Wednesday, April 26, 2006

Sulle contestazioni alla Moratti, E. Galli della Loggia coglie nel segno

Firmando l’editoriale del Corsera di oggi sulle contestazioni dei soliti idioti di sinistra a Letizia Moratti, Ernesto Galli della Loggia dà un'opportuna strigliata alla coalizione guidata da quel genio di Mortadella.
DISAPPROVARE NON BASTA

Anche se ha preferito non dare importanza alla cosa, quel che è capitato ieri pomeriggio al ministro Moratti è assai grave, e merita di essere chiamato con il suo nome: una violenta, indecorosa gazzarra che chiama in causa responsabilità più vaste di quelle dei suoi autori. A nulla è valso che Letizia Moratti partecipasse al corteo milanese commemorativo della Liberazione spingendo la carrozzella con il padre medaglia d'argento della Resistenza; a nulla è valso che la sua sola presenza attestasse — se ce ne fosse stato mai bisogno! — la condivisione degli ideali di libertà evocati dalla ricorrenza: no, nulla è valso a nulla per proteggerla dalla salva di fischi, di insulti, di minacce, che le è piovuta addosso per tutta la durata del corteo. Ovvia la sua colpa: stare politicamente nel centrodestra; per giunta come ministro dell'Istruzione e dell'Università del governo Berlusconi, cioè in un ruolo che per lungo tempo è stato oggetto di una vera e propria demonizzazione ad opera dei settori più beceri e massimalisti della sinistra italiana che da decenni, ahimé, si annidano per l'appunto nelle scuole e negli atenei della Repubblica.

Di fronte a quanto accaduto, che è l'esatta ripetizione di quanto già accaduto altre volte in altri 25 aprile, i commenti degli esponenti del centrosinistra, limitatisi tutti (con la sola, felice eccezione, oltre che della Rosa nel pugno e di Mastella, di Bruno Ferrante, concorrente con la Moratti nella prossima elezione a sindaco di Milano) a un formale rincrescimento, appaiono penosamente inadeguati. Tanto più se ricordiamo che sono proprio essi a rammaricarsi regolarmente del fatto che i politici del centrodestra non partecipano ai festeggiamenti della Liberazione: e perché mai lo dovrebbero se questa è la fine che li aspetta? Per superare l'esame di autolesionismo?
Più inadeguata delle altre, per l'evidente importanza della sua figura, la reazione di Romano Prodi, il quale, pur avendo l'occasione di parlare nel comizio a conclusione del corteo, dal palco ha fatto appena un cenno all'accaduto.

Ha evitato così di dire, il nostro futuro presidente del Consiglio, ciò che invece andava detto e che da lui ci aspettavamo. Che allora in sua vece diciamo noi: e cioè che la democrazia italiana non sa che farsene dell'antifascismo dei faziosi e dei violenti; che la nostra democrazia non sa che farsene di quell'antifascismo che — come ha scritto coraggiosamente il direttore di Liberazione Piero Sansonetti — non capisce che «una cosa è cacciare i nazisti e un'altra è cacciare Berlusconi», che la democrazia italiana non sa che farsene — e non vuole avere niente a che fare — con l'antifascismo che non esita a strumentalizzare le grandi, drammatiche pagine della storia nazionale e i valori più alti del nostro patto costituzionale per sfogare i suoi poveri livori politici, per celare le sue pochezze, all'occasione per maramaldeggiare.

Finché l'antifascismo dei democratici non saprà prendere le distanze dall' antifascismo «militante», da questa sua contraffazione intollerante e violenta, e non saprà farlo a voce alta, esso sarà sempre vittima, anche elettorale, del suo ricatto politico. È così, mi chiedo, è mostrando una simile timidezza ideologica che si crede di poter costruire il Partito democratico? Sul punto di andare al governo con un'esiguissima maggioranza parlamentare, i gruppi dirigenti del centrosinistra commetterebbero un grave errore a non capire che è proprio su questioni come questa che essi si giocano la possibilità di convincere e di raccogliere intorno a sé una parte del Paese più vasta di quella che li ha votati.

Mi sembra che qui abbiamo un Galli della Loggia diverso rispetto a quello che scrisse l'editoriale dello scorso 21 aprile. Lo riporto di seguito.
IL NUOVO PREMIER TRATTI CON L'EUROPA

Il rapporto di fiducia con Bruxelles è decisivo
Ormai non resta che governare. Con il risultato proclamato dalla Cassazione - che Berlusconi farebbe bene ad accettare senza indugi invece di inscenare un ambiguo surplace - Romano Prodi è insediato definitivamente al comando. Ma governare non sarà facile. Per almeno tre motivi: per l' esiguissima superiorità di cui il nuovo governo potrà disporre in una delle due Camere; per la forte disomogeneità politico-programmatica della sua maggioranza; per le condizioni presumibilmente abbastanza critiche in cui esso troverà i conti dello Stato ereditati. In queste condizioni la principale carta che Prodi ha da giocare è la sua leadership. La vittoria del centrosinistra non è stata certo strepitosa ma si deve ammettere che solo la presenza di Prodi ha permesso di mettere e di tenere insieme l' estesissimo arco di forze dell' Unione, solo la sua figura ha rappresentato un' immagine in cui ognuna di quelle forze ha potuto bene o male riconoscersi; il centrosinistra, insomma, è riuscito concretamente a esistere solo in quanto c' era Prodi. Al di là del risultato elettorale egli, dunque, è investito della guida della coalizione in maniera politicamente piena, e dunque deve anche sentirsi autorizzato a esercitare quella guida in maniera altrettanto piena. Il che significa innanzitutto non esitare ad affermare la propria iniziativa nella formazione del governo. Uno dei maggiori punti deboli del centrodestra è stata la mediocre qualità degli uomini e delle donne del suo esecutivo. Proprio a partire da qui, pertanto, il Paese si aspetta dal nuovo presidente del Consiglio una decisa inversione di rotta: cioè che non badi ad alchimie partitiche, a equilibri di corrente, ma scelga sulla base delle qualità, affidandosi specialmente alle competenze e alla capacità dei prescelti di parlare all' opinione pubblica e di costruire consenso anche oltre i confini della coalizione. Ma la carta più efficace di Prodi è quella rappresentata dall' Europa, con la quale il suo passato di presidente della Commissione dovrebbe assicurargli un ascolto e una rete di rapporti preziosi. Il governo italiano avrà probabilmente un paio di mesi per presentarsi con le carte in regola ma c' è bisogno di costruire un rapporto di fiducia reciproca più stabile. È soprattutto dal dialogo con l' Europa che egli può ottenere i margini di manovra economica e l' accesso a risorse di cui l' Italia necessita per raddrizzare i suoi conti e migliorare la propria posizione con l' estero. Ed è poi dallo stretto rapporto con i Paesi partner dell' Europa che il governo di centrosinistra può attingere l' ispirazione e la forza per attuare una politica estera che sappia evitare tentazioni di terzomondismi, neutralismi e disimpegni repentini che avrebbero il solo effetto di indebolirlo notevolmente. Incarnare il legame con l' Unione Europea del centrosinistra italiano sarebbe per Prodi un modo ideale per costruire quello spazio politico proprio che di per sé il ruolo di leader della coalizione non gli dà. Prodi, infatti, oggi è solo una leadership. Ma proprio attraverso questa egli può diventare qualcosa di molto di più, cioè un programma omogeneo, una linea politica. Ciò che tra l' altro è proprio quello che oggi manca al centrosinistra che di linee politiche ne ha pure troppe, e conta un programma che giustamente Pietro Scoppola ha paragonato a un' «enciclopedia». Prodi può rappresentare il rimedio a tutto ciò, dando vita, ci si passi l' espressione, al prodismo. L' alternativa è limitarsi a capeggiare un ammasso disordinato e conflittuale di ambizioni e di vocazioni: allora sì che lo striminzito vantaggio elettorale apparirebbe in tutta la sua problematica esiguità.

E Libero di Feltri avanza alla grande

Su segnalazione di Dietro le linee nemiche, riporto anch'io i dati diffusi da Dagospia (con tanto di commento di Italia Oggi) sul recente aumento di vendite di 'Libero' e 'il Giornale'.

“LIBERO” (+71%) E “IL GIORNALE” (+16,1%) FANNO BOOM...
Sono stati pubblicati i dati relativi alla diffusione dei quotidiani italiani nel mese di marzo 2006 rispetto allo stesso mese del 2005. Il record di vendite spetta a "Libero" di Vittorio Feltri che nel mese scorso si è attestato sulle 122.374 copie (+71,1% rispetto a marzo 2005). Infatti, a marzo di un anno fa "Libero" vendeva appena 71.500 copie. "Il Giornale" di Maurizio Belpietro raggiunge le 229.548 copie (+16,1% rispetto alle 197.726 copie del marzo 2005). Il "Corriere della Sera" diretto da Paolo Mieli, che l'8 di marzo nel suo editoriale si è schierato a favore dell'Unione, ha avuto una crescita del 3,7%, salendo a 670.000 copie vendute rispetto alle 650.000 del marzo 2005. "La Repubblica" invece passa dalle 621.400 a 634.000 copie (+2%), "Avvenire" arriva a superare le 109.000 copie con un incremento dell'1,7% rispetto alle 107.304 del mese di marzo di un anno fa. "Il Sole 24 Ore" (+1,5%) si attesta sulle 352.332 copie (5.285 copie in più rispetto a un anno fa), mentre "Il Messaggero" (+1%) si attesta sulle 226.450 copie a marzo 2006. (Elmar Burchia)


COME SI SPIEGA IL BOOM DI FELTRI E BELPIETRO?
Claudio Plazzotta per Italia Oggi

La dichiarazione di voto di Paolo Mieli dello scorso 8 marzo, in cui il direttore schierò il Corriere della Sera con il centro-sinistra, non avrà fatto perdere copie al quotidiano di via Solferino. Quello che al momento è certo, tuttavia, è che le ha fatte guadagnare, in maniera esplosiva, a Libero e al Giornale. Le due testate, entrambe vicine al centro-destra e molto forti in Lombardia, hanno infatti chiuso un mese di marzo a dir poco da incorniciare. Con perfomance diffusionali stupefacenti che proseguono pure nella prima metà di aprile. Il quotidiano di Vittorio Feltri, in marzo, ha avuto una media dichiarata alla Fieg di 122.374 copie al giorno, con un +72,2% rispetto al marzo del 2005. Nelle prime due settimane di aprile è alla strabiliante quota di 145 mila copie (record monstre di 170 mila copie l'11 aprile).

Il Giornale, invece, ha messo a segno una media Fieg di 229.548 copie, +16,1% sullo stesso mese dell'anno precedente. E in aprile il trend prosegue, con +35 mila copie sull'aprile 2005.
Come si spiegano questi incrementi? "Beh, in marzo noi abbiamo avuto una concomitanza di eventi, ulteriori al fisiologico aumento da campagna elettorale. C'è stato il lancio di un gioco per fidelizzare i lettori", spiega Gianni Di Giore, direttore generale di Libero, "poi l'abbinata col libro Tutte le balle su Berlusconi, di cui abbiamo venduto oltre 700 mila copie, quindi lo sciopero dei giornalisti il 18 marzo, a cui noi non abbiamo aderito diffondendo, quindi, più copie del solito. Ma l'effetto Mieli c'è stato. Da un giorno all'altro abbiamo guadagnato 25 mila copie. E nei monitoraggi che facciamo in edicola, sono circa 50 mila le copie che Il Corriere ha perso dal 9 marzo, da quando Mieli ha dichiarato di votare per Prodi".

In Rcs sono ormai settimane che manager e direttori si affannano a dichiarare che Il Corriere della Sera non ha invece perso nulla, anzi ha guadagnato dopo l'esternazione. E in effetti il dato dichiarato da via Solferino alla Fieg parla di 670 mila copie medie in marzo, con un +3,7% sul marzo 2005.
Tuttavia, fanno sapere gli analisti di Libero e del Giornale, il calo in edicola c'è stato, compensato da altre operazioni (abbinate con la Gazzetta dello Sport, distribuzioni del giornale in alberghi e aeroporti) che terrebbero così alta la diffusione. "Per esempio, nella provincia di Bergamo il Corriere della Sera, in edicola, ha perso 1.500 copie medie al giorno, mentre noi contemporaneamente ne abbiamo guadagnate 1.300", commentano da Libero.

