Friday, April 27, 2007

Mi sciroppo l'ultimo libro di J. Nicolosi

Ho letto di lui, ma mai qualcosa di suo. So che lo psicoterapeuta americano ha molti nemici per il fatto di parlare fuori del coro e che la Chiesa cattolica guarda il suo lavoro con favore. Recentemente, il professor Claudio Risé è stato oggetto di forti attacchi per averne pubblicizzato la terapia in occasione dell’uscita italiana del suo ultimo libro (vedi copertina a lato). Dato che le chiacchiere stanno a zero, sono passato in libreria e ho acquistato finalmente questa “pietra dello scandalo”. Prevedo che sarà una lettura tosta, ma a me sta bene.

Aggiornamento. Può essere interessante leggere quest’altro intervento di Claudio Risé sul settimanale Tempi del 15/03/2007, dal titolo "Ottuso è chi non vuole sentir parlare di cure per l'omosessualità".

Forse la "sgrammaticata" legge sui Dico (come l'ha chiamata il presidente della commissione Giustizia, il diessino Cesare Salvi) e il surriscaldamento del dibattito sulle coppie omosessuali stanno servendo a qualcosa. Certamente a pugnalarsi per qualche riga di intervista in più, o per una foto. Però forse anche a far pensare qualcuno, ad aiutarlo a riflettere, a capire. A me è capitato, ad esempio, di pubblicare in questo periodo, in una collana da me diretta per San Paolo, Oltre l'omosessualità di Joseph Nicolosi. L'autore è uno psicoterapeuta che fa scandalo perché, quando un omosessuale gli chiede di essere aiutato a uscire da una condizione nella quale si sente profondamente infelice, prende sul serio la richiesta del paziente. Offrendo quell'ascolto, umile, attento e affettivo che è alla base di ogni terapia che sia tale, prima e dopo la "scoperta" della psicoanalisi. Ascoltare il dolore e, così facendo, consentirgli di scoprire il proprio significato e, quando possibile, la propria trasformazione in qualcosa d'altro, più autenticamente proprio. Naturalmente è successo il finimondo. Accuse di omofobia, gare su internet per decidere se sono più omofobo io o la senatrice Paola Binetti e via delirando, senza leggere una riga di cosa ho scritto nella prefazione al libro o in altri articoli.
Però, nel putiferio, anche la possibilità di ridire le cose, e di far pensare. «Perché considerare i gay "malati"?», mi è stato chiesto. Il lavoro terapeutico - ho potuto rispondere - non consiste nell'affibbiare etichette, ma nell'ascoltare il vissuto delle persone. Sono loro che, molto spesso, presentano il proprio orientamento sessuale come un disagio insopportabile. A quel punto o assumi una posizione "ideologica" (l'omosessuale non ha disagi perché vive una condizione gaia e felice) e lo mandi dallo psichiatra perché il suo "male" è immaginario. Oppure lo ascolti, e lo aiuti a cercare la via d'uscita (o di distanziamento) da una condizione che non sopporta.
Altra accusa è quella di bigottismo: perché, ci si chiede, solo i cattolici sostengono le terapie dell'omosessualità? La verità è che anche i lama tibetani considerano "disordinate e dannose" le sessualità al di fuori della coppia uomo-donna, possibilmente monogamica. E comunque tutti i terapeuti di formazione religiosa (gli evangelici, gli anglicani e gli altri) sui disagi "da dipendenza" sono più attivi rispetto a quelli di formazione agnostica, che puntano solo sull'adattamento. I primi, peraltro, sono anche più efficaci: gli "alcolisti anonimi" vengono dritti dalla tradizione protestante.
Ma allora quelli che dicono che parlare di cure è fuorviante, sempre? Sono ideologi e non clinici. Come gli scienziati del Terzo Reich, che mandavano gli omosessuali nelle camere a gas perché "dovevano" essere malati, sempre. Scienziato è chi pensa con la propria testa, guardando la vita e ascoltando gli affetti, non agitando un libretto dove c'è scritto cosa devi pensare. Scienziati-pappagalli dell'ideologia del momento, il secolo scorso ce ne ha forniti fin troppi.
http://claudiorise.blogsome.com

Thursday, April 26, 2007

A scuola di virtù, dove il più conosce il meno

Una mia giovane amica sta seguendo un corso di Marketing & Sales Management. In una delle ultime lezioni, è stata chiamata in causa la caratteristica principale di un buon venditore, ovvero la capacità di manipolare il cliente. Uno dei docenti ha fatto notare che è facile vendere un prodotto di qualità a chi è ben disposto all’acquisto. Il venditore di talento è invece colui che induce un cliente a credere di aver realmente bisogno di quel determinato prodotto. Fin qui nulla di nuovo. L’aspetto interessante della questione è emerso quando il docente, di fronte agli sguardi incerti dei partecipanti al corso, ha detto: ‘Il vostro unico obiettivo è vendere. Fra gli allievi dell’anno scorso, due ragazze mi sembravano avere delle ottime potenzialità, tuttavia, all’inizio, avevano troppi scrupoli. Per superarli, ho consigliato loro di ... rivolgersi ad uno psicologo. Ora, vendono alla grande’.

Monday, April 23, 2007

Parole, parole, parole

Sono pochi coloro che, nel corso di una conversazione, ascoltano veramente ciò che l’altro sta dicendo. Nella maggioranza dei casi, più che dialogare, si fanno monologhi, la cui essenza è "Stammi a sentire, che ti spiego come funziona la vita"! È un mondo pieno di sapienti!

