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Monday, December 03, 2007

Scoprii cosa intendono i cristiani per grazia

Ora, dopo trentacinque anni di buddhismo, induismo e taoismo … cominciai a parlare con quel Dio. Gli dissi: «Padre, non credo che tu esista, né credo a quello che è scritto nel Vangelo. Posso credere che Gesù sia un profeta storicamente esistito, ma non che sia il figlio di Dio disceso dal cielo, né che tu ci voglia bene, che tu sia amore e che ci ascolti anche nelle occasioni più trascurabili. Però voglio dirti tutto quello che penso di te, di me e del mondo».
Poi gli raccontai tutta la mia vita, dall’infanzia all’adolescenza, all’età matura, fino a quel giorno. Gli spiegai che non è possibile credere in sciocchezze come l’idea di un Dio persona e che, se lui fosse veramente stato il padre-creatore dell’umanità e del cosmo, il mondo non sarebbe pieno di sofferenza e ingiustizia. Non è possibile che esista un Dio personale, una proiezione di Gesù, che si identificò con un Dio padre.
Gli spiegai che gli umani hanno bisogno di un punto fisso a cui aggrapparsi. «No, non è possibile che l’universo sia veramente nelle tue mani con tutti i cataclismi che si precipitano su questo pianeta e sull’umanità. È impossibile che Cristo abbia dato il potere ai suoi discepoli di alleviare le sofferenze con prodigi e miracoli. Non è vero che gli apostoli fossero in grado di fare cose più grandi di Te…».
Continuai per molte ore a gridargli la mia disperazione per tanta assurdità. Gli esseri umani sono esseri disperati, cercano di aggrapparsi alle religioni, hanno bisogno di intermediari che li assolvano. Sì, Padre, questa è una umanità smarrita nel buio, che viaggia su questa sfera celeste nell’immensità del cosmo. (…)
Da quel giorno ho continuato ad esporre tutto al Padre. Quando mi torna alla mente un trauma della mia infanzia, lo espongo a lui così come lo sto rivivendo. (…)
Scoprii che, nel cristianesimo, la via non è quella che parte dalla frustrazione o negazione di qualcosa, ma solo dal desiderio che le qualità divine della luce di Cristo si incarnino in noi.

L’umiltà è la chiave spirituale. Senza l’umiltà non otterrete lo Spirito e lo Spirito Santo non può convivere con un cuore indurito dall’orgoglio, sia spirituale sia intellettuale. Soltanto l’innocenza ci apre il regno di Dio.
Ma c’è dell’altro. La vera umiltà è un dono dall’alto, perché di natura soprannaturale. L’uomo decaduto, da solo, non la potrà mai realizzare, sarà sempre ingannato dal proprio io. È qui il nocciolo della questione, dove molte tradizioni inciampano.

(Da Mendicante di Luce, di Masterbee)

Tuesday, November 20, 2007

Fede e religione

Qualche riflessione di ieri.

«Ma quando tornerò, troverò ancora la fede sulla terra? (Luca 18,8)». Il sacerdote si è chiesto: «Quando sarò al Tuo cospetto, Signore, troverai fede in me?».

«Non è la religione che salva. Ci salva la fede. Che è un legame d’amore personale con Cristo, legame che va oltre la religione cristiana. Non è una mia osservazione. È di un teologo che oggi è il pastore della Chiesa.»

«Essere cristiani oggi è molto più difficile che nel passato. I cristiani sono una minoranza, e questo è una fortuna, perché si è cristiani per scelta.»

Mi è venuta in mente la preghiera che Lui ci ha insegnato nella traduzione di Padre Giovanni Vannucci:
Padre nostro che sei nei cieli,
santo è il tuo nome
Il tuo regno viene
La tua volontà si compie
nella terra come nel cielo
Tu doni a noi il pane di oggi e di domani
Tu perdoni i nostri debiti
nell'istante in cui noi li perdoniamo ai nostri debitori
Tu non ci induci in tentazione,
ma nella tentazione ci liberi dal male.

Thursday, November 15, 2007

Chi ha paura del dogma cattolico?

Mi capita spesso di sentire questa frase: “Credo in Cristo al di là dei dogmi” o, alternativamente, “Ho una fede avulsa da dogmatismi”. Il sottinteso, che poi non è così sottointeso, è chiaro. Con queste espressioni si vuol criticare la Chiesa cattolica che, da sempre, predica e difende verità di fede, confluite nel Credo, che vanno prese o lasciate in blocco.
Ieri sera su La 7, a L’Infedele di Gad Lerner, si parlava del libro di Sergio Luzzatto su Padre Pio. In studio, insieme allo stesso Luzzatto, erano presenti il vaticanista del Giornale, Andrea Tornielli, e un paio di docenti universitari di cui non ricordo il nome. Più precisamente, uno dei due era un teologo che insegna al San Raffaele di Milano. Costui, nel pieno rispetto del cliché modernista, rifiuta il peccato originale, l’intervento salvifico di Cristo e l’inferno. In altre parole, lo ha detto chiaramente Gad Lerner, si tratta di un (ennesimo) teologo che si discosta da “una visione dogmatica del cristianesimo”. C’è di più. L’ultimo libro scritto dal teologo in questione, L’anima e il suo destino, contiene una prefazione di Carlo Maria Martini. Il cardinale sostiene che, pur non condividendo le tesi sostenute dall’autore (Deo gratias), ne comprende il senso profondo.
Ma guarda un po’! È vero che Martini è un cardinale di grande cultura, però, a me, povero cattolico ignorante, il senso di certe tesi sfugge!
Nel mio piccolo, vorrei fare una domanda a tutti coloro che hanno problemi coi dogmi cristiani, meglio, coi dogmi della Chiesa cattolica apostolica romana: mi sbaglio, oppure è Gesù stesso che nei Vangeli parla di peccato, vita eterna, paradiso, inferno, (del purgatorio vi sono accenni nel Vecchio Testamento), stridore di denti, Regno di Dio, satana e tanto altro ancora? Se le cose stanno così, con chi ce l’hanno coloro a cui non piacciono le verità della fede cristiana, meglio, i dogmi della Chiesa cattolica apostolica romana?
Forse ho capito: gli anti-dogmatici non ce l’hanno con la Chiesa cattolica, ce l’hanno proprio con quel Cristo che, stando ai Vangeli, risulta essere Dio. Ergo, se le verità che riguardano l’uomo e la vita ultraterrena non piacciono per come Lui ce le ha rivelate, allora si rifiutano i dogmi e ci si fa una bella fede secondo i propri gusti. Come se fosse un vestito cucito su misura, o un piatto di cui scegliamo gli ingredienti. Et voilà, les jeux sont faits!

Aggiornamento in E se Carlo Maria Martini fosse diventato Papa?

Monday, October 08, 2007

Noi cattolici, felici di obbedire al Papa

Venerdì scorso, alle 21.30, mi sono sintonizzato sulle frequenze di Radio Maria per ascoltare, prima volta nella mia vita, padre Livio Fanzaga, sacerdote dei Padri Scolopi, nonché direttore dell’emittente cattolica. Sì, proprio quel padre Livio la cui voce trovavo molto irritante quando, giovinetto, vivevo con i miei e mia madre seguiva Radio Maria in solitudine. Ricordo la noia e il fastidio che provavo, all’epoca, per la recita del Rosario in radio. Molte cose sono cambiate da allora, tanto che, oggi, io e mia moglie preghiamo il Rosario a casa nostra senza fare troppe storie. E ne capiamo sempre più l’enorme importanza.

Recentemente, un amico mi consigliava di seguire la catechesi per i giovani del sacerdote bergamasco, ricominciata da poche settimane. Ho seguito il consiglio. Da quanto ho capito, quest’anno la catechesi si incentra sul suo ultimo libro, Non prævalebunt. Manuale di resistenza cristiana, edito dalla Sugarco. Mi sembra di fare cosa utile riportando qualche concetto emerso nella puntata radiofonica di venerdì.

