Tuesday, July 25, 2006

E se musulmano fosse ‘colui che è alla ricerca del padre’?

Ringrazio Gianni De Martino per aver stimolato quel che segue come commento ad un suo post.

Tentando una spiegazione dell’antisemitismo, Iakov Levi si rifà alle teorie freudiane. Lo psicostorico - la definizione è dello stesso Levi - arriva a sostenere che è antisemita colui che è in conflitto con la figura paterna. Infatti, poiché l’ebraismo è la religione del ‘padre’ (laddove il cristianesimo è la religione del ‘figlio’) e poiché, secondo Freud, un bambino è ossessionato dalle dimensioni del pene paterno, è antisemita colui che odia l’ebreo in quanto dotato di un pene di grandi proporzioni, come quello, appunto, del padre. C’è altro da dire e da precisare su ciò che sostiene Levi, ma mi fermo alla sostanza.
Dico subito che l’opinione di Levi non mi sembra convincente, come non lo è Freud quando vede la psiche e quindi l’agire umano influenzati fondamentalmente (e ossessivamente) dalla sessualità.
Interessante mi pare invece la premessa di partenza di Levi, quella secondo cui, da un punto di vista archetipico, l’ebraismo è la religione del ‘padre’, mentre quella cristiana è la religione del ‘figlio’.
Se è così, e sono fermamente convinto che sia così, che cosa rappresenta invece la religione musulmana? Una risposta potrebbe essere: la religione di ‘colui che è alla ricerca del padre’. Gli arabi infatti discendono da Ismaele, il figlio illegittimo che Abramo scacciò da sé. Questa lontananza dal padre, incarnata collettivamente, si è poi forse trasfusa nella rivelazione di Maometto sulla natura di Allah. A differenza di Jahvé, che consente alla creatura umana di guardarlo negli occhi chiamandolo ‘paparino’ (l’Abbà di Gesù), Allah è lontano dall’uomo, non si pone al suo stesso livello, al punto che è irraggiungibile. Il devoto musulmano, mi pare di capire, tende verso Allah nella veste di figlio sottomesso, il quale cerca di accontentare un Padre severo per essere finalmente accettato e ammesso a godere dei suoi premi. Continuando su questa strada, ci si potrebbe domandare: è questo bisogno inconscio di ‘tornare al padre’ a spingere alcuni occidentali a convertirsi alla religione musulmana?

Monday, July 24, 2006

Vittorio Messori: sarà l’arma atomica a fermare la guerra arabo-israeliana

Segnalo l’intervista concessa a Libero da Vittorio Messori e pubblicata venerdì 21 luglio. Ritenendola particolarmente interessante, ne propongo di seguito una sintesi. La versione integrale può essere letta qui e qui.

Messori sostiene che ciò che accade in Medio Oriente non va valutato secondo le categorie della politica e dell’economia (e, aggiungerei, secondo la mentalità di un occidentale intriso di ‘illuminismo’). Gli approcci di moltissimi analisti e osservatori sono fuorvianti proprio per questi vizi di origine.
Nella questione arabo-israeliana è presente invece un fattore - una forza profonda, per dirla alla Renouvin - che ha la preminenza su qualunque altro. Si tratta della religione.
Per gli israeliani, ‘terra e sangue’ sono un tutt’uno. In nessun altro luogo al mondo, se non nella Terra promessa, gli ebrei avrebbero potuto edificare un loro Stato. Questo spiega il motivo per cui i padri del sionismo respinsero le offerte avanzate dai negoziatori internazionali di far nascere il nuovo Stato in territori quali l’Uganda, l’Australia o altri ancora, ben più ricchi di materie prime della Palestina. Gli ebrei volevano tornare e vogliono rimanere solo nella Terra di Abramo, la terra dei padri. Mai gli ebrei avrebbero accettato qualcosa di diverso e mai rinunceranno ad abbandonarla.
Da parte loro, gli arabi concepiscono i territori entrati a far parte dell’Islam come acquisiti definitivamente e da recuperare qualora perduti. La maggioranza degli abitanti della Palestina divenne musulmana nel 750 d.C. Bene, quella terra non può che ritornare ad essere musulmana. Non ci sono alternative, e a rendere ancor più irrinunciabile il recupero della Palestina si aggiunge il fatto che Gerusalemme è una delle città sante dell’Islam.
La guerra arabo-israeliana si sostanzia quindi in un conflitto all’ultimo sangue tra due ‘fondamentalismi’ religiosi, secondo cui, rispettivamente, o lo Stato di Israele rimane nelle terre dove è ora, checché ne pensino i musulmani, oppure tutta la Palestina deve tornare ai musulmani e lo Stato di Israele si estingue per come lo conosciamo. Se si tiene conto della religione si può comprendere come le posizioni degli ebrei israeliani e degli arabi musulmani siano assolutamente inconciliabili e come le categorie interpretative dei conflitti che si basano sull’economia (secondo gli schemi marxisti) siano in questo caso inadeguati. In particolare, Messori afferma che nel caso arabo-israeliano si è di fronte ad un fenomeno che non è storico, ma ‘metastorico’.
Partendo da queste premesse, lo scrittore cattolico arriva alla conclusione che sarà la demografia a cambiare il corso del conflitto (e dell’umanità). Fra qualche decennio, Israele, popolato da 5 milioni di ebrei, sarà circondato da 5 miliardi di musulmani ostili. La pressione contro il piccolo Stato diverrà allora insostenibile e per sopravvivere, Israele non avrà altra scelta che utilizzare l’arma atomica contro i suoi nemici.

Friday, July 21, 2006

Suvvia, scopriamo le carte e l'acqua calda sul Medio oriente!

Ciò che sta accadendo in Medio oriente, a mio avviso, si può spiegare in questi termini. Se il Libano voleva risparmiarsi la reazione "sproporzionata" di Israele, il governo di Beirut avrebbe dovuto provvedere autonomamente a neutralizzare gli Hezbollah. Non è un problema di Israele il fatto che quello libanese sia un governo fantoccio nelle mani della Siria. Il Libano rimane sempre e comunque uno stato sovrano.
Per reagire in modo proporzionato, come avrebbero voluto le anime belle della sinistra nostrana, che cosa doveva fare Israele? Sarebbe stato efficace il sequestro di qualche terrorista del ‘Partito di Dio’ (sic!) e il lancio di razzi contro le postazioni Hezbollah? Un paese la cui esistenza è continuamente messa in discussione è abituato a scegliere tra opzioni serie, e qui erano due: o lasciare che intervenisse il governo di Beirut per far cessare gli attacchi terroristici, oppure risolvere il problema alla radice, recidendola. E le vittime civili, i profughi libanesi non contano nulla? Ancora una volta, si trattava di una responsabilità del governo libanese. Esso doveva garantire la sicurezza della sua comunità territoriale; doveva prevedere le conseguenze della sua inerzia (complicità) verso gli Hezbollah. E non poteva certo credere che gli Israeliani sarebbero rimasti indifferenti di fronte a ciò che si andava combinando. Forse che Beirut pensava di avere a che fare con i coraggiosi e determinati Europei?
L’augurio che Paolo Guzzanti lanciava in un editoriale di qualche giorno fa su Il Giornale era “Buona guerra, Israele”. E completa l’opera prima che arrivino gli Europei a salvare i terroristi, val la pena di aggiungere.