Toni analoghi al Giornale: "In marzo abbiamo guadagnato circa 30 mila copie rispetto alla nostra marcia consueta", dice Attilio Mattusi, direttore della diffusione del quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, "ma l'incremento da campagna elettorale, scioperi o iniziative di marketing lo abbiamo valutato attorno alle 10 mila copie. Le altre 20 mila copie ci sono capitate da un giorno all'altro dopo l'8 marzo. Tanto che ci abbiamo messo alcuni giorni a tarare le tirature, poiché facevamo esauriti quasi in tutte le rivendite lombarde. Quelle 20 mila sono le copie effetto Mieli. In base alle nostre valutazioni, tra Milano e Lombardia il Corriere della Sera, in edicola, ha perso l'8-10%. E non è casuale che dall'8 marzo il distributore del Corriere, Milano Press, controllato da M-Dis (di cui, a sua volta, è socio Rcs MediaGroup, ndr), non ha più condiviso con noi i dati di vendita".

Ma non può essere che le belle performance di Libero e Giornale siano figlie della campagna elettorale cruenta, degli appelli di Berlusconi al popolo dei moderati, senza scomodare Mieli? "No, così tante copie non si guadagnano da un giorno all'altro senza effetti esterni. Il Giornale", aggiunge Mattusi, "col centro destra al governo, ci ha messo più di 4 anni a perdere 30 mila copie di diffuso. E adesso, paradossalmente, siamo quasi contenti che Berlusconi passi all'opposizione. In questo modo potremo sbizzarrirci di più con le nostre critiche".

Friday, April 07, 2006

Voterò Silvio Berlusconi

Sono cattolico, moderatamente liberale e mi riconosco nei valori espressi dalla coalizione di centrodestra. In questi cinque anni, si poteva e si doveva fare di più e meglio. È sempre così. Ma a conti fatti, sono soddisfatto di quanto fatto dal Premier, dal governo e dalla maggioranza parlamentare che ho contribuito ad eleggere nel 2001.

Il 9 aprile voterò ancora Silvio Berlusconi e Forza Italia.

Thursday, April 06, 2006

A pensarci bene, coloro che ‘tirano fuori i coglioni’ sono proprio coglioni

L’appellativo con cui Berlusconi ha definito gli elettori che votano contro il proprio interesse richiama alla mente un’altra espressione della lingua italiana colloquiale. Chiamando ancora una volta in causa gli attributi maschili, essa denota una bizzarra concezione dei … propri interessi. Mi riferisco, in particolare, all’espressione tirar fuori i coglioni, che significa ‘comportarsi da uomo, dimostrando coraggio e combattività di fronte ad un pericolo o ad una situazione difficile’ (dal Dizionario Hoka Hey della lingua italiana, edito dalla Pasqualino Sette Bellezze Editore).
Non sono un linguista e non conosco le origini di questa locuzione. Usando un po’ di buon senso penso però di poter dire che detta espressione nasca dall’associazione degli attributi sessuali maschili ai caratteri tipici della mascolinità - quali, appunto, la forza fisica, il coraggio, lo spirito di competizione. Nel linguaggio comune, infatti, colui che ‘ha/non ha coglioni’ dispone/difetta delle summenzionate caratteristiche.
Il problema, come tutti sanno, è che i soprannominati costituiscono una delle parti più delicate del corpo maschile. Ricevere un colpo proprio lì è dolorosissimo e fortemente debilitante per chi lo subisce. Allora, ecco il mio dubbio: ma per quale motivo per reagire con forza e coraggio ad un avversario o ad una situazione difficile si dovrebbero … tirar fuori i coglioni? E' un controsenso. Tirarli fuori, cioè esporli agli attacchi dell’avversario implica il renderli vulnerabili e, se colpiti, comporta la definitiva sconfitta dell’incauto …‘esibizionista’.
Domando: ma chi è stato quel genio che ha coniato quest’espressione? un masochista? o una moglie speranzosa di poter finalmente ‘fare il colpo’ di tutta una vita? Mah!
Per intendere che una persona dovrebbe risolversi ad essere pugnace sarebbe più opportuno dire, invece, ‘tirar fuori la spada’. È con la spada che si combatte, o no?
Non è un mistero che le parole e i concetti esprimibili con una lingua forniscano informazioni sulla cultura di un popolo. Ora, se prendiamo in considerazione questa locuzione, che cosa si può dedurre degli Italiani? che combattono per perdere? che sono un po' fessacchiotti? Forzando i termini, si può forse pensare ad un nostro lontanissimo legame con il mondo romano, ma non a quello della sua massima solidità, potenza ed espansione, bensì a quello della decadenza. Sto esagerando? Sto uscendo dal seminato? Forse sì. A pensarci bene, mi viene un altro dubbio: non è che mi sto … rincoglionendo?

Wednesday, April 05, 2006

Fantascienza: Gesù non camminò sull'acqua, ma sul ghiaccio


Il Corriere online riporta questa notizia:

«Gesù camminò sul ghiaccio, non sull'acqua»
Scoperta un'insolita combinazione di condizioni atmosferiche nel Mar di Galilea.

MIAMI - In passato aveva già ipotizzato che la separazione delle acque del Mar Rosso da parte di Mosé non fosse altro che un fenomeno legato a un gioco di venti e di correnti. Adesso il paleologo della Florida Dorof Nova prova a spiegare scientificamente un altro miracolo raccontato nel Nuovo testamento, quello di Gesù che cammina sulle acque. «In realtà si trattava di ghiaccio», afferma lo studioso.
In una ricerca pubblicata nel Journal of Paleolimnology, Nof afferma di aver scoperto che una insolita combinazione di acqua e condizioni atmosferiche in quella che oggi è la parte settentrionale di Israele potrebbe aver portato alla formazione di ghiaccio nel Mar di Galilea. Studiando le temperature della superficie del Mediterraneo e i modelli statistici per esaminare le dinamiche del Mare di Galilea (oggi lago Kinneret), Nof afferma che un periodo freddo compreso tra 1.500 e 2.600 anni fa può aver portato alla formazione di lastre di ghiaccio abbastanza spesse da sorreggere un uomo, ma invisibili a distanza. (…)

Una domanda semplice semplice allo scienziato americano: ma solo Gesù seppe che c’era il ghiaccio sul Mar di Galilea? E i pescatori con le loro barche non notarono nulla? Il ghiaccio si sciolse immediatamente dopo la ‘passeggiata’ di Gesù, in modo che tutti gli spettatori potessero credere che Lui avesse camminato sull’acqua? Va bene che Dio ha un grande senso dell’umorismo, però non fino al punto da prenderci in giro. Almeno Lui no!

Fra i Verdi ci sono Briganti che dedicano poesie a Osama e ai kamikaze

Dal Foglio di ieri

Una candidata dei Verdi dedica poesie a Bin Laden e ci spiega perché il terrore è sopravvalutato

Milano. C’è una candidata dei Verdi alla Camera che scrive poesie “dedicate” a Osama bin Laden, ad Ayman al Zawahiri, ad Abu Mussab al Zarqawi, alle Brigate dei martiri di al Aqsa, a Hamas, ai guerriglieri palestinesi e “in memoria” dello sceicco Ahmad Yassin. Dolci e ispirati versi con cui Lia Briganti si augura che il jihad “divenga un esercito di pace e di carità”. Non c’è alcuna esaltazione del terrorismo, ha scritto la stessa Briganti. I suoi sono “versi composti per comunicare le sensazioni che queste azioni esemplari” le hanno suscitato. “Azioni esemplari che, al massimo, possono destare qualche preoccupazione per il crearsi di un contesto pre-insurrezionale localizzato. Niente di più”.
Lia Briganti, candidata al numero 19 della lista verde in Emilia Romagna, è una poetessa vincitrice di premi letterari, critico d’arte e insegnante di psicologia e scienze dell’educazione a San Patrignano. Le sue poesie, tra cui “un augurio di bene ad Osama bin Laden e alla Jihad islamica”, ma anche invocazioni alla guarigione di Sharon e alle vittime delle stragi, si trovano nei forum di radicali.it. Prima dei Verdi, infatti, ha militato nel Partito radicale transnazionale ed è tutt’ora iscritta all’Associazione Coscioni.
Alla Federazione dei Verdi non ne sapevano niente. Informati dal Foglio, hanno provato a limitare i danni. Una poesia, dicono, non è come una bandiera bruciata né come un coro dieci, cento, mille Nassiriyah.
Restano però senza parole, quando apprendono i titoli delle poesie. “Preghiera per i
miliziani della jihad” recita così:

“Oh miliziani,/
voi mi appariste/ in sogno,/ ed io percepii/
le cause/ della vostra veemente/ violenza:/
fiumi di lacrime/ di inconsolabili madri/,
lo sguardo vostro/ offeso/ da un confine
limitato/. Questo io compresi,/ in effluvii/ azzurrini,/
in un braccio/ alzato/ e teso/ all’orizzonte./
Possano/ le lacrime/ restituire/ il dolore/
e con esso,/ la coscienza/ del male sofferto,/
la disponibilità/ al giudizio/ degli uomini,/
al perdono/ del cuore”.

“Sono semplici artificieri”
Lia Briganti non è una fan dei kamikaze, tutt’altro. Invoca la pace, predica l’amore tra i popoli fratelli e non è nemmeno contraria alla presenza italiana in Iraq: “Io sono una cattolica praticante, ma anche una liberale – dice con tono gentile al Foglio – I miei sono testi poetici scritti a partire dal 12 settembre, in seguito alle violenze e alle reazioni sopra le righe, come quella della Fallaci. La forma poetica esprime il mio stato emotivo nei confronti della barbarie di questa guerra, che io condanno”. Le sue poesie – dice – sono inviti al dialogo che nascono dagli stessi sentimenti
di solidarietà del Papa e di Marco Pannella a favore della pace o dell’esilio di Saddam. In realtà – le fa notare il Foglio – non risulta da nessuna parte che il Vaticano e i radicali abbiano mai scritto preghiere, poesie o appelli per trattare con i terroristi.
Ma l’analisi politica della Briganti è questa: “C’è una sopravvalutazione propagandistica del terrorismo internazionale, è un fenomeno che va ridimensionato”. Secondo l’aspirante deputato, Osama & co. “non sono un pericolo per l’occidente”, sono “frange ammutinate di mujaheddin o di hezbollah, i quali sono soldati di montagna che difendono le frontiere come i nostri alpini”. Il paragone è quello che è, ma la Briganti considera “propagandistiche” e “sopravvalutate” anche le parole del presidente iraniano Ahmadinejad contro Israele.
La Verde di Cesena vede spiragli di cambiamento nel jihad, e li vorrebbe spalancare. Ogni proclama terrorista diventa richiesta di trattativa da accettare: “Bisognerebbe mettersi intorno a un tavolo”. Anche con i tagliatori di teste? “Hanno scarsità di mezzi, sono semplici artificieri. Il terrorismo è una tattica di guerra povera, mediaticamente trasformata in ontologia ideologizzante a cui dichiarare guerra totale e illimitata”.

Tuesday, April 04, 2006

Ahimé, ho in comune con Prodi e Vittorio Zucconi… l’ignoranza

Colgo un banale ma gustoso svarione di Repubblica sul confronto televisivo di ieri tra i due candidati premier.
Stamattina il quotidiano, a pagina 2, segnala che:
Prodi ha citato George Bernard Shaw, ma in realtà la frase è di Mark Twain: "La gente di solito usa le statistiche come un ubriaco i lampioni: più per sostegno che per illuminazione".

Se lo dicono quelli di Repubblica, che sono così colti, mi fido.

Poi, a pag. 6, troviamo pagella e giudizi che alcuni personaggi del mondo della cultura, dell’informazione e dell’industria hanno stilato sulla performance televisiva dei nostri eroi. Vittorio Zucconi, vecchia guardia e punta di diamante di Repubblica, dà un 6 a Berlusconi e un 7 a Prodi. Argomentando il suo voto a Mortadella, Zucconi sostiene, tra l'altro, che:
(…) come sempre, il motore da antico trattore della bassa si scalda e mostra scatti di cattiveria, come in quella trappola dell’ubriaco che tende a Berlusconi, uomo di troppo vaghe letture per sapere che era una vecchissima citazione di Bernard Shaw.

Ma come, i colleghi di Zucconi non avevano scritto qualche pagina prima che si trattava di una frase di Mark Twain?
Per quanto mi riguarda, sono anch’io 'uomo di troppo vaghe letture', per cui la frase di Prodi mi ha preso in contropiede. Infatti, non conoscevo quel 'vecchissimo' aforisma. Il bello è che non lo conoscevano neanche Prodi - l'ha usato, ma ne ha sbagliato la paternità - e Zucconi - il quale si è dato la zappa sui piedi, pur di mettere in cattiva luce Berlusconi.
Suvvia, compagni, smettetela una buona volta di fare gli spocchiosi. Con un po’ di sana umiltà sareste meno intollerabili.

Aggiornamento. Apprendo dalla blogosfera che la 'vecchissima' citazione pronunciata da Mortadella non è nemmeno di Mark Twain, bensì di uno statistico, tal Andrew Lang.
La cerchia degli ignoranti si allarga sempre di più. Ora comprende anche Repubblica. Sto Prodi fa più danni delle cavallette.