Padre Livio ha menzionato l’episodio narrato in Mt 16, 13-19, quello in cui Gesù domanda ai discepoli: Voi chi dite che io sia? È nota la risposta di Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Di fronte a questa professione di fede, Gesù proclama: “Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”.

Il sacerdote ha posto una domanda di importanza cruciale per chi si professa cattolico: perché le porte degli inferi non prevarranno contro la Chiesa? perché, cioè, la Chiesa è invincibile, indistruttibile, nonostante i potenti attacchi che satana scatena furiosamente fino al giorno del giudizio?
La risposta di padre Livio, basata sulle parole di Gesù, è stata molto semplice: “La Chiesa è invincibile perché si poggia su una roccia, che è la fede di Pietro e di tutti i suoi successori”.

Da parte mia, pensavo che, nella sua lotta contro il maligno, la Chiesa sarà vincitrice perché Gesù Cristo ha promesso di essere al suo fianco fino alla fine dei tempi. È certamente così, ma mi sfuggiva un piccolo particolare di tutta la questione. Come dice padre Livio, “è vero che la fede è un dono di Dio, ma è anche vero che ad esso occorre corrispondere”. Pietro ha il primato nella Chiesa e detiene le chiavi del Cielo perché ha corrisposto con fermezza, unico tra i discepoli, nel professare la verità cardine sulla persona di Gesù Cristo.

Padre Livio ha proseguito facendo una constatazione di non poco conto. Ha osservato che, “in duemila anni di storia della Chiesa, mai è accaduto che un Pontefice dicesse qualcosa in contrasto col Credo”. Le eresie sono nate da chi, all’interno della Chiesa, era tenuto a professarne e custodirne la dottrina. “Talvolta, cardinali o vescovi sono venuti meno nella fede, ma non il Papa. Mai!”.
La fede di Pietro è il porto sicuro del cattolicesimo nelle tempeste della storia. Va ribadito ancora una volta: “Uno solo non perderà mai la fede: il Papa”. Egli è “il dolce Cristo in terra”; quando si pronuncia su argomenti di fede, è come se parlasse Cristo medesimo. Questo è il dogma dell’infallibilità papale, stabilito dal Concilio Vaticano I nel 1870.

A sostegno e integrazione di quanto riportato fin qui, cito dei brani tratti da La Sfida della fede, di Vittorio Messori.
[…] Secondo la prospettiva cattolica, la Chiesa è santa non perché i suoi uomini siano tutti santi, ma perché possiede e insegna con fedeltà la Verità rivelata. Il vescovo è pastore non innanzitutto perché vive secondo il vangelo, ma perché quel vangelo annuncia senza errori.
“In principio era il Verbo”: nella Chiesa il prius è dato alla Parola, dunque alla fede, dalla quale deve discendere poi – ma come derivato, come frutto necessario – la prassi, l’azione della carità.
[…] la catastrofe non è un papa peccatore, ma lo sarebbe un papa eretico. Un papa, cioè, che (secondo il mandato a Pietro nell’ultimo capitolo di Giovanni) più non “pascesse le pecorelle” del Cristo con il pane della Sua Parola. E un pane genuino, non inquinato dall’errore.
[…] Prendiamo, ad esempio, il simbolo stesso della decadenza papale, quel catalano Rodrigo Borgia pontefice dal 1492 al 1503 con il nome di Alessandro VI. Cattolico fedelissimo e insieme storico rigoroso, scrisse il grande storico dei papi, Ludwig von Pastor: «La vita di questo gaudente dalla sensualità indomita fu in tutto opposta a Colui che doveva rappresentare sulla terra. Eppure, il modo in cui Alessandro VI amministrò gli interessi autenticamente religiosi non ha dato appiglio ad alcun biasimo. Con disinvoltura quel papa si abbandonò a una vita viziosa, ma la purezza della dottrina della Chiesa rimase intatta: in lui, la Provvidenza volle confermare che i Pastori possono danneggiare la Chiesa, non distruggerla». […]
Con una soprendente inversione, molti sembrano considerare un catechismo (cioè il Credo svolto nelle sue conseguenze e attualizzato) come un peso imposto dalla Gerarchia; mentre esso è un diritto inalienabile dei credenti, il proporlo è il dovere primo dei Pastori. […]
Nella dinamica cristiana, non si può “agire bene” se prima non si “pensa bene”, in fedeltà cioè a una Parola che la Tradizione ha fissato in verità definite di fede.
Ritorniamo alla catechesi di padre Livio. Il sacerdote ha sottolineato che “i veri mariani” – cioè, coloro che si consacrano alla Madre di Dio – “non perderanno mai la fede «di Maria» nel Figlio e guarderanno sempre al Papa con gli occhi di Maria”. Il posto centrale che il Papa occupa nel progetto divino ci viene confermato, innanzitutto, nei messaggi che Maria diffonde durante le sue apparizioni e, poi, dai santi, come ad esempio, S. Caterina da Siena, la quale racconta di aver avuto la visione di Nostro Signore vestito … da Papa.

Ben si comprende allora il motivo per cui satana odî il Papa, lo perseguiti e abbia ingaggiato una lotta senza quartiere contro di lui. Ciò che conforta il cattolico è che, qualunque cosa faccia il maligno, le porte degli inferi non prævalebunt.

Padre Livio ha concluso la parte di catechesi che ho qui riproposto con questa frase: “Noi cattolici guardiamo al Papa e siamo felici di obbedirgli”. Sì, è vero, noi cattolici siamo obbedienti e devoti a colui cui Gesù disse: “Simone, Simone, ecco, satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”. (Lc, 23, 31)

Monday, October 01, 2007

Ma la morte fa pensare al senso della vita

Viviamo tutti come se non dovessimo mai morire, come se la spiacevole incombenza riguardasse solo gli altri. Come se non sapessimo che da un momento all’altro noi, proprio noi, potremmo essere chiamati a render conto della nostra esistenza davanti al trono dell’Altissimo che ce l’ha donata, che è l’unico Padrone e Signore della vita.
Lo storico francese Pierre Chaunu tempo fa scrisse: “ci è capitata una curiosa avventura: avevamo dimenticato che si deve morire. E’ ciò che gli storici concluderanno dopo aver esaminato l’insieme delle fonti scritte della nostra epoca. Un’indagine sui circa centomila libri di saggistica usciti negli ultimi vent’anni mostrerà che solo duecento (una percentuale, dunque, dello 0,2 per cento) affrontavano il problema della morte. Libri di medicina compresi”. Tuttavia la morte, che se ne frega dei libri di saggistica, testardamente continua a farci visita con una certa frequenza. Quando irrompe fastidiosamente nelle nostre giornate parrebbe inevitabile parlarne, ma abbiamo studiato una serie di procedure e riti per evitare di guardarla in faccia. In genere si dribbla l’inquietante domanda, straparlando del deceduto. Se si tratta di un personaggio famoso è tutto sopra le righe, tracima in chiacchiericcio, in retorica o in pettegolezzo. Nessuno prega. E nessuno accenna una riflessione. Eppure è chiaro che cosa fragile ed effimera sia la vita: sic transit gloria mundi…
Anche per Pavarotti è stato così. Celebrazioni, fiumi di inchiostro ore di televisione, dichiarazioni, discussioni, canonizzazioni. Ci si è messo pure il vescovo di Modena che ha trasformato l’antica Cattedrale in camera ardente come si fa per i papi o per i santi. E Romano Prodi è andato a fare l’orazione funebre. Tutti parlano. Nessuno sui giornali accenna una riflessione sul mistero della vita. Nessuno fa silenzio. Nessuno prega.
Padre Remo Sartori, che ha dato l’estrema unzione a Pavarotti, ha raccontato ieri che negli ultimi mesi il maestro lo cercò: “Mi contattò a Pasqua. Sapeva di essere malato, e sentiva la necessità di un conforto spirituale”. Così si è avvicinato di più a Dio: “in lui c'era una fede di fondo sulla quale non nutriva dubbi”.
Quando sorella morte si fa annunciare dalla malattia e dalla sofferenza all’inizio ci sentiamo ingiustamente bersagliati dalla sorte, ma alla fine per tanti si rivela una grazia, un tempo di misericordia. Don Giussani diceva: “Dio chiede una più particolare partecipazione alla Croce per la redenzione del male del mondo. Dio desidera la purificazione dei nostri peccati. E il digiuno e la disciplina che non pratichiamo volontariamente, il Signore misericordioso ce li fa vivere attraverso questi dolori e queste privazioni. Ma lo scopo più grande di tali avvenimenti è di richiamarci, soprattutto nei momenti di lotta vertiginosa, che Lui solo è il Vero, Lui solo è la speranza”.