Dal particolare al generale, passando per la scoperta dell’acqua calda. È chiaro ormai a tutti che Israele è destinato a vivere in una condizione di guerra perpetua con i paesi arabi vicini; questi ultimi non hanno alcuna intenzione di fare concessioni e poi di rispettare gli accordi (dobbiamo proprio ricordare la storiella della rana e dello scorpione?). Soprattutto, è di una chiarezza cristallina il fatto che ai paesi arabi non importa un fico secco dei palestinesi. Usano la questione come pretesto per alimentare l’odio delle popolazioni arabe verso l’Occidente e gli ebrei, in tal modo distogliendo l’attenzione dai problemi interni. È assurdo che, dopo tanti anni di guerra, l’opinione pubblica in Medio Oriente non lo capisca, così come è assurdo che i palestinesi non capiscano di essere solo strumentalizzati. Come ha detto giustamente Davide Giacalone su Libero ieri, gli unici veri interlocutori dei palestinesi sono gli israeliani. La buona volontà di Tel Aviv è stata dimostrata con i fatti. ‘Territori in cambio di pace’ non era una promessa da marinaio, ma un impegno che Sharon ha messo in pratica con coraggio, sacrificio e realismo. E invece di approfittare della mano tesa, che fanno i palestinesi? Chiamamola pure la politica del “muoia Sansone con tutti … i palestinesi!”.

Il grande incubo: il nucleare islamico. Saddam Hussein venne fermato dall'aviazione israeliana nel 1986. Ora emerge che è l’Iran di Ahmadinejad ad avere quasi pronta la polpetta. L’ho già ricordato in un’altra occasione, ma mi sembra sempre utile ribadire ciò che rispose Montanelli a chi gli chiedeva perché gli USA si oppongono alla pretesa dei paesi islamici di possedere l’arma atomica: “Perché minaccerebbero di usarla!”. Quale uomo sano di mente dormirebbe sonni tranquilli sapendo che Teheran o Damasco dispongono di armi nucleari? La userebbero realmente contro Israele? La passerebbero ai terroristi di Al Qaeda perché questi la facciano esplodere in una capitale occidentale? Sarebbero così pazzi da rischiare la ritorsione di Israele e degli Stati Uniti? Meglio sarebbe fermarli prima di conoscere la risposta, anche se ciò comporta l’uso della forza. Una nuova Osiraq pare difficile. Ma la necessità aguzza l’ingegno degli americani e degli israeliani, gli unici che realmente sanno e possono. Certo, la spirale di odio verso l’Occidente si allargherebbe ma, al punto in cui siamo, di peggio c’è solo … la guerra atomica.

Thursday, July 20, 2006

Perché pacifisti e tiranni andrebbero a braccetto

L’alleanza fra pacifisti e tiranni, di Francesco Carella (pubblicato su Libero del 20 luglio 2006)

Tanto vale dirlo subito: i pacifisti amano le dittature e odiano le democrazie. Non si tratta di una provocazione, ma di una delle costanti meno nobili della storia del Novecento.
Quel che accade in queste ore, con i pacifisti che negano a Israele il diritto a difendersi dagli attacchi di Hezbollah, è solo l’ultimo episodio di una catena di errori lunga quasi un secolo. Infatti, che si tratti di Hitler o di Stalin, di Pol Pot o di Saddam Hussein, di Hamas o di Ahmadinejad, poco importa. La parte dell’aggressore e del guerrafondaio, per i “cultori della pace”, spetta d’ufficio alle democrazie.
Oggi, appunto, tocca a Israele, l’unica democrazia del Medio Oriente. Ma la lista degli errori – intenzionali o inconsapevoli – del movimento pacifista organizzato è davvero lunga. Sfogliamone qualche pagina, prima di cercare di mettere a fuoco le ragioni profonde che sottendono comportamenti tanto irresponsabili.
A tal proposito, nell’archivio della memoria c’è solo l’imbarazzo della scelta. Lo storico canadese Alvin Finkel, in un libro uscito pochi mesi fa (“Il Nemico Comune”, Fazi Editore, pagg. 257, euro 19,5) documenta, attraverso le minute delle riunioni di Gabinetto, il modo in cui il premier britannico Neville Chamberlain ha utilizzato, nel settembre 1938, gli umori della pubblica opinione pacifista per raggiungere, in chiave antisovietica, un accordo con Hitler sul destino della regione dei Sudati.
Del resto, è cosa nota che molte furono le manifestazioni di giubilo organizzate sia in Europa che negli Stati Uniti, dopo la firma del famigerato Patto di Monaco.
Come finì, sarebbe inutile ricordarlo, tanto le ferite del nazismo dolgono ancora oggi. Ma, purtroppo, non finisce qui.
Tutti ricordano i cortei imponenti per richiamare l’attenzione del mondo sulle vittime dei bombardamenti americani in Vietnam e in Cambogia, ma nessuno ricorda un solo corteo di solidarietà con i boat-people in fuga dal Vietnam comunista o una sola manifestazione contro il mattatoio cambogiano costruito con sapienza scientifica da Pol Pot. Questi, in soli tre anni e mezzo, sterminò un quarto della popolazione del suo Paese.
Al tempo della prima guerra del Golfo, decisa dopo l’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq e legittimata da una risoluzione dell’Onu , assistemmo a manifestazioni oceaniche in nome della pace e contro Bush padre, ma un “silenzio assordante” è risuonato per le nostre strade una manciata di anni dopo, quando Slobodan Milosevic ordinò di stringere d’assedio Sarajevo. Silenzio, però subito tramutatosi in slogan anti-yankee quando iniziarono i raid aerei della Nato contro le forze serbe della Bosnia allo scopo di fermare quella mattanza. E siamo arrivati quasi ai giorni nostri.