Monday, April 16, 2007

Sesso e telefonini, l’amore sbagliato dei ragazzi

Si diffonde sempre di più fra i ragazzi e le ragazze dai 12 ai 16 anni l’abitudine di fare sesso, di filmarlo con i cellulari e poi passarselo fra amici o mandarlo in rete. L’iniziativa viene dai maschi più vecchi di qualche anno, che convincono i più piccoli e le ragazzine. Quasi sempre queste in seguito si pentono, restano traumatizzate, intervengono i genitori, ma poi tutto ricomincia come prima. Cosa sta succedendo? Per rispondere dobbiamo partire da un dato biologico. A questa età i giovani maschi hanno due soli impulsi molto sviluppati: l’aggressività e il sesso. E la loro sessualità, a differenza di quella delle femmine, è totalmente separata dagli affetti amorosi. Quando possono fare ciò che gli pare, essi costituiscono delle bande aggressive, violente, con cui dominano gli altri. Alcune ragazze vanno con loro perché innamorate del capo, altre perché pensano che si tratta di un gioco, altre perché terrorizzate. Nella scuola italiana si sono messi in moto gli stessi processi che sono sempre esistiti nei ghetti degradati delle metropoli, nelle favelas, dove comandano bande di giovani violenti e le giovani donne vengono schiavizzate e avviate alla prostituzione. E come mai succede? Perché è scomparso il controllo che, nel passato, veniva esercitato dalle famiglie e dalla comunità. Negli ultimi decenni si è diffuso il convincimento erroneo che il mondo dell’amore, dei sentimenti delicati, delle buone maniere, della lealtà e della legalità sia qualcosa di naturale, di spontaneo. No: è il prodotto di millenni di civilizzazione e si conserva solo grazie alla continua vigilanza della comunità, alla sua costante azione educativa, alla sua continua crescita culturale. Quando questo ordine si rompe, per esempio in una guerra, vediamo esplodere i comportamenti primordiali più brutali: gli uomini torturano, stuprano, uccidono. Basta lasciare giovani maschi e giovani femmine insieme senza leggi, e ben presto si forma un gruppo dominante di maschi violenti ed armati che schiavizza gli altri e monopolizza tutte le femmine. Cosa fanno i signori della guerra in Africa, cosa fanno gli arabi nel Darfur? No, la pura spontaneità non produce vivere civile, ma solo paura, oppressione ed arbitrio. La civiltà è il prodotto dell’educazione degli impulsi attraverso la cultura, la morale, la legge. Soprattutto attraverso l’esempio. E gli esempi che danno questi giovinastri e le povere sciocche che li seguono sono disastrosi. (Francesco Alberoni su il Corriere della Sera)

Wednesday, April 11, 2007

Femministe contro il Papa, passando per la lettera di Totò e Peppino

Per spiegare a quel dilettante di Ratzinger come stanno sul serio le cose nel rapporto tra la Chiesa cattolica romana e le donne, Liberazione spende l’autorevole firma di Elettra Deiana, la quale, con la chiarezza che le è propria, mette qualche puntino sulle i. Dice la Deiana:
«In tutto specie umana, le donne, e come potrebbe essere diversamente? In molto differenza ma tutta storico-culturale, antropologica, simbolica, che può fornire sì inediti strumenti di liberazione umana ma solo a patto di passare attraverso il vaglio della decostruzione critica dell’esistente, dello “scarto dello sguardo” sul che cose che ce le rimanda in modo tutt’affatto diverso, e dunque della politica, della soggettività consapevole».
Arrivato alla soggettività consapevole, il Santo Padre ha espresso vivo rammarico per non aver detto che, a pensarci bene, le donne devono stare a casa a buttare la pasta. (Da Libero dell’11 aprile 2007)

A questo punto, vale la pena di riportare lo sketch di Totò, Peppino e la malafemmina, a cui la Deiana e il quotidiano di Rifondazione si sono ispirati.
Signorina (intestazione autonoma)

veniamo noi con questa mia a dirvi, adirvi una parola, che scusate se sono poche ma 700 mila lire ;a noi ci fanno specie che quest'anno, una parola, c'e' stata una grande moria delle vacche come voi ben sapete . : questa moneta servono a che voi vi consolate dei dispiacere che avreta perche' dovete lasciare nostro nipote che gli zii che siamo noi medesimi di persona vi mandano questo perche' il giovanotto e' uno studente che studia che si deve prendere una laura che deve tenere la testa al solito posto cioe' sul collo . ; . ;

salutandovi indistintamente


i fratelli Caponi (che siamo noi)

Monday, April 02, 2007

Superbia e umiltà

I pericoli più grandi derivano dalla superbia. Ci ho riflettuto e sono giunto ad una conclusione: le poche volte in cui sono umile, divento superbo per esserci riuscito!

Friday, March 30, 2007

L'Inferno. Una realtà sgradevole e misteriosa

Segnalo l’articolo di Vittorio Messori, pubblicato sul Corriere della Sera del 26 marzo scorso, dal titolo “Una realtà sgradevole e misteriosa. Ma necessaria alla libertà dell’uomo“.

«Eminenza, perchè i preti nelle loro infinite omelie (più di 25.000 ogni domenica nella sola Italia) non parlano più dell’aldilà e, soprattutto, rifuggono dal pronunciare una parola che è divenuta tabù: inferno?». Alla domanda, l’allora Prefetto dell’ex Sant’Uffizio, Joseph cardinal Ratzinger, mi guardò un po’ ironico: «Il fatto è che oggi tutti, anche nel clero, ci crediamo talmente buoni da non poter meritare altro che il paradiso. Siamo impregnati di una cultura che, a forza di alibi e di attenuanti, vuol togliere agli uomini il senso della loro colpa, del loro peccato. Lo osservi: tutte le ideologie della modernità sono unite da un dogma fondamentale. E , cioè, la negazione di quella realtà che la fede lega all’inferno: il peccato».

Ben consapevole che si tratta di una realtà misteriosa e sgradevole ma non rimovibile (parola di Gesù stesso: «I malvagi se ne andranno all’eterno supplizio») Ratzinger, prima come cardinale e ora come papa, non pratica sconti sul Credo e anche di inferno ha parlato e parla, con quel suo tono didattico e zelante e quel suo volto da fanciullo ottantenne. Lo ha fatto anche ieri nella parrocchia della periferia romana, mettendo in guardia chi amasse il peccato, chi volesse chiudere le porte a Dio. Chi insomma, all’inferno proprio volesse andarci. Perché, in effetti, proprio qui sta il problema: non Dio ci condanna, siamo noi stessi a farlo, a respingere – per qualche autodistruttività enigmatica – il perdono, la salvezza, la gioia.

C’è qualcosa di sospetto nella reazione spesso violenta del “mondo”, quando la Chiesa riafferma la sua convinzione dell’esistenza di un realtà che non può rimuovere, essendo su questo troppo recisa e chiara la Scrittura. Per il non credente anche, soprattutto l’inferno dovrebbe rientrare nei miti oscurantisti di una fede da respingere con uno scuotimento di spalle. E, invece, proprio qui certa cultura sembra reagire, come turbata ed inquieta, non con l’ironia ma con l’invettiva. Tanto che in quel Perché non sono cristiano, che è una sorta di summa delle ragioni del rifiuto del moderno Occidente, Bertrand Russell finì col restringersi a uno scandalo supremo, inaccettabile fra tutti: l’inferno, appunto.

Simili reazioni dimenticano che il vangelo si chiama così - buona notizia - perchè annuncia in Gesù il perdono di Dio, la redenzione, la salvezza. Ciò che la Chiesa predica, sulla scorta di quel vangelo, è il paradiso, è l’eternità di vita, di gioia, di luce in cui il Padre attende ciascuno. L’inferno non è creazione di quel Dio di misericordia, bensì dell’uomo. Dio lo ha forgiato libero, non ha voluto degli schiavi ma dei figli, non impone la Sua presenza proprio per rispettare la loro totale autonomia. La rispetta sino in fondo: sino, dunque, alla possibilità del rifiuto, ostinato e pervicace, della proposta di alleanza e di amore; sino alla possibilità di preferire le tenebre alla luce, il male al bene. Come ha detto qualcuno, con un paradosso non infondato, «senza l’inferno, il paradiso sarebbe un lager». Sarebbe, cioè, un luogo (o, meglio, un misterioso “stato”, non essendovi nell’aldilà il tempo e lo spazio), un luogo di destinazione obbligata cui nessuno potrebbe sottrarsi. La vita come una linea ferroviaria con un solo capolinea. Con l’abolizione conseguente della libertà di scegliere in tutta autonomia la propria destinazione. Foss’anche suicida.