A me è capitato, solo pochi mesi fa, di vivere la malattia e la morte di mio padre pregando proprio con la voce di Pavarotti (che è stato un dono di Dio per tutti). Mio padre era in ospedale, ormai in rianimazione. Stava morendo. E per qualche giorno, andando a trovarlo, ascoltavo in auto una struggente canzone di Eric Clapton che questo artista cantò proprio con Pavarotti al “Pavarotti and friends for war child”. Era una preghiera alla Madonna.
Accenno (traducendole) le parole di “Holy Mother”, ma l’emozione dei suoni di Clapton e della voce di Pavarotti è indescrivibile. Le prime strofe cantate dalla voce malinconica di Clapton dicevano: “Madre Santa, dove sei?/ Stanotte sono a pezzi/ Ho visto le stelle cadere dal cielo/ Madre Santa, non posso trattenermi dal piangere./ Oh, stavolta ho bisogno del tuo aiuto/ Fai che finisca questa notte di solitudine/ Dimmi per favore per quale via andare/ per ritrovare me stesso di nuovo./ Madre Santa ascolta la mia preghiera/ In qualche modo so che ci sei sempre/ Manda un po’ di pace al mio cuore/ toglimi questa angoscia./
Poi Clapton ripeteva “I can’t wait”, non posso più aspettare a lungo, non farti attendere ancora. Qui entrava la voce travolgente di Pavarotti: “Madre Santa ascolta il mio pianto/ io ho imprecato il tuo nome migliaia di volte/ ho sentito la rabbia attraversarmi l’anima/ ma ora ho bisogno della tua mano da poter afferrare./ Oh sento che la fine sta arrivando/ le mie gambe non correranno più a lungo/ Tu sai che in questa notte io preferirei essere tra le tue braccia”. E il finale, dolcissimo: “Quando le mie mani non suoneranno più/ la mia voce ci sarà ancora, ma io svanirò/ Madre Santa, allora io sarò/ disteso, in salvo tra le tue braccia”.
Alla fine questo solo conta: di poter essere perdonati e abbracciati. Per questo la cosa più importante, secondo me, è morire in pace con Dio. Il resto è nulla. Siamo tutti ombre che passano in pochi istanti sul teatro del mondo. Come l’erba dei campi è la nostra vita: in un giorno dissecca. L’unica chiave per entrare nella vita vera, quella che dura per sempre, è affidarsi alla misericordia di Dio. E la Chiesa è la grande fontana della Misericordia. Tutti lo avvertiamo, per questo tanti (anche personalità note come laiche) alla fine si riavvicinano ai sacramenti.

La cosa più confortante per tutti noi è ascoltare quello che un giorno Gesù disse alla mistica polacca santa Faustina Kowalska (recentemente canonizzata). La citazione è lunga (mi scuserete), ma vale la pena: “Desidero che i miei Sacerdoti annunzino questa mia grande misericordia per le anime peccatrici. Il peccatore non tema di avvicinarsi a Me. Anche se l’anima fosse come un cadavere in piena putrefazione, se umanamente non ci fosse più rimedio, non è così davanti a Dio. Le fiamme della misericordia mi consumano, desidero effonderla sulle anime degli uomini. Io sono tutto amore e misericordia. Un’anima che ha fiducia in Me è felice, perché Io stesso mi prendo cura di lei. Nessun peccatore, fosse pure un abisso di abiezione, mai esaurirà la mia misericordia, poiché più vi si attinge più aumenta. Figlia mia, non cessare di annunziare la mia misericordia, facendo questo darai refrigerio al mio Cuore consumato da fiamme di compassione per i peccatori. Quanto dolorosamente mi ferisce la mancanza di fiducia nella mia bontà! Per punire ho tutta l’eternità, adesso invece prolungo il tempo della misericordia per loro. Anche se i suoi peccati fossero neri come la notte, rivolgendosi alla mia misericordia, il peccatore mi glorifica e onora la mia Passione. Nell’ora della sua morte Io lo difenderò come la stessa mia gloria. Quando un’anima esalta la mia bontà, Satana trema davanti ad essa e fugge fin nel profondo dell’inferno. Il mio cuore soffre perché anche le anime consacrate ignorano la mia Misericordia e mi trattano con diffidenza. Quanto mi feriscono! Se non credete alle Mie parole, credete almeno alle Mie piaghe!”

Antonio Socci, Libero, 9 settembre 2007

Tuesday, September 25, 2007

Da padre Bossi alla preghiera di Gesù

Padre Bossi, il missionario cattolico recentemente sequestrato e liberato nelle Filippine, ha affermato (vado a memoria): “Nei giorni della mia prigionia, avevo grande difficoltà a pregare. Ero così sconvolto che non riuscivo a pensare ad altro che a quello che mi stava accadendo. Da questa esperienza ho capito il motivo dell’obiezione che, prima del sequestro, mi rivolgevano le persone malate o i loro parenti: «Non inviti alla preghiera, padre, perché chi è malato, sofferente, non ci riesce!»”.
Pur nella dovuta considerazione del dramma vissuto da padre Bossi, c’è da chiedersi: se pregare non riesce naturale di fronte ad un dolore, un pericolo, quando allora?
Mi sono ricordato di ciò che viene detto dei missionari cristiani in Mendicanti di luce, di Masterbee: “Sono persone eccezionali, di grande cuore. Tuttavia, tutti quelli che ho conosciuto pregavano molto poco”. Se questo è vero, le frasi sorprendenti di padre Bossi si possono spiegare con la disabitudine alla preghiera, ‘tipica’ dei missionari, o, alternativamente, con le parole che Gesù rivolge a Marta e Maria!

Da poco, beata ignoranza, ho conosciuto la “preghiera di Gesù”, gioiello della spiritualità cristiano ortodossa. Jean Lafrance afferma che questa preghiera – Signore Gesù Cristo Figlio di Dio abbi pietà di me peccatore, o, ancora più semplicemente, Kyrie Jesu Christe Eleison - è l’equivalente per l’Oriente cristiano del nostro Rosario. Per saperne di più, ho fatto un salto alla libreria delle Paoline alla ricerca dei Racconti di un pellegrino russo. Ho trovato, fra le altre, un’edizione del libro curata da Carlo Carretto, pubblicato da Cittadella Editrice. La presentazione scritta da quel grande apostolo contemporaneo è splendida. L’ho trovata in rete. Eccola qui.
Ho sempre fortemente desiderato far conoscere questi “Racconti di un pellegrino russo” ai miei fratelli italiani. Da quando questo libro mi capitò fra le mani, molti anni fa in edizione francese, sulle piste del Sahara, posso dire di averlo sempre portato con me. Fu uno dei libri-chiave che stanno bene nella sacca di un nomade quale ero io, sempre preoccupato di fare in fretta e di portare con me il minimo indispensabile.
Quante volte mi sono riletto queste pagine semplici come l’acqua e trasparenti come l’aria nei miei ritiri nel deserto. Soprattutto tornavo ad esse volentieri quando ero stanco di parole e povero di idee, cioè quando la mia vita diventava silenziosa e la mia anima assetata di quiete.
“Come un bambino in braccio a sua madre è in me l'anima mia” dice il salmo 130, ed è ciò che capita quando si cerca la contemplazione e si avverte per esperienza che tale attività dell’anima è frutto di amore e di semplicità più che di ragionamento e di forza. “Divenire bimbi in braccio alla madre”: ecco la più alta spiritualità dell’uomo sulla terra. Ma diventare bambini non è cosa facile per uomini minati di orgoglio come noi! Difatti Gesù, che se ne intendeva, ci ha chiaramente avvertiti in proposito: “Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”. Direi che è una minaccia la sua: “Non entrerete...non entrerete...non entrerete!”.

