Friday, July 20, 2007

Qualche domanda ai fratelli ebrei

Ieri, il Giornale ha pubblicato le parti salienti de ‘La chance d'Israele’ (reintitolato Il Rabbi preveggente sacrificato dagli integralisti), di Avraham B. Yehoshua. Si tratta di uno dei contributi dedicati a Gesù nell’ultimo numero della rivista Liberal, in uscita oggi in edicola.
Ho trovato l’articolo in questione interessante poiché, per quanto mi risulta, è esemplificativo di ciò che qualsiasi ebreo pensa del Nazareno. Proviamo a valutare la ragionevolezza di queste tesi.

L’autore inizia a parlare di Gesù dicendo: “Personaggio di grande rilievo storico, lo considero uno dei profeti o dei rabbini più famosi di Israele”. Yehoshua inserisce la predicazione di Gesù all’interno di un riforma dell’identità ebraica, vede il Nazareno come un Rabbi che ‘previde’ e si sforzò di evitare al suo popolo i pericoli mortali derivanti dallo scontro con l’autorità romana. Per lo scrittore (e per gli ebrei in senso lato), il messaggio e la vita di Gesù si sostanziano in “pietà e amore per i poveri e gli oppressi”, in “maggiore sensibilità nei confronti dei temi sociali”. Ora, ridurre la predicazione di Gesù ad una riforma interna dell’ebraismo nel senso accennato equivale ad ignorare i contenuti di quella predicazione.
Consideriamo il nocciolo degli insegnamenti di Gesù così come emergono dai Vangeli. Insieme al comandamento della carità verso il prossimo, vi troviamo l’insegnamento che nel prossimo c’è Lui stesso; che Dio ama gli uomini in tutto quello che sono e vuole tutti salvi; vi troviamo l’insegnamento per cui non possiamo arrivare al Padre se non passando da Gesù; c’è la promessa della vita eterna per chi fa la volontà di Dio; c’è la promessa della risurrezione in corpo e anima alla fine dei tempi. Inutile dire che, in quanto estranei alla mentalità ebraica, nessun uomo nato nella Palestina di allora avrebbe potuto elaborare insegnamenti e concetti di quel genere. Sulla base di questa considerazione possiamo riconoscere che Gesù diceva cose ... da ‘pazzi’!

Torniamo a Yehoshua. Dopo aver spiegato i termini dello scontro tra ebrei e romani, e una volta individuata la missione scelta da Gesù alla luce di questo scontro, l’intellettuale ebreo pone la domanda chiave: “Che bisogno aveva il Nazareno, nel quadro di una riforma interna ebraica, di autoproclamarsi Messia? Con questo proclama non si spinse troppo lontano nella sua sfida alle istituzioni religiose?”. Domanda più che opportuna! E come Yehoshua risolve la questione? Semplicemente non la risolve. Dice solo che “Gesù, novello Messia, non voleva solo cambiare o rendere più moderata l’identità ebraica - basata sulla stretta osservanza delle leggi della Torah e dei precetti - ma sovvertirla completamente, ribaltarla”. L’autore non tenta di interpretare quali fossero le intenzioni di Gesù, il suo ‘cambio di passo’. A mio parere, c’è solo una risposta, logica e implicita nel discorso di Yehoshua, che spiega il perché Gesù si fosse proclamato Messia, Salvatore, Dio: Gesù era un pazzo esaltato, oltre che un bestemmiatore in base alle leggi ebraiche. Ma se è così, perché lo scrittore definisce Gesù un grande personaggio della storia, un grande profeta e maestro? Questa stessa domanda vale anche per i mussulmani. C’è da chiedersi in che modo ebrei e mussulmani conciliano la grandezza di Gesù con l’‘insensatezza’ del suo proclamarsi Messia.

Un giudizio complessivo sulla figura di Gesù non può infatti trascurare la sua autoproclamata divinità. Nei Vangeli sono moltissime le frasi e le azioni di Gesù in cui Egli rivela di essere Dio. Furono proprio queste parole e queste azioni che lasciarono inorriditi i leaders religiosi ebraici del tempo e che fecero scattare su di lui le accuse più gravi. Facciamo qualche esempio.
1. “Prima che Abramo fosse, IO SONO” (Giovanni 8, 58). Ricordiamo che, per gli ebrei, il nome sacro e impronunciabile di Dio, il cosiddetto sacro tetragramma (JHWH), corrisponde, fra le sue varie traduzioni, alla prima persona del verbo ‘essere’. Pronunciando quella frase, Gesù avoca a se stesso nome, natura e caratteristiche divini. Si trattava chiaramente di una frase assurda e inaccettabile per un ebreo; da qui il tentativo di lapidare Gesù.
2. Più di una volta nella sua predicazione, Gesù, rivolgendosi a uomini, donne, sani e malati, afferma; “I peccati ti sono perdonati”. Nella religione ebraica, solo Dio può perdonare i peccati, e questo venne tempestivamente fatto notare a Gesù dai suoi ascoltatori.
3. I riferimenti di Gesù alla Sua persona come Via, Verità e Vita. Sono questi i riferimenti che un grande e ‘semplice’ profeta, un rabbino darebbe di se stesso?
4. Gesù si esprimeva al modo di uno che ha autorità, di uno che impartisce un proprio insegnamento (“In verità in verità vi dico”). Al riguardo, è opportuno ricordare che fu Gesù stesso ad introdurre il secondo più importante comandamento, quello della carità.
5. L'appellativo con cui Gesù si rivolge a Dio: Abbà, cioè, papà, paparino. Per la sensibilità ebraica, si tratta di un modo semplicemente inconcepibile di relazionarsi al Padre eterno. Quale profeta avrebbe potuto spingersi a tanto?

Lo ripetiamo: attenendoci alle considerazioni di Yehoshua, Gesù sarebbe uscito fuori di senno. Alla domanda, “che bisogno aveva il Nazareno di autoproclamarsi Messia?”, dovrebbe conseguire un’altra domanda: perché lo scrittore ebreo, e con lui i suoi correligionari, escludono, alla maniera dei razionalisti atei di oggi, l’unica ipotesi sensata sull’identità di Gesù, e cioè che Lui fosse veramente Dio fatto uomo? Non converrebbe prendere in considerazione questa possibilità solo per amor di ragionamento? al solo fine di rendere comprensibili le parole del Nazareno? Alla mancanza di fede nella divinità di Gesù, così come alla conseguente incapacità di mettere in discussione la propria identità religiosa (e professionale), si può sempre pensare in un secondo momento, mi pare!

Yehoshua conclude l’articolo spiegando perché gli ebrei decisero la morte di Gesù. Per renderlo innocuo, non sarebbe stato sufficiente dichiararlo fuori di testa. C’era un problema serio e nasceva dal fatto che Gesù aveva un forte séguito nella folla, fra i poveri, i semplici e i malati. La festosa accoglienza che gli venne tributata al suo ingresso in Gerusalemme, in occasione della festività della Pasqua ebraica, dimostrava che quell’uomo era molto pericoloso. La sua buona Novella, infatti, metteva in pericolo il potere delle autorità religiose di fronte al popolo. Yehoshua scrive: “Non solo le istituzioni ma anche circoli più ampi del mondo ebraico temettero che la sua comparsa (come Messia, NdR) non preannunciasse unicamente un cambiamento ma una potenziale rivoluzione”. Poi, la conclusione: “ [...] poiché gli ebrei non potevano sventare da soli la minaccia rappresentata da Gesù, si rivolsero alle autorità romane [...], perché li aiutassero a proteggere se stessi dal loro «Messia». Ed è questa l’ironia della sorte: Gesù, ebreo che cercava di evitare la sciagurata rivolta dei suoi connazionali contro il potere di Roma, fu consegnato a quel potere dai «futuri rivoltosi» e crocefisso come un sovversivo, un ribelle contro l’impero”. In altre parole, Gesù, in base alla spiegazione di Yehoshua, appare come un poveraccio, come la vittima di un paradosso storico e politico, come un ingenuo stritolato da un ingranaggio di cui ignorava i meccanismi. Poco scaltro, questo Gesù: grande conoscitore delle cose di Dio, ma molto lontano dalle cose di questo mondo, sembra suggerire lo scrittore.

Sono consapevole di aver buttato giù queste riflessioni in modo sbrigativo. La questione è molto più complessa dei termini in cui l’ha affrontata Yehoshua e del modo in cui io stesso l’ho commentata.
In chiusura, spero che nessun eventuale lettore di questo post, ebreo o meno, prenda i miei commenti come offensivi. Siamo abituati a sentire accuse di razzismo ogniqualvolta si rivolge la ben che minima osservazione critica verso gli ebrei. A scanso di equivoci, ribadisco ciò che ho scritto in altre parti, e cioè che considero gli ebrei come dei fratelli. Fatto questo però, chiarisco che farei spallucce se mi si tacciasse di antisemitismo. E questo sia perché non sono antisemita, sia perché ne ho le scatole piene della politically correctness, di questa gabbia che vuol imprigionare e uniformare i pensieri di tutti. Preferisco pormi e porre domande, lasciando che siano il confronto, la riflessione e la preghiera ad aiutarmi a trovare qualche risposta.

Thursday, July 19, 2007

Preti pedofili, un affare d’oro per avvocati e assicurazioni

La transazione per l’astronomica cifra di 660 milioni di dollari che ha chiuso una serie di cause civili contro l’Arcidiocesi di Los Angeles per casi di veri o presunti abusi sessuali compiuti da sacerdoti contro minorenni merita qualche commento che parta da una conoscenza realistica del sistema legale americano. È anzitutto ipocrita parlare di 660 milioni versati «alle vittime».
Una parte cospicua della somma è destinata a coprire le spese legali. Inoltre, la maggioranza delle persone che ha agito contro l’Arcidiocesi ha sottoscritto con i propri studi legali - di solito sempre gli stessi, ormai specializzati in questo tipo di cause - patti di quota lite (contingency), cioè accordi in virtù dei quali gli avvocati non si fanno pagare per rappresentare i clienti, ma intascano poi in caso di transazione o di successo una percentuale importante (spesso il 50 per cento) di quanto al cliente spetta a titolo di risarcimento. I patti di quota lite - che il decreto Bersani ha introdotto anche in Italia, e contro i quali hanno a lungo protestato gli Ordini degli avvocati - sono per definizione segreti e si prestano a evidenti abusi. Ma è pressoché certo che almeno la metà, e forse ben di più, dei famosi 660 milioni sono finiti non alle vittime ma nelle casse di un piccolo numero di voraci avvocati.
È anche vero che le decisioni sulle transazioni in casi di richieste di risarcimento per abusi sessuali sono ormai prese non dalle istituzioni religiose attaccate ma dalle compagnie di assicurazione. Queste ultime assicurano le istituzioni religiose contro il rischio di pagare danni per casi di abuso sessuale anche verificatisi molti anni prima della stipula della polizza. Le assicurazioni pagano una parte consistente di questi risarcimenti, ma gestiscono le transazioni e qualche volta preferiscono pagare senza discutere per poi alzare i premi, già tutt’altro che modesti, che ormai tutte le organizzazioni religiose, scolastiche e sportive degli Stati Uniti pagano per assicurarsi contro il rischio di catastrofi economiche che seguono accuse di abusi sessuali.
Lo schema - illustrato in una serie di studi del sociologo Philip Jenkins - vede dunque in campo due attori principali che restano poco noti al pubblico: le società di assicurazione, che pagano una buona parte dei risarcimenti (e si rifanno alzando i premi) e gli studi legali specializzati, che incassano il grosso delle somme. Né le une né gli altri sono particolarmente interessati all’accertamento della verità. Per questo, le somme astronomiche di cui si parla - e si parlerà ancora, perché il caso di Boston su cui si sta ancora trattando non è molto più piccolo di quello di Los Angeles - in realtà ci dicono poco sulla questione dei preti pedofili, anche se sono utili a chi vuole attaccare la Chiesa con titoli sensazionali. La realtà rimane quella descritta dal rapporto del John Jay College del 2004, il più autorevole studio sul tema. In cinquantadue anni i preti americani accusati di pedofilia sono stati 958, quelli che hanno subito una condanna penale 53. Troppi: anche un solo prete pedofilo è uno di troppo, e basta a giustificare la linea di tolleranza zero di Papa Benedetto XVI sul punto e le scuse del cardinale Mahony. Ma i dati veri sono questi.