Il pacifismo, la nuova «grande potenza mondiale» (la definizione è del New York Times) – portò nel 2003 milioni di persone lungo le strade delle capitali occidentali, per impedire che venisse deposto un dittatore sanguinario come Saddam Hussein. La stessa “potenza”, però, ha sempre taciuto sulla ferocia dei fondamentalisti islamici.
A questo punto la domanda è: qual è la vera anima dei pacifisti e perché, di fatto, difendono sempre le dittature?
Vladimir Bukovskij (dissidente sovietico e internato in un lager per molti anni) in “Gli Archivi segreti di Mosca” (Edizioni Spirali, pagg. 831, euro 30,5) si chiede: «Persino ora che mi trovo di fronte a centinaia di documenti sulla manipolazione sovietica dei movimenti pacifisti occidentali e che sembra esserci una risposta ad ogni domanda, a una di esse, quella che più mi tormenta, continuo a non poter rispondere: che cosa muoveva i pacifisti, la stupidità o la viltà?».
La risposta all’interrogativo posto da Bukovskij la troviamo nel pensiero di un grande filosofo e teologo protestante, Reinhold Niebuhr. Infatti, oltre sessant’anni, lo studioso americano scriveva: «Il vero nemico del pacifismo non è la guerra, ma la democrazia liberale… quel sistema imperfetto in cui i protagonisti politico-sociali prendono atto che i conflitti fra diversi interessi e diverse passioni non sono eliminabili e che con essi occorra fare i conti, faticosamente, tutti i giorni. La tirannia, viceversa, non ama i conflitti, perché non ammette le diversità d’interessi e di opinioni. Non li ama al punto che non consente loro di esprimersi sulla scena politica. Infatti, li elimina. La tirannia viene considerata dai pacifisti un ordine politico superiore alla democrazia liberale e, pertanto, viene vissuta come sinonimo di pace».

Una eco di questa mentalità è rintracciabile perfino nelle parole pronunciate martedì scorso in Parlamento da Massimo D’Alema. Secondo il nostro ministro degli Esteri, Saddam aveva il pregio di garantire la tranquillità della regione. L’attuale, traballante democrazia invece rinforza il terrorismo.
Insomma, il movimento pacifista si mobilita non perché abbia a cuore le sorti dell’umanità e voglia bandire dal mondo la guerra e la violenza, ma perché, continua Niebuhr, «odia l’Occidente liberale, democratico e, per sua natura, conflittuale». In primo luogo, gli Stati Uniti d’America. D’altro canto, come ricorda Bukovskij, «le colombe della pace fino alla caduta del Muro di Berlino non facevano altro che inneggiare all’Urss».

Wednesday, July 19, 2006

Se la legge olandese salva il partito dei pedofili, chi salverà i bambini olandesi?

I democratici, liberali e tolleranti olandesi sono intervenuti ancora una volta a ricordarci che al peggio non c’è mai limite.
Il 31 maggio scorso i mass media diffusero la notizia che nel paese dei tulipani era appena stato costituito il Partito dei Pedofili. Per ulteriori dettagli si veda l’articolo pubblicato da Repubblica online.
Oggi ho trovato per caso quest’aggiornamento:

17.07.2006 - 13:41
L'AJA - Un tribunale dell'Aja ha oggi dichiarato irricevibile un esposto presentato contro la costituzione del partito pedofilo.

Il procedimento era stato promosso dall'associazione Soelaas, che aveva lanciato una campagna per bandire il partito, e da rappresentanti di un gruppo di azione denominato Diritto fondamentale alla sicurezza nell'educazione.

L'esposto chiedeva il divieto di ogni attività da parte del Partito per l'amore fraterno, la libertà e la diversità (Pnvd) e l'annullamento di ogni atto relativo alla sua fondazione. Ma gli argomenti presentati non sono stati considerati dal giudice "sufficienti per bandire un partito".

A questa merda conduce il relativismo, l'imperante religione della civile Europa.

Wednesday, July 12, 2006

Pillole 10

Più sai ciò che vuoi e meno ti fai travolgere dagli eventi (Bill Murray in 'Lost in Translation')

Monday, July 10, 2006

Alé Azzurri! Meno male che ci siete voi

Non sono mai stato un grande tifoso del pallone, e in vita mia sono andato una sola volta allo stadio. Anche se così, il calcio mi appassiona quando gioca la nostra nazionale. Non so perché. Sarà forse per il fatto che il calcio è semplicemente bello e perché il tifo per la nazionale riesce a farci sentire uniti e Italiani, una volta tanto. Certo, è un peccato vedere in giro tante bandiere tricolore e sentir cantare il nostro inno nazionale solo in occasione di importanti eventi calcistici. Ma tant’è, cos’altro abbiamo da festeggiare con orgoglio a livello collettivo, cos’altro ci unisce più del calcio? Questo è un paese privo di un passato e di un presente nazionale di cui andare granché fieri. Occorre riconoscerlo: nel ‘fare’ gli Italiani il contributo dato dalla nazionale di calcio continua a prevalere su qualunque altra cosa. Basta così. Al diavolo la politica, la storia e le analisi sociologiche sul nostro meraviglioso e strano Paese! Oggi c'è solo da essere felici e orgogliosi che la nostra nazionale abbia vinto lealmente e con onore la sua quarta coppa del mondo.

Thursday, July 06, 2006

Voltaire, che mi dici di Adel Smith?

Uno dei principii fondamentali del pensiero liberale è stato espresso da Voltaire con la frase: “Non condivido quello che dici ma darei la mia vita perché tu possa dirlo”.

Adel Smith, il presidente dell’Unione Musulmani d’Italia che aveva pubblicamente definito il Crocifisso “un cadaverino in miniatura”, è stato assolto dal Tribunale di Roma dall’accusa di vilipendio alla religione cattolica in virtù del diritto alla libertà di opinione e manifestazione del pensiero.

Voltaire, mi sfugge qualcosa?

Wednesday, April 26, 2006

Sulle contestazioni alla Moratti, E. Galli della Loggia coglie nel segno

Firmando l’editoriale del Corsera di oggi sulle contestazioni dei soliti idioti di sinistra a Letizia Moratti, Ernesto Galli della Loggia dà un'opportuna strigliata alla coalizione guidata da quel genio di Mortadella.
DISAPPROVARE NON BASTA

Anche se ha preferito non dare importanza alla cosa, quel che è capitato ieri pomeriggio al ministro Moratti è assai grave, e merita di essere chiamato con il suo nome: una violenta, indecorosa gazzarra che chiama in causa responsabilità più vaste di quelle dei suoi autori. A nulla è valso che Letizia Moratti partecipasse al corteo milanese commemorativo della Liberazione spingendo la carrozzella con il padre medaglia d'argento della Resistenza; a nulla è valso che la sua sola presenza attestasse — se ce ne fosse stato mai bisogno! — la condivisione degli ideali di libertà evocati dalla ricorrenza: no, nulla è valso a nulla per proteggerla dalla salva di fischi, di insulti, di minacce, che le è piovuta addosso per tutta la durata del corteo. Ovvia la sua colpa: stare politicamente nel centrodestra; per giunta come ministro dell'Istruzione e dell'Università del governo Berlusconi, cioè in un ruolo che per lungo tempo è stato oggetto di una vera e propria demonizzazione ad opera dei settori più beceri e massimalisti della sinistra italiana che da decenni, ahimé, si annidano per l'appunto nelle scuole e negli atenei della Repubblica.