A conferma del rispetto del mistero, la Chiesa, facendo beati e santi, impegna la sua autorità nel proclamare che un defunto è certamente in paradiso. Ma mai ha fatto, né mai farà, “canoni”, cioè elenchi, di dannati. Certo, malgrado ogni spiegazione, la prospettiva di una punizione eterna, senza riscatto, ha provocato e provoca interrogativi e reazioni nella Chiesa stessa. Qualche teologo ha ipotizzato che l’inferno esista sì, ma che sia vuoto. Eppure, non a torto qualcuno gli ha replicato: «Potrebbe anche essere vuoto. Ma ciò non toglie che proprio tu ed io potremmo essere i primi ad inaugurarlo».

Thursday, March 29, 2007

Autorità e figli: flussi e riflussi

Segnalo un articolo comparso su Il Giornale di oggi dal titolo “Lode alla disciplina. L'importanza di dire no”, a firma di Caterina Soffici .

Reazionario o estremamente moderno? Un libro che si intitola Elogio della disciplina (Rizzoli) sarebbe facilmente liquidabile sotto la prima definizione. Se però lo si legge senza lenti ideologiche, le cose cambiano. Perché si tratta di un pamphlet volutamente provocatorio, che mette il dito nella piaga dell’educazione moderna: ossia la mancanza di educazione. L’autore è il pedagogista tedesco Bernhard Bueb, classe 1938, per trent’anni rettore dell’esclusivo collegio di Salem, uno degli istituti più rinomati ed esclusivi della Germania. Il posto dove le famiglie bene, anche quelle molto radical e molto chic, mandano i propri rampolli, per intenderci.

Bueb, che la Bild Zeitung ha definito «il maestro più severo della Germania», parte da un concetto base: «I giovani hanno diritto alla disciplina». Tema trattato in un articolo apparso sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, che scatenò un acceso dibattito ed è alla base dell’idea di ampliare il discorso in un libro, subito balzato al terzo posto nella classifica dello Spiegel e bestseller da duecentomila copie.

In Germania parlare di disciplina e autorità è molto delicato, perché sono temi che evocano immediatamente i fantasmi del nazismo. E infatti Bueb spiega: «Il nazionalsocialismo ha minato le fondamenta stesse della cultura dell’educazione. I valori e le virtù che costituiscono il cuore della pedagogia patiscono ancora le conseguenze dell’uso improprio che ne fece il nazionalsocialismo: anche la variante tedesca della rivolta giovanile post-sessantotto non è stata altro che una conseguenza della catastrofe in cui il paese era precipitato».

Quindi? Quindi per educare veramente i giovani è necessario scremare gli eccessi autoritari da un lato e dall’altro quelli lassisti antiautoritari retaggio del Sessantotto e di tante teorie e metodi alternativi che hanno promosso un’educazione priva di imposizioni, libera e incondizionata.

Aveva fatto discutere nel 1999 il saggio della psicoterapeuta infantile inglese Asha Philips "I no che aiutano a crescere" (uscito in Italia per Feltrinelli con prefazione di Giovanni Bollea, che lo definiva «uno dei più bei libri che io abbia letto sull’argomento»). Questo Elogio della disciplina di Bueb è una sua prosecuzione ideale. Basta scorrere i titoli dei capitoli per capire cosa intenda dire: «Occorre ritrovare il coraggio di educare», «La libertà si conquista con la disciplina», «Potere assoluto ai genitori», «La disciplina come terapia», «Non bisogna sempre discutere tutto», «Il disordine è causa di dolore precoce», «Per educare con giustizia bisogna essere disposti a punire», «La famiglia non è tutto», «L’uomo è interamente uomo soltanto quando gioca», «Il talento da solo non basta».

Peggio che reazionario, dunque. Punizioni, ordine e disciplina e se ci mettete anche un richiamo ai valori, alla lealtà, all’onestà, all’attenzione verso il prossimo eccetera, ci possiamo aggiungere anche «bigotto». Ma non è così. Perché le tesi di Bueb, scremate da qualche rigidità un po’ troppo teutonica, andrebbero affisse in tutte le scuole italiane.

Andrebbe regalato a quei genitori che hanno menato il professore per un brutto voto al pupillo, al nonno che ha picchiato il preside colpevole di aver sequestrato il cellulare al nipote. Copie gratis anche ai genitori della ragazzina che si fa una canna in classe, a quelli del giovinastro che rolla davanti al prof e poi lo minaccia «se parli ti faccio massacrare», agli autori dei filmini porno in classe.

Tutto ciò che media, sociologi e pensatori di varia natura definiscono «bullismo», andrebbe chiamato con il suo nome vero: mancanza di educazione, ossia carenza, ossia che nessuno educa più. La famiglia da un lato e la scuola dall’altro hanno abdicato al loro ruolo. E questo non c’è bisogno che ce lo venga a dire Bernhard Bueb, il quale però può aiutare a capire come tutto ciò è potuto accadere.

Il «maestro più severo di Germania» non predica, come ci si potrebbe aspettare dalle premesse, il ritorno al «sacrosanto ceffone». Anzi, per lui le punizioni corporali sono mortificanti e non servono a niente. Ma le punizioni, quelle sì, sono sacrosante. «Chi dubita dell’utilità dei castighi sceglie la via del dialogo per aiutare i giovani a diventare assennati, ma influenzare il loro comportamento - e tanto più modificarlo - è impresa al di sopra della forze dei genitori, educatori, e insegnanti». E allora cosa fare? Sentite cosa ha fatto lui: «A Salem fino agli anni Ottanta abbiamo cercato di controllare l’uso di droghe, alcolici e sigarette ricorrendo al dialogo. È stato un fallimento. Con l’avvento di nuovi metodi chimici capaci di rintracciare nelle urine la presenza di droghe, dopo anni travagliati di sforzi infruttuosi abbiamo deciso da un giorno all’altro di introdurre l’esame delle urine: ogni mattina uno studente scelto a caso deve sottoporsi alle analisi e se risulta positivo viene espulso immediatamente. Già all’atto dell’iscrizione genitori e studenti devono sottoscrivere l’accettazione di questa norma. Dopo le prime espulsioni le droghe sono sparite dalla scuola».