(di Massimo Introvigne, il Giornale, 19 luglio 2007)

Tuesday, July 17, 2007

Fumare

Perché si fa tanta fatica a smettere di fumare? È solo perché l’assunzione di nicotina crea dipendenza, alla maniera di tutte le droghe? No, non solo. A ben guardare, c’è un altro motivo: fumare è un piacere, e ai piaceri è dura dire di no. Qualche giorno fa, su il Giornale, Filippo Facci evidenziava questa semplice verità con riferimento alle sostanze stupefacenti; da parte mia, la sottolineo anche per quanto riguarda le sigarette. La questione, al fondo, sta tutta qui: la nicotina dà certamente dipendenza, ma senza il piacere derivante dall’inalazione del fumo e dalla gestualità collegata alla sigaretta, ci si libererebbe dal vizio con molto meno sforzo.
Bene, da questa premessa, si sarà capito che fumare non è cosa estranea a chi scrive. E proprio perché non lo è, ho messo mano a questo post con una punta di fierezza, di autocompiacimento. Infatti, fra pochi giorni saranno 7 mesi che non tocco una sigaretta. “Ma senti senti che notizia!”, potrebbe dire qualcuno, “C’è quasi da commuoversi!”. Lo capisco, è faccenda privata, ma per uno che ha iniziato a fumare a 14 anni, che ha continuato per i successivi 25, raggiungendo negli ultimi tempi la rispettabile quota di un pacchetto e mezzo di Camel al giorno, si tratta di un risultato notevole.
Sono fiero di non essere ricorso ad alcun farmaco di sostegno. Non che ci sia nulla di criticabile nel far uso di cerotti, spray, pillole o altre diavolerie per aiutarsi a perdere il vizio, ci mancherebbe! Cionondimeno, smettere in modo, diciamo così, ‘nudo e crudo’ ha dato un sapore tutto particolare a quella che è stata un’autentica impresa.
Non sono e non mi reputo definitivamente libero dal tabagismo. Anzi. Nelle mie fantasie mi vedo mentre accendo e fumo 3 sigarette nello stesso momento. La battaglia è appena iniziata. Un amico mi ha detto che ancora lo assale il desiderio di fare qualche tirata. E sono vent’anni che ha smesso!
Le esperienze e i fallimenti di tanti ex fumatori insegnano che, quando si volta pagina, non bisogna mai abbassare la guardia: fuma anche una sola sigaretta e, zac, ricominci come e più di prima. Il rischio sempre incombente di ricadere nel vizio, vanificando tempo e sacrifici per un momento di debolezza, mi fa spesso maledire il giorno in cui accesi la mia prima sigaretta.
Si dice che il dolore rende saggi e unisce gli uomini. Fatte le dovute proporzioni, comprendo sempre più la tragedia di quei poveracci che finiscono nel tunnel della droga: se io ho incontrato tante difficoltà solo per smettere di fumare sigarette, che cosa mai deve essere liberarsi dalla tossicodipendenza vera e propria? Fumare (o drogarsi) sarà pure un piacere, ma, sia che ci si abbandoni al vizio sia che si cerchi di uscirne, che prezzo si paga!
In conclusione, non mi resta che da vedere come va a finire questa storia! Nel frattempo, mi do coraggio pensando che se sono stato capace di arrivare sin qui dopo 25 anni di onorata vita da fumatore, posso anche mettere ordine in altre faccenducole che mi trascino da tempo. E Dio sa se ci sono cose da fare!

Monday, July 16, 2007

La Chiesa di Gesù sussiste nel cattolicesimo

Una scelta lineare nella tradizione del Magistero
Vittorio Messori
Corriere della Sera, 11 luglio 2007

Anche se qualche giornalista va sfruculiando esponenti di comunità non cattoliche eccitandoli alla polemica, è difficile trovare elementi di novità o addirittura di scandalo nelle quindici paginette. Sono quelle del documento della Congregazione per la fede intitolato “Risposte ai quesiti riguardanti alcuni aspetti circa la dottrina sulla Chiesa”.
Già sette anni fa, in un altro documento ben altrimenti corposo, la Dominus Jesus, le stesse cose erano state ribadite. Ribadite, dico, in quanto neppure allora si trattava di novità, bensì di insegnamenti costanti del Magistero, riuniti un solo testo all’insegna del repetita juvant.
Nel documento attuale si punta la lente, ingrandendola, su un’espressione usata dal Vaticano II e sulla quale si sono versati fiumi di inchiostro. Nella Costituzione conciliare Lumen Gentium, cioè, si afferma che la vera Chiesa che Cristo ha fondato «subsistit in Catholica Ecclesia». I Padri del Vaticano II, dunque, non hanno usato il verbo est, è, ma hanno preferito quel “sussiste” che molti teologi hanno letto come una attenuazione delle pretese romane, quasi che la vera Chiesa voluta da Gesù “sussistesse” anche in altre comunità. E’ una interpretazione che è stata più volte respinta dal Magistero e che ora viene riaffrontata con ampiezza. Quel verbo, si dice, è stato scelto non per diminuire l’unicità della Catholica ma per ribadire che elementi di verità possono sopravvivere altrove, restando però chiaro che la pienezza della verità e dell’efficacia del Cristo vivono nella gerarchia che ha il Romano Pontefice al vertice. Una spiegazione classica ma che meritava di essere ribadita, visto che qualche teologo su quel subsistit aveva costruito castelli “ecumenici” che ora vengono dichiarati di carta. Un déja vu anche nella distinzione tra le antiche comunità orientali che hanno diritto, pur se separate da Roma, ad essere dette “chiese”, perché hanno conservato la successione apostolica (e, dunque, il sacerdozio, l’eucaristia e gli altri sacramenti) e i gruppi non solo scismatici ma eretici nati dalla Riforma protestante, che possono essere indicate solo come “comunità cristiane”.
Un documento, insomma, che è solo un altro tassello della strategia ratzingeriana di sempre: ammonire che il Vaticano II non è stato una rottura con la tradizione ma uno sviluppo e un approfondimento di una fede che è rimasta la stessa, una fede che non conosce distinzioni tra“pre” e “post-conciliare”.

Friday, July 13, 2007

Eucaristia

In genere non riporto articoli che trattano di questioni di fede cattolica. Mi rifaccio all’insegnamento di Gesù di “non dare le perle ai porci”. Questa volta faccio un’eccezione, in ragione dell’importanza dell’argomento, nonché del modo in cui l’autore l’ha trattato.

Un giovane sacerdote della Congregazione dei Legionari di Cristo mi ha chiesto, con buona dose di incoscienza, di tenere una meditazione sulla SS. Eucaristia durante un'ora di adorazione. Con incoscienza pari alla sua, ho accettato di balbettare qualcosa davanti al SS Sacramento esposto, offrendo qualche pensiero su un Mistero che trascende le nostre povere capacità di raziocinio.
Mi sono preparato andando a spulciare testi sicuri da cui trarre le cose che avrei dovuto dire. La scelta è caduta sul Catechismo di san Pio X (nessun equivoco: va benissimo anche il Catechismo della Chiesa cattolica del 1992, ma io ho studiato su quello di Papa Sarto e mi è venuto spontaneo utilizzarlo) e su un classico, Teologia della perfezione cristiana, del Royo Marin.
Più di una volta, non mi vergogno di dirlo, leggendo cosa vi era scritto m'è sembrato di provare qualcosa di simile a vertigini. Troppo grandi, belle e profonde le verità della fede cattolica. Ad un'anima poco o niente allenata alle vette della mistica, come, purtroppo, è quella del sottoscritto, il loro effetto può paragonarsi a quello di una bevanda inebriante, l'anima non potendo assaporarle senza rimanerne in qualche modo come stordita.
Esagero? Giudicate voi. Ma leggete senza fretta e concentratevi sul significato delle parole.
Primo pensiero, tratto dal Catechismo di san Pio X: "Nell'Eucaristia c'è lo stesso Gesù Cristo che è in cielo, e che nacque in terra da Maria Vergine». Fermatevi un momento a pensare. C'è scritto: «... lo stesso Gesù Cristo che...». Capito? Lo stesso Figlio di Dio che hanno visto gli Apostoli, che ha fatto i miracoli, che è morto e risorto, che ora è in Cielo ma duemila anni fa camminava in Palestina. Lo stesso! E mentre io parlavo, Lui era lì, a un paio di metri da me! Come stava accanto a Pietro, Giacomo, Giovanni e agli altri. Mistero grande, impenetrabile, ma vero!
Secondo pensiero, tratto dal Royo Marin: «La comunione mette a nostra disposizione tutti i tesori di santità, di sapienza e di scienza racchiusi in Gesù Cristo. L'anima riceve nella comunione un tesoro rigorosamente infinito che le viene dato in proprietà». Anche qui, una pausa. Da sottolineare quel che è scritto: «tutta la santità, tutta la sapienza e tutta la scienza di Dio» ci viene data in proprietà quando riceviamo degnamente la Particola consacrata. Ce ne rendiamo conto? La sapienza di Dio diventa «mia», la scienza di Dio è «mia», e così la sua santità. Certo, ho spiegato agli amici costretti dal Legionario ad ascoltarmi che non realizziamo i frutti di questo dono perché la nostra anima, schiacciata dal peso del peccato, della miseria e della viltà è troppo piccola per contenere tutta - dico: tutta! - la scienza, la sapienza e la santità di Dio, ma resta il fatto - stupefacente - che Gesù Cristo le mette a nostra disposizione. Tutte!
Un ultimo pensiero, sempre dal Royo Marin. L'Eucaristia è «alimento della nostra anima». Ma, attenti bene: a differenza dell'alimento materiale, che una volta ingerito noi assimiliamo, con l'Eucaristia accade il contrario: noi «ci nutriamo» di Cristo, è vero, ma è Lui che «ci assimila» a Se stesso, divinizzandoci e trasformandoci in Lui. Cioè, a poco a poco (perché d'un botto non ne siamo capaci) ci rende simili - simili! - a Lui!
Non ce n'è abbastanza da sbalordire? Chi altri, se non Dio stesso, poteva pensare simili altezze dottrinali e rivelarcele?
I santi avevano compreso queste verità meglio di noi e le vivevano. Avete presente quella celeberrima foto che ritrae il volto di Padre Pio da Pietrelcina mentre il frate tiene tra le mani la SS Eucaristia? Fate attenzione al suo sguardo. Guardate quegli occhi. Non sono "normali", non sono come i nostri quando partecipiamo alla Messa, ma rivelano che il fraticello stigmatizzato aveva capito Chi teneva tra le mani. Ecco, per l'estate nella quale leggerete questo editoriale, il mio augurio, che si fa preghiera, è che io e tutti voi, cari amici del Timone, possiamo sempre più comprendere e vivere questa strabiliante verità della Eucaristia.