Di fronte a quanto accaduto, che è l'esatta ripetizione di quanto già accaduto altre volte in altri 25 aprile, i commenti degli esponenti del centrosinistra, limitatisi tutti (con la sola, felice eccezione, oltre che della Rosa nel pugno e di Mastella, di Bruno Ferrante, concorrente con la Moratti nella prossima elezione a sindaco di Milano) a un formale rincrescimento, appaiono penosamente inadeguati. Tanto più se ricordiamo che sono proprio essi a rammaricarsi regolarmente del fatto che i politici del centrodestra non partecipano ai festeggiamenti della Liberazione: e perché mai lo dovrebbero se questa è la fine che li aspetta? Per superare l'esame di autolesionismo?
Più inadeguata delle altre, per l'evidente importanza della sua figura, la reazione di Romano Prodi, il quale, pur avendo l'occasione di parlare nel comizio a conclusione del corteo, dal palco ha fatto appena un cenno all'accaduto.

Ha evitato così di dire, il nostro futuro presidente del Consiglio, ciò che invece andava detto e che da lui ci aspettavamo. Che allora in sua vece diciamo noi: e cioè che la democrazia italiana non sa che farsene dell'antifascismo dei faziosi e dei violenti; che la nostra democrazia non sa che farsene di quell'antifascismo che — come ha scritto coraggiosamente il direttore di Liberazione Piero Sansonetti — non capisce che «una cosa è cacciare i nazisti e un'altra è cacciare Berlusconi», che la democrazia italiana non sa che farsene — e non vuole avere niente a che fare — con l'antifascismo che non esita a strumentalizzare le grandi, drammatiche pagine della storia nazionale e i valori più alti del nostro patto costituzionale per sfogare i suoi poveri livori politici, per celare le sue pochezze, all'occasione per maramaldeggiare.

Finché l'antifascismo dei democratici non saprà prendere le distanze dall' antifascismo «militante», da questa sua contraffazione intollerante e violenta, e non saprà farlo a voce alta, esso sarà sempre vittima, anche elettorale, del suo ricatto politico. È così, mi chiedo, è mostrando una simile timidezza ideologica che si crede di poter costruire il Partito democratico? Sul punto di andare al governo con un'esiguissima maggioranza parlamentare, i gruppi dirigenti del centrosinistra commetterebbero un grave errore a non capire che è proprio su questioni come questa che essi si giocano la possibilità di convincere e di raccogliere intorno a sé una parte del Paese più vasta di quella che li ha votati.

Mi sembra che qui abbiamo un Galli della Loggia diverso rispetto a quello che scrisse l'editoriale dello scorso 21 aprile. Lo riporto di seguito.
IL NUOVO PREMIER TRATTI CON L'EUROPA

Il rapporto di fiducia con Bruxelles è decisivo
Ormai non resta che governare. Con il risultato proclamato dalla Cassazione - che Berlusconi farebbe bene ad accettare senza indugi invece di inscenare un ambiguo surplace - Romano Prodi è insediato definitivamente al comando. Ma governare non sarà facile. Per almeno tre motivi: per l' esiguissima superiorità di cui il nuovo governo potrà disporre in una delle due Camere; per la forte disomogeneità politico-programmatica della sua maggioranza; per le condizioni presumibilmente abbastanza critiche in cui esso troverà i conti dello Stato ereditati. In queste condizioni la principale carta che Prodi ha da giocare è la sua leadership. La vittoria del centrosinistra non è stata certo strepitosa ma si deve ammettere che solo la presenza di Prodi ha permesso di mettere e di tenere insieme l' estesissimo arco di forze dell' Unione, solo la sua figura ha rappresentato un' immagine in cui ognuna di quelle forze ha potuto bene o male riconoscersi; il centrosinistra, insomma, è riuscito concretamente a esistere solo in quanto c' era Prodi. Al di là del risultato elettorale egli, dunque, è investito della guida della coalizione in maniera politicamente piena, e dunque deve anche sentirsi autorizzato a esercitare quella guida in maniera altrettanto piena. Il che significa innanzitutto non esitare ad affermare la propria iniziativa nella formazione del governo. Uno dei maggiori punti deboli del centrodestra è stata la mediocre qualità degli uomini e delle donne del suo esecutivo. Proprio a partire da qui, pertanto, il Paese si aspetta dal nuovo presidente del Consiglio una decisa inversione di rotta: cioè che non badi ad alchimie partitiche, a equilibri di corrente, ma scelga sulla base delle qualità, affidandosi specialmente alle competenze e alla capacità dei prescelti di parlare all' opinione pubblica e di costruire consenso anche oltre i confini della coalizione. Ma la carta più efficace di Prodi è quella rappresentata dall' Europa, con la quale il suo passato di presidente della Commissione dovrebbe assicurargli un ascolto e una rete di rapporti preziosi. Il governo italiano avrà probabilmente un paio di mesi per presentarsi con le carte in regola ma c' è bisogno di costruire un rapporto di fiducia reciproca più stabile. È soprattutto dal dialogo con l' Europa che egli può ottenere i margini di manovra economica e l' accesso a risorse di cui l' Italia necessita per raddrizzare i suoi conti e migliorare la propria posizione con l' estero. Ed è poi dallo stretto rapporto con i Paesi partner dell' Europa che il governo di centrosinistra può attingere l' ispirazione e la forza per attuare una politica estera che sappia evitare tentazioni di terzomondismi, neutralismi e disimpegni repentini che avrebbero il solo effetto di indebolirlo notevolmente. Incarnare il legame con l' Unione Europea del centrosinistra italiano sarebbe per Prodi un modo ideale per costruire quello spazio politico proprio che di per sé il ruolo di leader della coalizione non gli dà. Prodi, infatti, oggi è solo una leadership. Ma proprio attraverso questa egli può diventare qualcosa di molto di più, cioè un programma omogeneo, una linea politica. Ciò che tra l' altro è proprio quello che oggi manca al centrosinistra che di linee politiche ne ha pure troppe, e conta un programma che giustamente Pietro Scoppola ha paragonato a un' «enciclopedia». Prodi può rappresentare il rimedio a tutto ciò, dando vita, ci si passi l' espressione, al prodismo. L' alternativa è limitarsi a capeggiare un ammasso disordinato e conflittuale di ambizioni e di vocazioni: allora sì che lo striminzito vantaggio elettorale apparirebbe in tutta la sua problematica esiguità.