Il vero problema, secondo il pedagogista, sta in uno strano concetto di libertà che ha preso piede in tutta Europa. Dice Bueb: «I giovani non vengono più allevati, ma si limitano a crescere da soli. Mentre avere il coraggio di educare significa prima di tutto avere il coraggio di esercitare la disciplina».

La generazione del Sessantotto, secondo Bueb, ha gettato alle ortiche Pierino Porcospino e ha regalato ai figli Pippi Calzelunghe, la meravigliosa creatura letteraria di Astrid Lindgren, che incarna un falso concetto di «libertà assoluta». I giovani confondono la libertà con l’indipendenza e «pensano di essere liberi quando si rifiutano di obbedire a una autorità e dunque si credono liberi da qualunque controllo». Sbagliatissimo, sentenzia Bueb. Perché solo attraverso la disciplina si raggiunge la vera libertà interiore.

Chi cerca nel libro facili formule da applicare al suo caso, rimarrà deluso. Purtroppo non c’è un decalogo: «Le formule - dice - sono il nemico giurato della pedagogia, perché l’applicazione schematica di regole prefissate contraddice l’essenza stessa del processo educativo». L’unica regola che Bueb sembra regalare è la seguente: «L’educazione non è altro che amore ed esempio» (secondo il motto di Friedrich Fröbel, il creatore dei Kindergarten). «Non occorre aggiungere altro».

Resta il dubbio: reazionario o estremamente moderno?

Tuesday, March 27, 2007

Breve divagazione su cattolici adulti e illuministi

Mesi fa, la cattolica ‘adulta’ Rosy Bindi, ospite a Otto e mezzo per commentare il caso Welby, sostenne che il cristianesimo le interesserebbe poco se si riducesse a prospettive riguardanti l’aldilà. A lei premono, invece, le questioni di questo mondo.
Ascoltando quest’opinione, ricordo di aver pensato che Dio, come tutto ciò che ha creato, ama certamente la materia. Non decise Dio di incarnarsi? Allo stesso tempo, però, Egli ha rivelato che, con la conversione, il fine ultimo dell’uomo è la vita eterna.
Oggi leggo su Libero un intervento di Antonio Socci in cui, affrontando il tema dell’inferno, cita un’esortazione alla Chiesa del pur ateo Leonardo Sciascia:
«Senza l’annuncio chiaro e centrale della Trascendenza, senza speranza di non morire, la religione diventa un club umanitario, un sindacato, un circolo di specialisti in etica, ma non un messaggio che appaghi i bisogni profondi del cuore umano».
In altre parole, lo scrittore siciliano ebbe ben chiaro in mente e apprezzò, lui ‘illuminista’, uno dei cardini del cristianesimo. Lui!

Thursday, March 08, 2007

Paolo Guzzanti difende i gay, ma alimenta la confusione dei lettori

Paolo Guzzanti in ‘Difendo i gay ma niente matrimonio’, pubblicato su Il Giornale del 5 marzo, si inserisce nel dibattito sui Dico e replica all’affermazione della senatrice Binetti, cattolica della Margherita, secondo cui ‘l’omosessualità è una devianza’. Purtroppo Guzzanti, nell’intento di contestare il pensiero della Binetti, semina confusione sull’argomento e cade, infine, in contraddizione. Vediamo perché.
“[…] gay si nasce e non si diventa, e meno che mai lo si diventa «per vizio», depravazione, degrado, «malattia» e altre scempiaggini che ancora oggi molti immaginano. […] Vivevo negli Stati Uniti dieci anni fa e rimasi molto colpito da un lungo reportage del Weekly Standard … in cui si dava notizia del fatto che secondo alcuni genetisti l’omosessualità maschile (non quella femminile) avrebbe un riscontro nel cromosoma «X»”.

Guzzanti abbraccia acriticamente la tesi di quei genetisti secondo cui l’omosessualità ha origini cromosomiche; non si pone la domanda se quella tesi sia stata accolta o meno dalla comunità scientifica. Senza entrare nel merito delle ricorrenti ‘scoperte’ circa il presunto collegamento genetica-omosessualità, mi limito a citare quanto si sostiene nell’autorevole rivista Science del 24 dicembre 1993, numero 262: “Non vi è nessuna componente genetica, ma piuttosto una componente ambientale condivisa nelle famiglie”. Nel numero 284 del 1999 si ribadisce che i risultati ottenuti dagli studi “non avallano l’esistenza di un gene alla base dell’omosessualità maschile”. Mi sembra sufficiente per dire che non sta bene spacciare per acclarato qualcosa che non lo è affatto.
“[..] la natura umana si presenta al mondo in alcune varietà e fra queste è piaciuto a Dio o al caso che vi fosse quella gay, e non soltanto fra gli uomini ma fra tutti i mammiferi superiori osservati dagli etologi”.

L’etologia sostiene che l’accoppiamento tra mammiferi di sesso opposto risponde all’istinto della propagazione della specie. L’omosessualità osservata fra i mammiferi superiori viene spiegata come effetto di un altro istinto, quello di sottomissione, di dominio di un individuo animale su un altro dello stesso sesso. L’omosessualità tra animali ha quindi un significato ben preciso, diverso da quella umana. Gli psicologi sanno che la sessualità umana non muove direttamente da istinti, è una sfera delicatissima della psiche assoggettata a fattori familiari e ambientali. Ne consegue che non è corretto mettere sullo stesso piano omosessualità umana e animale, come se fossero realtà assimilabili.
“Chi crede in Dio secondo me è tenuto a credere che Dio abbia voluto mettere al mondo l’identità gay e che abbia avuto le sue buone ragioni … l’identità sessuale non dipende da alcuna scelta e l'arbitrio non è affatto libero: ognuno è quel che è e non è quel che non è, punto e basta”.

Guzzanti non coglie un aspetto della questione: non è Dio che ha voluto l’orientamento omosessuale; Dio semplicemente lo permette, così come permette tutte quelle situazioni (ad es. la guerra) o comportamenti umani (come l’omicidio, la pedofilia, ecc.) che dipendono dalla volontà dell’uomo o sono espressione di un disagio psicologico e morale dell’uomo. Tipico errore di chi affronta l’argomento è poi quello di credere che la Chiesa cattolica condanni l’omosessualità, laddove invece nella Bibbia si condanna l’atto omosessuale. In altre parole, la Chiesa non colpevolizza l’omosessuale in quanto tale, dato che l’attrazione per persone dello stesso sesso non è, nella quasi totalità dei casi, il risultato di una scelta. Ciò che l’individuo sceglie è invece l’attuazione del comportamento omosessuale, ed è questo che viene condannato dalla Bibbia, da Dio.
“L’idea poi di convertire, piegare, «curare», terrorizzare e intimidire per riplasmare secondo un modello imposto coloro che sono fuori trend, ovvero fuori norma, ovvero «a-normali», mi sembra puramente nazista. O anche comunista, a piacere”.