So che non sarò creduto, ma non dubito di affermare che un inizio serio di vita spirituale incomincia quando l’uomo fa un autentico atto di umiltà, e sovente la propedeutica alla fede per la maggior parte degli uomini, o la maturazione di essa per altri, è bloccata, avvelenata, torturata, prolungata all’infinito dall’incapacità di divenire bambini e di buttarsi nelle braccia del mistero di Dio come un’anima di fanciullo.
Si vuol fare i furbi con Dio, e nessuna categoria di uomini è così detestata dal Vangelo. Si vuol porre delle condizioni all'Eterno all'Infinito, e l’Infinito e l’Eterno lasciano che il tempo ti distrugga.

Ecco perché ho amato e amo questo giovane pellegrino russo: perché ha il cuore di un fanciullo e non pone condizioni al suo Dio. E Dio gli ha insegnato a pregare. Dio l’ha accolto nella sua pace, nella sua gioia, nonostante una povertà spaventosa e una sofferenza senza limiti. E certo - e lui non lo sa - è giunto al termine del cammino della preghiera: è diventato una preghiera vivente. Vive la preghiera allo stato puro, in unione così totale con Dio da ricordare l’esperienza straordinaria del beato Labre, pellegrino per le strade che dalla Francia conducono ai santuari di Roma.
Purificato dalla prova, immerso nel bagno liberatore della povertà evangelica, distaccato dal sensibile, il giovane è divenuto un vuoto contenente lo Spirito di Dio, uno strumento musicale pronto e disponibile a una mano ultraterrena, capace di armonie celesti. Ed è giunto a tali altezze servendosi dei mezzi più poveri che si possano immaginare. Una sola frase ripetuta come nota continua e profonda, un’accettazione della realtà di ogni giorno come mistero della Provvidenza, una bibbia nella sacca con un po’ di pane duro.

Noi occidentali, che ci crediamo sperimentati nella teologia, sorridiamo di compatimento dinanzi ad una tecnica della preghiera così infantile, così meccanica, così poco intelligente! Forse non abbiamo sorriso davanti al rosario delle nostre nonne? Ma la realtà è che questo giovane ha transitato il muro dell’Invisibile, i nostri vecchi senza saperlo erano dei contemplativi, mentre noi, ricchi del nostro pensiero e della nostra sicurezza, minacciamo di morire di freddo siderale lontani dal sole dell’anima, Gesù. Perché fu proprio lui, Gesù, a dire in un momento di esaltazione spirituale: “Ti ringrazio, Padre, che hai nascosto queste cose ai saggi e ai prudenti e le hai rivelate ai piccoli” (Matteo 11, 25).
Ed è questa la prima cosa che dobbiamo ritenere nel metterci alla scuola della preghiera. Il Padre si rivela ai piccoli, il Padre si nasconde ai sapienti. Non è uno scherzo! Se vogliamo diventare conoscitori di Dio, intimi dell’Altissimo, dobbiamo farci bambini. Se ci teniamo alla rivelazione del suo volto, dobbiamo abituarci alla contemplazione estatica fatta con gli occhi della povertà e della semplicità del cuore.

Un’ultima cosa vorrei dire ai lettori dei ‘Racconti di un pellegrino russo’. Non impressionatevi della tecnica infantile, un po’ ...meccanica insegnata dallo starets al giovane pellegrino. E' più importante di quanto non possa sembrare a prima vista. Se praticate nella sua trasparenza di amore, può diventare, con una forza direi... “fisiologica”, il modo più rapido di abbandonarsi all'intimità con Dio e al ritmo del Cuore divino. Confesso di essermene servito largamente, specie per avviarmi alla preghiera di quiete. Me ne sono servito più largamente ancora quando le difficoltà di entrare nella preghiera erano dovute al lavoro pesante, ai troppi impegni, ai turbamenti del cuore e dello spirito. Mi sono sentito come cullato dal ritmo di questa preghiera litanica, e quindi aiutato come un bimbo ad addormentarsi nelle braccia di Dio. Non è poco per chi, come noi, nasce e vive con la convinzione di essere tutto, di fare tutto, di pensare tutto. Che è l’esatta convinzione di chi, pur dicendo di credere in Dio, non lascia alcuno spazio vitale al suo intervento in noi e nella storia.
Lasciare spazio a Dio, ridurre il nostro: ecco il segreto di tutto. Ma come è lungo il cammino per giungervi! Questi racconti possono aiutarci.

Monday, September 10, 2007

Perché Dio si nasconde?

Se si manifestasse, tutto sarebbe più semplice. Quanti errori, quante colpe, quanti delitti e quante disgrazie si eviterebbero, se il bene supremo fosse presente tra noi, se fosse visibile ai nostri occhi!
Tre sono generalmente i motivi con cui si cerca di spiegare questa assenza di Dio che ci lascia errare e dubitare.
Si sostiene, innanzitutto, che la presenza di Dio ci priverebbe di ogni libertà di giudizio, sovrapponendo in qualche maniera il proprio determinismo a quello della natura, quando invece Dio ha voluto la libertà quale prerogativa del nostro essere.
Inoltre, la presenza di Dio ci farebbe perdere gli immensi benefici della fede, con tutti i meriti che ne conseguono.
Infine, si sostiene, la natura di Dio è talmente diversa dalla nostra, che è impossibile ridurlo entro il campo troppo limitato delle nostre facoltà.
A queste ragioni se ne aggiunge talvolta una quarta, tratta dalla Scrittura, secondo la quale nessuno potrebbe vedere Dio senza morirne.
Ma sono argomenti confutabili e si può dir, riprendendoli dall’ultimo, che niente impediva a Dio, che è onnipotente, di metterci in grado di captare la sua presenza, attenuando la sua luce; che la fede è certamente una cosa bellissima, ma che gli angeli, vivendo nella presenza di Dio e non avendo quindi bisogno di nessun atto di fede, non sono per questo meno amati di noi; infine, che è impossibile trovare un essere umano che non sia disposto a scambiare la propria libertà contro la certezza della felicità eterna.

Tuttavia, la presenza visibile di Dio non potrebbe che produrre un mondo diverso; il nostro compito è invece proprio quello di capire questo mondo.

È vero che il ritrarsi di Dio è la condizione della nostra libertà di coscienza, senza la quale saremmo solo giocattoli meccanici, privi della benché minima disposizione al dialogo.
È anche vero che questo ritrarsi permette il dischiudersi della fede, vale a dire della cosa che Dio ammira maggiormente nell’uomo.
È vero inoltre che i sensi ci consentono l’accesso a una piccolissima porzione del reale: se si potessero incidere tutte le «frequenze» dell’universo in un chilometro di nastro, saremmo in grado di leggerne solo tre millimetri; in queste condizioni, non abbiamo alcuna possibilità di captare quello che si potrebbe chiamare la «frequenza zero» della luce increata (cioè Dio stesso, N.d.R).
È vero, infine, e conforme alla Scrittura che «nessuno potrebbe vedere Dio senza morire», giacché, per essere all’altezza di questa visione, il potenziamento che richiederebbero le nostre facoltà equivarrebbe a una metamorfosi.