Thursday, March 23, 2006

Capezzone, il cialtrone

Ieri sera, gli spettatori di ‘Otto e mezzo’ hanno avuto un ennesimo assaggio della
pochezza di Daniele Capezzone, della Rosa nel Pugno e della coalizione di cui quest’ultima fa parte. Ospiti della puntata, oltre al segretario della Rosa nel Pugno, erano il ministro Giovanardi, un giornalista de Il Foglio ed una europarlamentare olandese.
L’argomento in discussione era l’eutanasia infantile praticata nella civile e ‘liberale’ Olanda, a fronte delle affermazioni di qualche giorno fa del Ministro Giovanardi, secondo cui quanto praticato nel paese dei tulipani verso i bambini nati con gravi malformazioni o disturbi psico-fisici è assimilabile all'eugenetica della Germania nazista. Si è trattato di una semplice provocazione da parte del ministro? Fino ad un certo punto.
Nella stessa giornata di ieri, Il Foglio di Ferrara aveva pubblicato un articolo in cui si chiariva che sono più di 600 i bambini che ogni anno vengono uccisi in Olanda per autonoma deliberazione dei medici, senza cioè il consenso dei genitori e senza l’autorizzazione della magistratura. I bambini uccisi non sono solo quelli che soffrono malattie gravi e irreversibili; sono anche bambini down o con handicap tali da condizionare pesantemente la qualità della loro vita. In particolare, un protocollo sanitario olandese stabilisce la soglia di tollerabilità del malessere fisico e psichico di un bambino, superata la quale i medici possono praticare l’eutanasia.
I dati citati dal Foglio provenivano dalle più autorevoli riviste di medicina britanniche (The Lancet, per citarne una).
Ad Otto e mezzo, Giuliano Ferrara ha sollecitato un dibattito che tenesse conto di tali dati.
Noncurante degli elementi fattuali, Capezzone si è esibito nella sua solita arietta da primo della classe che la sa più lunga degli altri, ha attaccato Giovanardi e ha affermato (non si sa in base a quali fonti) che in Olanda l’eutanasia infantile avviene nel pieno accordo di medici-genitori-giudici. Da liberale vero, ha infine cercato di impedire a Giovanardi di parlare e ci ha provato a trasformare in gazzarra la puntata. Capezzone, però, aveva fatto i conti senza l’oste. Il buon Ferrara, infatti, lo ha rimesso nei ranghi dandogli, testualmente, del “cialtrone”.
Da parte sua, l’europarlamentare olandese ha negato, come un disco rotto, la veridicità dei dati presentati in studio. Dopodiché, il nulla.
A parte l’inconsistenza delle tesi della Rosa nel Pugno e la cialtroneria di Capezzone, che cosa resta del tema discusso a Otto e mezzo? Resta che l’80% degli olandesi è favorevole all’eutanasia infantile, così come restano le parole di un medico italiano, Gilberto Corbellini, autore di un libro e militante nelle fila della Rosa nel Pugno. Secondo costui, non c’è nulla di male a ricorrere all’eugenetica. "E' solo un modo di migliorare il mondo" (citazione riportata da Ferrara).
In sintesi, l’evoluzione sociale prevista dai radicali e dalla sinistra atea e illuminata può essere riassunta in tre punti:
1. soppressione di bambini afflitti da malattie gravissime, dolorose e mortali;
2. soppressione di bambini nati con difetti psico-fisici che impediscono l’autosufficienza e una ‘degna qualità della vita’;
3. ‘scelta del colore degli occhi dei nascituri’ attraverso il ricorso alla sperimentazione sugli embrioni.
Bambini sani, belli e forti, questo è il sogno dei civilissimi e liberalissimi olandesi. Gratta gratta, è a questo che mirano certi signori in Italia e negli altri civilissimi e liberalissimi paesi europei. E sarebbe Benedetto XVI il nazista?

Tuesday, March 14, 2006

Pillole 9

Ogni giornale è una bottega in cui si vendono al pubblico parole del colore che vuole. (Balzac)

Monday, March 06, 2006

L’Islam fa le pentole ma non i coperchi

Dall’11 settembre 2001, Bin Laden e Al Qaeda alzano il tiro dell’offensiva antioccidentale. I leader politici dei paesi islamici non condannano in modo inequivocabile il terrorismo e si mostrano a dir poco ambigui. Da un lato fanno il muso duro con i terroristi, dall’altro alimentano l’ostilità verso l’Occidente nell’opinione pubblica musulmana. Da parte loro, i capi religiosi predicano la Jihad, persino nelle moschee situate su suolo europeo.
Ahmadinejad comunica al mondo di voler cancellare Israele dalla carta geografica, nega l’Olocausto, dichiara di voler acquisire l’arma nucleare. Ovviamente, queste intenzioni di un leader di un importante paese islamico mettono ancor più sulla difensiva le cancellerie occidentali.
Non contenti di essersi fatti scoprire con le mani nella marmellata, governi e capi religiosi islamici incitano il popolo bue alla reazione violenta di fronte alle vignette danesi. Mi fermo qui e vengo al dunque.
Va bene, non esiste una regia unica. Inoltre, il mondo islamico non è un monolite, però: dato che l’obiettivo dichiarato è quello di conquistare l'Occidente, gli islamici non avrebbero fatto meglio a stare buoni buoni e a lasciar lavorare la demografia e i politici di sinistra, loro alleati? Oriana Fallaci l’ha spiegato: Eurabia non sarà fatta con la violenza, ma ricorrendo ai numeri dell’immigrazione e alla collusione dei soliti noti. Senza l’11 settembre e quello che n’è seguito, gli islamici avrebbero avuto campo libero e ci avrebbero conquistato senza colpo ferire. Fortunatamente, con l’11 settembre hanno svegliato ‘il can che dormiva’.

Pillole 8

È più facile soffrire che cercare una soluzione. (Bert Hellinger)

Friday, March 03, 2006

Perché a volte temo che contro quest’Occidente gli islamici vinceranno

Stamattina mi sono venute in mente le passeggiate di qualche anno fa a Aberystwyth in Galles e poi a Londra, così come quelle più recenti a Milano e a Roma. Ho visto ragazzi coi capelli acconciati nelle forme più strane e verniciati di rosso e di blu, maschi con gli orecchini, ragazzi e ragazze coperti di tatuaggi, coppie di giovani maschi che si tenevano per mano e che si baciavano, coppie di giovani ragazze che facevano altrettanto, maschi con la gonna (a Londra), ragazze che prendevano a parolacce i propri compagni (ad Aberystwyth captai questa frase: ‘I do what I want. Talk to me like that again, and I’ll kick the shit out of you’). Ho visto cartelloni pubblicitari come questi.
Conosco dei ragazzi che vanno nei centri estetici a farsi la manicure, a farsi la lampada e a depilarsi le sopracciglia e il torace. Sento parlare di PACS e del diritto per le coppie gay di adottare dei bambini; coppie etero che fuggono come la peste l’idea del matrimonio e quella di diventare genitori; maschi ultratrentenni che parlano di volersi ancora ‘divertire’; madri che sparlano dei padri (e viceversa) ai figli, …

Di fronte a tutto questo cerco di capire dov'è la forza dell’Occidente e mi soffermo su ciò che stiamo preparando per le future generazioni.
Poi ricordo che qualche mese fa, nella moschea di Roma, mia moglie partecipò ad un incontro fra studenti universitari e alcuni capi religiosi musulmani. Rimase colpita dal fatto che un responsabile della moschea (un egiziano) introdusse agli studenti il proprio figliolo di circa 12 anni. “Permettetemi di presentarvi mio figlio”, disse con fierezza. Mia moglie mi raccontò inoltre che gli sguardi di quei due, ogni volta che si incrociavano, erano pieni di rispetto e tenerezza. “Tra i padri e i figli che ho conosciuto, raramente ho visto un'intesa simile”, concluse mia moglie.
Alla fine di tutto questo, penso: i musulmani ci faranno a pezzi.



Post da collegare con Oliviero Toscani fotografa l'Occidente

Thursday, March 02, 2006

Berlusconi Delivers a Speech with an American Touch

Signor Presidente, Signor Vice Presidente alla Camera dei rappresentanti, Signori membri del Congresso, è per me uno straordinario onore essere stato invitato a pronunciare questo discorso nel luogo che è uno dei massimi templi della democrazia. Parlo in rappresentanza ed a nome di un Paese che nei confronti degli Stati Uniti d’America ha un’amicizia profonda, che agli Stati Uniti si sente legato da vincoli plurisecolari.

Una parte importante dei cittadini americani ha origini italiane. Per loro l’America è stata una terra di opportunità che li ha accolti generosamente ed essi hanno contribuito con il loro ingegno e con il loro lavoro a rendere grande l’America. E sono orgoglioso di vedere quanti cittadini di origine italiana sono oggi membri del Parlamento della più grande democrazia del mondo.

Per la generazione di italiani alla quale appartengo gli Stati Uniti rappresentano il faro della libertà e del progresso civile ed economico.

Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver salvato il mio Paese dal fascismo e dal nazismo a costo del sacrificio di tante giovani vite americane. Sarò sempre grato agli Stati Uniti perchè nei lunghi decenni della guerra fredda hanno difeso l’Europa dalla minaccia dell’Unione Sovietica. Impegnando ingenti quantità di uomini e di mezzi finanziari in questa battaglia vittoriosa contro il comunismo gli Stati Uniti permisero a noi europei di destinare risorse preziose alla ripresa e allo sviluppo della nostra economia.

Sarò sempre grato agli Stati Uniti per aver aiutato il mio Paese a vincere la povertà ed a conseguire crescita e prosperità dopo la Seconda Guerra Mondiale grazie alla generosità del Piano Marshall.

Ed oggi sono ancora grato agli Stati Uniti che continuano a pagare un alto prezzo in termini di vite umane nella lotta contro il terrorismo, per la sicurezza comune e per la difesa dei diritti umani in tutto il mondo.

Quando guardo la vostra bandiera, non mi stancherò mai di ripeterlo, non vedo soltanto la bandiera di una grande democrazia e di un grande Paese, ma vedo soprattutto un simbolo, un messaggio universale di democrazia e libertà.

Signor Presidente, questi sentimenti hanno ispirato tutta la mia attività politica e l’azione dei governi che ho avuto l’onore di guidare.

Gli Stati Uniti hanno sempre potuto contare su un alleato solido e leale, pronto ad assumersi la responsabilità di essere al vostro fianco per la difesa della libertà. Lo abbiamo dimostrato dovunque l’impegno concreto dell’Italia sia stato necessario. Ne siamo profondamente orgogliosi.

Sono 40.000 i militari italiani destinati esclusivamente alle missioni di pace.

In Afghanistan abbiamo ora il comando della missione ISAF della Nato.

In Iraq siamo impegnati in compiti di pacificazione e di costruzione della democrazia.

Nei Balcani abbiamo assunto il comando delle missioni in Kossovo e in Bosnia Erzegovina.

E siamo anche in Medio Oriente, in Sudan ed in altre parti del mondo, là dove si sono aperte delle ferite che occorre sanare.

Signor Presidente, prima degli atroci attentati dell’11 settembre i Paesi occidentali vivevano nella certezza della propria sicurezza. Vivevano nella certezza che nulla, dopo il crollo del Muro di Berlino, avrebbe potuto interferire con la loro vita civile e democratica.

Nel 2001, appena insediato il mio secondo governo, mi trovai a presiedere il vertice G8 di Genova.

Terminati i lavori previsti dall’agenda del Vertice, la cena conclusiva divenne una cena tra amici.

Io mi tirai un po’ indietro dal tavolo quasi come un osservatore esterno, per godermi il dialogo cordiale che si svolgeva tra i leader dei più grandi Paesi industrializzati del mondo.

Il Presidente Bush conversava amabilmente con il Premier giapponese Junichiro Koizumi. Pearl Harbour e Hiroshima erano definitivamente lontani. Il Primo Ministro Blair scherzava con il Cancelliere Schroeder. E poi ancora il Presidente della Federazione Russa Vladimir Putin si intratteneva amichevolmente con il Presidente Bush.

La tragedia della seconda guerra mondiale e la guerra fredda, durata così tanti anni, erano lontane e dimenticate. Io provai, dentro di me, una grande felicità. Pensai che il mondo era davvero cambiato e come era diverso e in pace il mondo che consegnavamo ai nostri figli. Per loro si era aperta una nuova epoca di pace duratura.

E invece pochi mesi dopo accadde l’impensabile.

