Anche se è la civiltà elettronica che ne mostra sempre più l’importanza, era un numero già ben noto agli antichi, che ne intuirono a tal punto il legame con il mistero da chiamarlo “sezione aurea” o “numero d’oro” o “proporzione divina”. Forse, questa cifra è davvero la firma del Dio in incognito, la sigla del Creatore che marchia la sua creazione in modo discreto quanto preciso.
Per cercare di spiegarci: prendiamo, ad esempio, un bastone lungo un metro. Tagliamone un pezzo di 38,2 cm. L’altro pezzo sarà, ovviamente, di 61,8 cm. I due pezzi, in questa lunghezza – e in questa soltanto – sono in un rapporto armonico tra di loro: in effetti, con un calcolo così semplice da non mettere in difficoltà neppure il sottoscritto (sempre pericolante, a scuola, in matematica e algebra), si constata che il rapporto tra il pezzo più corto e il pezzo più lungo è uguale al rapporto che c’è tra il pezzo più lungo e il bastone completo, quando era lungo un metro. Questo rapporto è costante, è sempre di 0,618.
Numero davvero enigmatico, perché rispunta anche in quella serie matematica (usatissima per risolvere molti problemi quotidiani e oggi essenziale per i computer) detta “successione di Fibonacci”. Che è quella successione nella quale ogni cifra successiva è data dalla somma delle due cifre immediatamente precedenti. Per intenderci: 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34… Se ci fermiamo a 34, una ragione c’è. A partire da lì, infatti, il rapporto tra due numeri successivi della serie (21 : 34 è, appunto, il primo rapporto utile) è sempre di 0,618, il valore cioè della “sezione aurea”, e tale resta all’infinito, divenendo anzi sempre più preciso.

Curiosità da giornale enigmistico? Per niente, visto che non a caso gli artisti e gli architetti antichi si servirono largamente del “numero d’oro”. Se il proprio dell’arte antica – greco-romana ma anche egizia – è l’armonia, il segreto nascosto di proporzioni che danno gioia e riposo sta proprio nella “sezione aurea”, usata nell’architettura, nelle statue, persino nelle anfore. Ad esempio: le piramidi sono costruite tutte con quel rapporto; e 0,618 è il rapporto tra la lunghezza, la larghezza e l’altezza dei templi greci.
Lo stesso valore (e dimensioni calcolate secondo la “successione di Fibonacci”) si ritrova nell’arco di Costantino; ma poi anche nelle cattedrali romaniche o gotiche e in complessi monastici come quello della Certosa di Pavia. La pittura medievale e rinascimentale stessa obbedisce a queste proporzioni segrete, spesso ignorate da chi guarda, che non sa spiegare perché ciò che vede sia così “bello”. Bello, perché pieno d’armonia. Ma, per conseguire questa, gli artisti non facevano altro che rifarsi al creato che li circondava, secondo la legge classica: natura magistra artis, la natura è maestra dell’arte.
Perché questo è il fatto stupefacente, già noto ai sapienti migliaia di anni fa ma oggi confermato in modo spettacolare dai computer: quello 0,618, quel rapporto che fa sì che una parte sia in proporzione armoniosa col tutto, lo si riscontra in geometria come in fisica, in botanica, in zoologia, in mineralogia, in chimica, nel microcosmo come nel macrocosmo, dagli organismi infinitamente piccoli sino agli enormi corpi celesti. Lo stesso corpo umano, quando le sue proporzioni sono perfette, è tagliato alla vita secondo il “numero d’oro” e nel medesimo rapporto stanno i vari organi tra loro, dal naso all’alluce.