Questa discrezione di Dio potrebbe però avere un’altra spiegazione, che si fonda sull’esperienza e che chiama in causa soltanto la carità. (…) Nell’abbagliante luce spirituale che circonda Dio si rivela la presenza invisibile di un’innocenza tanto grande che costringe ciascuno a giudicarsi; i migliori, allora, si giudicheranno con maggior rigore: e Dio, nella sua bontà, non lo vuole.
Sono molti quelli che (…) vedono Dio come giudice e temono di essere chiamati dinanzi al suo tribunale. È vero che, di fronte alla sua purezza indicibile, saremo inclini a condannare noi stessi, non per aver offeso l’onnipotenza, ma per la vergogna di aver fatto soffrire un bambino. Ci sarà però qualcuno a difenderci contro noi stessi: sarà Dio il nostro avvocato.
È questa la nostra tragedia: non comprendiamo nulla dell’amore, e gli fissiamo dei limiti che esistono solo nel nostro cuore.

Da Dio. Le domande dell’uomo, di André Frossard, Mondadori, 1994, pp.89-91

Thursday, September 06, 2007

Sorella morte e …

Per trovare ciò che cerco, mi succede sempre più spesso di dover arrivare al termine di un percorso. È capitato pure con questo libricino in cui si parla della morte nella prospettiva cristiana. Quando si dice la coincidenza!

[…] Il superamento [della paura e dell’angoscia di fronte alla morte, N.d.R.] non avviene nella natura, ma nella fede ed è possibile perciò che la natura non ne tragga per sé alcun vantaggio. Gesù stesso volle sperimentare una «tristezza mortale» nella sua anima, di fronte alla morte e ne spiegò la ragione dicendo: «Lo spirito è pronto ma la carne è debole» (Mt 26, 41). Noi possiamo fare anche di questa angoscia materia da offrire nell’Eucaristia, con Gesù, al Padre. Cristo ha redento anche la nostra paura! Vi sono stati santi sereni di fronte alla morte, come san Francesco d’Assisi, e santi angosciati, perfino tra i figli del Poverello. Uno di questi è stato san Leopoldo Mandiċ, a cui – ho sentito dire - l’angoscia della morte impediva, talvolta, perfino di celebrare la Messa dei defunti. […]
Ciò che conta è la fede. A ogni discepolo Gesù risorto ripete ciò che un giorno disse a Marta: «Io sono la resurrezione e la vita; chi crede in me, anche se muore, vivrà; chiunque vive e crede in me non morrà in eterno. Credi tu questo?». Beati quelli che sentono di poter rispondere, per grazia di Dio e dal profondo del cuore: « Sì, o Signore, io credo!».
(Sorella Morte, di Raniero Cantalamessa, Àncora Editrice, 1991, pp. 71-73)

Friday, July 20, 2007

Qualche domanda ai fratelli ebrei

Ieri, il Giornale ha pubblicato le parti salienti de ‘La chance d'Israele’ (reintitolato Il Rabbi preveggente sacrificato dagli integralisti), di Avraham B. Yehoshua. Si tratta di uno dei contributi dedicati a Gesù nell’ultimo numero della rivista Liberal, in uscita oggi in edicola.
Ho trovato l’articolo in questione interessante poiché, per quanto mi risulta, è esemplificativo di ciò che qualsiasi ebreo pensa del Nazareno. Proviamo a valutare la ragionevolezza di queste tesi.

L’autore inizia a parlare di Gesù dicendo: “Personaggio di grande rilievo storico, lo considero uno dei profeti o dei rabbini più famosi di Israele”. Yehoshua inserisce la predicazione di Gesù all’interno di un riforma dell’identità ebraica, vede il Nazareno come un Rabbi che ‘previde’ e si sforzò di evitare al suo popolo i pericoli mortali derivanti dallo scontro con l’autorità romana. Per lo scrittore (e per gli ebrei in senso lato), il messaggio e la vita di Gesù si sostanziano in “pietà e amore per i poveri e gli oppressi”, in “maggiore sensibilità nei confronti dei temi sociali”. Ora, ridurre la predicazione di Gesù ad una riforma interna dell’ebraismo nel senso accennato equivale ad ignorare i contenuti di quella predicazione.
Consideriamo il nocciolo degli insegnamenti di Gesù così come emergono dai Vangeli. Insieme al comandamento della carità verso il prossimo, vi troviamo l’insegnamento che nel prossimo c’è Lui stesso; che Dio ama gli uomini in tutto quello che sono e vuole tutti salvi; vi troviamo l’insegnamento per cui non possiamo arrivare al Padre se non passando da Gesù; c’è la promessa della vita eterna per chi fa la volontà di Dio; c’è la promessa della risurrezione in corpo e anima alla fine dei tempi. Inutile dire che, in quanto estranei alla mentalità ebraica, nessun uomo nato nella Palestina di allora avrebbe potuto elaborare insegnamenti e concetti di quel genere. Sulla base di questa considerazione possiamo riconoscere che Gesù diceva cose ... da ‘pazzi’!

Torniamo a Yehoshua. Dopo aver spiegato i termini dello scontro tra ebrei e romani, e una volta individuata la missione scelta da Gesù alla luce di questo scontro, l’intellettuale ebreo pone la domanda chiave: “Che bisogno aveva il Nazareno, nel quadro di una riforma interna ebraica, di autoproclamarsi Messia? Con questo proclama non si spinse troppo lontano nella sua sfida alle istituzioni religiose?”. Domanda più che opportuna! E come Yehoshua risolve la questione? Semplicemente non la risolve. Dice solo che “Gesù, novello Messia, non voleva solo cambiare o rendere più moderata l’identità ebraica - basata sulla stretta osservanza delle leggi della Torah e dei precetti - ma sovvertirla completamente, ribaltarla”. L’autore non tenta di interpretare quali fossero le intenzioni di Gesù, il suo ‘cambio di passo’. A mio parere, c’è solo una risposta, logica e implicita nel discorso di Yehoshua, che spiega il perché Gesù si fosse proclamato Messia, Salvatore, Dio: Gesù era un pazzo esaltato, oltre che un bestemmiatore in base alle leggi ebraiche. Ma se è così, perché lo scrittore definisce Gesù un grande personaggio della storia, un grande profeta e maestro? Questa stessa domanda vale anche per i mussulmani. C’è da chiedersi in che modo ebrei e mussulmani conciliano la grandezza di Gesù con l’‘insensatezza’ del suo proclamarsi Messia.

Un giudizio complessivo sulla figura di Gesù non può infatti trascurare la sua autoproclamata divinità. Nei Vangeli sono moltissime le frasi e le azioni di Gesù in cui Egli rivela di essere Dio. Furono proprio queste parole e queste azioni che lasciarono inorriditi i leaders religiosi ebraici del tempo e che fecero scattare su di lui le accuse più gravi. Facciamo qualche esempio.
1. “Prima che Abramo fosse, IO SONO” (Giovanni 8, 58). Ricordiamo che, per gli ebrei, il nome sacro e impronunciabile di Dio, il cosiddetto sacro tetragramma (JHWH), corrisponde, fra le sue varie traduzioni, alla prima persona del verbo ‘essere’. Pronunciando quella frase, Gesù avoca a se stesso nome, natura e caratteristiche divini. Si trattava chiaramente di una frase assurda e inaccettabile per un ebreo; da qui il tentativo di lapidare Gesù.
2. Più di una volta nella sua predicazione, Gesù, rivolgendosi a uomini, donne, sani e malati, afferma; “I peccati ti sono perdonati”. Nella religione ebraica, solo Dio può perdonare i peccati, e questo venne tempestivamente fatto notare a Gesù dai suoi ascoltatori.
3. I riferimenti di Gesù alla Sua persona come Via, Verità e Vita. Sono questi i riferimenti che un grande e ‘semplice’ profeta, un rabbino darebbe di se stesso?
4. Gesù si esprimeva al modo di uno che ha autorità, di uno che impartisce un proprio insegnamento (“In verità in verità vi dico”). Al riguardo, è opportuno ricordare che fu Gesù stesso ad introdurre il secondo più importante comandamento, quello della carità.
5. L'appellativo con cui Gesù si rivolge a Dio: Abbà, cioè, papà, paparino. Per la sensibilità ebraica, si tratta di un modo semplicemente inconcepibile di relazionarsi al Padre eterno. Quale profeta avrebbe potuto spingersi a tanto?