L’11 settembre ha segnato l’inizio di una guerra completamente diversa rispetto a quelle che hanno insanguinato l’umanità nei secoli passati. Non un conflitto tra Stati, non uno scontro di civiltà, poiché non si tratta di un attacco dell’Islam all’Occidente. L’Islam moderato alleato delle democrazie occidentali è anch’esso nel mirino dei terroristi. Si tratta di un attacco da parte del fondamentalismo radicale che usa il terrorismo contro l’avanzare della democrazia nel mondo e contro il dialogo tra le civiltà.

Le democrazie occidentali si trovano di fronte all’attacco di organizzazioni fanatiche che colpiscono persone inermi e minacciano i valori fondamentali su cui si fonda la nostra civiltà.

I governi democratici devono adempiere ad un compito enorme: difendere la sicurezza dei loro cittadini e garantire la loro “libertà dalla paura”.

Questa è la nuova frontiera della libertà.

Signor Presidente, io sono profondamente convinto che per difendere questa frontiera oltre al generoso impegno del vostro grande Paese, sia necessaria una grande alleanza di tutte le democrazie. Io credo che solo unendo gli sforzi delle democrazie di tutti i continenti riusciremo a liberare il mondo dal pericolo del terrorismo internazionale e dalla paura dell’aggressione da parte delle forze del male.

La battaglia per la libertà dalla paura non è una battaglia a vantaggio soltanto dei cittadini dei Paesi che già vivono nella democrazia. E’ soprattutto una battaglia a vantaggio di quanti oggi vivono sotto regimi autoritari e illiberali.

La storia ha dimostrato che l’aspirazione alla democrazia è universale e che libertà e democrazia sono positivamente contagiose. Quando i popoli sono esposti al vento della democrazia essi inevitabilmente rivendicano i propri diritti di libertà nei confronti dei loro governanti. Voi lo sapete bene perché il vostro Paese è il principale promotore di questo vento di libertà.

Ma c’è un altro motivo non meno importante per cui si impone una strategia comune da parte di tutte le democrazie.

Le previsioni delle Nazioni Unite ci dicono che nei prossimi 25 anni avremo un ulteriore aumento della popolazione di 2 miliardi di persone, ma saranno 2 miliardi di persone che in massima parte nasceranno e si troveranno a vivere in Paesi che oggi sono esclusi dal benessere.

Da una parte ci saranno quindi 6 miliardi di esseri umani che vivranno in condizioni di povertà e dall’altra parte meno di 2 miliardi di uomini che vivranno nel benessere. Si svilupperà inevitabilmente una fortissima pressione migratoria.

Per evitare che questo avvenga e ancor di più, che la fame e la disperazione possano generare odio ed essere strumentalizzate dal fondamentalismo non c’è altra soluzione che quella di far uscire questi Paesi dalla miseria e avviarli verso il benessere. E’ un nostro dovere morale ma è anche un nostro interesse vitale. Questo sarà possibile soltanto diffondendo e facendo crescere la democrazia. Tutti i nostri sforzi devono quindi essere indirizzati a far crescere in questi Paesi istituzioni che garantiscano il buon governo, lo Stato di diritto, il rispetto dei diritti umani e un’economia di libero mercato. Solo con la democrazia infatti si può avere la libertà. E solo la libertà garantisce che gli individui possano sviluppare i propri talenti, possano mettere a frutto le loro energie, possano realizzarsi e conquistare il benessere.

Non c’è quindi davanti a noi nessun’altra strada possibile se non quella di impegnarci tutti insieme, per diffondere la democrazia nel mondo.

Il governo da me guidato ha sempre operato con tenacia per una grande alleanza di tutte le democrazie. Ed è per questo che ho sostenuto con convinzione l’iniziativa del Presidente Bush di istituire un Fondo per la democrazia in seno alle Nazioni Unite.

Per queste ragioni, lo ripeto, sono convinto che lo sforzo che ci attende da qui in avanti è quello di promuovere in tutti i Paesi la cultura dei diritti dell’uomo e delle sue libertà fondamentali.

Signor Presidente, per condurre vittoriosamente questa missione è necessario innanzitutto che i legami tra Unione Europea e Stati Uniti, tra le due sponde dell’Atlantico, si mantengano forti e solidi.

Proprio perché persuaso di questa esigenza mi sono impegnato in una decisa e continua azione diplomatica e politica nei confronti dei miei colleghi europei affinchè, in occasione della vicenda irachena, l’Unione Europea non indebolisse i suoi legami con gli Stati Uniti d’America.

Per lo stesso motivo non possiamo ignorare il pericolo che l’identità dell’Europa unita si definisca in contrapposizione all’America. La necessaria integrazione politica ed istituzionale dell’Europa non deve significare una “Fortezza Europa”, chiusa al mondo nell’illusione di conservare così il proprio benessere e la propria libertà.

Una concezione dell’unità europea improntata ad una velleitaria autosufficienza sarebbe moralmente sospetta e politicamente pericolosa.

Una divaricazione o peggio una contrapposizione tra gli Stati Uniti e l’Europa non avrebbe alcuna giustificazione e comprometterebbe la sicurezza e la prosperità del mondo intero.

L’Occidente è e deve restare uno solo: non ci possono essere due Occidenti. L’Europa ha bisogno dell’America e l’America ha bisogno dell’Europa. Questo è vero sul piano politico, sul piano economico e sul piano militare.

E’ quindi assolutamente necessario, anzi è fondamentale sostenere e rinvigorire l’Alleanza Atlantica, l’alleanza che per più di mezzo secolo ci ha garantito la pace nella libertà.

Da “alleanza di difesa” la Nato sta progressivamente diventando un’organizzazione di sicurezza. Mentre le alleanze difensive sono esclusive, cioè create per proteggersi dalle minacce di altri blocchi, le organizzazioni che proteggono la sicurezza devono essere inclusive, perchè sono tanto più efficaci quanto maggiore è il numero dei Paesi che ad esse aderiscono.

E’ proprio per queste ragioni che mi sono battuto affinchè si desse vita al Consiglio NATO-Russia coinvolgendo la Federazione Russa nell’architettura di sicurezza del mondo libero.

Sono orgoglioso di aver lavorato insieme al Presidente Bush e al Presidente Putin affinché questo avvenisse e affinché questa storica decisione che confermò definitivamente l’adesione della Federazione Russa all’Occidente ed ai suoi valori trovasse poi consacrazione proprio in Italia, allo storico Vertice di Pratica di Mare.

Quel giorno del 2002 ha segnato la fine dell’incubo dell’annientamento reciproco di due blocchi armati e contrapposti, un incubo durato più di mezzo secolo.

La NATO deve quindi restare lo strumento fondamentale per garantire la nostra sicurezza.

Per questo le nuove capacità di Difesa Europea devono essere complementari a quelle della NATO. Insieme, NATO ed Unione Europea devono essere gli strumenti della democrazia per garantire la sicurezza nel mondo ormai globalizzato. Mi sono sempre adoperato per conseguire questo obiettivo che considero strategico e continuerò a farlo. In tale quadro le Nazioni Unite dovranno recuperare un ruolo centrale grazie ad un processo di riforme che le rendano più efficienti per rispondere alle nuove sfide del millennio.

Signor Presidente, i nostri valori di democrazia e di libertà hanno condotto l’Occidente ad assicurare ai nostri popoli una prosperità che non ha eguali nella storia dell’umanità.

La storia ha dimostrato che soltanto la democrazia consente una solida economia di mercato perché libertà politica e libertà economica sono due facce della stessa medaglia.

Siamo tuttavia consapevoli che vi sono Paesi del mondo che si stanno aprendo all’economia di mercato, ma nei quali non vi è ancora né autentica democrazia, né un sufficiente rispetto dei diritti dell’uomo. Questo impone ai Paesi più sviluppati e democratici di operare con determinazione affinché ovunque l’apertura al libero mercato si accompagni alla crescita delle istituzioni democratiche e al rispetto dei diritti dell’uomo.

L’economia di mercato è sempre un motore formidabile per favorire la trasformazione dei Paesi con regimi autocratici od autoritari in vere e proprie democrazie.

L’azione per l’espansione dell’economia di mercato nel mondo è quindi una parte essenziale dell’azione per l’affermazione dei nostri valori, per l’affermazione della libertà, per un mondo più sicuro, più solidale e più prospero.

Signor Presidente, Signor Vice Presidente, Signori membri del Congresso, i legami tra il popolo americano ed il popolo italiano hanno radici lontane e profonde. Sono sicuro che continueranno a rafforzarsi, e che gli Stati Uniti troveranno sempre nell’Italia una nazione con la quale condividere la medesima visione del mondo.

Vorrei concludere ricordando una breve storia.

La storia di un ragazzo che alla fine dei suoi studi liceali fu portato dal padre a visitare il cimitero in cui riposano molti giovani valorosi soldati, giovani che avevano attraversato l’Oceano per ridare dignità e libertà ad un popolo oppresso. Nel mostrargli quelle croci, quel padre fece giurare a quel ragazzo che non avrebbe mai dimenticato il supremo sacrificio con cui quei soldati americani avevano difeso la sua libertà. Gli fece giurare che avrebbe serbato per il loro Paese eterna gratitudine.

Quel padre era mio padre, quel ragazzo ero io.

Quel sacrificio e quel giuramento non li ho mai dimenticati e non li dimenticherò mai.

Vi ringrazio

Thursday, February 16, 2006

La testimonianza di un pedofilo ci aiuta a capire

A dicembre pubblicai un post in cui scrivevo: «La medicina sostiene che abusa dei bambini colui che, a sua volta, è stato abusato. Se la catena non viene interrotta, l'abusato, agendo in automatico, commetterà abusi. Tutto ciò può realizzarsi soprattutto per chi è oggetto di ripetute violenze sessuali in età infantile».
Il Corriere della Sera online ha pubblicato questa testimonianza. Il grassetto è mio.
«Sono pedofilo: se esco ricomincio»
Parla il detenuto che chiede la castrazione chimica: è l'unico rimedio

DAL NOSTRO INVIATO
REGGIO EMILIA — Con gli stuzzicadenti costruisce velieri. Di sicuro, prima di uscire di qui, avrà una flotta tutta sua. Ma quindici anni di galera sono tanti, e allora Natale Terzo si è dato un obiettivo più ambizioso. Con gli stuzzicadenti riprodurrà la Torre di Pisa.

Natale Terzo ha sessant'anni ed è un pedofilo. La parola non lo sconvolge ed è lui stesso a usarla quando parla di sé. Né lo spaventa sentir parlare di «castrazione chimica», il trattamento farmacologico e psicoterapeutico che diversi Stati già da alcuni anni prevedono per i pedofili recidivi. Un trattamento volontario, non coatto. Come quello che Natale Terzo ha chiesto per sé e sul quale sta lavorando una commissione di esperti nominata dal governo. «Non mi interessa rinunciare al sesso, molto più importante è evitare di fare male ai bambini. Credo che questo valga non solo per me, ma per tutti i pedofili che, come me, sanno ciò che fanno, ma non riescono a farne a meno e quindi sono portati a rifarlo».

Natale Terzo è nato a Palermo e poi è emigrato con la famiglia a Reggio Emilia, dopo un'adolescenza trascorsa quasi tutta nella casa di rieducazione di San Cataldo, Caltanissetta, dove lo portavano ogni volta che scappava di casa perché il padre lo picchiava. Meglio: lo torturava. Lo metteva su una sedia, gli legava i polsi dietro la schiena e lo frustava.

«Usava i fili della luce, bagnati, per fare più male e lasciare i segni».
Natale è un detenuto modello. Non dà fastidio a nessuno, parla senza alzare mai la voce, piange quando va a trovarlo sua madre, «che ha ottant'anni ed è la sola persona che mi voglia bene nonostante tutto». È stato anche sposato, vent'anni fa. Ma Concetta, la madre di suo figlio, lasciò Natale dopo sette anni. Credeva, Concetta, che anche Natale fosse stato travolto dalla «crisi del settimo anno» e che avesse un'altra. «Invece non c'era nessun'altra donna. A me piacevano i ragazzini. Li trovavo molto più attraenti delle donne. Mia moglie non ci credeva. Ma nel '92, quando mi condannarono per aver abusato di un bambino di 11 anni, Concetta capì. E se ne andò con nostro figlio». Il ragazzo oggi ha vent'anni e Natale non lo vede da allora. «Non credo che mi cercherà mai. Ma se accadesse, gli racconterei la verità».

Ma quale «verità» può raccontare un mostro? Uno che ha abusato di venti bambini nel corso della sua vita? «Questa verità: io non sono un mostro, sono un malato. Ho agito sempre in base a un impulso più forte di me. Ma non cerco di giustificarmi. So che ho fatto del male e che qualche genitore se potesse mi ammazzerebbe. Lo capisco. Eppure so che se uscissi di galera la prima cosa che farei è mettermi di nuovo alla ricerca di ragazzini. Mai costringendoli con la forza però, questo non l'ho mai fatto».