Guzzanti ha ragione, però non sottolinea che un omosessuale che vive con dolore la sua situazione ha diritto a ricevere un aiuto serio e competente. In proposito, la Chiesa cattolica sostiene, fra le altre, la metodologia praticata dallo psicologo americano Joseph Nicolosi, volta appunto a far comprendere e superare le cause della propria omosessualità (terapia riparativa). Il lavoro di Nicolosi incontra molti oppositori. A sentire i critici, sembra quasi che questo psicologo e coloro che applicano il suo metodo vadano a caccia di omosessuali per le strade, per poi sottoporli a torture modello “Arancia meccanica”. La realtà, molto più verosimilmente, è diversa. Ripeto, si tratta di un metodo a cui possono ricorrere liberamente coloro che vivono con disagio la propria omosessualità. La constatazione scientifica da cui muove Nicolosi, ma non solo lui, è che omosessuali si diventa, non si nasce. Una parte della comunità scientifica, da svariato tempo ormai, ha raccolto evidenze in base alle quali le cause dell’omosessualità si trovano nella famiglia di origine e in un complesso di situazioni vissute dal soggetto durante l'infanzia, quando, in tutti gli esseri umani, si determina l’orientamento sessuale. Va sottolineato che non è facile superare il disordine dell’orientamento sessuale, soprattutto quando tale disordine è profondamente radicato.
“Chi come me è laico, si limita a dire che è giusto e doveroso provvedere tutte le unioni e convivenze umane degli strumenti del rispetto e della protezione, ma non è giusto, non è buono e non può essere legale chiamarli matrimoni ed aprire le unioni gay alla prospettiva dell’adozione, perché qualsiasi bambino ha diritto ad avere due genitori, uno con una identità e un comportamento maschile e uno con identità e comportamento femminile, perché con quelle identità dovrà lavorare per costruire la propria identità”.

Queste parole concludono l’articolo di Guzzanti. Apparentemente non fanno una grinza, ma, riflettendoci su, si scopre che qualcosa non quadra con quanto il giornalista ha scritto in precedenza. Guzzanti rifiuta, giustamente, l’adozione gay in nome dell’esigenza che hanno tutti i bambini di costruire la propria identità sessuale mediante la presenza di due genitori di sesso opposto. Tutto giusto, tutto perfetto, ma il giornalista non aveva detto prima che in materia di identità sessuale “ognuno è quel che è e non è quel che non è, punto e basta”? Non aveva cioè sostenuto che l’identità sessuale è congenita, che “gay si nasce e non si diventa”? Se è così, perché poi dice che un bambino necessita di due genitori di sesso opposto ché lo aiutino a costruire la propria identità sessuale?
Forse Guzzanti avrebbe fatto meglio ad evitare di affrontare un argomento che va al di là delle sue competenze di giornalista politico. A volersi proprio cimentare, avrebbe fatto bene a ricordare che la scienza è spaccata sull’argomento e che il respiro dell’analisi doveva essere un po’ più ampio. A proposito, neanch’io sono un esperto di genetica, di etologia, di psicologia o di pediatria. Dalla mia ho però che non scrivo su un quotidiano nazionale di informazione e di opinione che vende più di 200 mila copie al giorno.

8 marzo, festa inventata

C’erano una volta delle operaie tutte lavoro, fede socialista e sindacato; e c’era un padrone cattivo. Un giorno, le lavoratrici si misero in sciopero e si asserragliarono nella fabbrica. Qualcuno (il padrone stesso, a quanto si dice) appiccò il fuoco e 129 donne trovarono atroce morte. Era l’8 marzo 1908, a New York. Due anni dopo, la leggendaria femminista tedesca Clara Zetkin (immagine a destra) propose, al Congresso socialista di Copenhagen, che l’8 marzo, in ricordo di quelle martiri sociali, fosse proclamato “giornata internazionale della donna”.
Storia molto commovente, letta tante volte in libri e in giornali, fatta argomento di comizi, di opuscoli di propaganda, di parole d’ordine per le sfilate e le manifestazioni: prima del femminismo e poi di tutti. Sì, storia commovente. Con un solo difetto: che è falsa. Eh già, nessun epico sciopero femminile, nessun incendio si sono verificati un 8 marzo del 1908, a New York. Qui, nel 1911 (quando già la “Giornata della donna” era stata istituita), se proprio si vogliono spulciar giornali, bruciò, per cause accidentali, una fabbrica; ci furono dei morti, ma erano di entrambi i sessi. Il sindacalismo e gli scioperi non c’entravano. E neanche il mese di marzo.
Piuttosto imbarazzante scoprire di recente (e da parte di insospettabili quanto deluse femministe) che il mitico 8 marzo si basa su un falso che, a quanto pare, fu elaborato dalla stampa comunista ai tempi della guerra fredda, inventando persino il numero preciso di donne morte: 129… Ma è anche straordinario constatare quanto sia plagiabile proprio quella cultura che più si dice “critica”, che guarda con compatimento (per esempio) chi prenda ancora sul serio quelle “antiche leggende orientali” che sarebbero il Natale, la Pasqua, le altre ricorrenze cristiane.
E dunque, a qualcuno che facesse dell’ironia sulle vostre, di feste e pratiche religiose (messa, processioni, pellegrinaggi) provate a ricordargli quanti 8 marzo ha preso sul serio, senza mai curarsi di andare a controllare che ci fosse dietro.

Tratto da Vittorio Messori, Pensare la storia, Edizioni San Paolo, 1999, pp. 107-108.

Sunday, March 04, 2007

Se mi vuoi bene dimmi di no

“C’è una generazione che per pigrizia ha rinunciato a mettere dei paletti ai propri figli - è molto più comodo dire sempre di sì - e per i cascami dell’ideologia sessantottina («Vietato vietare») ha fatto tabula rasa di tanti valori tradizionali e di ogni senso dell’obbedienza, della disciplina, del dovere, dell’autorità.” Michele Brambilla riprende il discorso iniziato qualche settimana fa.

Monday, February 19, 2007

Luca Ricolfi e l’Italia dei faziosi

Sul terreno di coltura del nuovo brigatismo rosso e sulla peculiarità della situazione politica italiana, segnalo l’intervento del professor Ricolfi su La Stampa di oggi, intitolato ‘L’Italia dei faziosi’.