(Gianpaolo Barra, Il Timone, luglio 2007, n.65, pag. 3)

Thursday, July 12, 2007

‘The Messenger’. Gabriel Allon is back

My wife is in Rome today. This morning she was browsing in a bookshop at Termini Railway Station when she noticed it on a shelf. She gave me a call and said: “Listen, I do not remember the titles you were looking for. All the same, there is just one of them here, ‘The Messenger’. What do you want me to do?”

I got it at last! And you? Do not miss the latest novel by Daniel Silva, starring the Israeli art restorer and secret agent Gabriel Allon.

Wednesday, July 11, 2007

Giuliano Amato e la violenza maschile sulle donne

Due cosette sulle affermazioni di Giuliano Amato a proposito dei maschi che picchiano le donne.
1. Se dipendesse da me, alle femministe radicali (vedi qui), una legnata quotidiana sul groppone la darei. Una sana legnata maschilista e patriarcale. Se poi una legnata quotidiana non bastasse a schiarir le idee a quelle birbantelle, si può far loro un dono: una seconda legnata!
2. Amato sostiene: “Dobbiamo evitare di imputare a Dio, il Dio dei cristiani e dei musulmani, che in realtà è lo stesso, ciò che è da imputare invece agli uomini”. È proprio sicuro il ministro che il Dio cristiano e quello musulmano sono uguali? Ma sicuro, sicuro, sicuro? Sicuro come la legnata che merita la femminista radicale di cui sopra?

Tuesday, July 10, 2007

La mia morte guardando fuori dal finestrino

Stamattina, guardavo dal finestrino del treno che mi portava al lavoro. Le immagini scorrevano veloci e, per chissà quale bizzarra associazione di idee, il pensiero è andato a quello che direbbero di me, se morissi oggi, coloro che mi hanno voluto bene.
Suggerimento che ho letto da qualche parte: “Decidi cosa vuoi che si scriva sulla tua tomba e spendi la vita a realizzarlo”.

Friday, July 06, 2007

La fede spiegata a un figlio

Ci fu un tempo in cui il cristianesimo fu come l’Islam, che non a caso ha settecento anni in meno. Un tempo, cioè , in cui la fede era un bene, alla pari di quelli mobili ed immobili, da trasmettere come per testamento. Si “credeva“, senza problemi, come avevano fatto genitori, nonni, bisnonni. Da tempo non è più così; ed è, probabilmente, un bene. La fede, in effetti, prima che una dottrina, un modo di vivere, un complesso di riti, è un incontro con Gesù stesso, è una “scommessa“ sul mistero di quell’Uomo, è una decisione di viverne l’amicizia. Cose, tutte, che esigono una dimensione personale e un clima libero. Dunque, ogni generazione che si affaccia alla vita deve ricominciare da capo, convincersi che anche per essa c’è qualcosa di importante (e di ragionevole) in quei quattro libricini chiamati “buona notizia“, vangelo.
Da qui, compiti e ruoli difficili per i genitori cattolici ai quali, un tempo, non occorrevano complesse spiegazioni, bastava dare ai figli il buon esempio concreto. L’adeguamento cioè – nella vita quotidiana – ai precetti evangelici così come erano proposti dalla Chiesa. Ma questa pure suscita nelle nuove generazioni una folla di domande perplesse se non diffidenti, alla pari del Fondatore cui dice di ispirarsi. C’è bisogno, anche qui, di una convinzione personale, peraltro sempre più difficile, essendo diventati i cristiani una minoranza, almeno culturale, e battendo il mondo vie ben diverse, che sembrano più credibili e affascinanti. Le attuali liste di best seller editoriali impressionano, per i primi posti occupati da libri che attaccano frontalmente la fede, almeno così com’è proposta dalla Chiesa.
Ma non per questo il cattolico superstite si arrende: ciò che conforta chi conosca la storia della Chiesa, è la capacità di reazione dei suoi figli, quando sia necessario un colpo di reni. Se preti, frati, suore, consacrati in genere, latitano o sono inadeguati, ecco farsi sotto i laici. In questo caso, i genitori credenti che si ingegnano a trovare risposte convincenti per i loro figli e a far parte ad altre famiglie della loro esperienza. Sono spesso giornalisti, dunque specialisti nel cercare di capire e di divulgare. Così, tempo fa, Michele Brambilla, ora vicedirettore de il Giornale, ha pubblicato per la Piemme – con un successo significativo – un Gesù spiegato a mio figlio. Ecco ora, presso la stessa editrice, La fede spiegata a mio figlio di Davide Perillo (pp. 173, € 11,50), firma nota ai lettori del Corriere della Sera, che amplia il campo arato da Brambilla: dal Cristo a tutta la dimensione di fede. Sono cinquanta domande che non si sottraggono ad alcun problema (dalla Madonna all’inferno, dalla Trinità al papa, dall’Islam ai miracoli), dando risposte oneste e non divaganti agli interrogativi radicali di bambini ed adolescenti. Un “catechismo familiare“, insomma, dichiaratamente senza pretese ma, in realtà, sorprendente per la conoscenza dei temi e per la capacità di presentarli in modo semplice e ragionevole. L’esortazione di papa Ratzinger a unire fede e ragione è presa sul serio in queste pagine, dove il Credo è proposto in modi affettuosi e sorridenti, ma al contempo fondati e convincenti. Stretto e continuo, poi, il collegamento non solo con la Tradizione ma anche con la Scrittura, ampiamente citata in appositi inserti.
É uno strumento, questo che, prima che ai figli, farà un gran bene ai genitori che se ne serviranno come traccia. Dubitiamo, infatti, che il “praticante medio“ abbia sulla fede della sua Chiesa l’informazione chiara, precisa, concreta di questo “papà Davide” che non parla per sentito dire ma, pur ancor giovane, sperimenta già su tre figli queste sue ragioni per prendere sul serio il Nazareno.

di Vittorio Messori
Corriere della Sera Magazine, 7 giugno 2007

Thursday, July 05, 2007

Normalità e anticonformismo

È amarissima la constatazione di Michele Brambilla in ‘Fiorani ha ragione, i cafoni siamo noi’ su il Giornale di oggi. Pensando ai giovani, vere vittime di tanta confusione, mi sono ricordato il consiglio del filosofo cattolico Jean Guitton: “Se, davanti a una cattiva azione, senti dire: «Tanto lo fanno tutti», rispondi: «Io non lo faccio». Perché, non dimenticarlo, il coraggio di uno solo basta per molti”. Questo sì che è vero anticonformismo!

Wednesday, July 04, 2007

Femminismo, Islam ... e lobby gay

Su segnalazione di Passaggioalbosco e di Filo a piombo, metto anch’io in evidenza lo stupendo articolo di Guglielmo Piombini [Enclave. Rivista libertaria, n. 36, giugno 2007]. La crisi del maschile, la femminilizzazione della società occidentale e la forza dell'Islam non sono argomenti nuovi in questo blog, dove si sono tratte conclusioni similari.
Dato che l’articolo di cui si tratta è lungo - ma si legge con facilità -, mi limito a due brevissime osservazioni.
La prima, molto banale, riguarda un dubbio che mi porto ormai da tempo: siamo proprio sicuri che i poveri, gli sventurati dell’umanità si trovino solo nei paesi del Terzo Mondo? A me sembra che, fatte le opportune distinzioni, aver perso l’identità individuale e collettiva non sia meno grave che vivere sotto regimi dittatoriali e morire di inedia e malattie.
La seconda è una digressione sul tema sviluppato da Piombini. Aggiungerei infatti alla sua analisi sulle responsabilità del femminismo radicale una rapida occhiata ad un altro fenomeno, quello delle rivendicazioni omosessuali. Ricordo di aver letto da qualche parte che le rivendicazioni sociali più pressanti della lobby gay sono portate avanti non da uomini, come generalmente si pensa, ma da donne. Quell’informazione, forse, trova conferma e fondamento nello scenario delineato da Piombini: non sorprende così che siano le lesbiche a premere per la legalizzazione dei matrimoni omo, per l’adozione dei figli e per la fecondazione assistita. Paradossale è poi che gli omosessuali maschi si espongano pubblicamente, credendo di avanzare propri bisogni. Poveracci, ingannati da tutte le parti!

Tuesday, July 03, 2007

Sergio Romano su Israele, passando per (Messori e) Cammilleri

Ho sempre guardato con grande simpatia e ammirazione il popolo ebraico e ho sempre considerato con grande diffidenza le critiche rivolte a Israele, da qualunque parte venissero. Da un po’, leggendo autori come Vittorio Messori e Rino Cammilleri, guardo le questioni riguardanti i nostri fratelli ebrei (e non solo queste) in modo meno fazioso. Preciso che non c’è alcuna ostilità verso gli ebrei da parte dei due scrittori cattolici, anzi. Si tratta semplicemente di dare a ciascuno il suo. Non si fa mai un buon servizio a qualunque causa se si esita a riconoscere anche ciò che non piace. Qualche giorno fa, il Giornale ha riportato degli estratti di un articolo su Israele scritto da Sergio Romano per la rivista Aspenia. A sua volta, Rino Cammilleri ha ripreso nel suo sito i passaggi salienti di quell’articolo. In altri tempi, da perfetto ignorante, avrei semplicemente storto il naso, bofonchiato qualcosa e tirato diritto di fronte alle opinioni di Romano e Cammilleri. Oggi, non più.
Sul numero del luglio 2007 della rivista «Aspenia», dedicato alla situazione di Israele, l’ex ambasciatore Sergio Romano riserva, nel suo articolo, alcuni passaggi alla diaspora, cioè agli ebrei residenti fuori da Israele.