In “sezione aurea” (o secondo dimensioni che rispettano la “successione di Fibonacci” che a quella sezione obbedisce) sono gli organismi di mammiferi, pesci uccelli, farfalle. Sino al caso particolarmente evidente della stella di mare, stella a cinque punte che non per nulla (con il pentagono da cui deriva) è antichissimo simbolo religioso – assunto poi dalla gnosi massonica – essendo tutta basata sul “numero d’oro”. O al caso della conchiglia, che è una spirale logaritmica, tutta costruita sullo 0,618. Ma è lo stesso rapporto che si constata tra lunghezza e larghezza delle foglie di rosa. Così, tronchi, rami, foglie delle piante crescono e sono disposti secondo i numeri di Fibonacci. Per restare alla botanica, un fiore di girasole è un mistero geometrico che soltanto i computer stanno rivelando, essendo le sue migliaia di gialli semi disposti dentro la corolla secondo una spirale logaritmica. La quale, lo dicevamo anche per la conchiglia, ripete all’infinito la costante 0,618. È, del resto, lo stesso rapporto impiegato dalle api per costruire i loro alveari, dove le cellette esagonali sono un risultato non superabile di funzionalità ed eleganza.
Solo di recente si è scoperto che il segreto, rimasto così a lungo impenetrabile, della “voce” inimitabile dei violini costruiti da Antonio Stradivari non stava solo nella scelta sapiente di legni e vernici e nella perfetta lavorazione ma, soprattutto, nel fatto che le parti dello strumento sono tra loro in “rapporto aureo” e hanno misure “alla Fibonacci”. Metodo, questo di Stradivari, praticato anche dai migliori costruttori di organi per determinare la lunghezza delle canne. Tutto questo rinvia ad un altro fatto, davvero, anch’esso, straordinario, visto che lo 0,618 non presiede soltanto a vibrazioni, frequenze, toni, semitoni di quell’arte divina tra tutte che è la musica, ma anche all’”organo di Corti”, la formazione cellulare che, nell’orecchio, ci permette di cogliere i suoni.
Anche se si potrebbe continuare a lungo, questo basta a spiegare perché di quella magica cifra si siano impadroniti, da millenni, gli esoteristi, spesso nelle logge massoniche.
Ma non è magia, bensì scienza che l’informatica rende sempre più estesa ed esatta, l’esistenza di un rapporto armonico, costante, misurabile con precisione nella natura; rapporto che complica, e di molto, le difficoltà di chi tutto vuole attribuire a un mitico “caso”, a una incredibile “materia” che si sarebbe organizzata da sola.
Assai più semplice - e razionale – veder in quello 0,618 il marchio del Dio in incognito, la sigla del Creatore “nascosto” che semina tracce, indizi, impronte digitali per chi sappia vedere e pensare.

Vittorio Messori, La sfida della fede, Edizioni San Paolo, 1993, pp. 357-360.

Friday, November 17, 2006

A Otto e mezzo, una chiacchierata con Giovanni Lindo Ferretti

Metto giù qualche riga su Giovanni Lindo Ferretti, ospite a Otto e mezzo qualche sera fa.
Ferretti, l’ex leader del complesso punk CCCP, marxista convinto per buona parte della sua vita, vive in un piccolo paese dell’Appennino emiliano. Paesaggi mozzafiato e quattro anime. Così come quattro sono i cavalli che il nostro alleva e a cui è affezionatissimo.
Ferretti ha viaggiato molto (Russia, Mongolia, Cina) e ha conosciuto il dolore fisico (sette interventi chirurgici e l’asportazione di un polmone). A proposito della sua storia personale, ha rivelato: Quando, l’ultima volta, sono uscito dall’ospedale, avrei voluto scrivere una lettera ai miei migliori amici. Volevo augurare loro una grande sofferenza, perché il dolore schiude una porta importante nella vita (cito a memoria).
Parlando delle sue origini, ha detto: Provengo da una famiglia legata alle radici, alle tradizioni e alla terra. A mia nonna, una donna dalla personalità forte, devo molto di quello che sono.
Ferretti si è convertito al cattolicesimo. Alle scorse elezioni politiche, ha votato per la Casa delle Libertà. Giuliano Ferrara gli ha chiesto perché. “È stato un ritorno a casa”.
Ferretti scrive articoli, alcuni comparsi su Il Foglio, e di recente ha pubblicato un libro, Reduce. Oggi ciò che è anormale è diventato normale, e una persona normale è vista con sospetto. E inevitabilmente finisce per rimanere sola.

Thursday, November 09, 2006

Pillole 12

Il male si nasconde tra le pieghe del bene. Vivaddio, si verifica anche il contrario.