Tuesday, February 13, 2007

DICO: per Franco Grillini, la Bibbia è più omofobica della Chiesa

Il Giornale di ieri riportava un commento di Franco Grillini, deputato DS ed ex presidente dell’Arcigay, sulla contrarietà della Chiesa ai DICO: «l’ossessione antigay ed omofobica della gerarchia vaticana rasenta il vero e proprio razzismo». Posizione partigiana del deputato? Certo, ma non solo. Quando si parla di temi etici, ma soprattutto di omosessualità emerge spesso una buona dose di anticlericalismo/anticattolicesimo non solo fra le fila dei gay militanti, ma anche da parte di molti laicisti e liberali, schierati tanto a destra che a sinistra.
Ciò che trovo interessante di questo comportamento ateo-laicista non è tanto il merito delle rivendicazioni in campo etico-sociale, quanto il voler suggerire alla Chiesa quello che dovrebbe dire e fare per essere in linea con il cristianesimo.
In questo blog, mi è capitato di esprimere delle opinioni critiche sulla moda corrente di guardare alle rivendicazioni gay; puntualmente, sono stato tacciato, tra le altre cose, di avere una posizione non conforme al Vangelo (qualcuno mi ha dato persino dell’eretico perché rifiutavo l’opinione secondo cui l’omosessualità è un’inclinazione sessuale voluta da Dio).
Sollecitato dalle parole di Grillini e, quindi, dall'ennesimo attacco alla Chiesa, mi sembra doveroso dare un piccolissimo contributo volto a chiarire la posizione cattolica in materia di omosessualità.

Il primo elemento da sottolineare è che la Chiesa non condanna il singolo in quanto omosessuale ma, piuttosto, condanna la pratica dell’omosessualità. La distinzione non è di poco conto. Per lungo tempo, la Chiesa - e la scienza medica - poco o nulla sapeva delle cause (psicologiche-familiari-ambientali) dell’omosessualità ma, forte del dettame biblico, se ne constatava l’innaturalità e la si associava ad un disordine morale. La Chiesa ha così invitato l'omosessuale ad astenersi da un comportamento in contrasto con la volontà divina.
I riferimenti alla Bibbia costituiscono il secondo elemento su cui conviene soffermarsi, elemento tra i più trascurati da parte di chi contesta la posizione della Chiesa. Infatti, a sentire i critici, quanto la Chiesa sostiene in tema di omosessualità (inclinazione innaturale e moralmente riprovevole) non sarebbe altro che un’opinione, per di più in contrasto con i precetti della carità cristiana.
La realtà, invece, è che la Chiesa si rifà proprio alle Sacre Scritture. Valga una citazione su tutte, tratta dalla Lettera di San Paolo ai Romani:
«[…] gli uomini, lasciato il rapporto naturale con la donna, bruciarono di desiderio gli uni verso gli altri, compiendo turpitudini uomini con uomini, ricevendo in se stessi la ricompensa debita della loro aberrazione». (Romani 1,27)

Se le cose stanno così, le accuse di omofobia e razzismo che tanti imputano alla Chiesa per la sua opposizione ai DICO e, in senso lato, alle rivendicazioni degli omosessuali, sono semplicemente gratuite, a meno di non voler intendere che Dio sia … razzista, omofobico e scarsamente cristiano.

Thursday, February 08, 2007

Genitori, e dategliela una sberla a sti benedetti figlioli!

Michele Brambilla firma oggi su il Giornale un articolo intitolato Se il cocco ha sempre ragione, in cui fa notare che l’esercizio dell’autorità dei genitori è oggi più che mai necessaria. E ciò per il bene dei figli, dei ragazzi, cioè degli adulti di domani. Come al solito, l’ottimo Brambilla scrive cose più che sensate. Ricordo che il nostro è l’autore, tra le altre cose, di L'eskimo in redazione (ristampato negli Oscar Mondadori nel 1998) e di Qualche ragione per credere (Mondadori 1996), insieme a Vittorio Messori.
Tornando all’articolo, è deprimente che, al giorno d'oggi, ci sia ancora bisogno di ricordare ai genitori il dovere di stabilire dei confini e di farli rispettare, se del caso con tanto di punizioni. A questo riguardo, va però precisato che l'esercizio dell'autorità, come tutte le cose serie, costa fatica. Sono disposti i genitori di oggi ad assumersi responsabilità di lungo periodo, a tener saldo il timone? Qui sta, secondo me, il vero problema.

Thursday, February 01, 2007

Cavaliere, Veronica, ma va la!

È mai possibile che un uomo sposato e padre di figli si metta a fare il cascamorto con una delle tante squinzie in circolazione? Vada pure il richiamo della carne (è segno di buona salute alla sua età, ci mancherebbe), ma, suvvia, è proprio il caso di impersonare ancora il ruolo del ragazzo che gioca (play-boy)?
E lei, signora Veronica, è mai possibile che non riesca a tenere per sé le sue faccende private? Era proprio necessario mettere in piazza il suo risentimento?
Sarò un moralista, un bacchettone, ma certi comportamenti mi sanno proprio di infantilismo e inopportuna leggerezza.
Caro Berlusconi, ‘fé l’omme’. Cara Veronica Lario, ‘fé la femmn’!

Monday, January 29, 2007

0,618, la firma di Dio

[…] Che cos’è lo 0,618? Anche se è la civiltà elettronica che ne mostra sempre più l’importanza, era un numero già ben noto agli antichi, che ne intuirono a tal punto il legame con il mistero da chiamarlo “sezione aurea” o “numero d’oro” o “proporzione divina”. Forse, questa cifra è davvero la firma del Dio in incognito, la sigla del Creatore che marchia la sua creazione in modo discreto quanto preciso.
Per cercare di spiegarci: prendiamo, ad esempio, un bastone lungo un metro. Tagliamone un pezzo di 38,2 cm. L’altro pezzo sarà, ovviamente, di 61,8 cm. I due pezzi, in questa lunghezza – e in questa soltanto – sono in un rapporto armonico tra di loro: in effetti, con un calcolo così semplice da non mettere in difficoltà neppure il sottoscritto (sempre pericolante, a scuola, in matematica e algebra), si constata che il rapporto tra il pezzo più corto e il pezzo più lungo è uguale al rapporto che c’è tra il pezzo più lungo e il bastone completo, quando era lungo un metro. Questo rapporto è costante, è sempre di 0,618.
Numero davvero enigmatico, perché rispunta anche in quella serie matematica (usatissima per risolvere molti problemi quotidiani e oggi essenziale per i computer) detta “successione di Fibonacci”. Che è quella successione nella quale ogni cifra successiva è data dalla somma delle due cifre immediatamente precedenti. Per intenderci: 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34… Se ci fermiamo a 34, una ragione c’è. A partire da lì, infatti, il rapporto tra due numeri successivi della serie (21 : 34 è, appunto, il primo rapporto utile) è sempre di 0,618, il valore cioè della “sezione aurea”, e tale resta all’infinito, divenendo anzi sempre più preciso.