Certo, l'uso della forza fisica non è indifferente, ma cambia poco, perché a un pedofilo, dice Natale, la forza serve fino a un certo punto, o non serve per nulla. Un bambino te lo porti dietro anche con le caramelle o suonando il piffero magico. Oppure regalandogli biglietti per la giostra, come Natale Terzo aveva fatto con il ragazzino di cui abusò nel 1971, quando aveva 26 anni. «Fu la mia prima volta, poi ho sempre avuto rapporti con le donne, mi sono sposato... Ma nel '92 ci sono ricascato e da allora non mi sono più fermato». Sa bene, Natale, che ogni sua parola sull'argomento rischia di essere strumentalizzata. Ma da quando Rita Rizzi e Alessandro Verona, la psicologa e l'avvocato che lo assistono, sono riusciti a ottenere la sua fiducia, Natale Terzo non ha più cercato rifugio nel silenzio e oggi dice che non vuol morire se prima non affronta questo problema che gli ha cambiato la vita. Un problema che in realtà è la sua storia inconfessabile.

Quella nota, di violentatore. Ma anche quella ignota, di violentato. «Tutto cominciò a Palermo, in una casa diroccata dietro la Cattedrale. Ciccio l'edicolante mi aveva regalato pochi spiccioli e io lo seguii. Abusò di me per più un'ora. Ho pianto, ho gridato, ma non c'era nessuno. Mi trovarono il mattino dopo. Mio padre mi picchiò, finii in un istituto». E non è stata quella l'unica casa di «rieducazione» per Natale. Fino a 18 anni, fu un continuo entrare e uscire da posti del genere, dove l'abuso sessuale era la regola, anche a Bologna e a Parma, in questo identiche a Caltanissetta.
Anche adesso che costruisce velieri con gli stuzzicadenti, Natale non smette di pensare ai ragazzini. E si ritrova pedofilo anche in sogno, sempre gli stessi sogni, che lo perseguitano riproponendogli il medesimo, terribile oggetto di desiderio. «Non posso continuare così. Se esiste la possibilità di intervenire, di fare una cura, perché chi mi condanna, e prima di tutti lo Stato, non fa qualcosa per me e per tutti quelli come me? Siamo tanti, purtroppo. E il carcere, per quelli come noi, serve ancora meno che per tutti gli altri. Non cerco la pietà di nessuno. Ma non sono un mostro. Sono un pedofilo».
Carlo Vulpio

Wednesday, February 15, 2006

“Perché l’Occidente non può dialogare con i musulmani”

Riporto i passaggi più interessanti dell’articolo comparso oggi su Libero, a firma di Renato Besana, sul “Perché l’Occidente non può dialogare con i musulmani”.

«Chi, dall’Italia in su, abita nell’ala nord, rifiuta di ammettere che sia in atto un conflitto fra religioni: non riconosce infatti come tale la propria, che ha ormai sostituito o sovrastato il cristianesimo, dopo averlo combattuto, anche aspramente per oltre due secoli (e ancora lo combatte sui temi legati alla sfera sessuale). È una religione laica, secolare e immanente, che discende dai principi del 1789, l’anno zero della nostra era. (…) Sempre sul punto d’essere travolta, s’immagina però eterna e buona per ciascun uomo, a ogni latitudine.
Ne consegue un rapporto asimmetrico con l’islam, dentro e fuori i confini continentali. Un esempio, fra i molti: nella gran parte dei Paesi a maggioranza musulmana costruire una chiesa è impensabile, mentre in Europa sorgono sempre nuove moschee, non di rado con il contributo pubblico. Il nostro comportamento non è dettato da debolezza o accondiscendenza: la libertà, o se si preferisce l’indifferenza di culto, qualsiasi esso sia è per noi irrinunciabile; l’eventuale diniego a erigere qualsivoglia tempio ferirebbe, prima di tutto, la nostra sensibilità. Rispettare i precetti del Corano, piuttosto che professarsi buddisti o adepti di scientology, non può comportare differenza alcuna; chiunque affermi il contrario rischia l’emarginazione dal contesto sociale. In Europa, tutti i movimenti di matrice identitaria, è il caso della Lega, sono stati costretti ad attenuare le loro posizioni, pena l’ostracismo.
(…) Il ragazzo turco che, credendo di colpire l’Occidente, ha fatto fuoco su Don Santoro, ha compiuto un crimine insensato: ha sbagliato bersaglio, come dimostra la sostanziale indifferenza con il quale il Vecchio Continente ha accolto la notizia dell’omicidio. La comprensibile necessità di non guastare i rapporti con Ankara ha avuto il sopravvento; fosse accaduto altrove, le reazioni non sarebbero state troppo diverse. I nostri missionari infatti non indossano più la tonaca; a rappresentare e diffondere il nostro stile di vita sono, casomai, cantanti pop e ragazze piuttosto svestite. (…)
Non c’è partita. Se a confrontarsi, com’è accaduto per quasi quattordici secoli di scontri e reciproche influenze, fossero cristianesimo e islam, si troverebbe forse una lingua comune nella quale costruire un dialogo possibile. Per adesso, ci si parla tra sordi: non può che finire a botte.»

Tuesday, February 07, 2006

Pillole 7

“Per costruire la pace – Oriana [Fallaci] lo ha scritto e ripetuto – è prima necessario marcare la propria identità, sconfiggere il nichilismo che ci divora e poi, se necessario, combattere una guerra che altri ci hanno dichiarato”. (Libero)

Friday, February 03, 2006

Vignette 'sataniche': preferisco il senso del sacro dei musulmani

Ma siamo poi così sicuri che i musulmani abbiano torto ad offendersi per le vignette danesi? Non è che semplicemente i musulmani conservano il senso del sacro, mentre noi cristiani lo abbiamo perso?
Come cattolico, mi fanno pena coloro che dileggiano Gesù e i valori cristiani; allo stesso modo, non mi piace veder ridicolizzate le altre religioni. Una distinzione però mi sembra necessaria: una cosa è far satira sui comportamenti dei devoti, un’altra è far satira su Gesù, Maometto, ecc.
Si dice che la libertà di satira vada salvaguardata. Ma piace proprio una libertà di satira senza limiti? Ci conviene dire tutto e il contrario di tutto solo per affermare che non crediamo più in niente?
Questa volta sto dalla parte dei musulmani. Ah, dimenticavo, sono con i musulmani anche quando sono fieri della loro identità.

Wednesday, January 11, 2006

Pillole 6

[...] l'Italia è sempre peggiore di quanto temiamo. Ma poi è anche paradossalmente migliore di quanto si immagini. Vedi Fabrizio Quattrocchi. (Piero La Porta su Libero)

Monday, January 02, 2006

Pillole 5

«Il male dell’Occidente non sta nel non trovare il senso della vita, ma nel credere che sia inutile cercarlo perché non c’è. Addirittura ce ne si fa vanto.» (Renato Farina)

Thursday, December 22, 2005

Violenze sessuali sui minori e la frase di Gesù sui bambini

Fausto Carioti segnala una notizia diffusa da Repubblica: un venticinquenne è stato fermato dai carabinieri con l’accusa di aver violentato un bambino di 5 anni. Pensavo alla frase di Gesù: “Ma se uno sarà di scandalo a uno di questi piccoli che credono in me, è meglio per lui che gli sia legata al collo una mola asinara e sia precipitato nel fondo del mare. [...] Guardatevi dal disprezzare uno di questi piccoli...” (Matteo 18, 6-10).
La medicina sostiene che abusa dei bambini colui che, a sua volta, è stato abusato. Se la catena non viene interrotta, l'abusato potrebbe, a sua volta, commettere abusi. Tutto ciò può realizzarsi soprattutto per chi è oggetto di ripetute violenze sessuali in età infantile.
Ora, stando alle parole di Gesù, la vittima di abusi conserva la coscienza, la quale sa distinguere il bene dal male. In altre parole, il trauma vissuto non rende l’abusato un individuo senza capacità di autocontrollo, restando responsabile delle proprie azioni.

Friday, December 16, 2005

Invito a firmare la petizione del Centro Wiesenthal su Ahmadinejad

Di fronte all'ennesimo attacco verbale del presidente iraniano Ahmadinejad contro Israele, faccio mia la segnalazione di Fausto Carioti, che invita a firmare e diffondere la petizione del Centro Simon Wiesenthal all'Assemblea Generale dell'ONU perché censuri l'Iran e dichiari il suo presidente persona non grata.

Tuesday, December 13, 2005

Stupri in Italia: le donne occidentali nell’opinione degli islamici

Qualche giorno fa ho seguito una conferenza tenuta da un professore italiano di storia dell’Africa. Avendo insegnato in Egitto, costui ha potuto riferire che da quelle parti molte studentesse considerano le donne occidentali come delle sgualdrine. Immagino che in Egitto e in altri paesi islamici la popolazione maschile sia dello stesso avviso.
I tanti casi di stupro ad opera di extracomunitari marocchini si possono spiegare anche con il disprezzo provato verso le donne nostrane? Per quel che ne so, nei paesi islamici lo stupro viene punito molto severamente. La mollezza del nostro sistema giudiziario, e quindi le forti probabilità che il crimine resti impunito, aiuta a spiegare la tracotanza degli stupratori islamici (e non)?

Elezioni a Messina: per la sinistra Cosa Nostra era in ferie

Sulle elezioni a Messina, Vittorio Feltri mi ha letto nel pensiero: «Si dice che la mafia eserciti una notevole influenza sui risultati elettorali. Però c’è un dettaglio da registrare. Se la sinistra perde, immediatamente grida: ovvio, i suffragi piovuti a destra sono stati pilotati dai boss. Se viceversa la spunta, sta zitta e attribuisce ai siciliani un esemplare senso di responsabilità. Insomma, quando le stesse preferenze vanno a Prodi, sono preferenze democratiche; quando vanno a Berlusconi, sono mafiose.»

Monday, December 12, 2005

I torti e le ragioni della Rice, secondo Francesco Cossiga

Riporto integralmente l’intervento di Francesco Cossiga, pubblicato oggi su Il Giornale.

Il problema non riguarda né il nostro governo né i nostri servizi di informazione e di sicurezza. Nulla l'amministrazione americana ci ha detto delle cover action antiterrorismo della Cia, perché ha temuto, e giustamente, che nonostante il nostro «americanismo», saremmo andati a dirlo in giro... E si sono quindi più fidati della Polonia neocomunista, della Francia e della Germania «antiamericane» e della Svezia ultrapacifista, rifugio dei disertori e dei ricercati di tutto il mondo. La Condoleezza Rice, che per parte della nostra sinistra è diventata ora wasp, e cioè americana bianca di pura ascendenza anglosassone, ed anche razzista contro i negros, è venuta in Europa a far fare agli europei una brutta figura, spiattellando che i governi dei Paesi più critici nei confronti della politica antiterrorismo degli Stati Uniti avevano autorizzato al massimo livello i rapimenti dei presunti terroristi da parte della Cia, il loro trasporto attraverso i cieli d'Europa e l'organizzazione di «carceri» segrete sul loro territorio, e denunciando così la loro ipocrisia. Un atto di coraggioso coraggio, proprio di una cittadina di uno Stato nato da una rivoluzione, sincero per vocazione puritana, abituato a mandare in giro i suoi figli per la libertà e la sicurezza di chi non vuole o sa difendersi.
La Segretario di Stato americano ha insieme ragione e torto. Ha ragione nel denunciare l'ipocrisia e l'ignavia dei Paesi europei nella lotta contro il terrorismo, Regno Unito e Irlanda escluse. Non è che i Paesi europei sopravvissuti alla bufera della seconda guerra mondiale amino in modo particolare la legalità, ma non hanno voglia di combattere, neanche contro il terrorismo. Ciò vale anche per l'Italia che non è riuscita a dotarsi di strumenti giuridici ed amministrativi adeguati, tanto che per la legge non si sa ancora bene cosa sia il terrorismo ed i terroristi, e le norme antiterrorismo che un ministro peraltro coraggioso è riuscito alfine a varare, sono tuttalpiù «norme per tentare di fronteggiare senza l'uso di mezzi fisici anche se moderati, la turbolenza dei bambini della scuola materna durante le ore di ricreazione». Ed un ammiraglio, uno dei trenta o quaranta che abbiamo (più ammiragli che navi!), riesce a bloccare una riforma dei servizi di informazione e di sicurezza voluta da tutti. Ha ragione la Condoleezza Rice a dire che il terrorismo islamico è una forma di guerra che non può essere condotta con metodi tradizionali ed «ortodossi». Ma, lo ripeto, queste sono cose che può dire e fare una grande Nazione nata da una rivoluzione contro la allora più grande e forte potenza del mondo, una rivoluzione guidata da capi che se sconfitti sarebbero stati impiccati.
Ma l'Europa è stanca, dopo che su di essa è passato il rullo di una immane guerra, e di una guerra anche civile: e vuole essere lasciata in pace, vuole che sia l'America a difenderla, ma riservandosi il diritto di sputare sui suoi caduti. Solo la Russia combatte il terrorismo: ma, e non a caso, è anch'essa una Nazione nata da una grande rivoluzione. Certo, quello che è stato fatto, sarebbe potuto essere fatto nell'ambito di una cornice certa di legalità formale, sulla base di accordi internazionali regolarmente stipulati e ratificati. Ma Francia, Germania e Svezia hanno preferito non sporcarsi la loro coscienza liberale e il loro manto di ipocrito candore. E poi, i terroristi, è meglio dopo tutto tenerseli buoni...
Come ormai quasi sempre, l'Europa comprende poco l'America e l'America comprende per nulla l'Europa! L'Italia è «fuori» dal gioco, politicamente, culturalmente e giuridicamente. Lo è politicamente: forse la maggioranza, ma non vasta, degli italiani è contro il terrorismo, moltissimi non lo sono, o lo sono a parole, perché il terrorismo è anzitutto antiamericano, e forte e crescente è il sentimento antiamericano nel nostro Paese. Nonostante la forte presenza nell'Unione di gente decisa come i postcomunisti, Romano Prodi per vincere ha certo bisogno del grande capitale dei «neocapitalisti familiari» e delle grandi banche, ha bisogno dei cattolici, ma ha bisogno anche della sinistra estrema che certo antiterrorista non è.
L'Italia è fuori dal gioco per motivi culturali. La «religione civile» italiana, su cui si fonda la Costituzione, è la «religione della Resistenza»: e la resistenza in tutta l'Europa è stata condotta (la guerra del piccolo contro il grande, del debole contro il forte, del disarmato contro l'armato!) con i metodi propri del terrorismo, da via Rasella all'uccisione «esemplare» del filosofo fascista Giovanni Gentile. E riesce non facile distinguere tra terrorismo e resistenza e tra terrorismo «buono» e terrorismo «cattivo». Solo perché i comunisti ebbero il coraggio di farlo, l'Italia lo fece. E poi, l'obbligatorietà dell'azione penale, la mancanza di una tradizione di «terrorismo di Stato» a difesa della libertà e della sicurezza, ci impedirebbero di adottare «cornici» legali non dico per condurre, ma per permettere che altri conducano sul nostro territorio una «guerra non ortodossa». Ed allora, che facciano gli altri: e, per favore, nulla Condoleezza Rice ci dica...