Nota Romano che essa, di fronte agli attuali problemi di Israele, ha adottato un singolare atteggiamento: «Ha delegato la propria rappresentanza a una nomenklatura che considera antisemita ogni critica indirizzata alla politica israeliana e pretende la redazione di una nuova storia europea del Novecento, scritta alla luce di un solo criterio: l’atteggiamento verso gli ebrei dei governi, degli uomini politici, degli intellettuali. Soggetti a queste pressioni, i governi europei hanno proclamato “giorni della memoria” dedicati alla commemorazione del genocidio ebraico, hanno costruito memoriali, hanno aperto musei della Shoah e hanno approvato leggi che puniscono con il carcere il diniego del genocidio».

Ancora: «Il maggior bersaglio di questa nomenklatura, da qualche anno, è la Chiesa di Pio XII».
Non che non ce ne fossimo accorti, certo. Ma ci rende pensosi l’indubbia efficacia di «queste pressioni». E ci chiediamo perché ce l’abbiano tanto con Pio XII.

Di più non diciamo, perché ha ragione Romano: «Chi ha sollevato il problema dell’influenza esercitata da questa nomenklatura è stato spesso bersaglio di critiche acrimoniose».
Nella migliore delle ipotesi.

Thursday, June 28, 2007

«Così si diffama un cardinale»

V’interessa sapere come si monta un presunto scandalo sessuale che coinvolga la Chiesa, una di quelle storiacce di pedofilia che mandano in brodo di giuggiole Michele Santoro? Seguitemi, e ve lo spiego. Il 25 marzo intervisto su questo giornale Bruno Zanin, l’attore che interpretò Titta Biondi nell’Amarcord di Federico Fellini. Una persona seria, mite, con una storia personale sconvolgente. Lontano 400 chilometri da casa, in un seminario del Piemonte dove i suoi, contadini veneti poverissimi, l’avevano mandato a frequentare la terza media, fu violentato da un prete, un missionario di ritorno dal Sudamerica per un periodo di convalescenza. Una storia vera – questa – drammaticamente vera: di recente ho rintracciato il nome del sacerdote pedofilo, che era stato a sua volta stuprato da bambino. S’è suicidato nel 1989 in Venezuela, forse schiacciato dal peso dei suoi peccati. Una morte in qualche modo evangelica: «Chi scandalizza uno di questi piccoli che credono, è meglio per lui che gli si metta una macina da asino al collo e venga gettato nel mare» (Marco 9, 42). Se l’era messa da solo, la macina. L’ho comunicato io a Zanin, che ha dimostrato una compostezza esemplare, «forse perché per me quel tale prete era già morto, l’ho ucciso dentro di me migliaia di volte e altrettante volte ho provato una gran pena per lui, sempre in bilico, sempre combattuto...».

L’intervista con l’ex attore era stata linkata in parecchi siti Internet, insomma ha fatto il giro del mondo. E così mi è giunta da Regina, città del Canada, 180.000 abitanti, una mail firmata con tanto di nome e cognome. Me l’ha scritta un signore che, dopo aver letto Il Giornale in Rete, aveva chiesto a una cugina di spedirgli dall’Italia il libro autobiografico di Zanin, Nessuno dovrà saperlo. «Sono italo-canadese (mezzo veronese, un quarto udinese, un quarto padovano)», si presentava, «mi scuso per italiano così scolastico, ma io sono nato qui e a parte tre anni studente in teologia a Roma (Collegio Capranica) faccio mio meglio per praticare la buona lingua di Dante». Dopodiché mi spiegava che avrebbe «comprato all’istante un fucile per andare a Roma in Vaticano e uccidere un alto prelato che anche a me ha rovinato la vita come a Bruno Zanin». Ed entrava nei dettagli: «L’altissimo uomo della Curia vaticana mi ha abusato per tre anni come se io fossi una sua creatura di piacere e basta. Ero il più bravo e diligente studente di latino, greco, teologia, esegesi e a 15 anni appena arrivato da seminario di Toronto quel prete che era semplicemente vicedirettore mi ha sedotto e portato ad esaudire ipso facto ogni piccolo capriccio e fantasia sessuale che gli passava per la testa. Oggi sono in cura coatta psichiatrica perché maniaco sessuale-predatore con tendenze verso adolescenti maschi». Da pelle d’oca.

Senonché più avanti nel racconto gli erano sfuggite (sfuggite?) le iniziali di questo cardinale che «se la spassa agli alti vertici della politica vaticana, certamente del mio malessere, del mio naufragare io credo non gli frega niente». Mi sono messo a indagare e, con mia grande sorpresa, ho scoperto che uno solo, fra i 183 cardinali del Sacro collegio, ha quelle iniziali. Anche invertendo l’ordine di nome e cognome, non c’era possibilità di equivoco. La circostanza mi ha arrecato un qualche turbamento: si tratta di uno dei più stretti collaboratori di Papa Ratzinger. Ma c’è voluto poco per accorgermi che la biografia di questo cardinale era assolutamente incompatibile con una sua presenza all’Almo Collegio Capranica negli anni in questione.

L’ho fatto presente al mio corrispondente canadese, chiedendogli ragione di questa clamorosa discrepanza. Mi ha subito risposto: «Sono qui a correggere un errore di trascrissione di data, non era 63/67 ma il 73/76, sono lievemente dislessico. Ed è esatto il nome del prelato, era mio professore (...) All’Almo Collegio aveva una sua stanza messa a disposizione dal Cardinale Protettore perché faceva anche a lui da collaboratore-segretario (...) Perché Dio vede e tollera queste abberazioni?». Non che il cambio di date mutasse qualcosa: nel curriculum del cardinale non v’era traccia di questo incarico. Pur perplesso per la disinvolta correzione di tiro (ma come, dici che ti violentava e non ti ricordi in che anno?), gli ho risposto: «Cercherò di saperne di più. Magari è questo che Dio, il quale vede ma non tollera, s’aspetta da un giornalista».

Non l’avessi mai fatto! «Lei crede forse che sono milantatore?», ha replicato stizzito l’italo-canadese. Evidentemente s’aspettava che prendessi per oro colato il suo racconto, e magari che glielo pubblicassi incorniciato in prima pagina, sotto la testatina «La storia», come usa oggidì nei giornali. Mi ha intimato: «Guardi qui sotto, ne avrà conferma, la regola è non dare scandalo, non farsi scoprire, non rendere pubblico il proprio privato». Conferma? Seguiva il link di un sito Web avente per suffisso «tk», che sta per Tokelau, arcipelago corallino di 1.500 abitanti in mezzo al Pacifico, nella Polinesia, vicino alle isole Samoa. Accidenti, o tutti i preti sporcaccioni del mondo si sono rifugiati lì, beati loro, oppure la fantasia del diavolo davvero non ha confini, mi sono detto.

Ho cliccato sull’indirizzo con comprensibile riluttanza. Mi sono uscite in rapida sequenza tre finestre di Explorer con annunci senza capo né coda, il primo dei quali era: «Laudetur Iesus Christus... et Prudentia. Venerabilis è moderato... is moderated... est modéré» e l’ultimo: «La Fraternità sacerdotale Venerabilis non condivide la cultura gay attuale diffusa dai tanti gruppi gay e dai mass-media ostili alla Chiesa Cattolica Romana. La Fraternità Venerabilis sarà sempre PER e CON la Chiesa Cattolica Romana e dalla parte del Vicario di Cristo in Terra, Sua Santità Benedetto XVI. Diciamo NO alla strumentalizzazione e alla ricuperazione dei sacerdoti gay dal lobbying gay e dalle logge massoniche». Roba da legge 180. Vi risparmio la descrizione dell’immondizia che ho trovato dentro il sito. Ce n’era per l’intera gerarchia vaticana, fino all’ultimo dei cerimonieri pontifici, e con tanto di foto. Niente male per un sito moderato, moderated, modéré.

Nella home page faceva bella mostra una foto del Pontefice con l’esortazione «Orate pro eo!». L’orologio scandiva l’ora di «Vatican City» e sotto c’era persino la bandiera giallobianca, sormontata dalle chiavi di Pietro, che garriva al vento. Il tutto per la gioia di Eoliano, «sacerdote molto dotato» che cercava «seminaristi estimmatotori esperti», di Mik che si accontentava di «prete o sacerdote maturo in Calabria» (evidentemente pensa che si tratti di due figure diverse: le vuol provare proprio tutte) e altri squinternati del genere.

Per concludere, martedì scorso ne ho finalmente saputo di più sull’illustre porporato che avrebbe traviato seminaristi in anni lontani: mai avuto niente a che fare con l’Almo Collegio Capranica. Il quale nel 2007 può dunque celebrare in serenità il 550° di fondazione preservando intatta la propria reputazione. Nell’albo d’oro del Capranica, dove studiarono Benedetto XV e Pio XII, il nome del cardinale ingiustamente diffamato non figura né come allievo, né come insegnante, né come convittore, né come collaboratore-segretario. Accertato senz’ombra di dubbio.

Per cui il «maniaco sessuale-predatore» sarà anche dislessico, ma le bugie riesce a scriverle benone. Se impara anche a raccontarle davanti a una telecamera, una comparsata ad Annozero non gliela negheranno di sicuro.

(Stefano Lorenzetto, il Giornale, 23 giugno 2007)

Monday, June 25, 2007

Pillola 15

A una teoria si può rispondere con un'altra teoria. Ma chi potrà mai confutare una vita? (Evagrio Pontico, monaco del IV secolo)

Maria

Una delle Sue tante raffigurazioni che trovo semplicemente stupenda. E' stata scelta come copertina di 'Ipotesi su Maria' di Vittorio Messori. Ovviamente nell'edizione spagnola.

Wednesday, June 20, 2007

Egemonia culturale

Rino Cammilleri, nel suo sito, osserva:

Volete sapere cos’è una egemonia culturale? Un esempio sarà meglio di cento discorsi. Ricordate il rapimento delle due Simone, della Sgrena, di Mastrogioacomo? E come potreste non ricordare, visto il battage quotidiano - che dico? - a cadenza oraria con cui i tiggì ci tenevano col fiato sospeso?
Viste le prime pagine, tutti i giorni, i porta-a-porta, i talkshow, le gigantografie sul Campidoglio, le dichiarazioni preoccupate dei big e dei leader, le manifestazioni e i cortei? Viste le accoglienze trionfali, in diretta, coi ministri alla scaletta dell’aereo?
Riscatti miliardari, funzionari uccisi, incidenti diplomatici, nulla ci fu risparmiato. Invece, per padre Bossi, il missionario rapito dai guerriglieri islamici nelle Filippine, silenzio.
E’ chiaro adesso cos’è un’egemonia culturale?

Thursday, June 07, 2007

Rimedio sudamericano alle preoccupazioni



Si tiene remedio, ¿porque te preoccupe? Y si no tiene remedio, ¿porque te preoccupe?

Tuesday, June 05, 2007

Mia madre, la pioggia e la verità

Mia madre mi ha sempre ripetuto questo detto popolare: "l'acqua che non è ancora caduta sta in cielo". Ci sono altri modi per esprimere lo stesso concetto, ma a me sovviene solo quello che mi ha insegnato lei. Adesso lo uso anch'io e scopro ogni volta di più che è proprio ciò che accade.