Curiosità da giornale enigmistico? Per niente, visto che non a caso gli artisti e gli architetti antichi si servirono largamente del “numero d’oro”. Se il proprio dell’arte antica – greco-romana ma anche egizia – è l’armonia, il segreto nascosto di proporzioni che danno gioia e riposo sta proprio nella “sezione aurea”, usata nell’architettura, nelle statue, persino nelle anfore. Ad esempio: le piramidi sono costruite tutte con quel rapporto; e 0,618 è il rapporto tra la lunghezza, la larghezza e l’altezza dei templi greci.
Lo stesso valore (e dimensioni calcolate secondo la “successione di Fibonacci”) si ritrova nell’arco di Costantino; ma poi anche nelle cattedrali romaniche o gotiche e in complessi monastici come quello della Certosa di Pavia. La pittura medievale e rinascimentale stessa obbedisce a queste proporzioni segrete, spesso ignorate da chi guarda, che non sa spiegare perché ciò che vede sia così “bello”. Bello, perché pieno d’armonia. Ma, per conseguire questa, gli artisti non facevano altro che rifarsi al creato che li circondava, secondo la legge classica: natura magistra artis, la natura è maestra dell’arte.
Perché questo è il fatto stupefacente, già noto ai sapienti migliaia di anni fa ma oggi confermato in modo spettacolare dai computer: quello 0,618, quel rapporto che fa sì che una parte sia in proporzione armoniosa col tutto, lo si riscontra in geometria come in fisica, in botanica, in zoologia, in mineralogia, in chimica, nel microcosmo come nel macrocosmo, dagli organismi infinitamente piccoli sino agli enormi corpi celesti. Lo stesso corpo umano, quando le sue proporzioni sono perfette, è tagliato alla vita secondo il “numero d’oro” e nel medesimo rapporto stanno i vari organi tra loro, dal naso all’alluce.

In “sezione aurea” (o secondo dimensioni che rispettano la “successione di Fibonacci” che a quella sezione obbedisce) sono gli organismi di mammiferi, pesci uccelli, farfalle. Sino al caso particolarmente evidente della stella di mare, stella a cinque punte che non per nulla (con il pentagono da cui deriva) è antichissimo simbolo religioso – assunto poi dalla gnosi massonica – essendo tutta basata sul “numero d’oro”. O al caso della conchiglia, che è una spirale logaritmica, tutta costruita sullo 0,618. Ma è lo stesso rapporto che si constata tra lunghezza e larghezza delle foglie di rosa. Così, tronchi, rami, foglie delle piante crescono e sono disposti secondo i numeri di Fibonacci. Per restare alla botanica, un fiore di girasole è un mistero geometrico che soltanto i computer stanno rivelando, essendo le sue migliaia di gialli semi disposti dentro la corolla secondo una spirale logaritmica. La quale, lo dicevamo anche per la conchiglia, ripete all’infinito la costante 0,618. È, del resto, lo stesso rapporto impiegato dalle api per costruire i loro alveari, dove le cellette esagonali sono un risultato non superabile di funzionalità ed eleganza.
Solo di recente si è scoperto che il segreto, rimasto così a lungo impenetrabile, della “voce” inimitabile dei violini costruiti da Antonio Stradivari non stava solo nella scelta sapiente di legni e vernici e nella perfetta lavorazione ma, soprattutto, nel fatto che le parti dello strumento sono tra loro in “rapporto aureo” e hanno misure “alla Fibonacci”. Metodo, questo di Stradivari, praticato anche dai migliori costruttori di organi per determinare la lunghezza delle canne. Tutto questo rinvia ad un altro fatto, davvero, anch’esso, straordinario, visto che lo 0,618 non presiede soltanto a vibrazioni, frequenze, toni, semitoni di quell’arte divina tra tutte che è la musica, ma anche all’”organo di Corti”, la formazione cellulare che, nell’orecchio, ci permette di cogliere i suoni.
Anche se si potrebbe continuare a lungo, questo basta a spiegare perché di quella magica cifra si siano impadroniti, da millenni, gli esoteristi, spesso nelle logge massoniche.
Ma non è magia, bensì scienza che l’informatica rende sempre più estesa ed esatta, l’esistenza di un rapporto armonico, costante, misurabile con precisione nella natura; rapporto che complica, e di molto, le difficoltà di chi tutto vuole attribuire a un mitico “caso”, a una incredibile “materia” che si sarebbe organizzata da sola.
Assai più semplice - e razionale – veder in quello 0,618 il marchio del Dio in incognito, la sigla del Creatore “nascosto” che semina tracce, indizi, impronte digitali per chi sappia vedere e pensare.

Vittorio Messori, La sfida della fede, Edizioni San Paolo, 1993, pp. 357-360.

Friday, December 22, 2006

Buone Feste... nonostante il parere del generale

Questo blog sospende, per il momento, la sua attività. Faccio i miei auguri di buon Natale e di sereno 2007 a tutti coloro che, abitualmente o per caso, si affacciano da queste parti.

Concludo con un ricordo. Tempo fa, un generale mi disse che, a suo parere, l’augurio più opportuno per l’arrivo dell’anno nuovo avrebbe dovuto essere: “Avvenga tutto ciò che ci si merita!”. Pronunciate queste parole, il generale abbozzò uno strano sorriso.

Hoka Hey

Thursday, December 21, 2006

Benny Morris, il secondo Olocausto e l'inerzia di Israele

Me ne rendo conto, non è proprio nello spirito del Natale scrivere un post in cui si descrive e si commenta una visione apocalittica riguardante i nostri fratelli ebrei. Penso però che sia doveroso farlo, se ho capito qualcosa di Israele e del suo popolo.