Tuesday, December 06, 2005

Per molti genitori ed esperti di problemi giovanili, i figli sono extraterrestri

Libero ha pubblicato oggi un intervento dal titolo “Droga, male di vivere che non si sconfigge in ambulatorio . Ma in comunità”, a firma di Don Chino Pezzoli, esponente della Comunità Promozione Umana. Condivido le argomentazioni di Pezzoli, tuttavia, mi lascia sempre sgomento leggere affermazioni del tipo: «Le famiglie sono sole e disperate davanti a un figlio che ha bisogno di strutture comunitarie, private e pubbliche, che garantiscano l’accompagnamento del paziente verso un certo equilibrio e una possibile autonomia.»
Molto spesso si sente parlare dei ragazzi che si drogano come se essi non fossero il prodotto di un ambiente familiare in cui sono stati allevati; al contrario, sembra che i loro genitori se li siano trovati in casa già belli e fatti. A sentire i genitori e certi esperti, improvvisamente alcuni ragazzi si perdono per strada. I genitori scendono dalle nuvole e danno colpe alla società, alle ‘cattive amicizie’, al consumismo per quello che succede ai figli. Mah!
Sono dell’avviso che molti genitori prima rovinano i figli e poi li portano nelle comunità perché li recuperino, delegando alle comunità dei compiti che loro non hanno voluto o non sono stati capaci di assolvere a tempo debito. E pensare che ho sempre ritenuto che fosse compito dei genitori portare i figli ad acquisire ‘un certo equilibrio e una possibile autonomia’! Evidentemente sono stato un ingenuo.
Don Chino Pezzoli parla anche di «Aiutare questi giovani che hanno in sé la “malattia del vivere”». Poveracci, non solo questi ragazzi sono stati mazzolati ben bene dai genitori, mazzolamento quotidiano che li ha portati a non aver punti di riferimento e a non ritrovarsi, come diceva Totò, con la testa al solito posto, cioè sul collo; dopo il danno viene anche la beffa di sentirsi dire che sono malati nell’anima. C’è qui la stessa deresponsabilizzazione dei genitori che avviene per altri problemi giovanili. Ad esempio, ho sentito alcuni medici sostenere in televisione che i genitori non devono colpevolizzarsi per il fatto che le figlie sono anoressiche o bulimiche (sic!). Vai a vedere che i figli sono degli extraterrestri!

Friday, December 02, 2005

Il guerriero che va incontro alla morte nel segno del padre

«Ecco, ora vedo mio padre, vedo mia madre, i miei fratelli e le mie sorelle e tutti i miei parenti defunti. Essi chiamano me perché prenda posto in mezzo a loro nella sala dei guerrieri, dove l'impavido vive per sempre.» (Il Tredicesimo Guerriero)

Mentre si sta preparando per la battaglia e dopo aver pronunciato questa frase, il guerriero musulmano aggiunge (se la memoria non mi inganna): «Per tutto quello che avrei dovuto fare e non ho fatto, per tutto quello che avrei dovuto dire e non ho detto, per tutto quello che non avrei dovuto pensare e ho pensato, perdonami Dio.»

Oriana Fallaci, in uno dei suoi ultimi libri, critica il film 'Il Tredicesimo guerriero' - protagonista Antonio Banderas - perché vi si dà una versione fortemente positiva del guerriero musulmano del titolo, laddove i cristiani vengono dipinti come dei poveracci.
Gli sceneggiatori del film si sono mostrati anti-cristiani e meritano riprovazione. A mio avviso, rimane il fatto però che queste sono le frasi che pronuncerebbe un uomo di Dio affrontando la morte, sia esso un cristiano, un musulmano, un pellirosse o un vecchio che chiude gli occhi nel proprio letto. Dimenticavo, quando menziono il musulmano, non mi riferisco al terrorista suicida. Quello non è un guerriero, un uomo di Dio o un martire, è solo un vile assassino, anzi, è un poveraccio senza fede.

Tuesday, November 29, 2005

Adesso fanno ridere anche gli angeli. Grazie ancora

L'incitamento ai cattolici di Leo Moulin (che ho rubato ad un Tocqueviller)

Nel blog di Alex ho trovato questo incitamento di Leo Moulin, medievista francese (ho scoperto chi fosse con una rapida ricerca sul web).

«Date retta a me, vecchio incredulo che se ne intende: il capolavoro della propaganda anti-cristiana è l'essere riusciti a creare nei cristiani, nei cattolici soprattutto, una cattiva coscienza; a instillarli l'imbarazzo, quando non la vergogna, per la loro storia. A furia di insistere, dalla riforma sino ad oggi, ce l'hanno fatta a convincervi di essere i responsabili di tutti o quasi i mali del mondo. Vi hanno paralizzato nell'autocritica masochista, per neutralizzare la critica di ciò che ha preso il vostro posto. Da tutti vi siete lasciati presentare il conto, spesso truccato, senza quasi discutere. Non c'è problema o errore o sofferenza nella storia che non vi siano stati addebitati. E voi, così spesso ignoranti del vostro passato, avete finito per crederci, magari per dar loro man forte. Invece io (agnostico, ma storico che cerca di essere oggettivo) vi dico che dovete reagire, in nome della verità. Spesso, infatti, non è vero. E se qualcosa di vero c'è, è anche vero che, in un bilancio di venti secoli di cristianesimo, le luci prevalgono di gran lunga sulle ombre. Ma poi: perchè non chiedere a vostra volta il conto a chi lo presenta a voi? Sono forse stati migliori i risultati di ciò che è venuto dopo? Da quali pulpiti ascoltate, contriti, certe prediche?»

Thursday, November 24, 2005

Gli intellettuali e la latitante cultura del mercato in Italia

Su Libero, Marco Bassani, dell’Università di Milano, firma oggi un articolo sul problema della mancanza di una cultura liberale e liberista in Italia prendendo spunto dal caso Luciano Canfora. Quest’ultimo, professore comunista di storia greca, è autore del saggio ‘La democrazia. Storia di un’ideologia”, pubblicato in Italia dall’editore Laterza nel 2004. L’editore tedesco Beck, invece, ha ritirato l’impegno a pubblicare il saggio - come da contratto - in Germania, poiché lo ha giudicato troppo sbilanciato a sinistra.
Dicevamo che Marco Bassani muove dall’inciampo editoriale del libro di Canfora per sostenere chiare e semplici idee sulla ‘crisi di identità’ del liberismo in Europa, ma soprattutto nel nostro Paese.

«Gli intellettuali [italiani] sono convinti che l’economia di mercato sia un cancro e che il comunismo si sarà pur rivelato la cura Di Bella, ma era comunque un tentativo di terapia. L’imputazione cambia, i rimedi si rivelano illusori, ma il mercato, l’Occidente e in primo luogo l’America sono sempre sul banco degli imputati. Gran parte degli intellettuali, allora, non riconosce i crimini comunisti perché li ritiene null’altro che un eccesso di legittima difesa dal male in terra, vale a dire dal capitalismo.
Il problema è quello dei due pesi e delle due misure. A chi fu fascista si spalancarono (giustamente) due sole alternative: ammettere i propri errori, o essere ghettizzati nel dibattito intellettuale. Di contro, chi è stato comunista ha ora davanti due strade parimenti rispettabili: rivendicare tutto, oppure chiedere e ottenere l’oblio e l’assoluzione tacita sulle passate farneticazioni. Insomma, perché i fascisti han dovuto fare i conti col fascismo e i comunisti più che i conti si sono fatti gli sconti?
Le ragioni sono molteplici e assai dibattute, giacché il problema si ripresenta in forme diverse in tutto l’Occidente. In Italia si parla sempre di “egemonia culturale”, tattiche gramsciane, corteggiamento degli intellettuali da parte del PCI. Tutto vero, ma non basta. Il fatto è che il prodotto culturale “marxismo” era ed è un manufatto altamente sofisticato, imparagonabilmente più sottile dei rozzi regimi e degli uomini che lo hanno messo in pratica. Per smontarlo e liberare le prossime generazioni dai suoi cascami ideologici ci vuole ben più che il crollo di un muro e qualche vaga parola d’ordine. Ci vorrebbe un movimento sia politico che culturale disposto a puntare tutto sulla battaglia delle idee. Occorrerebbe estrarre dal cilindro la merce più scarsa del mondo: intellettuali preparati a diffondere l’idea della legittimità morale, prima ancora che politica, del mercato. Proprio quello che manca in Italia.»

Uniformandomi al principio banfiano [l'attore pugliese] in base al quale “una parola è poco e due sono troppe”, mi limito a dire: come mai, leggendo queste parole, il pensiero corre a Berlusconi, nella sua veste di presidente del Consiglio, prima e di affermato imprenditore, poi? come mai il pensiero corre al molto altro che Berlusconi potrebbe fare per la rigenerazione politico-culturale del nostro Paese? Suvvia, Cavaliere, lo dicono anche gli amici americani: “There is always room for improvement”.

Wednesday, November 23, 2005

Trackback in, comments out: I apologise

Mi diverte fare esperimenti con il mio blog. Questa mattina ho inserito la funzione di trackback di Haloscan (deciderò se conservarla o meno nei prossimi giorni). L'operazione è riuscita, ma Haloscan ha cancellato tutti i commenti giunti fino ad oggi ai post. Mi scuso con i miei pochi lettori per l'inconveniente.

Il coraggio di Bush e i dubbi di Hoka Hey sulla Cina

Nella sua visita a Pechino, il presidente George W. Bush ha invitato i cinesi ad aprirsi alla democrazia e alla libertà. Signori, questo significa essere statisti dotati di grande coraggio. Purtroppo, è materia di cui fanno difetto i politici italiani ed europei (fatta eccezione per Blair che, in quanto inglese, non è comunque europeo).
Ho solo un dubbio sulla causa perorata dal presidente americano: è veramente opportuna la libertà per un paese abitato da più di un miliardo di anime? e se la popolazione cinese decidesse di diversificare la dieta abituale? e se cominciasse a pretendere un benessere giustamente diffuso a tutti? e se utilizzassero veramente la loro libertà di opinione e di parola? Mamma mia, che impressione!