Saturday, May 26, 2007

Julien Green, spunti di riflessioni da un convertito

[…] Julien Green si convertì al cattolicesimo a 16 anni, ma il suo ardore di neofita restò scandalizzato dalla grigia routine dei cattolici abitudinari. Dunque, a 24 anni scrisse un Pamphlet contre les catholiques de France e se ne andò dalla Chiesa, sbattendo la porta. Ritornerà, e definitivamente, a 39 anni. Ecco una breve scelta da quel Pamphlet contro di noi, “cristiani della domenica”: c’è, qui, qualcosa che può indurci ancora a riflessioni salutari, pur nell’estremismo talora irritante, esagerato, del convertito. Giudicate voi.

«Diffido di coloro che non hanno mai provato difficoltà a credere. Forse è perché non hanno ben capito di che cosa si tratta.»

«Ho paura che certa predicazione ci inganni. Le parole più terribili di tutta la Bibbia sono pronunciate proprio da quel Gesù che ci presentate come così indulgente e bonario. Non è il Padre, nell’Antico Testamento, che ha detto: “Via di qui, maledetti, nel fuoco eterno!”. Si ha più ragione di tremare dopo aver letto il Nuovo che l’Antico Testamento. Qui, il Padre discute con gli uomini, talvolta si pente dei castighi che ha inflitto loro; il Figlio parla invece di peccati che non saranno perdonati, di inferno eterno, di fuoco che mai si estingue.»

«Gesù ci assicura che noi possiamo offendere, e in modo irreparabile, il Cielo. Come concepire che un essere inferiorissimo possa ferire l’Essere infinito? Per offendere il Cielo, bisognerebbe che fossimo suoi eguali. Si direbbe che il peccato ci alzi, nel momento stesso in cui ci abbassa. Se l’uomo fosse meno grande agli occhi di Dio, basterebbe (e sarebbe già enorme) il purgatorio. Dunque, l’inferno è la prova della nostra nobiltà. Sei fatto per gioire eternamente o per patire eternamente: sei dunque trattato, più che da principe, da Dio tu stesso.»

«Non sappiamo quale diga abbattiamo con il peccato, che non vive isolato, è legato a tutto. Peccare è permettere l’invasione della morte. Ma quali guasti procuriamo, quale sia l’estensione del disastro, lo misureremo solo nel giorno del giudizio.»

«La Bibbia si può saperla a memoria, come certi miei amici protestanti, e non capirla. La si legge invano se non se ne ha la chiave. E questa ce l’ha solo la Chiesa.»

«Se la Chiesa potesse morire, morirebbe per il fatto di essere accettata da tutti. Bisogna che appaia scandalosa, che susciti opposizione. Chi perseguita lo fa perché indignato. E la sua indignazione nasce dallo stupore. Ma questo stupore è giustissimo, guai se venisse meno.»

Tratto da Vittorio Messori, La sfida della fede, San Paolo, 1993, pp. 52-54

Thursday, May 24, 2007

Pillola 14

La vera riforma della chiesa è diventare più cattolica, non meno. (George Weigel)

Monday, May 21, 2007

Preti efebofili: i laicisti soccorrono la Chiesa

L’inchiesta della BBC sui sacerdoti cattolici coinvolti in casi di efebofilia, con annesso getto di fango su Benedetto XVI, è argomento che tira forte in questi giorni, anche su Tocqueville. La cosa non deve sorprendere. Era più che naturale che i tanti nemici della Chiesa cogliessero la palla al balzo, dando grande visibilità al filmato dell’emittente britannica. Dopo gli attacchi dei media USA, ecco quindi arrivare quelli dei media d’oltre Manica (ricordo che il Guardian, giornale della sinistra radical-chic, ha recentemente tirato fuori lo stesso ‘scoop’). Lor signori stiano comunque tranquilli, perché Santa Romana Chiesa sopravviverà. Da duemila anni, c’è chi tenta di ridurla al silenzio, di negarle la missione di vera e unica rappresentante della verità evangelica, di ridimensionarne la capacità di attrazione delle masse, ma, grazie al sostegno del suo ‘sponsor nascosto’, non c'è mai riuscito e mai ci riuscirà.
Premesso questo, va però detto che la denuncia della BBC, e il clamore che ha suscitato, sono legittimi e, soprattutto, salutari per la Chiesa.
Anche se il fenomeno non ha le proporzioni denunciate, anche se sono tante le castronerie che si vanno scrivendo per dar sfogo al livore anticattolico, va riconosciuto che il fatto grave di cui si accusa la Chiesa, purtroppo, si verifica (non mi riferisco al caso specifico dei preti che commettono abusi, quanto a quello di una gerarchia ecclesiastica che ha chiuso spesso un occhio, se non entrambi). E’ vero, i ministri di Dio sono uomini e quindi peccatori come tutti, ma la Chiesa non può permettersi di tollerare simili nefandezze al suo interno. La Chiesa di Benedetto XVI deve continuare a fare pulizia e vigilare sempre. Ben venga quindi che i laicisti anticattolici abbiano a cuore la sua purezza!
Concludo segnalando questo post e una serie di articoli che possono aiutare a mettere ordine nel marasma generato dalla disinformazione anticattolica.

Aggiornamento: consiglio la lettura di questo bellissimo post di Isola del Pensiero.

Pillole 13

Il rischio è quello di arrivare di fronte a Dio e dovergli dire: perdonami se … non sono stato felice.

La sofferenza dei giusti e la sapienza d’Israele

Il Talmud fornisce una risposta credibile alla domanda di sempre: perché così spesso i giusti soffrono e altrettanto spesso gli ingiusti sembrano trionfare?
«Perché nessun uomo è totalmente buono o totalmente malvagio. Così, i giusti scontano in questo mondo i loro pochi peccati e gli ingiusti ricevono il premio per i loro meriti. In questo modo, nell’aldilà non ci saranno recriminazioni e proteste, quando i giusti si avvieranno alla gioia eterna e gli ingiusti all’eterna punizione».
(Citato in Vittorio Messori, La sfida della fede, Ed. San Paolo, 1993, pp. 31-32).

Thursday, May 03, 2007

Parole di piombo contro la Chiesa

Il grande Michele Brambilla su il Giornale di oggi.

A molti è sembrata esagerata l’etichetta di «terrorista» che l’Osservatore Romano ha affibbiato al Carneade Andrea Rivera, o quantomeno al contenuto del suo demagogico e sconnesso discorso pronunciato dal palco di piazza San Giovanni, allestito per la festa del primo maggio. Anche a noi il termine utilizzato dal quotidiano della Santa Sede è parso fin troppo importante: più che un terrorista, questo Rivera ci è parso solo uno che non sa quel che dice.
Tuttavia, dicendo che certi discorsi spesso sono parenti stretti di gesti violenti, l’Osservatore Romano ha toccato un nervo scoperto. Specie noi italiani, abbiamo una lunga esperienza di quanto le parole pesino come le pietre. Abbiamo memoria - o almeno dovremmo averne - di quanti danni fecero negli anni Settanta quei cosiddetti cattivi maestri che se ne guardarono bene dall’impugnare le armi - troppo pericoloso - ma che aizzarono i più scalmanati a farlo.
Non è tanto lo strimpellaro Rivera a preoccupare, infatti, quanto ben altre voci, considerate anche autorevoli perché di politici o intellettuali, di uomini di lettere o di spettacolo; persone che da tempo seminano rancori, predicano odio, dipingono l’avversario politico o ideologico come la quintessenza di ogni male.
Non è il caso di ricordare quanto e cosa è stato scritto e detto, da una dozzina di anni a questa parte, su Silvio Berlusconi. Basta ricordare che il nostro è un Paese talmente singolare che una riforma del lavoro - anche se concepita da uomini di sinistra moderata - è considerata come il via libera al precariato; e ogni giuslavorista che metta mano a quella materia è considerato un nemico dei lavoratori. Troppi slogan, troppo livore urlato nelle piazze e sui giornali. Sembra restare lì, quell’odio: ma poi c’è sempre qualcuno che lo raccoglie e pensa di passare alle vie di fatto. D’Antona e Biagi li hanno ammazzati negli anni scorsi, non in quelli di piombo, considerati tanto lontani e irripetibili.
Allo stesso modo - visto che siamo partiti dagli attacchi al Papa, e implicitamente anche dalle pallottole spedite a monsignor Bagnasco - bisogna riflettere sul clima che si è creato attorno alla Chiesa cattolica. Un conto è criticare la Chiesa; un conto è difendere la propria libertà nel dissentire. Altro, e ben diverso conto, è sostenere che la Chiesa attenta alla nostra libertà; chenon deve intervenire; che le sue sono indebite ingerenze; insomma che deve tacere. Questa pretesa corrisponde all’eliminazione dell’avversario; certo non fisica, nelle intenzioni di chi pronuncia certi discorsi. Ma così come c’è qualche estremista che con i D’Antona e i Biagi ha deciso di «farsi giustizia» da sé (naturalmente in nome degli oppressi), qualcun altro potrebbe decidere che l’unico modo per silenziare Bagnasco - o chi per lui - sia quello di usare il silenziatore. Non pensate che sia fantasia: chi ha deciso di far scortare l’arcivescovo di Genova addirittura quando dice messa, evidentemente ha raccolto più di un segnale preoccupante.
Non bastano le parole di circostanza del presidente Napolitano. Tantomeno servono i non chiarissimi discorsi di Prodi, che ieri - invitando «tutti» ad abbassare i toni - ha perso una buona occasione per fare distinzione tra i Rivera e i Bagnasco.
È davvero brutto, il clima, se anche un cattolico di sinistra come Savino Pezzotta viene insultato perché si fa portavoce della difesa della famiglia, e viene chiamato «oscurantista» da una rivista chic come Micromega. È davvero brutto, se un ministro della Repubblica stravolge il senso di un discorso del presidente della Cei facendo credere che abbia equiparato Dico e pedofilia, additando così chi (non) ha pronunciato quel discorso al pubblico disprezzo. E, indirettamente, facendone un obiettivo dei nuovi estremisti.
Ecco perché l’allarme sul «terrorismo delle parole» non va liquidato come una caduta di stile dell’Osservatore Romano: è un allarme che scuote, o almeno dovrebbe scuotere, le coscienze di molti protagonisti della vita politica e giornalistica del Paese. Gente ben più importante di un riccioluto menestrello trasteverino, subito scaricato da quei sindacati che gli avevano incautamente dato la parola.

Friday, April 27, 2007

Mi sciroppo l'ultimo libro di J. Nicolosi

Ho letto di lui, ma mai qualcosa di suo. So che lo psicoterapeuta americano ha molti nemici per il fatto di parlare fuori del coro e che la Chiesa cattolica guarda il suo lavoro con favore. Recentemente, il professor Claudio Risé è stato oggetto di forti attacchi per averne pubblicizzato la terapia in occasione dell’uscita italiana del suo ultimo libro (vedi copertina a lato). Dato che le chiacchiere stanno a zero, sono passato in libreria e ho acquistato finalmente questa “pietra dello scandalo”. Prevedo che sarà una lettura tosta, ma a me sta bene.