E Libero di Feltri avanza alla grande

Su segnalazione di Dietro le linee nemiche, riporto anch'io i dati diffusi da Dagospia (con tanto di commento di Italia Oggi) sul recente aumento di vendite di 'Libero' e 'il Giornale'.

“LIBERO” (+71%) E “IL GIORNALE” (+16,1%) FANNO BOOM...
Sono stati pubblicati i dati relativi alla diffusione dei quotidiani italiani nel mese di marzo 2006 rispetto allo stesso mese del 2005. Il record di vendite spetta a "Libero" di Vittorio Feltri che nel mese scorso si è attestato sulle 122.374 copie (+71,1% rispetto a marzo 2005). Infatti, a marzo di un anno fa "Libero" vendeva appena 71.500 copie. "Il Giornale" di Maurizio Belpietro raggiunge le 229.548 copie (+16,1% rispetto alle 197.726 copie del marzo 2005). Il "Corriere della Sera" diretto da Paolo Mieli, che l'8 di marzo nel suo editoriale si è schierato a favore dell'Unione, ha avuto una crescita del 3,7%, salendo a 670.000 copie vendute rispetto alle 650.000 del marzo 2005. "La Repubblica" invece passa dalle 621.400 a 634.000 copie (+2%), "Avvenire" arriva a superare le 109.000 copie con un incremento dell'1,7% rispetto alle 107.304 del mese di marzo di un anno fa. "Il Sole 24 Ore" (+1,5%) si attesta sulle 352.332 copie (5.285 copie in più rispetto a un anno fa), mentre "Il Messaggero" (+1%) si attesta sulle 226.450 copie a marzo 2006. (Elmar Burchia)


COME SI SPIEGA IL BOOM DI FELTRI E BELPIETRO?
Claudio Plazzotta per Italia Oggi

La dichiarazione di voto di Paolo Mieli dello scorso 8 marzo, in cui il direttore schierò il Corriere della Sera con il centro-sinistra, non avrà fatto perdere copie al quotidiano di via Solferino. Quello che al momento è certo, tuttavia, è che le ha fatte guadagnare, in maniera esplosiva, a Libero e al Giornale. Le due testate, entrambe vicine al centro-destra e molto forti in Lombardia, hanno infatti chiuso un mese di marzo a dir poco da incorniciare. Con perfomance diffusionali stupefacenti che proseguono pure nella prima metà di aprile. Il quotidiano di Vittorio Feltri, in marzo, ha avuto una media dichiarata alla Fieg di 122.374 copie al giorno, con un +72,2% rispetto al marzo del 2005. Nelle prime due settimane di aprile è alla strabiliante quota di 145 mila copie (record monstre di 170 mila copie l'11 aprile).

Il Giornale, invece, ha messo a segno una media Fieg di 229.548 copie, +16,1% sullo stesso mese dell'anno precedente. E in aprile il trend prosegue, con +35 mila copie sull'aprile 2005.
Come si spiegano questi incrementi? "Beh, in marzo noi abbiamo avuto una concomitanza di eventi, ulteriori al fisiologico aumento da campagna elettorale. C'è stato il lancio di un gioco per fidelizzare i lettori", spiega Gianni Di Giore, direttore generale di Libero, "poi l'abbinata col libro Tutte le balle su Berlusconi, di cui abbiamo venduto oltre 700 mila copie, quindi lo sciopero dei giornalisti il 18 marzo, a cui noi non abbiamo aderito diffondendo, quindi, più copie del solito. Ma l'effetto Mieli c'è stato. Da un giorno all'altro abbiamo guadagnato 25 mila copie. E nei monitoraggi che facciamo in edicola, sono circa 50 mila le copie che Il Corriere ha perso dal 9 marzo, da quando Mieli ha dichiarato di votare per Prodi".

In Rcs sono ormai settimane che manager e direttori si affannano a dichiarare che Il Corriere della Sera non ha invece perso nulla, anzi ha guadagnato dopo l'esternazione. E in effetti il dato dichiarato da via Solferino alla Fieg parla di 670 mila copie medie in marzo, con un +3,7% sul marzo 2005.
Tuttavia, fanno sapere gli analisti di Libero e del Giornale, il calo in edicola c'è stato, compensato da altre operazioni (abbinate con la Gazzetta dello Sport, distribuzioni del giornale in alberghi e aeroporti) che terrebbero così alta la diffusione. "Per esempio, nella provincia di Bergamo il Corriere della Sera, in edicola, ha perso 1.500 copie medie al giorno, mentre noi contemporaneamente ne abbiamo guadagnate 1.300", commentano da Libero.

Toni analoghi al Giornale: "In marzo abbiamo guadagnato circa 30 mila copie rispetto alla nostra marcia consueta", dice Attilio Mattusi, direttore della diffusione del quotidiano diretto da Maurizio Belpietro, "ma l'incremento da campagna elettorale, scioperi o iniziative di marketing lo abbiamo valutato attorno alle 10 mila copie. Le altre 20 mila copie ci sono capitate da un giorno all'altro dopo l'8 marzo. Tanto che ci abbiamo messo alcuni giorni a tarare le tirature, poiché facevamo esauriti quasi in tutte le rivendite lombarde. Quelle 20 mila sono le copie effetto Mieli. In base alle nostre valutazioni, tra Milano e Lombardia il Corriere della Sera, in edicola, ha perso l'8-10%. E non è casuale che dall'8 marzo il distributore del Corriere, Milano Press, controllato da M-Dis (di cui, a sua volta, è socio Rcs MediaGroup, ndr), non ha più condiviso con noi i dati di vendita".

Ma non può essere che le belle performance di Libero e Giornale siano figlie della campagna elettorale cruenta, degli appelli di Berlusconi al popolo dei moderati, senza scomodare Mieli? "No, così tante copie non si guadagnano da un giorno all'altro senza effetti esterni. Il Giornale", aggiunge Mattusi, "col centro destra al governo, ci ha messo più di 4 anni a perdere 30 mila copie di diffuso. E adesso, paradossalmente, siamo quasi contenti che Berlusconi passi all'opposizione. In questo modo potremo sbizzarrirci di più con le nostre critiche".