Monday, October 30, 2006

“Morte di un’anima” … e spreco di cervelli

Mentre leggevo quest’articolo, pubblicato su Il Foglio online, pensavo a quante braccia vengono sottratte all’agricoltura nei centri di ricerca.
Morte di un’anima
Al Salk Institute di La Jolla, in California, un gruppo di scienziati si affanna intorno ai neuroni del cervello per dimostrare che la coscienza è frutto dell’evoluzione e che pensare a noi come “persone” è un errore

Roma. Lo chiamano il “Decennio del Cervello”, metallico, pulito, pionieristico. Nel Maryland la scienza si è prodigata a individuare il gene dell’ansia, ma è fra le dune della California che celebra il suo progetto più ambizioso: la ricerca dell’anima, o laicamente, coscienza. Cosa ci spinge ad aiutare il prossimo? Esiste la libertà? E lo spirito religioso? E’ su queste domande che si apre un’inchiesta del settimanale americano U.S.News sulle recenti frontiere della biochimica e della neurologia.
Al Salk Institute di La Jolla, in cima a una collina, la bibbia si chiama “La ricerca scientifica dell’anima”. E’ il vangelo del premio Nobel Francis Crick, scopritore del Dna insieme a James Watson. Il nome dell’istituto deriva da Jonas Salk, che mise a punto il vaccino della polio. Plotino e Ivan Pavlov, Cartesio e William James si amalgamano in un orizzonte filosofico, genetico e biochimico al centro di un’industria mastodontica e degli sforzi di truppe di neurologi, psicologi cognitivi, specialisti dell’intelligenza artificiale e, a profumare la melassa scientista, di filosofi. E’ l’ultima frontiera del darwinismo applicato che vuole superare il dualismo cartesiano corpo-anima, che il filosofo Daniel Dennett ha bollato come un “tuffo nel mistero”. L’acclamato libro di Dennett (“Breaking the spell”), fa parte di un ventennale attacco neodarwinista all’idea di anima. Per Stephen Pinker “la supposta anima immateriale può essere dissezionata con un coltello, alterata dalla chimica ed estinta dalla mancanza di ossigeno”. L’inglese Steven Rose parla di “riduzionismo neurogenetico”, a cui risponde Steven Mithen, autore di “The Prehistory of the Mind”, per il quale la coscienza è “un prodotto dell’evoluzione”.
Secondo Francis Crick la coscienza è il risultato dell’oscillazione elettrica nei neuroni e la sua decifrazione certificherà la “morte dell’anima”. Crick non ha fatto in tempo (è morto nel 2004), ma di allievi ne ha molti a La Jolla. “La visione di noi come ‘persone’ è sbagliata quanto quella del sole che ruota intorno alla terra”, diceva Crick. Fra i premi Nobel affiliati all’istituto anche Renato Dulbecco. Il Neurosciences Institute, a pochi chilometri dal Salk, è stato fondato nel 1981 da un altro Nobel, l’immunologo Gerald Edelman. Il suo scopo è “portare la selezione di Darwin fra i neuroni”, dentro il suo avveniristico “monastero della mente”. L’istituto vive di sole donazioni. Fotosensori e cilindri metallici, ricerche sul “darwinismo neurale” e persino un’orchestra per studiare l’influenza musicale sui neuroni (Edelman è anche violinista). Arte e scienza “sono animati dallo stesso spirito”. Un ricercatore, Steve Jones, sostiene che la neurologia conferma che “la filosofia sta alla scienza come la pornografia sta al sesso”. Edelman è uno spregiudicato imprenditore scientifico. Nel 2004 si è scoperto che era da anni sul libro paga della Philip Morris. Il suo mausoleo scientifico vive nella clausura e i trentasette ricercatori hanno l’obbligo di mangiare in comune. Il presidente è solito riferire aneddoti sugli amici, da Andy Warhol al neurologo Oliver Sacks, autore del celebratissimo “Risvegli”. Un progetto che Richard Lewontin ritiene animato dallo spettro della “sociobiologia”, la teoria che Stephen Jay Gould paragonava al biologismo nazista. Nel 1991 il dottor LeVay, neuroscienziato al Salk Institute, ha esaminato i cervelli di 35 cadaveri: 19 omosessuali e 16 eterosessuali. Si concentrò su un gruppo di neuroni nella struttura dell’ipotalamo e vide che la regione era più grande negli eterosessuali. Conclusione: l’omosessualità è innata. Dopo aver pubblicato le ricerche su Science nel 1991, LeVay dovette occuparsi delle accuse di razzismo.
Gli scienziati di La Jolla studiano come percepiamo, immaginiamo, apprendiamo e ricordiamo. “E’ una visione artistica”, dice Edelman. La perla dell’istituto è un cilindro di nome Nomad, dotato di un milione di connessioni neuronali. Secondo Joseph Dial, direttore della Mind Science Foundation, si tratta di campi che “hanno applicazioni cliniche soprattutto quando si parla di coma, come in Terri Schiavo”. Madeleine Cosman del City College ritiene che la morte della ragazza della Florida sia il coronamento di questo darwinismo psichiatrico, “una dottrina che incoraggia la sopravvivenza degli adatti e l’estinzione dei deboli”. Un ricercatore del Salk, Christoph Koch, vuole creare un “coscienziometro”, un apparecchio che misuri lo stato di coscienza di nuovi nati e anziani dementi. “Il XX era il secolo della genetica molecolare, il XXI sarà quello della neuroscienza”, dice orgogliosa Martha Farah della Pennsylvania University. La concentrazione e la memoria hanno trovato i loro farmaci, Ritalin e Aricept. “Un giorno ne avremo uno per il comportamento morale?”. La domanda affascina i cervelloni del monastero. Nel 1996 Francis Crick gettò le basi del programma: “Il vostro senso di personalità e della volontà libera altro non è che il comportamento di un vasto agglomerato di cellule nervose”. Daniel Wegner definisce la libertà un “sentimento cognitivo” e Han Brunner su queste basi studia il cervello dei criminali. Avrebbe scoperto che hanno sofferto nell’infanzia di un tasso basso di serotonina. Il Progetto Genoma Umano ha sponsorizzato la conferenza “Fattori genetici nel crimine”. La ricerca ha applicazioni religiose. Andrew Newberg, fondatore della cosiddetta “neuroteologia”, ha compiuto studi sull’attività cerebrale di suore e monaci buddisti. A La Jolla sarebbe nata “la prima teoria biologica della coscienza”. Il filosofo John Searle ha definito il lavoro di Edelman “il più profondo al mondo”. Secondo il New York Times, “questa visione implica che non c’è alcuna anima né io. Questa, per il Dr. Edelman, è l’ultima responsabilità di Darwin”.