Aggiornamento. Può essere interessante leggere quest’altro intervento di Claudio Risé sul settimanale Tempi del 15/03/2007, dal titolo "Ottuso è chi non vuole sentir parlare di cure per l'omosessualità".

Forse la "sgrammaticata" legge sui Dico (come l'ha chiamata il presidente della commissione Giustizia, il diessino Cesare Salvi) e il surriscaldamento del dibattito sulle coppie omosessuali stanno servendo a qualcosa. Certamente a pugnalarsi per qualche riga di intervista in più, o per una foto. Però forse anche a far pensare qualcuno, ad aiutarlo a riflettere, a capire. A me è capitato, ad esempio, di pubblicare in questo periodo, in una collana da me diretta per San Paolo, Oltre l'omosessualità di Joseph Nicolosi. L'autore è uno psicoterapeuta che fa scandalo perché, quando un omosessuale gli chiede di essere aiutato a uscire da una condizione nella quale si sente profondamente infelice, prende sul serio la richiesta del paziente. Offrendo quell'ascolto, umile, attento e affettivo che è alla base di ogni terapia che sia tale, prima e dopo la "scoperta" della psicoanalisi. Ascoltare il dolore e, così facendo, consentirgli di scoprire il proprio significato e, quando possibile, la propria trasformazione in qualcosa d'altro, più autenticamente proprio. Naturalmente è successo il finimondo. Accuse di omofobia, gare su internet per decidere se sono più omofobo io o la senatrice Paola Binetti e via delirando, senza leggere una riga di cosa ho scritto nella prefazione al libro o in altri articoli.
Però, nel putiferio, anche la possibilità di ridire le cose, e di far pensare. «Perché considerare i gay "malati"?», mi è stato chiesto. Il lavoro terapeutico - ho potuto rispondere - non consiste nell'affibbiare etichette, ma nell'ascoltare il vissuto delle persone. Sono loro che, molto spesso, presentano il proprio orientamento sessuale come un disagio insopportabile. A quel punto o assumi una posizione "ideologica" (l'omosessuale non ha disagi perché vive una condizione gaia e felice) e lo mandi dallo psichiatra perché il suo "male" è immaginario. Oppure lo ascolti, e lo aiuti a cercare la via d'uscita (o di distanziamento) da una condizione che non sopporta.
Altra accusa è quella di bigottismo: perché, ci si chiede, solo i cattolici sostengono le terapie dell'omosessualità? La verità è che anche i lama tibetani considerano "disordinate e dannose" le sessualità al di fuori della coppia uomo-donna, possibilmente monogamica. E comunque tutti i terapeuti di formazione religiosa (gli evangelici, gli anglicani e gli altri) sui disagi "da dipendenza" sono più attivi rispetto a quelli di formazione agnostica, che puntano solo sull'adattamento. I primi, peraltro, sono anche più efficaci: gli "alcolisti anonimi" vengono dritti dalla tradizione protestante.
Ma allora quelli che dicono che parlare di cure è fuorviante, sempre? Sono ideologi e non clinici. Come gli scienziati del Terzo Reich, che mandavano gli omosessuali nelle camere a gas perché "dovevano" essere malati, sempre. Scienziato è chi pensa con la propria testa, guardando la vita e ascoltando gli affetti, non agitando un libretto dove c'è scritto cosa devi pensare. Scienziati-pappagalli dell'ideologia del momento, il secolo scorso ce ne ha forniti fin troppi.
http://claudiorise.blogsome.com

Thursday, April 26, 2007

A scuola di virtù, dove il più conosce il meno

Una mia giovane amica sta seguendo un corso di Marketing & Sales Management. In una delle ultime lezioni, è stata chiamata in causa la caratteristica principale di un buon venditore, ovvero la capacità di manipolare il cliente. Uno dei docenti ha fatto notare che è facile vendere un prodotto di qualità a chi è ben disposto all’acquisto. Il venditore di talento è invece colui che induce un cliente a credere di aver realmente bisogno di quel determinato prodotto. Fin qui nulla di nuovo. L’aspetto interessante della questione è emerso quando il docente, di fronte agli sguardi incerti dei partecipanti al corso, ha detto: ‘Il vostro unico obiettivo è vendere. Fra gli allievi dell’anno scorso, due ragazze mi sembravano avere delle ottime potenzialità, tuttavia, all’inizio, avevano troppi scrupoli. Per superarli, ho consigliato loro di ... rivolgersi ad uno psicologo. Ora, vendono alla grande’.

Monday, April 23, 2007

Parole, parole, parole

Sono pochi coloro che, nel corso di una conversazione, ascoltano veramente ciò che l’altro sta dicendo. Nella maggioranza dei casi, più che dialogare, si fanno monologhi, la cui essenza è "Stammi a sentire, che ti spiego come funziona la vita"! È un mondo pieno di sapienti!

Monday, April 16, 2007

Sesso e telefonini, l’amore sbagliato dei ragazzi

Si diffonde sempre di più fra i ragazzi e le ragazze dai 12 ai 16 anni l’abitudine di fare sesso, di filmarlo con i cellulari e poi passarselo fra amici o mandarlo in rete. L’iniziativa viene dai maschi più vecchi di qualche anno, che convincono i più piccoli e le ragazzine. Quasi sempre queste in seguito si pentono, restano traumatizzate, intervengono i genitori, ma poi tutto ricomincia come prima. Cosa sta succedendo? Per rispondere dobbiamo partire da un dato biologico. A questa età i giovani maschi hanno due soli impulsi molto sviluppati: l’aggressività e il sesso. E la loro sessualità, a differenza di quella delle femmine, è totalmente separata dagli affetti amorosi. Quando possono fare ciò che gli pare, essi costituiscono delle bande aggressive, violente, con cui dominano gli altri. Alcune ragazze vanno con loro perché innamorate del capo, altre perché pensano che si tratta di un gioco, altre perché terrorizzate. Nella scuola italiana si sono messi in moto gli stessi processi che sono sempre esistiti nei ghetti degradati delle metropoli, nelle favelas, dove comandano bande di giovani violenti e le giovani donne vengono schiavizzate e avviate alla prostituzione. E come mai succede? Perché è scomparso il controllo che, nel passato, veniva esercitato dalle famiglie e dalla comunità. Negli ultimi decenni si è diffuso il convincimento erroneo che il mondo dell’amore, dei sentimenti delicati, delle buone maniere, della lealtà e della legalità sia qualcosa di naturale, di spontaneo. No: è il prodotto di millenni di civilizzazione e si conserva solo grazie alla continua vigilanza della comunità, alla sua costante azione educativa, alla sua continua crescita culturale. Quando questo ordine si rompe, per esempio in una guerra, vediamo esplodere i comportamenti primordiali più brutali: gli uomini torturano, stuprano, uccidono. Basta lasciare giovani maschi e giovani femmine insieme senza leggi, e ben presto si forma un gruppo dominante di maschi violenti ed armati che schiavizza gli altri e monopolizza tutte le femmine. Cosa fanno i signori della guerra in Africa, cosa fanno gli arabi nel Darfur? No, la pura spontaneità non produce vivere civile, ma solo paura, oppressione ed arbitrio. La civiltà è il prodotto dell’educazione degli impulsi attraverso la cultura, la morale, la legge. Soprattutto attraverso l’esempio. E gli esempi che danno questi giovinastri e le povere sciocche che li seguono sono disastrosi. (Francesco Alberoni su il Corriere della Sera)

Wednesday, April 11, 2007

Femministe contro il Papa, passando per la lettera di Totò e Peppino

Per spiegare a quel dilettante di Ratzinger come stanno sul serio le cose nel rapporto tra la Chiesa cattolica romana e le donne, Liberazione spende l’autorevole firma di Elettra Deiana, la quale, con la chiarezza che le è propria, mette qualche puntino sulle i. Dice la Deiana:
«In tutto specie umana, le donne, e come potrebbe essere diversamente? In molto differenza ma tutta storico-culturale, antropologica, simbolica, che può fornire sì inediti strumenti di liberazione umana ma solo a patto di passare attraverso il vaglio della decostruzione critica dell’esistente, dello “scarto dello sguardo” sul che cose che ce le rimanda in modo tutt’affatto diverso, e dunque della politica, della soggettività consapevole».
Arrivato alla soggettività consapevole, il Santo Padre ha espresso vivo rammarico per non aver detto che, a pensarci bene, le donne devono stare a casa a buttare la pasta. (Da Libero dell’11 aprile 2007)

A questo punto, vale la pena di riportare lo sketch di Totò, Peppino e la malafemmina, a cui la Deiana e il quotidiano di Rifondazione si sono ispirati.
Signorina (intestazione autonoma)

veniamo noi con questa mia a dirvi, adirvi una parola, che scusate se sono poche ma 700 mila lire ;a noi ci fanno specie che quest'anno, una parola, c'e' stata una grande moria delle vacche come voi ben sapete . : questa moneta servono a che voi vi consolate dei dispiacere che avreta perche' dovete lasciare nostro nipote che gli zii che siamo noi medesimi di persona vi mandano questo perche' il giovanotto e' uno studente che studia che si deve prendere una laura che deve tenere la testa al solito posto cioe' sul collo . ; . ;

salutandovi indistintamente


i fratelli Caponi (che siamo noi)

Monday, April 02, 2007

Superbia e umiltà

I pericoli più grandi derivano dalla superbia. Ci ho riflettuto e sono giunto ad una conclusione: le poche volte in cui sono umile, divento superbo per esserci riuscito!

Friday, March 30, 2007

L'Inferno. Una realtà sgradevole e misteriosa

Segnalo l’articolo di Vittorio Messori, pubblicato sul Corriere della Sera del 26 marzo scorso, dal titolo “Una realtà sgradevole e misteriosa. Ma necessaria alla libertà dell’uomo“.

«Eminenza, perchè i preti nelle loro infinite omelie (più di 25.000 ogni domenica nella sola Italia) non parlano più dell’aldilà e, soprattutto, rifuggono dal pronunciare una parola che è divenuta tabù: inferno?». Alla domanda, l’allora Prefetto dell’ex Sant’Uffizio, Joseph cardinal Ratzinger, mi guardò un po’ ironico: «Il fatto è che oggi tutti, anche nel clero, ci crediamo talmente buoni da non poter meritare altro che il paradiso. Siamo impregnati di una cultura che, a forza di alibi e di attenuanti, vuol togliere agli uomini il senso della loro colpa, del loro peccato. Lo osservi: tutte le ideologie della modernità sono unite da un dogma fondamentale. E , cioè, la negazione di quella realtà che la fede lega all’inferno: il peccato».