Lo ripetiamo: attenendoci alle considerazioni di Yehoshua, Gesù sarebbe uscito fuori di senno. Alla domanda, “che bisogno aveva il Nazareno di autoproclamarsi Messia?”, dovrebbe conseguire un’altra domanda: perché lo scrittore ebreo, e con lui i suoi correligionari, escludono, alla maniera dei razionalisti atei di oggi, l’unica ipotesi sensata sull’identità di Gesù, e cioè che Lui fosse veramente Dio fatto uomo? Non converrebbe prendere in considerazione questa possibilità solo per amor di ragionamento? al solo fine di rendere comprensibili le parole del Nazareno? Alla mancanza di fede nella divinità di Gesù, così come alla conseguente incapacità di mettere in discussione la propria identità religiosa (e professionale), si può sempre pensare in un secondo momento, mi pare!

Yehoshua conclude l’articolo spiegando perché gli ebrei decisero la morte di Gesù. Per renderlo innocuo, non sarebbe stato sufficiente dichiararlo fuori di testa. C’era un problema serio e nasceva dal fatto che Gesù aveva un forte séguito nella folla, fra i poveri, i semplici e i malati. La festosa accoglienza che gli venne tributata al suo ingresso in Gerusalemme, in occasione della festività della Pasqua ebraica, dimostrava che quell’uomo era molto pericoloso. La sua buona Novella, infatti, metteva in pericolo il potere delle autorità religiose di fronte al popolo. Yehoshua scrive: “Non solo le istituzioni ma anche circoli più ampi del mondo ebraico temettero che la sua comparsa (come Messia, NdR) non preannunciasse unicamente un cambiamento ma una potenziale rivoluzione”. Poi, la conclusione: “ [...] poiché gli ebrei non potevano sventare da soli la minaccia rappresentata da Gesù, si rivolsero alle autorità romane [...], perché li aiutassero a proteggere se stessi dal loro «Messia». Ed è questa l’ironia della sorte: Gesù, ebreo che cercava di evitare la sciagurata rivolta dei suoi connazionali contro il potere di Roma, fu consegnato a quel potere dai «futuri rivoltosi» e crocefisso come un sovversivo, un ribelle contro l’impero”. In altre parole, Gesù, in base alla spiegazione di Yehoshua, appare come un poveraccio, come la vittima di un paradosso storico e politico, come un ingenuo stritolato da un ingranaggio di cui ignorava i meccanismi. Poco scaltro, questo Gesù: grande conoscitore delle cose di Dio, ma molto lontano dalle cose di questo mondo, sembra suggerire lo scrittore.

Sono consapevole di aver buttato giù queste riflessioni in modo sbrigativo. La questione è molto più complessa dei termini in cui l’ha affrontata Yehoshua e del modo in cui io stesso l’ho commentata.
In chiusura, spero che nessun eventuale lettore di questo post, ebreo o meno, prenda i miei commenti come offensivi. Siamo abituati a sentire accuse di razzismo ogniqualvolta si rivolge la ben che minima osservazione critica verso gli ebrei. A scanso di equivoci, ribadisco ciò che ho scritto in altre parti, e cioè che considero gli ebrei come dei fratelli. Fatto questo però, chiarisco che farei spallucce se mi si tacciasse di antisemitismo. E questo sia perché non sono antisemita, sia perché ne ho le scatole piene della politically correctness, di questa gabbia che vuol imprigionare e uniformare i pensieri di tutti. Preferisco pormi e porre domande, lasciando che siano il confronto, la riflessione e la preghiera ad aiutarmi a trovare qualche risposta.

Saturday, May 26, 2007

Julien Green, spunti di riflessioni da un convertito

[…] Julien Green si convertì al cattolicesimo a 16 anni, ma il suo ardore di neofita restò scandalizzato dalla grigia routine dei cattolici abitudinari. Dunque, a 24 anni scrisse un Pamphlet contre les catholiques de France e se ne andò dalla Chiesa, sbattendo la porta. Ritornerà, e definitivamente, a 39 anni. Ecco una breve scelta da quel Pamphlet contro di noi, “cristiani della domenica”: c’è, qui, qualcosa che può indurci ancora a riflessioni salutari, pur nell’estremismo talora irritante, esagerato, del convertito. Giudicate voi.

«Diffido di coloro che non hanno mai provato difficoltà a credere. Forse è perché non hanno ben capito di che cosa si tratta.»

«Ho paura che certa predicazione ci inganni. Le parole più terribili di tutta la Bibbia sono pronunciate proprio da quel Gesù che ci presentate come così indulgente e bonario. Non è il Padre, nell’Antico Testamento, che ha detto: “Via di qui, maledetti, nel fuoco eterno!”. Si ha più ragione di tremare dopo aver letto il Nuovo che l’Antico Testamento. Qui, il Padre discute con gli uomini, talvolta si pente dei castighi che ha inflitto loro; il Figlio parla invece di peccati che non saranno perdonati, di inferno eterno, di fuoco che mai si estingue.»

«Gesù ci assicura che noi possiamo offendere, e in modo irreparabile, il Cielo. Come concepire che un essere inferiorissimo possa ferire l’Essere infinito? Per offendere il Cielo, bisognerebbe che fossimo suoi eguali. Si direbbe che il peccato ci alzi, nel momento stesso in cui ci abbassa. Se l’uomo fosse meno grande agli occhi di Dio, basterebbe (e sarebbe già enorme) il purgatorio. Dunque, l’inferno è la prova della nostra nobiltà. Sei fatto per gioire eternamente o per patire eternamente: sei dunque trattato, più che da principe, da Dio tu stesso.»

«Non sappiamo quale diga abbattiamo con il peccato, che non vive isolato, è legato a tutto. Peccare è permettere l’invasione della morte. Ma quali guasti procuriamo, quale sia l’estensione del disastro, lo misureremo solo nel giorno del giudizio.»

«La Bibbia si può saperla a memoria, come certi miei amici protestanti, e non capirla. La si legge invano se non se ne ha la chiave. E questa ce l’ha solo la Chiesa.»

«Se la Chiesa potesse morire, morirebbe per il fatto di essere accettata da tutti. Bisogna che appaia scandalosa, che susciti opposizione. Chi perseguita lo fa perché indignato. E la sua indignazione nasce dallo stupore. Ma questo stupore è giustissimo, guai se venisse meno.»

Tratto da Vittorio Messori, La sfida della fede, San Paolo, 1993, pp. 52-54

Monday, May 21, 2007

Pillole 13

Il rischio è quello di arrivare di fronte a Dio e dovergli dire: perdonami se … non sono stato felice.

La sofferenza dei giusti e la sapienza d’Israele

Il Talmud fornisce una risposta credibile alla domanda di sempre: perché così spesso i giusti soffrono e altrettanto spesso gli ingiusti sembrano trionfare?
«Perché nessun uomo è totalmente buono o totalmente malvagio. Così, i giusti scontano in questo mondo i loro pochi peccati e gli ingiusti ricevono il premio per i loro meriti. In questo modo, nell’aldilà non ci saranno recriminazioni e proteste, quando i giusti si avvieranno alla gioia eterna e gli ingiusti all’eterna punizione».
(Citato in Vittorio Messori, La sfida della fede, Ed. San Paolo, 1993, pp. 31-32).