Ieri, sulle pagine del Corriere della Sera, è comparso un lungo articolo a firma di Benny Morris, storico israeliano, intitolato “L’incubo del giorno del secondo Olocausto”. Morris tratteggia uno scenario che vede protagonisti il delirante estremismo religioso di Mahmoud Ahmadinejad e dei suoi accoliti, il debole governo di Israele, nonché la comunità internazionale, incapace di fermare la corsa nucleare iraniana.
Lo storico immagina che un giorno non troppo lontano, i leader di Teheran si riuniranno nella città sacra di Qom. Stabilito che l’eliminazione definitiva di Israele dalle carte geografiche preluda alla Seconda Venuta del dodicesimo profeta (il Mahdi, salvatore del mondo), Teheran decide l’attacco nucleare contro il ‘piccolo Satana’.
Allo scenario non manca nulla. Morris considera:
• i danni collaterali (i palestinesi, che Teheran vede con disprezzo, moriranno a milioni e costituiranno un tributo necessario alla causa contro il male sionista);
• i rischi per l’Iran (scetticismo nei confronti della volontà di reazione dell’Occidente, ma accettazione dell’eventuale annientamento della patria iraniana come martirio supremo per la vittoria finale dell’Islam nel mondo);
• le reazioni della comunità internazionale (fondamentalmente inesistenti, per timore delle devastanti conseguenze nei rapporti politico-economici con l’intero mondo islamico);
• le opzioni israeliane (1. impossibilità pratica di un attacco convenzionale preventivo che distrugga tutti gli impianti nucleari iraniani dislocati sottoterra; 2. improponibilità di un attacco nucleare preventivo, ché renderebbe Israele un paria della comunità internazionale; 3. inutilità di un contrattacco nucleare ad aggressione iraniana oramai avvenuta).
In definitiva, la catastrofe degli ebrei immaginata da Morris è ineluttabile. Soprattutto, egli tiene a sottolineare che questo secondo Olocausto sarà diverso rispetto a quello nazista, perché privo di qualsiasi contatto diretto tra carnefice e vittima. Infatti, «non vi saranno scene come quella che sto per raccontarvi, riportata da Daniel Mendelsohn nel suo recente libro The Lost, A Secret for Six of Six Million, in cui viene descritta la seconda Aktion dei nazisti a Bolechow, piccolo paesino della Polonia, nel settembre 1942.»
Ecco di che si tratta:
La signora Grynberg fu vittima di un episodio terribile. Gli ucraini e i tedeschi, facendo irruzione nella sua casa, la trovarono che stava partorendo. A nulla valsero le lacrime e le suppliche degli astanti: la portarono via, ancora in vestaglia dalla sua casa, e la trascinarono fino alla piazza davanti al municipio. E lì… fu spinta a forza sopra un cassonetto per l’immondizia nel cortile del municipio, e tra gli scherni e i dileggi della folla di ucraini presenti, insensibili al suo dolore, partorì. Il bambino le fu immediatamente strappato dalle braccia con tutto il cordone ombelicale. Fu scaraventato verso la folla, che prese a schiacciarlo coi piedi. Lei fu lasciata sola, con le ferite e i brandelli di carne sanguinanti, e così rimase per qualche ora, appoggiata a un muro, fino a che non fu portata alla stazione ferroviaria e, assieme agli altri, fatta salire su un vagone verso il campo di sterminio di Belzec.

Con questo brano si conclude l'articolo di Morris, ed è proprio da qui che vorrei fare una breve, forse superflua, osservazione.
Se lo storico israeliano avesse delineato il suo scenario a partire dalla vicenda della signora Grynberg, molto probabilmente non avrebbe ipotizzato l’inerzia suicida di Israele e degli ebrei americani di fronte al pericolo di un attacco nucleare dell’Iran. Ne sono convinto perché la ragione storica, l’essenza di Israele si fonda sulla memoria. Il ritorno in Palestina e l’edificazione del nuovo Stato furono motivati dal ferreo proposito secondo cui la tragedia delle tante signore Grynberg non avrebbe mai più dovuto verificarsi. Sin dalla sua nascita, Israele combatte per veder riconosciuto il diritto degli ebrei di vivere al riparo da ogni persecuzione. A fronte di qualsivoglia minaccia, rimane estraneo al vissuto e alla concezione religiosa degli ebrei l'idea di abbandonare quella lingua di terra, la terra dei padri. Non so quanti di coloro che sono scampati all’Olocausto nazista siano ancora viventi. Sono però convinto che, in un modo o nell’altro, essi abbiano tenuto vivo, nelle menti delle nuove generazioni, il ricordo dei propri cari e dei milioni di correligionari uccisi dalla follia hitleriana.
Qualora un attacco nucleare iraniano fosse alle viste, non credo che Israele rimarrebbe con le mani in mano “sperando che, in qualche modo, le cose si aggiustino da sé”; non credo che Israele si tormenterebbe nel dubbio di utilizzare, in via preventiva, il proprio arsenale nucleare contro l’Iran. Cosa importa l’estromissione dal consesso internazionale quando l’alternativa è l’annientamento definitivo? A che sarebbero valsi i tanti morti patiti in oltre cinquant’anni di vita dello Stato di Israele se poi, di fronte alla minaccia più temuta, ci si abbandona all’inerzia e alla disfatta morale?

Dio voglia che tanto Morris che il sottoscritto abbiano perso solo tempo e fantasia!

Si veda anche Vittorio Messori: sarà l’arma atomica a fermare la guerra arabo-israeliana.

Wednesday, December 20, 2006

Minori e adozioni: pur con le tante Marini, non tutto è perduto

Non scrivo assolutamente niente di nuovo, sono cose già dette e che cominciano a divenirmi pure noiose; ma su certe questioni, … repetita iuvant.
Libero oggi in edicola pubblica questo trafiletto:

«Voglio adottare un bambino, è assurdo che la legge italiana me lo vieti solo perché sono single». La frase è di Valeria Marini (…): «Lancio un appello a chi di dovere: cerchiamo di avere in fretta una legge giusta». Inoltre la showgirl si dichiara favorevole ai Pacs.

Cara Marini, ma sul serio pensa che la legge italiana sia così assurda? Secondo lei, alla crescita psicologica di un bambino non serve un padre e tutto ciò che lui rappresenta? Chi è per lei un padre? Ma che famiglie di origine, che esempi hanno avuto le Marini in circolazione per arrivare a questa esclusione di ruoli genitoriali? La politica, quella seria, non può permettersi di assecondare delle pretese che si mostrano del tutto incuranti delle esigenze dei minori e, quindi, delle future generazioni. Perché la posta in gioco è proprio questa: il bene dei figli, adottati o meno.
Di diritti tutelati dal codice civile e dell'eliminazione di forme di discriminazione verso single e coppie di conviventi etero/omo, si può anche discutere. Ma non si possono introdurre delle leggi, basate su artifizi di comodo, che toccano gli interessi dei più deboli, i bambini per l'appunto. Stiamo assistendo ad una corsa frenetica alla rivendicazione di diritti, ma, oltre all’insieme dei doveri nelle relazioni fra adulti, si trascurano soprattutto l’insieme dei doveri verso i figli, i quali, tra le altre cose, hanno l’assoluto bisogno di crescere con un padre e una madre.
A volte temo che, gratta gratta, spingi e spingi, la superficialità e l’incoscienza riusciranno a prevalere. Anche perché le pretese di tanti irresponsabili sono fatte proprie da una certa parte politica, il “chi di dovere” a cui la Marini lancia il suo appello.
Però poi, mi rendo conto che c’è anche gente - ed è la maggioranza - che continua ad avere i piedi per terra. Libero infatti, in un altro articolo, cita questi dati:

«Un sondaggio condotto da “Eurobarometro”, l’Istituto di ricerca della Commissione europea, mostra come solo un italiano su tre sia favorevole al matrimonio tra omosessuali, il 31% contro una media dei 25 Paesi della Ue del 44% (la punta è l’Olanda con l’82%). Percentuale che scende ancora, al 24% (contro il 32% della media europea), sull’adozione di un bimbo da parte di una coppia omosessuale».

Non tutto è perduto!