Monday, November 21, 2005

I lager cinesi raccontati da un fuggitivo

In occasione della visita di George W. Bush in Cina, Il Giornale ha pubblicato un lungo articolo basato su di un’intervista a Harry Wu, presidente della Laogai Research Foundation. Si tratta di una tremenda testimonianza su quanto accade, in materia di diritti umani, in questo sciagurato paese. Trascrivo per intero l’articolo, intitolato "Vi racconto gli orrori dei laogai, i lager cinesi", di Filippo Facci.

Mani curate, cravatta rossa e una certezza: l’economia cinese è basata sullo schiavismo. D’accordo, ne parleremo, ma anzitutto chiediamo a Harry Wu se vuole parlarci dei suoi diciannove anni rinchiuso in un laogai. Ci guarda mestamente: «Devi prima capire che cos’è davvero un laogai». E noi credevamo di saperlo: sono dei campi di rieducazione voluti da Mao Zedong che hanno accolto non meno di cinquanta milioni di persone dalla loro costituzione, praticamente l’Italia intera; si è calcolato che non esista un cinese che non conosca almeno una persona che vi è stata soggiogata.
È una detenzione che non prevede processo, non prevede imputazione, tantomeno esame o riesame giudiziario o possibilità di confrontarsi con un’autorità. La decisione di rinchiuderti è a totale discrezione del Partito. «Ma loro» dice «per definirti usano la parola prodotto, e il primo prodotto sei tu, quello che devi diventare: un nuovo socialista. Il secondo è un prodotto vero e proprio, tipo scarpe, vestiti, spezie, tessuti, qualsiasi cosa. Ogni laogai ha due nomi: quello del centro di detenzione e quello della fabbrica.
Tu devi affrontare una quota di lavoro quotidiano, sino a 18 ore, sennò non ti danno da mangiare. Spesso devi lavorare in condizioni pericolose, come nelle miniere, con prodotti chimici tossici». Una pausa, scuote la testa: «Ma neppure questo, in realtà, è il laogai». È come se Harry Wu, cinese fuggito negli Usa, non volesse parlare di sé. Eppure è presidente della Laogai Research Foundation, è una prova vivente, fu arrestato a ventidue anni dopo che all’università, leggendo un giornale assieme ad altri studenti, aveva semplicemente criticato l’appoggio cinese all'invasione sovietica di Budapest. Delazione. Manette. Nessun tribunale, nessuna prova o indizio, nessuna accusa precisa se non quella d’essere un cattolico e un rivoluzionario di destra. «Il primo giorno, a Chejang, mi dissero che per potermi rieducare sarebbe occorso molto tempo. Poi mi spiegarono che non avrei neppure potuto pregare né sostenere di essere una persona: perché mi avrebbero punito o ucciso. Mi obbligarono a confessare delle presunte colpe dopo aver costretto alla confessione anche mio padre, mio fratello, la mia fidanzata. Solo mia madre rifiutò di farlo. Sono stato molto orgoglioso di lei». Un'altra pausa. L'impercettibile imbarazzo di Toni Brandi, il coordinatore della Fondazione che ci sta facendo da interprete: «Non ha confessato perché si è suicidata». E tutto, attorno, comincia a farsi stretto, troppo in distonia col racconto, e troppo rossa quella cravatta rossa, troppo pulita la moquette di quell’hotel nel centro di Milano. «I primi due o tre anni», racconta Harry Wu, «pensi alla tua ragazza, alla tua famiglia, alla libertà, alla dignità: poi non pensi più a niente. Perdi ogni dimensione, entri in un tunnel scuro. Preghi di nascosto. In un laogai non ci sono eroi che possano sopravvivere: a meno di suicidarti o farti torturare a morte. Scariche elettriche. Pestaggi manuali o con i manganelli. L'utilizzo doloroso di manette ai polsi e alle caviglie. La sospensione per le braccia. La privazione del cibo e del sonno. Questo ho visto, e così è stato per preti, vescovi cattolici, monaci tibetani».
Ci mostra la foto di un vescovo di 33 anni, e ancora altre foto in sequenza che nessun quotidiano o rotocalco potrà mai riportare: uomini e ragazzi inginocchiati, una ragazzina immobilizzata da due soldati mentre un terzo le punta il fucile alla nuca, una foto successiva in cui è spalmata a terra con il cranio orribilmente esploso. Poi un filmato. È un dvd curato dall'associazione, e dovrebbero vietarlo ai minori e agli occidentali in affari con la Cina: esecuzioni seriali, di massa, i condannati inginocchiati, prima la fucilata e poi lo stivale premuto forte sullo stomaco per controllare che morte sia stata, un ufficiale di partito che per sincerarsene usa una sbarra d'acciaio, e anche di questo qualcosa sapevamo, ma come dire: il video, un video. Sapevamo pure delle fucilazioni e delle camere mobili di esecuzione: furgoni modificati che raggiungono direttamente il luogo dell'esecuzione con il condannato legato con cinghie a un lettino di metallo, il tutto controllato da un monitor accanto al posto di guida.
Poi via, si riparte verso altre esecuzioni da effettuarsi pochi minuti dopo l’emissione della condanna a morte. Noi sapevamo che la maggior parte delle condanne è pronunciata in stadi e piazze davanti a folle gigantesche, e che le cose, in Cina, sono tornate a peggiorare dal 2003, laddove ogni anno vengono giustiziati più individui che in tutti i Paesi del mondo messi insieme. «Nel 1984, dopo un articolo di Newsweek, smisero di portare i morti in giro per le strade come pubblico esempio», ci dice, «ma dal 1989 hanno ricominciato, e i familiari devono pagare le spese per le pallottole e per la cremazione». E la faccenda degli organi? «Le autorità prelevano gli organi dei condannati a morte in quanto appartengono ufficialmente allo Stato. I trapianti sono effettuati sotto supervisione governativa: il costo è inferiore del 30 per cento rispetto alla media, e ne beneficiano cinesi privilegiati e cittadini occidentali e israeliani». E la faccenda dei cosmetici fatti con la pelle dei morti? «Dai giustiziati prendono il collagene e altre sostanze che servono per la produzione di prodotti di bellezza, tutti destinati al mercato europeo». Nel settembre scorso, della pelle di condannati o di feti, parlò anche un'inchiesta del Guardian: citò la testimonianza, in particolare, di un ex medico militare cinese che sosteneva d’aver aiutato un chirurgo a espiantare gli organi di oltre cento giustiziati, cornee comprese: senza ovviamente aver prima chiesto il consenso a chicchessia. Il chirurgo parcheggiava il suo furgoncino vicino al luogo delle esecuzioni e, stando alla testimonianza, nel 1995 tolsero la pelle anche a un uomo poi rivelatosi vivo. «Devi prima capire», ripete, «che cos'è un laogai». Forse sì, forse dobbiamo capire: dobbiamo poterci raccontare, un giorno, tra vent’anni, che sapevamo. «I laogai sono parte integrante dell'economia cinese. Le autorità li considerano delle fonti inesauribili di mano d'opera gratuita: milioni di persone, rinchiuse, che costituiscono la popolazione di lavoratori forzati più vasta del mondo. È un modo supplementare, ma basilare, che ha fatto volare l'economia: un’economia di schiavitù». Il numero dei laogai è imprecisato: è segreto di Stato.
Secondo l'Associazione, dovrebbero essere circa un migliaio. I prigionieri, se la rieducazione fosse giudicata non completata, possono essere trattenuti anche dopo la fine della pena: «Io avrei dovuto rimanerci per trentaquattro anni, se non fossi fuggito. Perché avevo delle opinioni. Perché ero cattolico. Perché ero un uomo. Il 20 novembre compio vent’anni da uomo libero».
Ieri. «E continuerò a lavorare perché la parola laogai entri in tutti i dizionari, in tutte le lingue. Appena giunto negli Usa non ne volli parlare per cinque anni, non ci riuscivo, poi cominciai a vedere che in America la gente parlava dell'Olocausto, parlava dei gulag, e però a proposito della Cina parlava solo della Muraglia e del cibo e naturalmente dell'economia. Ma i laogai, in Cina, esistono da cinquantacinque anni». Ben più, quindi, dei ventisette anni che ci separano dalla nascita della cosiddetta politica del figlio unico instaurata nel 1979 da Deng Xiaoping, prassi che ha spinto milioni di contadini a sbarazzarsi della progenie femminile: almeno 550mila bambine l’anno secondo l'organizzazione Human Rights Watch. Più dei due anni che ci separano dal giro di vite giudiziario introdotto nel 2003 nel timore che l’arricchimento potesse portare troppa libertà: laddove le madri e i familiari delle vittime di Tienanmen sono ancor oggi perseguitate, e i sindacati proibiti, i minori deceduti sul lavoro impressionanti per numero, per non dire dei cosiddetti morti accidentali: prigionieri che precipitano dai piani alti degli edifici detentivi e che solo il racconto di pochi scampati ha potuto testimoniare. A Reporter senza frontiere e ad Amnesty International è invece toccato il compito di raccontare della rinnovata abitudine di rinchiudere i dissidenti negli ospedali psichiatrici, spesso imbottiti di psicofarmaci senza che le ragioni degli internamenti fossero state neppure ufficialmente stabilite: accade nel Paese che per un anno e mezzo riuscì e celare l’epidemia Sars, giacché i dirigenti cinesi temevano che potesse scoraggiare gli investimenti occidentali. Cose delicate. La Cina cresce sino al 10 per cento annuo e si metterà in vetrina ai giochi olimpici del 2008: e ci sono da quattro a sei milioni di persone, rinchiusi nei laogai cinesi, che stanno lavorando per noi. Harry Wu domenica mattina è ripartito per Washington. Doveva incontrare Bush e festeggiare i suoi vent’anni da uomo libero. O forse bastava da uomo.

Thursday, November 17, 2005

Rudyard Kipling e l'insegnamento di un padre

Sarei già contento se riuscissi ad insegnare ai miei figli un grammo di quanto dice Kipling nella sua poesia.

Se

Se riesci a conservare il controllo quando tutti
Intorno a te lo perdono e te ne fanno una colpa;
Se riesci ad aver fiducia in te quando tutti
Ne dubitano, ma anche a tener conto del dubbio;
Se riesci ad aspettare e non stancarti di aspettare,
O se mentono a tuo riguardo, a non ricambiare in menzogne,
O se ti odiano, a non lasciarti prendere dall'odio,
E tuttavia a non sembrare troppo buono e a non parlare troppo saggio;
Se riesci a sognare e a non fare del sogno il tuo padrone;
Se riesci a pensare e a non fare del pensiero il tuo scopo;
Se riesci a far fronte al Trionfo e alla Rovina
E trattare allo stesso modo quei due impostori;
Se riesci a sopportare di udire la verità che hai detto
Distorta da furfanti per ingannare gli sciocchi
O a contemplare le cose cui hai dedicato la vita, infrante,
E piegarti a ricostruirle con strumenti logori;
Se riesci a fare un mucchio di tutte le tue vincite
E rischiarle in un colpo solo a testa e croce,
E perdere e ricominciare di nuovo dal principio
E non dire una parola sulla perdita;
Se riesci a costringere cuore, tendini e nervi
A servire al tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,
E a tener duro quando in te non resta altro
Tranne la Volontà che dice loro: "Tieni duro!".
Se riesci a parlare con la folla e a conservare la tua virtù,
E a camminare con i Re senza perdere il contatto con la gente,
Se non riesce a ferirti il nemico né l'amico più caro,
Se tutti contano per te, ma nessuno troppo;
Se riesci a occupare il minuto inesorabile
Dando valore a ogni minuto che passa,
Tua è la Terra e tutto ciò che è in essa,
E - quel che è di più - sei un Uomo, figlio mio!

Pillole 4

Il pericolo che corriamo è che la nostra memoria del male sia più forte della memoria del bene. (Benedetto XVI)

Tuesday, November 15, 2005

Sempre più donne oggi picchiano e violentano gli uomini

Ricordate il recente caso della direttrice del popolare tabloid inglese “The Sun”, condannata dai giudici per percosse al marito? Relegato tra le curiosità, tipo “Un uomo morde un cane”, l’episodio ha destato l’attenzione dei giornali italiani soprattutto per la posizione ricoperta dalla protagonista. La verità è che la violenza sui maschi non è un evento sporadico, come dimostra l'articolo dal titolo “Canada, metà delle donne violenta il partner”, pubblicato oggi su Libero.
La notizia costituisce un’ennesima conferma di quanto sostengo in altri miei post: in senso lato, il maschio occidentale non è oggetto di un continuo lavoro di demolizione, ... è già bello e finito. Ciò che non è entrato nel patrimonio condiviso degli esperti è che il gioco al massacro inizia sin dall’infanzia, all’interno delle famiglie di origine, per poi continuare nella società.

E adesso, lascio lo spazio all’articolo di Libero.