Friday, April 07, 2006

Voterò Silvio Berlusconi

Sono cattolico, moderatamente liberale e mi riconosco nei valori espressi dalla coalizione di centrodestra. In questi cinque anni, si poteva e si doveva fare di più e meglio. È sempre così. Ma a conti fatti, sono soddisfatto di quanto fatto dal Premier, dal governo e dalla maggioranza parlamentare che ho contribuito ad eleggere nel 2001.

Il 9 aprile voterò ancora Silvio Berlusconi e Forza Italia.

Thursday, April 06, 2006

A pensarci bene, coloro che ‘tirano fuori i coglioni’ sono proprio coglioni

L’appellativo con cui Berlusconi ha definito gli elettori che votano contro il proprio interesse richiama alla mente un’altra espressione della lingua italiana colloquiale. Chiamando ancora una volta in causa gli attributi maschili, essa denota una bizzarra concezione dei … propri interessi. Mi riferisco, in particolare, all’espressione tirar fuori i coglioni, che significa ‘comportarsi da uomo, dimostrando coraggio e combattività di fronte ad un pericolo o ad una situazione difficile’ (dal Dizionario Hoka Hey della lingua italiana, edito dalla Pasqualino Sette Bellezze Editore).
Non sono un linguista e non conosco le origini di questa locuzione. Usando un po’ di buon senso penso però di poter dire che detta espressione nasca dall’associazione degli attributi sessuali maschili ai caratteri tipici della mascolinità - quali, appunto, la forza fisica, il coraggio, lo spirito di competizione. Nel linguaggio comune, infatti, colui che ‘ha/non ha coglioni’ dispone/difetta delle summenzionate caratteristiche.
Il problema, come tutti sanno, è che i soprannominati costituiscono una delle parti più delicate del corpo maschile. Ricevere un colpo proprio lì è dolorosissimo e fortemente debilitante per chi lo subisce. Allora, ecco il mio dubbio: ma per quale motivo per reagire con forza e coraggio ad un avversario o ad una situazione difficile si dovrebbero … tirar fuori i coglioni? E' un controsenso. Tirarli fuori, cioè esporli agli attacchi dell’avversario implica il renderli vulnerabili e, se colpiti, comporta la definitiva sconfitta dell’incauto …‘esibizionista’.
Domando: ma chi è stato quel genio che ha coniato quest’espressione? un masochista? o una moglie speranzosa di poter finalmente ‘fare il colpo’ di tutta una vita? Mah!
Per intendere che una persona dovrebbe risolversi ad essere pugnace sarebbe più opportuno dire, invece, ‘tirar fuori la spada’. È con la spada che si combatte, o no?
Non è un mistero che le parole e i concetti esprimibili con una lingua forniscano informazioni sulla cultura di un popolo. Ora, se prendiamo in considerazione questa locuzione, che cosa si può dedurre degli Italiani? che combattono per perdere? che sono un po' fessacchiotti? Forzando i termini, si può forse pensare ad un nostro lontanissimo legame con il mondo romano, ma non a quello della sua massima solidità, potenza ed espansione, bensì a quello della decadenza. Sto esagerando? Sto uscendo dal seminato? Forse sì. A pensarci bene, mi viene un altro dubbio: non è che mi sto … rincoglionendo?

Wednesday, April 05, 2006

Fantascienza: Gesù non camminò sull'acqua, ma sul ghiaccio


Il Corriere online riporta questa notizia:

«Gesù camminò sul ghiaccio, non sull'acqua»
Scoperta un'insolita combinazione di condizioni atmosferiche nel Mar di Galilea.

MIAMI - In passato aveva già ipotizzato che la separazione delle acque del Mar Rosso da parte di Mosé non fosse altro che un fenomeno legato a un gioco di venti e di correnti. Adesso il paleologo della Florida Dorof Nova prova a spiegare scientificamente un altro miracolo raccontato nel Nuovo testamento, quello di Gesù che cammina sulle acque. «In realtà si trattava di ghiaccio», afferma lo studioso.
In una ricerca pubblicata nel Journal of Paleolimnology, Nof afferma di aver scoperto che una insolita combinazione di acqua e condizioni atmosferiche in quella che oggi è la parte settentrionale di Israele potrebbe aver portato alla formazione di ghiaccio nel Mar di Galilea. Studiando le temperature della superficie del Mediterraneo e i modelli statistici per esaminare le dinamiche del Mare di Galilea (oggi lago Kinneret), Nof afferma che un periodo freddo compreso tra 1.500 e 2.600 anni fa può aver portato alla formazione di lastre di ghiaccio abbastanza spesse da sorreggere un uomo, ma invisibili a distanza. (…)

Una domanda semplice semplice allo scienziato americano: ma solo Gesù seppe che c’era il ghiaccio sul Mar di Galilea? E i pescatori con le loro barche non notarono nulla? Il ghiaccio si sciolse immediatamente dopo la ‘passeggiata’ di Gesù, in modo che tutti gli spettatori potessero credere che Lui avesse camminato sull’acqua? Va bene che Dio ha un grande senso dell’umorismo, però non fino al punto da prenderci in giro. Almeno Lui no!

Fra i Verdi ci sono Briganti che dedicano poesie a Osama e ai kamikaze

Dal Foglio di ieri

Una candidata dei Verdi dedica poesie a Bin Laden e ci spiega perché il terrore è sopravvalutato

Milano. C’è una candidata dei Verdi alla Camera che scrive poesie “dedicate” a Osama bin Laden, ad Ayman al Zawahiri, ad Abu Mussab al Zarqawi, alle Brigate dei martiri di al Aqsa, a Hamas, ai guerriglieri palestinesi e “in memoria” dello sceicco Ahmad Yassin. Dolci e ispirati versi con cui Lia Briganti si augura che il jihad “divenga un esercito di pace e di carità”. Non c’è alcuna esaltazione del terrorismo, ha scritto la stessa Briganti. I suoi sono “versi composti per comunicare le sensazioni che queste azioni esemplari” le hanno suscitato. “Azioni esemplari che, al massimo, possono destare qualche preoccupazione per il crearsi di un contesto pre-insurrezionale localizzato. Niente di più”.
Lia Briganti, candidata al numero 19 della lista verde in Emilia Romagna, è una poetessa vincitrice di premi letterari, critico d’arte e insegnante di psicologia e scienze dell’educazione a San Patrignano. Le sue poesie, tra cui “un augurio di bene ad Osama bin Laden e alla Jihad islamica”, ma anche invocazioni alla guarigione di Sharon e alle vittime delle stragi, si trovano nei forum di radicali.it. Prima dei Verdi, infatti, ha militato nel Partito radicale transnazionale ed è tutt’ora iscritta all’Associazione Coscioni.
Alla Federazione dei Verdi non ne sapevano niente. Informati dal Foglio, hanno provato a limitare i danni. Una poesia, dicono, non è come una bandiera bruciata né come un coro dieci, cento, mille Nassiriyah.
Restano però senza parole, quando apprendono i titoli delle poesie. “Preghiera per i
miliziani della jihad” recita così:

“Oh miliziani,/
voi mi appariste/ in sogno,/ ed io percepii/
le cause/ della vostra veemente/ violenza:/
fiumi di lacrime/ di inconsolabili madri/,
lo sguardo vostro/ offeso/ da un confine
limitato/. Questo io compresi,/ in effluvii/ azzurrini,/
in un braccio/ alzato/ e teso/ all’orizzonte./
Possano/ le lacrime/ restituire/ il dolore/
e con esso,/ la coscienza/ del male sofferto,/
la disponibilità/ al giudizio/ degli uomini,/
al perdono/ del cuore”.

“Sono semplici artificieri”
Lia Briganti non è una fan dei kamikaze, tutt’altro. Invoca la pace, predica l’amore tra i popoli fratelli e non è nemmeno contraria alla presenza italiana in Iraq: “Io sono una cattolica praticante, ma anche una liberale – dice con tono gentile al Foglio – I miei sono testi poetici scritti a partire dal 12 settembre, in seguito alle violenze e alle reazioni sopra le righe, come quella della Fallaci. La forma poetica esprime il mio stato emotivo nei confronti della barbarie di questa guerra, che io condanno”. Le sue poesie – dice – sono inviti al dialogo che nascono dagli stessi sentimenti
di solidarietà del Papa e di Marco Pannella a favore della pace o dell’esilio di Saddam. In realtà – le fa notare il Foglio – non risulta da nessuna parte che il Vaticano e i radicali abbiano mai scritto preghiere, poesie o appelli per trattare con i terroristi.
Ma l’analisi politica della Briganti è questa: “C’è una sopravvalutazione propagandistica del terrorismo internazionale, è un fenomeno che va ridimensionato”. Secondo l’aspirante deputato, Osama & co. “non sono un pericolo per l’occidente”, sono “frange ammutinate di mujaheddin o di hezbollah, i quali sono soldati di montagna che difendono le frontiere come i nostri alpini”. Il paragone è quello che è, ma la Briganti considera “propagandistiche” e “sopravvalutate” anche le parole del presidente iraniano Ahmadinejad contro Israele.
La Verde di Cesena vede spiragli di cambiamento nel jihad, e li vorrebbe spalancare. Ogni proclama terrorista diventa richiesta di trattativa da accettare: “Bisognerebbe mettersi intorno a un tavolo”. Anche con i tagliatori di teste? “Hanno scarsità di mezzi, sono semplici artificieri. Il terrorismo è una tattica di guerra povera, mediaticamente trasformata in ontologia ideologizzante a cui dichiarare guerra totale e illimitata”.

Tuesday, April 04, 2006

Ahimé, ho in comune con Prodi e Vittorio Zucconi… l’ignoranza

Colgo un banale ma gustoso svarione di Repubblica sul confronto televisivo di ieri tra i due candidati premier.
Stamattina il quotidiano, a pagina 2, segnala che:
Prodi ha citato George Bernard Shaw, ma in realtà la frase è di Mark Twain: "La gente di solito usa le statistiche come un ubriaco i lampioni: più per sostegno che per illuminazione".

Se lo dicono quelli di Repubblica, che sono così colti, mi fido.

Poi, a pag. 6, troviamo pagella e giudizi che alcuni personaggi del mondo della cultura, dell’informazione e dell’industria hanno stilato sulla performance televisiva dei nostri eroi. Vittorio Zucconi, vecchia guardia e punta di diamante di Repubblica, dà un 6 a Berlusconi e un 7 a Prodi. Argomentando il suo voto a Mortadella, Zucconi sostiene, tra l'altro, che:
(…) come sempre, il motore da antico trattore della bassa si scalda e mostra scatti di cattiveria, come in quella trappola dell’ubriaco che tende a Berlusconi, uomo di troppo vaghe letture per sapere che era una vecchissima citazione di Bernard Shaw.

Ma come, i colleghi di Zucconi non avevano scritto qualche pagina prima che si trattava di una frase di Mark Twain?
Per quanto mi riguarda, sono anch’io 'uomo di troppo vaghe letture', per cui la frase di Prodi mi ha preso in contropiede. Infatti, non conoscevo quel 'vecchissimo' aforisma. Il bello è che non lo conoscevano neanche Prodi - l'ha usato, ma ne ha sbagliato la paternità - e Zucconi - il quale si è dato la zappa sui piedi, pur di mettere in cattiva luce Berlusconi.
Suvvia, compagni, smettetela una buona volta di fare gli spocchiosi. Con un po’ di sana umiltà sareste meno intollerabili.

Aggiornamento. Apprendo dalla blogosfera che la 'vecchissima' citazione pronunciata da Mortadella non è nemmeno di Mark Twain, bensì di uno statistico, tal Andrew Lang.
La cerchia degli ignoranti si allarga sempre di più. Ora comprende anche Repubblica. Sto Prodi fa più danni delle cavallette.