Ben consapevole che si tratta di una realtà misteriosa e sgradevole ma non rimovibile (parola di Gesù stesso: «I malvagi se ne andranno all’eterno supplizio») Ratzinger, prima come cardinale e ora come papa, non pratica sconti sul Credo e anche di inferno ha parlato e parla, con quel suo tono didattico e zelante e quel suo volto da fanciullo ottantenne. Lo ha fatto anche ieri nella parrocchia della periferia romana, mettendo in guardia chi amasse il peccato, chi volesse chiudere le porte a Dio. Chi insomma, all’inferno proprio volesse andarci. Perché, in effetti, proprio qui sta il problema: non Dio ci condanna, siamo noi stessi a farlo, a respingere – per qualche autodistruttività enigmatica – il perdono, la salvezza, la gioia.

C’è qualcosa di sospetto nella reazione spesso violenta del “mondo”, quando la Chiesa riafferma la sua convinzione dell’esistenza di un realtà che non può rimuovere, essendo su questo troppo recisa e chiara la Scrittura. Per il non credente anche, soprattutto l’inferno dovrebbe rientrare nei miti oscurantisti di una fede da respingere con uno scuotimento di spalle. E, invece, proprio qui certa cultura sembra reagire, come turbata ed inquieta, non con l’ironia ma con l’invettiva. Tanto che in quel Perché non sono cristiano, che è una sorta di summa delle ragioni del rifiuto del moderno Occidente, Bertrand Russell finì col restringersi a uno scandalo supremo, inaccettabile fra tutti: l’inferno, appunto.

Simili reazioni dimenticano che il vangelo si chiama così - buona notizia - perchè annuncia in Gesù il perdono di Dio, la redenzione, la salvezza. Ciò che la Chiesa predica, sulla scorta di quel vangelo, è il paradiso, è l’eternità di vita, di gioia, di luce in cui il Padre attende ciascuno. L’inferno non è creazione di quel Dio di misericordia, bensì dell’uomo. Dio lo ha forgiato libero, non ha voluto degli schiavi ma dei figli, non impone la Sua presenza proprio per rispettare la loro totale autonomia. La rispetta sino in fondo: sino, dunque, alla possibilità del rifiuto, ostinato e pervicace, della proposta di alleanza e di amore; sino alla possibilità di preferire le tenebre alla luce, il male al bene. Come ha detto qualcuno, con un paradosso non infondato, «senza l’inferno, il paradiso sarebbe un lager». Sarebbe, cioè, un luogo (o, meglio, un misterioso “stato”, non essendovi nell’aldilà il tempo e lo spazio), un luogo di destinazione obbligata cui nessuno potrebbe sottrarsi. La vita come una linea ferroviaria con un solo capolinea. Con l’abolizione conseguente della libertà di scegliere in tutta autonomia la propria destinazione. Foss’anche suicida.

A conferma del rispetto del mistero, la Chiesa, facendo beati e santi, impegna la sua autorità nel proclamare che un defunto è certamente in paradiso. Ma mai ha fatto, né mai farà, “canoni”, cioè elenchi, di dannati. Certo, malgrado ogni spiegazione, la prospettiva di una punizione eterna, senza riscatto, ha provocato e provoca interrogativi e reazioni nella Chiesa stessa. Qualche teologo ha ipotizzato che l’inferno esista sì, ma che sia vuoto. Eppure, non a torto qualcuno gli ha replicato: «Potrebbe anche essere vuoto. Ma ciò non toglie che proprio tu ed io potremmo essere i primi ad inaugurarlo».

Thursday, March 29, 2007

Autorità e figli: flussi e riflussi

Segnalo un articolo comparso su Il Giornale di oggi dal titolo “Lode alla disciplina. L'importanza di dire no”, a firma di Caterina Soffici .

Reazionario o estremamente moderno? Un libro che si intitola Elogio della disciplina (Rizzoli) sarebbe facilmente liquidabile sotto la prima definizione. Se però lo si legge senza lenti ideologiche, le cose cambiano. Perché si tratta di un pamphlet volutamente provocatorio, che mette il dito nella piaga dell’educazione moderna: ossia la mancanza di educazione. L’autore è il pedagogista tedesco Bernhard Bueb, classe 1938, per trent’anni rettore dell’esclusivo collegio di Salem, uno degli istituti più rinomati ed esclusivi della Germania. Il posto dove le famiglie bene, anche quelle molto radical e molto chic, mandano i propri rampolli, per intenderci.

Bueb, che la Bild Zeitung ha definito «il maestro più severo della Germania», parte da un concetto base: «I giovani hanno diritto alla disciplina». Tema trattato in un articolo apparso sulla Frankfurter Allgemeine Zeitung, che scatenò un acceso dibattito ed è alla base dell’idea di ampliare il discorso in un libro, subito balzato al terzo posto nella classifica dello Spiegel e bestseller da duecentomila copie.

In Germania parlare di disciplina e autorità è molto delicato, perché sono temi che evocano immediatamente i fantasmi del nazismo. E infatti Bueb spiega: «Il nazionalsocialismo ha minato le fondamenta stesse della cultura dell’educazione. I valori e le virtù che costituiscono il cuore della pedagogia patiscono ancora le conseguenze dell’uso improprio che ne fece il nazionalsocialismo: anche la variante tedesca della rivolta giovanile post-sessantotto non è stata altro che una conseguenza della catastrofe in cui il paese era precipitato».

Quindi? Quindi per educare veramente i giovani è necessario scremare gli eccessi autoritari da un lato e dall’altro quelli lassisti antiautoritari retaggio del Sessantotto e di tante teorie e metodi alternativi che hanno promosso un’educazione priva di imposizioni, libera e incondizionata.

Aveva fatto discutere nel 1999 il saggio della psicoterapeuta infantile inglese Asha Philips "I no che aiutano a crescere" (uscito in Italia per Feltrinelli con prefazione di Giovanni Bollea, che lo definiva «uno dei più bei libri che io abbia letto sull’argomento»). Questo Elogio della disciplina di Bueb è una sua prosecuzione ideale. Basta scorrere i titoli dei capitoli per capire cosa intenda dire: «Occorre ritrovare il coraggio di educare», «La libertà si conquista con la disciplina», «Potere assoluto ai genitori», «La disciplina come terapia», «Non bisogna sempre discutere tutto», «Il disordine è causa di dolore precoce», «Per educare con giustizia bisogna essere disposti a punire», «La famiglia non è tutto», «L’uomo è interamente uomo soltanto quando gioca», «Il talento da solo non basta».

Peggio che reazionario, dunque. Punizioni, ordine e disciplina e se ci mettete anche un richiamo ai valori, alla lealtà, all’onestà, all’attenzione verso il prossimo eccetera, ci possiamo aggiungere anche «bigotto». Ma non è così. Perché le tesi di Bueb, scremate da qualche rigidità un po’ troppo teutonica, andrebbero affisse in tutte le scuole italiane.

Andrebbe regalato a quei genitori che hanno menato il professore per un brutto voto al pupillo, al nonno che ha picchiato il preside colpevole di aver sequestrato il cellulare al nipote. Copie gratis anche ai genitori della ragazzina che si fa una canna in classe, a quelli del giovinastro che rolla davanti al prof e poi lo minaccia «se parli ti faccio massacrare», agli autori dei filmini porno in classe.

Tutto ciò che media, sociologi e pensatori di varia natura definiscono «bullismo», andrebbe chiamato con il suo nome vero: mancanza di educazione, ossia carenza, ossia che nessuno educa più. La famiglia da un lato e la scuola dall’altro hanno abdicato al loro ruolo. E questo non c’è bisogno che ce lo venga a dire Bernhard Bueb, il quale però può aiutare a capire come tutto ciò è potuto accadere.

Il «maestro più severo di Germania» non predica, come ci si potrebbe aspettare dalle premesse, il ritorno al «sacrosanto ceffone». Anzi, per lui le punizioni corporali sono mortificanti e non servono a niente. Ma le punizioni, quelle sì, sono sacrosante. «Chi dubita dell’utilità dei castighi sceglie la via del dialogo per aiutare i giovani a diventare assennati, ma influenzare il loro comportamento - e tanto più modificarlo - è impresa al di sopra della forze dei genitori, educatori, e insegnanti». E allora cosa fare? Sentite cosa ha fatto lui: «A Salem fino agli anni Ottanta abbiamo cercato di controllare l’uso di droghe, alcolici e sigarette ricorrendo al dialogo. È stato un fallimento. Con l’avvento di nuovi metodi chimici capaci di rintracciare nelle urine la presenza di droghe, dopo anni travagliati di sforzi infruttuosi abbiamo deciso da un giorno all’altro di introdurre l’esame delle urine: ogni mattina uno studente scelto a caso deve sottoporsi alle analisi e se risulta positivo viene espulso immediatamente. Già all’atto dell’iscrizione genitori e studenti devono sottoscrivere l’accettazione di questa norma. Dopo le prime espulsioni le droghe sono sparite dalla scuola».

Il vero problema, secondo il pedagogista, sta in uno strano concetto di libertà che ha preso piede in tutta Europa. Dice Bueb: «I giovani non vengono più allevati, ma si limitano a crescere da soli. Mentre avere il coraggio di educare significa prima di tutto avere il coraggio di esercitare la disciplina».

La generazione del Sessantotto, secondo Bueb, ha gettato alle ortiche Pierino Porcospino e ha regalato ai figli Pippi Calzelunghe, la meravigliosa creatura letteraria di Astrid Lindgren, che incarna un falso concetto di «libertà assoluta». I giovani confondono la libertà con l’indipendenza e «pensano di essere liberi quando si rifiutano di obbedire a una autorità e dunque si credono liberi da qualunque controllo». Sbagliatissimo, sentenzia Bueb. Perché solo attraverso la disciplina si raggiunge la vera libertà interiore.

Chi cerca nel libro facili formule da applicare al suo caso, rimarrà deluso. Purtroppo non c’è un decalogo: «Le formule - dice - sono il nemico giurato della pedagogia, perché l’applicazione schematica di regole prefissate contraddice l’essenza stessa del processo educativo». L’unica regola che Bueb sembra regalare è la seguente: «L’educazione non è altro che amore ed esempio» (secondo il motto di Friedrich Fröbel, il creatore dei Kindergarten). «Non occorre aggiungere altro».

Resta il dubbio: reazionario o estremamente moderno?

Tuesday, March 27, 2007

Breve divagazione su cattolici adulti e illuministi

Mesi fa, la cattolica ‘adulta’ Rosy Bindi, ospite a Otto e mezzo per commentare il caso Welby, sostenne che il cristianesimo le interesserebbe poco se si riducesse a prospettive riguardanti l’aldilà. A lei premono, invece, le questioni di questo mondo.
Ascoltando quest’opinione, ricordo di aver pensato che Dio, come tutto ciò che ha creato, ama certamente la materia. Non decise Dio di incarnarsi? Allo stesso tempo, però, Egli ha rivelato che, con la conversione, il fine ultimo dell’uomo è la vita eterna.
Oggi leggo su Libero un intervento di Antonio Socci in cui, affrontando il tema dell’inferno, cita un’esortazione alla Chiesa del pur ateo Leonardo Sciascia:
«Senza l’annuncio chiaro e centrale della Trascendenza, senza speranza di non morire, la religione diventa un club umanitario, un sindacato, un circolo di specialisti in etica, ma non un messaggio che appaghi i bisogni profondi del cuore umano».
In altre parole, lo scrittore siciliano ebbe ben chiaro in mente e apprezzò, lui ‘illuminista’, uno dei cardini del cristianesimo. Lui!