Tuesday, February 13, 2007

DICO: per Franco Grillini, la Bibbia è più omofobica della Chiesa

Il Giornale di ieri riportava un commento di Franco Grillini, deputato DS ed ex presidente dell’Arcigay, sulla contrarietà della Chiesa ai DICO: «l’ossessione antigay ed omofobica della gerarchia vaticana rasenta il vero e proprio razzismo». Posizione partigiana del deputato? Certo, ma non solo. Quando si parla di temi etici, ma soprattutto di omosessualità emerge spesso una buona dose di anticlericalismo/anticattolicesimo non solo fra le fila dei gay militanti, ma anche da parte di molti laicisti e liberali, schierati tanto a destra che a sinistra.
Ciò che trovo interessante di questo comportamento ateo-laicista non è tanto il merito delle rivendicazioni in campo etico-sociale, quanto il voler suggerire alla Chiesa quello che dovrebbe dire e fare per essere in linea con il cristianesimo.
In questo blog, mi è capitato di esprimere delle opinioni critiche sulla moda corrente di guardare alle rivendicazioni gay; puntualmente, sono stato tacciato, tra le altre cose, di avere una posizione non conforme al Vangelo (qualcuno mi ha dato persino dell’eretico perché rifiutavo l’opinione secondo cui l’omosessualità è un’inclinazione sessuale voluta da Dio).
Sollecitato dalle parole di Grillini e, quindi, dall'ennesimo attacco alla Chiesa, mi sembra doveroso dare un piccolissimo contributo volto a chiarire la posizione cattolica in materia di omosessualità.

Il primo elemento da sottolineare è che la Chiesa non condanna il singolo in quanto omosessuale ma, piuttosto, condanna la pratica dell’omosessualità. La distinzione non è di poco conto. Per lungo tempo, la Chiesa - e la scienza medica - poco o nulla sapeva delle cause (psicologiche-familiari-ambientali) dell’omosessualità ma, forte del dettame biblico, se ne constatava l’innaturalità e la si associava ad un disordine morale. La Chiesa ha così invitato l'omosessuale ad astenersi da un comportamento in contrasto con la volontà divina.
I riferimenti alla Bibbia costituiscono il secondo elemento su cui conviene soffermarsi, elemento tra i più trascurati da parte di chi contesta la posizione della Chiesa. Infatti, a sentire i critici, quanto la Chiesa sostiene in tema di omosessualità (inclinazione innaturale e moralmente riprovevole) non sarebbe altro che un’opinione, per di più in contrasto con i precetti della carità cristiana.
La realtà, invece, è che la Chiesa si rifà proprio alle Sacre Scritture. Valga una citazione su tutte, tratta dalla Lettera di San Paolo ai Romani:
«[…] gli uomini, lasciato il rapporto naturale con la donna, bruciarono di desiderio gli uni verso gli altri, compiendo turpitudini uomini con uomini, ricevendo in se stessi la ricompensa debita della loro aberrazione». (Romani 1,27)

Se le cose stanno così, le accuse di omofobia e razzismo che tanti imputano alla Chiesa per la sua opposizione ai DICO e, in senso lato, alle rivendicazioni degli omosessuali, sono semplicemente gratuite, a meno di non voler intendere che Dio sia … razzista, omofobico e scarsamente cristiano.

Monday, January 29, 2007

0,618, la firma di Dio

[…] Che cos’è lo 0,618? Anche se è la civiltà elettronica che ne mostra sempre più l’importanza, era un numero già ben noto agli antichi, che ne intuirono a tal punto il legame con il mistero da chiamarlo “sezione aurea” o “numero d’oro” o “proporzione divina”. Forse, questa cifra è davvero la firma del Dio in incognito, la sigla del Creatore che marchia la sua creazione in modo discreto quanto preciso.
Per cercare di spiegarci: prendiamo, ad esempio, un bastone lungo un metro. Tagliamone un pezzo di 38,2 cm. L’altro pezzo sarà, ovviamente, di 61,8 cm. I due pezzi, in questa lunghezza – e in questa soltanto – sono in un rapporto armonico tra di loro: in effetti, con un calcolo così semplice da non mettere in difficoltà neppure il sottoscritto (sempre pericolante, a scuola, in matematica e algebra), si constata che il rapporto tra il pezzo più corto e il pezzo più lungo è uguale al rapporto che c’è tra il pezzo più lungo e il bastone completo, quando era lungo un metro. Questo rapporto è costante, è sempre di 0,618.
Numero davvero enigmatico, perché rispunta anche in quella serie matematica (usatissima per risolvere molti problemi quotidiani e oggi essenziale per i computer) detta “successione di Fibonacci”. Che è quella successione nella quale ogni cifra successiva è data dalla somma delle due cifre immediatamente precedenti. Per intenderci: 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34… Se ci fermiamo a 34, una ragione c’è. A partire da lì, infatti, il rapporto tra due numeri successivi della serie (21 : 34 è, appunto, il primo rapporto utile) è sempre di 0,618, il valore cioè della “sezione aurea”, e tale resta all’infinito, divenendo anzi sempre più preciso.

Curiosità da giornale enigmistico? Per niente, visto che non a caso gli artisti e gli architetti antichi si servirono largamente del “numero d’oro”. Se il proprio dell’arte antica – greco-romana ma anche egizia – è l’armonia, il segreto nascosto di proporzioni che danno gioia e riposo sta proprio nella “sezione aurea”, usata nell’architettura, nelle statue, persino nelle anfore. Ad esempio: le piramidi sono costruite tutte con quel rapporto; e 0,618 è il rapporto tra la lunghezza, la larghezza e l’altezza dei templi greci.
Lo stesso valore (e dimensioni calcolate secondo la “successione di Fibonacci”) si ritrova nell’arco di Costantino; ma poi anche nelle cattedrali romaniche o gotiche e in complessi monastici come quello della Certosa di Pavia. La pittura medievale e rinascimentale stessa obbedisce a queste proporzioni segrete, spesso ignorate da chi guarda, che non sa spiegare perché ciò che vede sia così “bello”. Bello, perché pieno d’armonia. Ma, per conseguire questa, gli artisti non facevano altro che rifarsi al creato che li circondava, secondo la legge classica: natura magistra artis, la natura è maestra dell’arte.
Perché questo è il fatto stupefacente, già noto ai sapienti migliaia di anni fa ma oggi confermato in modo spettacolare dai computer: quello 0,618, quel rapporto che fa sì che una parte sia in proporzione armoniosa col tutto, lo si riscontra in geometria come in fisica, in botanica, in zoologia, in mineralogia, in chimica, nel microcosmo come nel macrocosmo, dagli organismi infinitamente piccoli sino agli enormi corpi celesti. Lo stesso corpo umano, quando le sue proporzioni sono perfette, è tagliato alla vita secondo il “numero d’oro” e nel medesimo rapporto stanno i vari organi tra loro, dal naso all’alluce.