Thursday, March 23, 2006

Capezzone, il cialtrone

Ieri sera, gli spettatori di ‘Otto e mezzo’ hanno avuto un ennesimo assaggio della
pochezza di Daniele Capezzone, della Rosa nel Pugno e della coalizione di cui quest’ultima fa parte. Ospiti della puntata, oltre al segretario della Rosa nel Pugno, erano il ministro Giovanardi, un giornalista de Il Foglio ed una europarlamentare olandese.
L’argomento in discussione era l’eutanasia infantile praticata nella civile e ‘liberale’ Olanda, a fronte delle affermazioni di qualche giorno fa del Ministro Giovanardi, secondo cui quanto praticato nel paese dei tulipani verso i bambini nati con gravi malformazioni o disturbi psico-fisici è assimilabile all'eugenetica della Germania nazista. Si è trattato di una semplice provocazione da parte del ministro? Fino ad un certo punto.
Nella stessa giornata di ieri, Il Foglio di Ferrara aveva pubblicato un articolo in cui si chiariva che sono più di 600 i bambini che ogni anno vengono uccisi in Olanda per autonoma deliberazione dei medici, senza cioè il consenso dei genitori e senza l’autorizzazione della magistratura. I bambini uccisi non sono solo quelli che soffrono malattie gravi e irreversibili; sono anche bambini down o con handicap tali da condizionare pesantemente la qualità della loro vita. In particolare, un protocollo sanitario olandese stabilisce la soglia di tollerabilità del malessere fisico e psichico di un bambino, superata la quale i medici possono praticare l’eutanasia.
I dati citati dal Foglio provenivano dalle più autorevoli riviste di medicina britanniche (The Lancet, per citarne una).
Ad Otto e mezzo, Giuliano Ferrara ha sollecitato un dibattito che tenesse conto di tali dati.
Noncurante degli elementi fattuali, Capezzone si è esibito nella sua solita arietta da primo della classe che la sa più lunga degli altri, ha attaccato Giovanardi e ha affermato (non si sa in base a quali fonti) che in Olanda l’eutanasia infantile avviene nel pieno accordo di medici-genitori-giudici. Da liberale vero, ha infine cercato di impedire a Giovanardi di parlare e ci ha provato a trasformare in gazzarra la puntata. Capezzone, però, aveva fatto i conti senza l’oste. Il buon Ferrara, infatti, lo ha rimesso nei ranghi dandogli, testualmente, del “cialtrone”.
Da parte sua, l’europarlamentare olandese ha negato, come un disco rotto, la veridicità dei dati presentati in studio. Dopodiché, il nulla.
A parte l’inconsistenza delle tesi della Rosa nel Pugno e la cialtroneria di Capezzone, che cosa resta del tema discusso a Otto e mezzo? Resta che l’80% degli olandesi è favorevole all’eutanasia infantile, così come restano le parole di un medico italiano, Gilberto Corbellini, autore di un libro e militante nelle fila della Rosa nel Pugno. Secondo costui, non c’è nulla di male a ricorrere all’eugenetica. "E' solo un modo di migliorare il mondo" (citazione riportata da Ferrara).
In sintesi, l’evoluzione sociale prevista dai radicali e dalla sinistra atea e illuminata può essere riassunta in tre punti:
1. soppressione di bambini afflitti da malattie gravissime, dolorose e mortali;
2. soppressione di bambini nati con difetti psico-fisici che impediscono l’autosufficienza e una ‘degna qualità della vita’;
3. ‘scelta del colore degli occhi dei nascituri’ attraverso il ricorso alla sperimentazione sugli embrioni.
Bambini sani, belli e forti, questo è il sogno dei civilissimi e liberalissimi olandesi. Gratta gratta, è a questo che mirano certi signori in Italia e negli altri civilissimi e liberalissimi paesi europei. E sarebbe Benedetto XVI il nazista?

Tuesday, March 14, 2006

Pillole 9

Ogni giornale è una bottega in cui si vendono al pubblico parole del colore che vuole. (Balzac)

Monday, March 06, 2006

L’Islam fa le pentole ma non i coperchi

Dall’11 settembre 2001, Bin Laden e Al Qaeda alzano il tiro dell’offensiva antioccidentale. I leader politici dei paesi islamici non condannano in modo inequivocabile il terrorismo e si mostrano a dir poco ambigui. Da un lato fanno il muso duro con i terroristi, dall’altro alimentano l’ostilità verso l’Occidente nell’opinione pubblica musulmana. Da parte loro, i capi religiosi predicano la Jihad, persino nelle moschee situate su suolo europeo.
Ahmadinejad comunica al mondo di voler cancellare Israele dalla carta geografica, nega l’Olocausto, dichiara di voler acquisire l’arma nucleare. Ovviamente, queste intenzioni di un leader di un importante paese islamico mettono ancor più sulla difensiva le cancellerie occidentali.
Non contenti di essersi fatti scoprire con le mani nella marmellata, governi e capi religiosi islamici incitano il popolo bue alla reazione violenta di fronte alle vignette danesi. Mi fermo qui e vengo al dunque.
Va bene, non esiste una regia unica. Inoltre, il mondo islamico non è un monolite, però: dato che l’obiettivo dichiarato è quello di conquistare l'Occidente, gli islamici non avrebbero fatto meglio a stare buoni buoni e a lasciar lavorare la demografia e i politici di sinistra, loro alleati? Oriana Fallaci l’ha spiegato: Eurabia non sarà fatta con la violenza, ma ricorrendo ai numeri dell’immigrazione e alla collusione dei soliti noti. Senza l’11 settembre e quello che n’è seguito, gli islamici avrebbero avuto campo libero e ci avrebbero conquistato senza colpo ferire. Fortunatamente, con l’11 settembre hanno svegliato ‘il can che dormiva’.

Pillole 8

È più facile soffrire che cercare una soluzione. (Bert Hellinger)

Friday, March 03, 2006

Perché a volte temo che contro quest’Occidente gli islamici vinceranno

Stamattina mi sono venute in mente le passeggiate di qualche anno fa a Aberystwyth in Galles e poi a Londra, così come quelle più recenti a Milano e a Roma. Ho visto ragazzi coi capelli acconciati nelle forme più strane e verniciati di rosso e di blu, maschi con gli orecchini, ragazzi e ragazze coperti di tatuaggi, coppie di giovani maschi che si tenevano per mano e che si baciavano, coppie di giovani ragazze che facevano altrettanto, maschi con la gonna (a Londra), ragazze che prendevano a parolacce i propri compagni (ad Aberystwyth captai questa frase: ‘I do what I want. Talk to me like that again, and I’ll kick the shit out of you’). Ho visto cartelloni pubblicitari come questi.
Conosco dei ragazzi che vanno nei centri estetici a farsi la manicure, a farsi la lampada e a depilarsi le sopracciglia e il torace. Sento parlare di PACS e del diritto per le coppie gay di adottare dei bambini; coppie etero che fuggono come la peste l’idea del matrimonio e quella di diventare genitori; maschi ultratrentenni che parlano di volersi ancora ‘divertire’; madri che sparlano dei padri (e viceversa) ai figli, …

Di fronte a tutto questo cerco di capire dov'è la forza dell’Occidente e mi soffermo su ciò che stiamo preparando per le future generazioni.
Poi ricordo che qualche mese fa, nella moschea di Roma, mia moglie partecipò ad un incontro fra studenti universitari e alcuni capi religiosi musulmani. Rimase colpita dal fatto che un responsabile della moschea (un egiziano) introdusse agli studenti il proprio figliolo di circa 12 anni. “Permettetemi di presentarvi mio figlio”, disse con fierezza. Mia moglie mi raccontò inoltre che gli sguardi di quei due, ogni volta che si incrociavano, erano pieni di rispetto e tenerezza. “Tra i padri e i figli che ho conosciuto, raramente ho visto un'intesa simile”, concluse mia moglie.
Alla fine di tutto questo, penso: i musulmani ci faranno a pezzi.



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