(28/10/2006)

Aggiornamento. Riporto da il Foglio del 1 novembre, sezione Lettere al Direttore.

Al direttore - La scienza spiega il mondo, la coscienza lo giudica. L’anima è il principio organizzato in cui è collocata l’identità e la soggettività dell’essere umano. Il grande pericolo di oggi si trova nel riduzionismo scientifico. Siamo tentati dal ridescrivere i nostri attributi specifici – personalità, libertà e amore – come semplici fenomeni biologici. Così creiamo l’immagine di un nuovo essere umano, un animale umano senz’anima. E avendolo creato, lo imitiamo, denunciando coloro che non adorano questo dio creato dall’uomo.
Roger Scruton

Il direttore - Preziosa integrazione alla storia di come i laboratori di La Jolla, California, perseguono l’eutanasia della coscienza e forse anche dell’anima, raccontata sabato da Giulio Meotti. Grazie.

Monday, October 02, 2006

Pillole 11

Siamo tutti uguali di fronte a Dio, ma l’uguaglianza diventa un gioco al ribasso quando è promossa da chi conosce solo la mediocrità.

Friday, September 15, 2006

Per Oriana che non ha sprecato il suo dolore

I grandi sono soli. Prezzo inevitabile.
No, la loro grandezza viene dalla solitudine.
L’anima divisa conduce
verso territori altrimenti negati.
Il dolore delle radici è per molti.
Da quel che ne fanno vengono riconosciuti.
Adesso è l'ora del riposo, Oriana.