In “sezione aurea” (o secondo dimensioni che rispettano la “successione di Fibonacci” che a quella sezione obbedisce) sono gli organismi di mammiferi, pesci uccelli, farfalle. Sino al caso particolarmente evidente della stella di mare, stella a cinque punte che non per nulla (con il pentagono da cui deriva) è antichissimo simbolo religioso – assunto poi dalla gnosi massonica – essendo tutta basata sul “numero d’oro”. O al caso della conchiglia, che è una spirale logaritmica, tutta costruita sullo 0,618. Ma è lo stesso rapporto che si constata tra lunghezza e larghezza delle foglie di rosa. Così, tronchi, rami, foglie delle piante crescono e sono disposti secondo i numeri di Fibonacci. Per restare alla botanica, un fiore di girasole è un mistero geometrico che soltanto i computer stanno rivelando, essendo le sue migliaia di gialli semi disposti dentro la corolla secondo una spirale logaritmica. La quale, lo dicevamo anche per la conchiglia, ripete all’infinito la costante 0,618. È, del resto, lo stesso rapporto impiegato dalle api per costruire i loro alveari, dove le cellette esagonali sono un risultato non superabile di funzionalità ed eleganza.
Solo di recente si è scoperto che il segreto, rimasto così a lungo impenetrabile, della “voce” inimitabile dei violini costruiti da Antonio Stradivari non stava solo nella scelta sapiente di legni e vernici e nella perfetta lavorazione ma, soprattutto, nel fatto che le parti dello strumento sono tra loro in “rapporto aureo” e hanno misure “alla Fibonacci”. Metodo, questo di Stradivari, praticato anche dai migliori costruttori di organi per determinare la lunghezza delle canne. Tutto questo rinvia ad un altro fatto, davvero, anch’esso, straordinario, visto che lo 0,618 non presiede soltanto a vibrazioni, frequenze, toni, semitoni di quell’arte divina tra tutte che è la musica, ma anche all’”organo di Corti”, la formazione cellulare che, nell’orecchio, ci permette di cogliere i suoni.
Anche se si potrebbe continuare a lungo, questo basta a spiegare perché di quella magica cifra si siano impadroniti, da millenni, gli esoteristi, spesso nelle logge massoniche.
Ma non è magia, bensì scienza che l’informatica rende sempre più estesa ed esatta, l’esistenza di un rapporto armonico, costante, misurabile con precisione nella natura; rapporto che complica, e di molto, le difficoltà di chi tutto vuole attribuire a un mitico “caso”, a una incredibile “materia” che si sarebbe organizzata da sola.
Assai più semplice - e razionale – veder in quello 0,618 il marchio del Dio in incognito, la sigla del Creatore “nascosto” che semina tracce, indizi, impronte digitali per chi sappia vedere e pensare.

Vittorio Messori, La sfida della fede, Edizioni San Paolo, 1993, pp. 357-360.

Wednesday, April 05, 2006

Fantascienza: Gesù non camminò sull'acqua, ma sul ghiaccio


Il Corriere online riporta questa notizia:

«Gesù camminò sul ghiaccio, non sull'acqua»
Scoperta un'insolita combinazione di condizioni atmosferiche nel Mar di Galilea.

MIAMI - In passato aveva già ipotizzato che la separazione delle acque del Mar Rosso da parte di Mosé non fosse altro che un fenomeno legato a un gioco di venti e di correnti. Adesso il paleologo della Florida Dorof Nova prova a spiegare scientificamente un altro miracolo raccontato nel Nuovo testamento, quello di Gesù che cammina sulle acque. «In realtà si trattava di ghiaccio», afferma lo studioso.
In una ricerca pubblicata nel Journal of Paleolimnology, Nof afferma di aver scoperto che una insolita combinazione di acqua e condizioni atmosferiche in quella che oggi è la parte settentrionale di Israele potrebbe aver portato alla formazione di ghiaccio nel Mar di Galilea. Studiando le temperature della superficie del Mediterraneo e i modelli statistici per esaminare le dinamiche del Mare di Galilea (oggi lago Kinneret), Nof afferma che un periodo freddo compreso tra 1.500 e 2.600 anni fa può aver portato alla formazione di lastre di ghiaccio abbastanza spesse da sorreggere un uomo, ma invisibili a distanza. (…)

Una domanda semplice semplice allo scienziato americano: ma solo Gesù seppe che c’era il ghiaccio sul Mar di Galilea? E i pescatori con le loro barche non notarono nulla? Il ghiaccio si sciolse immediatamente dopo la ‘passeggiata’ di Gesù, in modo che tutti gli spettatori potessero credere che Lui avesse camminato sull’acqua? Va bene che Dio ha un grande senso dell’umorismo, però non fino al punto da prenderci in giro. Almeno Lui no!

Thursday, December 22, 2005

Violenze sessuali sui minori e la frase di Gesù sui bambini

Fausto Carioti segnala una notizia diffusa da Repubblica: un venticinquenne è stato fermato dai carabinieri con l’accusa di aver violentato un bambino di 5 anni. Pensavo alla frase di Gesù: “Ma se uno sarà di scandalo a uno di questi piccoli che credono in me, è meglio per lui che gli sia legata al collo una mola asinara e sia precipitato nel fondo del mare. [...] Guardatevi dal disprezzare uno di questi piccoli...” (Matteo 18, 6-10).
La medicina sostiene che abusa dei bambini colui che, a sua volta, è stato abusato. Se la catena non viene interrotta, l'abusato potrebbe, a sua volta, commettere abusi. Tutto ciò può realizzarsi soprattutto per chi è oggetto di ripetute violenze sessuali in età infantile.
Ora, stando alle parole di Gesù, la vittima di abusi conserva la coscienza, la quale sa distinguere il bene dal male. In altre parole, il trauma vissuto non rende l’abusato un individuo senza capacità di autocontrollo, restando responsabile delle proprie azioni.

Tuesday, October 11, 2005

Il gran salto di ‘Emily Rose’

Sabato scorso sono andato a vedere ‘L’esorcismo di Emily Rose’. Ero curioso di constatare in che modo la cinematografia riproponesse il tema della ‘possessione diabolica’, a 30 anni dall’uscita de ‘L’esorcista’.
Ricordo che ‘L’esorcista’ non mi comunicò granché. A mio avviso, il film del 1974 non voleva fare altro che impressionare e inquietare lo spettatore mostrandogli, in tutta la sua crudezza, l’abbruttimento in cui può essere trascinata una vittima della possessione. Troppe domande dello spettatore restavano però senza risposta e poco o nulla veniva concesso alla riflessione. La vittima, l’esorcista e gli altri personaggi del film venivano descritti come semplici pedine all’interno di un gioco terrificante inscenato dal diavolo. Per dirla in altri termini, tutto era asservito all’idea di mettere in risalto la potenza del diavolo, di fronte al quale Dio sembra inerte.
Con ‘L’esorcismo di Emily Rose’ la faccenda è completamente diversa, anche grazie al fatto che la trama si ispira a una storia realmente accaduta. In soldoni, il film ripercorre le tappe del processo al sacerdote-esorcista, accusato di aver ‘contribuito’ con le sue pratiche religiose alla morte della ragazza posseduta. Vorrei segnalare due soli aspetti che denotano, tra le altre cose, la serietà con cui è stato trattato l’argomento.
Innanzitutto, mi sembra un piccolo gioiello l’episodio in cui, colto da paura e confusione, l’avvocato che difende l’esorcista al processo vaga per strada e trova un pendaglio. Al sacerdote poi chiederà: “Quante probabilità c’erano di passare proprio su quel tratto di strada e proprio in quel momento per trovare un pendaglio con su incise le mie iniziali? Che significa?”. Il sacerdote le risponde: “E’ un segno. Vuol dire che di tutte le strade che puoi prendere questa che stai percorrendo è quella giusta”.
Metto inoltre in evidenza che, mostrando l’orrore della possessione, il regista fa parlare tutti i protagonisti della vicenda. Infatti, si dà voce alla vittima con il ricorso ai flash-back, nonché si dà voce, prima e durante il processo, all’esorcista, al suo agnostico avvocato difensore e agli scettici. Ma più importante di tutto, il film, e qui sta la sua grandezza, ‘dà voce’ a ... Dio, attraverso Maria, la madre di Gesù. Emily Rose pone la domanda chiave ed è lì che si fa il grande salto rispetto a ‘L’esorcista’: “Perché Dio permette tutto questo?”. Mi astengo dal riportare la risposta; non vorrei rovinare la sorpresa ad un improbabile lettore di questo post che intenda andare a vedere il film. Cito solo il commento di mia moglie all’uscita dal cinema: “I conti, questa volta, tornano”.