«In Italia di ciò si sa poco o nulla. Mentre il resto del mondo già da tempo cerca di far fronte al problema.
Il riferimento è a un dato che lascia sconcertati: quello cioè relativo al fatto che sempre più spesso nelle liti familiari a prenderle, o addirittura a finire stuprati, sono gli uomini. E’ ciò che si evince da uno dei pochi siti internet attivati per offrire aiuto all’uomo che subisce abusi di ogni genere: http://www.aest.org.uk/survivors/male.
Secondo i coordinatori del sito le violenze sull’uomo negli ultimi anni sono drasticamente aumentate. L’FBI dice che in America un uomo su cinque prima dei 18 anni viene sessualmente molestato da una donna.
Mentre si stima che, sempre in Usa, il 20% delle vittime di violenza carnale negli adulti riguardi esponenti del sesso forte: in America del Nord in un anno vengono in particolare malmenati dalle compagne più o meno 835 mila individui di sesso maschile.
Gli studiosi sostengono che le violenze sessuali a danno degli uomini avvengono soprattutto nelle famiglie, e quindi non solo in quei contesti tipicamente legati a simili fatti di cronaca come carceri, esercito e istituti per minori.
Mancano ancora dati relativi all’Italia. In compenso ci sono quelli che si riferiscono al resto del Vecchio continente. La situazione in Francia è tutt’altro che rosea, come testimoniano i dati raccolti dalla sociologa Sophie Torrent, autrice del libro (recentemente pubblicato) “L’homme battu: un tabou au cour du tabou”, e della psichiatra Marie-France Hirigoyen autrice del libro “Femmes sous”.
Le due ricercatrici francesi sostengono che il fenomeno è sottostimato perché «una donna picchiata trova ascolto nella società e nei centri di accoglienza. Invece l’uomo si sente ridicolo». Un dato che emerge su tutti è quello relativo al fatto che su 100 casi complessivi di violenza coniugale, 15 sono a danno degli uomini.
Sono circa il 10% le telefonate ricevute da Sos Violenze familiari, ente d’oltralpe che si occupa di risolvere i conflitti coniugali, riguardanti episodi di violenza nei confronti del sesso forte.
Il fenomeno è identico in Gran Bretagna. Anche in questo caso sempre più spesso gli uomini sono la parte debole: relativamente alla popolazione adulta che subisce abusi di natura fisica e psicologica, la percentuale di maschi è ufficialmente dell’8%, ma si stima che il dato sia in difetto e che il 20% sia più realistico.
Il Paese dove il fenomeno infine sembra essere più drammatico è il Canada. In questo caso risulta che il 54% della violenza domestica sia subita dagli uomini».

Sunday, November 13, 2005

Oriana e il grido di dolore nella terra senza padri

Copio e incollo l'immagine dal blog Il Giulivo. Leggendo la citazione di Oriana Fallaci viene da pensare a 'Nemo propheta in patria'. Ma mi è venuto da pensare anche all'etimologia della parola Patria, ovvero, terra dei padri. Cara signora Fallaci, lei si arrabbia e prova (giustamente) pena per questa Europa che non ha schiena diritta, che non vuole affrontare a viso aperto i suoi nemici, che non ha rispetto di sé. Ma dove può l'Europa trovare la forza interiore, se oggi essa è la terra della madre - mater, materia. Può la materia dare il coraggio, la direzione, l'amore per le proprie radici, il culto degli antenati, in ultimo, la fede?

Pensieri vagabondi sul silenzio

Delle commedie di Eduardo De Filippo, mi è rimasta scolpita nella mente quella in cui l’attore impersona un vecchio che, ad un certo punto della sua vita, decide di non parlare più. “Ha capito che le parole sono inutili”, dice uno dei comprimari, spiegando ad un altro il motivo di quel comportamento. Poi ricordo il detto: “Se avesse voluto che parlassimo di più e ascoltassimo di meno, Dio ci avrebbe creati con due bocche ed un orecchio”.

Friday, November 11, 2005

Una 'semplice' riflessione sulla verità

“La verità rende liberi”, ha detto Gesù. Un proverbio arabo recita: “Quando decidi di dire la verità, ricordati di sellare prima un cavallo. Subito dopo dovrai andar via”. In queste due frasi è riassunta la grande sfida che la vita pone ad ogni essere umano: essere nella verità e servirla con intelligenza. La verità ferisce, ma, cosa ben più importante, libera l’anima di chi la riceve. Il fatto è che la verità è un dono che non tutti vogliono. Ecco il senso del proverbio arabo e dell'ammonimento di Gesù: “Non date le perle ai porci”.
Allo stesso modo di chi non vuol sentire la verità, vi sono coloro, e sono tantissimi, che non vogliono dirla. E la motivazione che più spesso si adduce per tacerla è: a che serve far soffrire l’altro? Non si comprende - e io non l’ho capito per tanto tempo - che quella sofferenza è necessaria all'anima dell'altro, così come alla propria.
Sappiamo tutto, ma, porca miseria, occorre tempo per comprendere anche ciò che è così chiaro e semplice.

Thursday, November 10, 2005

Giustizia e legalità: opinione retta e diretta di un cattolico

Riporto il post, intitolato ‘Giustizia e legalità’, di Piergiobbe. Eventuali commenti possono essere inseriti direttamente nel post dell'autore.

«(...) la Giustizia ha poco a che fare con la legalità. Però, noi cattolici, tutti i cristiani, tutti coloro che hanno una fede religiosa (...) sappiamo da dove provenga l'unica vera Giustizia. Gli altri come fanno a distinguere le due cose?
Se il punto di partenza è mutevole, incerto, in balia del caso e del tempo, come diavolo si può distinguere il giusto dal legale? Cofferati perciò è coerente: da ateo sostiene che l'unico bene è rappresentato dalla e nella legge. Se la legge non risolve i problemi, si cambi la legge, ma, per cortesia, non si osi parlare di Giustizia! (...)
Io comunque non riesco ancora a capire da dove partano (gli atei)... Va bene la legge naturale, ma se valesse per tutti, come sarebbe possibile l'aborto, il controllo delle nascite, la pena di morte, ecc. ecc.?
Tutti, naturalmente, hanno, diciamo così, una personale idea di cosa sia giusto o ingiusto (spesso acquisita in oratorio...), ma per i laici questi concetti non sono assoluti e immutabili. Infatti possono variare a seconda dell'epoca storica, delle circostanze, dell'utilità. Se sono quindi concetti individuali e variabili, in pratica non valgono niente. Di qui il famoso relativismo che a questo punto è molto più onesto dell'invocare una fantomatica giustizia, basata sul nulla...
Visto che anche il più idiota degli uomini capisce che, relativizzando tutto, non solo è impossibile la convivenza civile, ma si è destinati ad un inevitabile rovina della società, si è affidato alla sola legge il compito di guidare l'umanità.
Purtroppo però, nascondendosi dietro la pericolosa illusione di essere "uguale per tutti", la legge, da strumento per regolare i rapporti umani, è stata trasformata in un idolo in grado di salvaguardare i diritti di ogni persona.
E di quanto ciò sia dannoso ne è prova, ad esempio, la pretesa di usare la legge per far punire anche il più piccolo torto, o presunto torto ricevuto, preferendo spendere in avvocati che tentare pacifiche conciliazioni con parenti o vicini di casa (mi dicono che il mestiere di "avvocato dei condomini" è quotatissimo!). Ne è prova anche l'ostinazione legalista del sindaco che paradossalmente fa passare il concetto che "per cambiare la legge bisogna applicarla!".
Sì perché a differenza della vera Giustizia, la legge naturalmente è mutabile, per cui è relativa. E quindi in sostanza non contiene nessun valore. Ma questo non si può dire perché chi ha fatto della legge un dio minore sostiene che per fare le leggi ci si debba comportare con un etica (derivante da dove, nessuno lo sa, visto che un'etica laica è di fatto relativa e perciò non si basa su verità assolute...). Così dopo aver fatto uscire i valori dalla porta, cercando di rendere neutra la legge, li si fa rientrare dalla finestra. E improvvisamente si ricomincia a parlare di giustizia: perciò è legale, ma ingiusto che Berlusconi faccia leggi ad personam, è legale, ma ingiusto che Cofferati usi le ruspe, è legale ma ingiusto che si vendano le armi, ecc. Salvo poi inorridire quando si prova a dire che sono legali, ma ingiusti il divorzio, l'aborto, la fecondazione assistita, considerati "sacre" conquiste della moderna società.
Ma cosa ce ne facciamo di questa giustizia, ancora una volta relativa, mutabile, individuale, basata sul nulla, uguale alla legge di cui dovrebbe essere il contraltare? Davvero nulla, io credo.»

Sottoscrivo.

Friday, November 04, 2005

Nude a Reggio Emilia per protesta contro i nostri soldati in Irak

Lo diceva pure Catalano di Quelli della Notte: è meglio con le chiappe al vento a Reggio Emilia che a Bagdad. Ci provassero lì, fra i musulmani, a protestare nude contro la guerra. Sai le risate! Anzi, risate e frustate, risate e frustate, ...

La Spagna di Zapatero promuove i piaceri di Saffo nelle scuole

Libero oggi in edicola pubblica un articolo intitolato ‘Sesso omo e autoerotismo. La scuola di Zapatero’. Si fa menzione ad una guida per ragazze dagli 11 ai 18 anni, distribuita nelle scuole dal governo regionale Castilla-La Mancha in 14mila esemplari, poi ritirata per le proteste dei genitori.
Questa ‘Guìa para chicas’, in 4 volumetti, è stata redatta dalla professoressa Maria José Urruzola Zabalza che, precisa l’articolista, è stata “pluripremiata al ‘Concorso per il materiale didattico non sessista Emilio Pardo Bazàn’, organizzato dal Ministero dell’Educazione”.
L’articolo riporta i seguenti brani tratti dal primo volumetto del manuale.
«L’inizio dell’autostima è avere una relazione positiva con il proprio corpo. Per questo ti può aiutare guardarti nuda nello specchio, accarezzarti con tenerezza, masturbarti, abituarti a percepire le tue sensazioni. (...) Se farai così sarai più a tuo agio con te stessa, ti sentirai meglio, sarai più soddisfatta e sicura di te, ti aiuterà a non avere complessi».
Fin qui, almeno a mio avviso, le parole della professoressa fanno giusto inarcare un sopracciglio. Il pezzo forte, però, viene subito dopo, quando si passa ad un altro genere di suggerimenti. «Cercati un’amica per massaggiarti, rilassarti, lasciarti andare, ... sicuramente ti sentirai come trasportata su un’altra galassia». Proseguiamo (il grassetto è mio). «E se ti piace una ragazza? Certamente ti sarai sentita dire che ti dovrebbero piacere i ragazzi, ma se ti informi bene e ci pensi un po’ su scoprirai che la normalità è scambiare amore e relazioni sessuali con qualunque persona, dell’altro sesso e del proprio». Il tutto, informa l’articolista, è supportato nel manuale da disegni che ritraggono due ragazze nude che si accarezzano.
L’articolo continua facendo notare che: “Di fatto però il libro sconsiglia le faticose e impegnative relazioni etero; nel secondo opuscolo della serie, col pretesto di insegnare come si evitano le aggressioni, si rappresentano gli uomini come esseri sbavanti e molesti, potenzialmente pericolosi”. L’ultima precisazione dell’articolo (sempre mio il grassetto) è: “Dietro a tutto questo c’è un progetto culturale ben preciso. L’Istituto della donna e la Giunta dei Comuni di Castiglia-La Mancha vuole (sono parole della direttrice) «modificare il pensiero, fino a creare un nuovo modello di donna».” Ecco fatto, il cerchio è chiuso.
Per quanto mi riguarda, penso solo questo: siamo appena all’inizio.

Thursday, November 03, 2005

Montanelli, Washington e il nucleare ai paesi islamici

Ad un lettore che candidamente gli chiedeva perché gli Stati Uniti si oppongono al possesso di armi nucleari da parte dei Paesi arabi, ma lo accettano nel caso di Israele, Montanelli rispose: «Per il semplice motivo che i paesi arabi minaccerebbero di usarle».
La linea di Washington e le parole di Montanelli trovano conferma nelle recenti dichiarazioni di Ahmadinejad contro Israele e nella ripresa della corsa al nucleare da parte dell’Iran - paese islamico non arabo, ma, inevitabilmente, anti-occidentale.

La marcia per Israele e la frase di mio padre

La marcia pro-Israele organizzata oggi davanti all’ambasciata iraniana mi fa venire in mente una frase di mio padre: «Tutto è iniziato con Israele, tutto finirà con Israele».

Tuesday, November 01, 2005

Una breve pausa

Temo che i prossimi giorni saranno di fuoco per me, per cui un arrivederci a presto ai pochi lettori di questo blog.