Tuesday, July 25, 2006

E se musulmano fosse ‘colui che è alla ricerca del padre’?

Ringrazio Gianni De Martino per aver stimolato quel che segue come commento ad un suo post.

Tentando una spiegazione dell’antisemitismo, Iakov Levi si rifà alle teorie freudiane. Lo psicostorico - la definizione è dello stesso Levi - arriva a sostenere che è antisemita colui che è in conflitto con la figura paterna. Infatti, poiché l’ebraismo è la religione del ‘padre’ (laddove il cristianesimo è la religione del ‘figlio’) e poiché, secondo Freud, un bambino è ossessionato dalle dimensioni del pene paterno, è antisemita colui che odia l’ebreo in quanto dotato di un pene di grandi proporzioni, come quello, appunto, del padre. C’è altro da dire e da precisare su ciò che sostiene Levi, ma mi fermo alla sostanza.
Dico subito che l’opinione di Levi non mi sembra convincente, come non lo è Freud quando vede la psiche e quindi l’agire umano influenzati fondamentalmente (e ossessivamente) dalla sessualità.
Interessante mi pare invece la premessa di partenza di Levi, quella secondo cui, da un punto di vista archetipico, l’ebraismo è la religione del ‘padre’, mentre quella cristiana è la religione del ‘figlio’.
Se è così, e sono fermamente convinto che sia così, che cosa rappresenta invece la religione musulmana? Una risposta potrebbe essere: la religione di ‘colui che è alla ricerca del padre’. Gli arabi infatti discendono da Ismaele, il figlio illegittimo che Abramo scacciò da sé. Questa lontananza dal padre, incarnata collettivamente, si è poi forse trasfusa nella rivelazione di Maometto sulla natura di Allah. A differenza di Jahvé, che consente alla creatura umana di guardarlo negli occhi chiamandolo ‘paparino’ (l’Abbà di Gesù), Allah è lontano dall’uomo, non si pone al suo stesso livello, al punto che è irraggiungibile. Il devoto musulmano, mi pare di capire, tende verso Allah nella veste di figlio sottomesso, il quale cerca di accontentare un Padre severo per essere finalmente accettato e ammesso a godere dei suoi premi. Continuando su questa strada, ci si potrebbe domandare: è questo bisogno inconscio di ‘tornare al padre’ a spingere alcuni occidentali a convertirsi alla religione musulmana?

Wednesday, July 12, 2006

Pillole 10

Più sai ciò che vuoi e meno ti fai travolgere dagli eventi (Bill Murray in 'Lost in Translation')

Thursday, July 06, 2006

Voltaire, che mi dici di Adel Smith?

Uno dei principii fondamentali del pensiero liberale è stato espresso da Voltaire con la frase: “Non condivido quello che dici ma darei la mia vita perché tu possa dirlo”.

Adel Smith, il presidente dell’Unione Musulmani d’Italia che aveva pubblicamente definito il Crocifisso “un cadaverino in miniatura”, è stato assolto dal Tribunale di Roma dall’accusa di vilipendio alla religione cattolica in virtù del diritto alla libertà di opinione e manifestazione del pensiero.

Voltaire, mi sfugge qualcosa?

Tuesday, March 14, 2006

Pillole 9

Ogni giornale è una bottega in cui si vendono al pubblico parole del colore che vuole. (Balzac)

Monday, March 06, 2006

Pillole 8

È più facile soffrire che cercare una soluzione. (Bert Hellinger)

Tuesday, February 07, 2006

Pillole 7

“Per costruire la pace – Oriana [Fallaci] lo ha scritto e ripetuto – è prima necessario marcare la propria identità, sconfiggere il nichilismo che ci divora e poi, se necessario, combattere una guerra che altri ci hanno dichiarato”. (Libero)

Wednesday, January 11, 2006

Pillole 6

[...] l'Italia è sempre peggiore di quanto temiamo. Ma poi è anche paradossalmente migliore di quanto si immagini. Vedi Fabrizio Quattrocchi. (Piero La Porta su Libero)