Thursday, March 08, 2007

Paolo Guzzanti difende i gay, ma alimenta la confusione dei lettori

Paolo Guzzanti in ‘Difendo i gay ma niente matrimonio’, pubblicato su Il Giornale del 5 marzo, si inserisce nel dibattito sui Dico e replica all’affermazione della senatrice Binetti, cattolica della Margherita, secondo cui ‘l’omosessualità è una devianza’. Purtroppo Guzzanti, nell’intento di contestare il pensiero della Binetti, semina confusione sull’argomento e cade, infine, in contraddizione. Vediamo perché.
“[…] gay si nasce e non si diventa, e meno che mai lo si diventa «per vizio», depravazione, degrado, «malattia» e altre scempiaggini che ancora oggi molti immaginano. […] Vivevo negli Stati Uniti dieci anni fa e rimasi molto colpito da un lungo reportage del Weekly Standard … in cui si dava notizia del fatto che secondo alcuni genetisti l’omosessualità maschile (non quella femminile) avrebbe un riscontro nel cromosoma «X»”.

Guzzanti abbraccia acriticamente la tesi di quei genetisti secondo cui l’omosessualità ha origini cromosomiche; non si pone la domanda se quella tesi sia stata accolta o meno dalla comunità scientifica. Senza entrare nel merito delle ricorrenti ‘scoperte’ circa il presunto collegamento genetica-omosessualità, mi limito a citare quanto si sostiene nell’autorevole rivista Science del 24 dicembre 1993, numero 262: “Non vi è nessuna componente genetica, ma piuttosto una componente ambientale condivisa nelle famiglie”. Nel numero 284 del 1999 si ribadisce che i risultati ottenuti dagli studi “non avallano l’esistenza di un gene alla base dell’omosessualità maschile”. Mi sembra sufficiente per dire che non sta bene spacciare per acclarato qualcosa che non lo è affatto.
“[..] la natura umana si presenta al mondo in alcune varietà e fra queste è piaciuto a Dio o al caso che vi fosse quella gay, e non soltanto fra gli uomini ma fra tutti i mammiferi superiori osservati dagli etologi”.

L’etologia sostiene che l’accoppiamento tra mammiferi di sesso opposto risponde all’istinto della propagazione della specie. L’omosessualità osservata fra i mammiferi superiori viene spiegata come effetto di un altro istinto, quello di sottomissione, di dominio di un individuo animale su un altro dello stesso sesso. L’omosessualità tra animali ha quindi un significato ben preciso, diverso da quella umana. Gli psicologi sanno che la sessualità umana non muove direttamente da istinti, è una sfera delicatissima della psiche assoggettata a fattori familiari e ambientali. Ne consegue che non è corretto mettere sullo stesso piano omosessualità umana e animale, come se fossero realtà assimilabili.
“Chi crede in Dio secondo me è tenuto a credere che Dio abbia voluto mettere al mondo l’identità gay e che abbia avuto le sue buone ragioni … l’identità sessuale non dipende da alcuna scelta e l'arbitrio non è affatto libero: ognuno è quel che è e non è quel che non è, punto e basta”.

Guzzanti non coglie un aspetto della questione: non è Dio che ha voluto l’orientamento omosessuale; Dio semplicemente lo permette, così come permette tutte quelle situazioni (ad es. la guerra) o comportamenti umani (come l’omicidio, la pedofilia, ecc.) che dipendono dalla volontà dell’uomo o sono espressione di un disagio psicologico e morale dell’uomo. Tipico errore di chi affronta l’argomento è poi quello di credere che la Chiesa cattolica condanni l’omosessualità, laddove invece nella Bibbia si condanna l’atto omosessuale. In altre parole, la Chiesa non colpevolizza l’omosessuale in quanto tale, dato che l’attrazione per persone dello stesso sesso non è, nella quasi totalità dei casi, il risultato di una scelta. Ciò che l’individuo sceglie è invece l’attuazione del comportamento omosessuale, ed è questo che viene condannato dalla Bibbia, da Dio.
“L’idea poi di convertire, piegare, «curare», terrorizzare e intimidire per riplasmare secondo un modello imposto coloro che sono fuori trend, ovvero fuori norma, ovvero «a-normali», mi sembra puramente nazista. O anche comunista, a piacere”.

Guzzanti ha ragione, però non sottolinea che un omosessuale che vive con dolore la sua situazione ha diritto a ricevere un aiuto serio e competente. In proposito, la Chiesa cattolica sostiene, fra le altre, la metodologia praticata dallo psicologo americano Joseph Nicolosi, volta appunto a far comprendere e superare le cause della propria omosessualità (terapia riparativa). Il lavoro di Nicolosi incontra molti oppositori. A sentire i critici, sembra quasi che questo psicologo e coloro che applicano il suo metodo vadano a caccia di omosessuali per le strade, per poi sottoporli a torture modello “Arancia meccanica”. La realtà, molto più verosimilmente, è diversa. Ripeto, si tratta di un metodo a cui possono ricorrere liberamente coloro che vivono con disagio la propria omosessualità. La constatazione scientifica da cui muove Nicolosi, ma non solo lui, è che omosessuali si diventa, non si nasce. Una parte della comunità scientifica, da svariato tempo ormai, ha raccolto evidenze in base alle quali le cause dell’omosessualità si trovano nella famiglia di origine e in un complesso di situazioni vissute dal soggetto durante l'infanzia, quando, in tutti gli esseri umani, si determina l’orientamento sessuale. Va sottolineato che non è facile superare il disordine dell’orientamento sessuale, soprattutto quando tale disordine è profondamente radicato.
“Chi come me è laico, si limita a dire che è giusto e doveroso provvedere tutte le unioni e convivenze umane degli strumenti del rispetto e della protezione, ma non è giusto, non è buono e non può essere legale chiamarli matrimoni ed aprire le unioni gay alla prospettiva dell’adozione, perché qualsiasi bambino ha diritto ad avere due genitori, uno con una identità e un comportamento maschile e uno con identità e comportamento femminile, perché con quelle identità dovrà lavorare per costruire la propria identità”.

Queste parole concludono l’articolo di Guzzanti. Apparentemente non fanno una grinza, ma, riflettendoci su, si scopre che qualcosa non quadra con quanto il giornalista ha scritto in precedenza. Guzzanti rifiuta, giustamente, l’adozione gay in nome dell’esigenza che hanno tutti i bambini di costruire la propria identità sessuale mediante la presenza di due genitori di sesso opposto. Tutto giusto, tutto perfetto, ma il giornalista non aveva detto prima che in materia di identità sessuale “ognuno è quel che è e non è quel che non è, punto e basta”? Non aveva cioè sostenuto che l’identità sessuale è congenita, che “gay si nasce e non si diventa”? Se è così, perché poi dice che un bambino necessita di due genitori di sesso opposto ché lo aiutino a costruire la propria identità sessuale?
Forse Guzzanti avrebbe fatto meglio ad evitare di affrontare un argomento che va al di là delle sue competenze di giornalista politico. A volersi proprio cimentare, avrebbe fatto bene a ricordare che la scienza è spaccata sull’argomento e che il respiro dell’analisi doveva essere un po’ più ampio. A proposito, neanch’io sono un esperto di genetica, di etologia, di psicologia o di pediatria. Dalla mia ho però che non scrivo su un quotidiano nazionale di informazione e di opinione che vende più di 200 mila copie al giorno.

8 marzo, festa inventata

C’erano una volta delle operaie tutte lavoro, fede socialista e sindacato; e c’era un padrone cattivo. Un giorno, le lavoratrici si misero in sciopero e si asserragliarono nella fabbrica. Qualcuno (il padrone stesso, a quanto si dice) appiccò il fuoco e 129 donne trovarono atroce morte. Era l’8 marzo 1908, a New York. Due anni dopo, la leggendaria femminista tedesca Clara Zetkin (immagine a destra) propose, al Congresso socialista di Copenhagen, che l’8 marzo, in ricordo di quelle martiri sociali, fosse proclamato “giornata internazionale della donna”.
Storia molto commovente, letta tante volte in libri e in giornali, fatta argomento di comizi, di opuscoli di propaganda, di parole d’ordine per le sfilate e le manifestazioni: prima del femminismo e poi di tutti. Sì, storia commovente. Con un solo difetto: che è falsa. Eh già, nessun epico sciopero femminile, nessun incendio si sono verificati un 8 marzo del 1908, a New York. Qui, nel 1911 (quando già la “Giornata della donna” era stata istituita), se proprio si vogliono spulciar giornali, bruciò, per cause accidentali, una fabbrica; ci furono dei morti, ma erano di entrambi i sessi. Il sindacalismo e gli scioperi non c’entravano. E neanche il mese di marzo.
Piuttosto imbarazzante scoprire di recente (e da parte di insospettabili quanto deluse femministe) che il mitico 8 marzo si basa su un falso che, a quanto pare, fu elaborato dalla stampa comunista ai tempi della guerra fredda, inventando persino il numero preciso di donne morte: 129… Ma è anche straordinario constatare quanto sia plagiabile proprio quella cultura che più si dice “critica”, che guarda con compatimento (per esempio) chi prenda ancora sul serio quelle “antiche leggende orientali” che sarebbero il Natale, la Pasqua, le altre ricorrenze cristiane.
E dunque, a qualcuno che facesse dell’ironia sulle vostre, di feste e pratiche religiose (messa, processioni, pellegrinaggi) provate a ricordargli quanti 8 marzo ha preso sul serio, senza mai curarsi di andare a controllare che ci fosse dietro.

Tratto da Vittorio Messori, Pensare la storia, Edizioni San Paolo, 1999, pp. 107-108.

Sunday, March 04, 2007

Se mi vuoi bene dimmi di no

“C’è una generazione che per pigrizia ha rinunciato a mettere dei paletti ai propri figli - è molto più comodo dire sempre di sì - e per i cascami dell’ideologia sessantottina («Vietato vietare») ha fatto tabula rasa di tanti valori tradizionali e di ogni senso dell’obbedienza, della disciplina, del dovere, dell’autorità.” Michele Brambilla riprende il discorso iniziato qualche settimana fa.

Monday, February 19, 2007

Luca Ricolfi e l’Italia dei faziosi

Sul terreno di coltura del nuovo brigatismo rosso e sulla peculiarità della situazione politica italiana, segnalo l’intervento del professor Ricolfi su La Stampa di oggi, intitolato ‘L’Italia dei faziosi’.

Tuesday, February 13, 2007

DICO: per Franco Grillini, la Bibbia è più omofobica della Chiesa

Il Giornale di ieri riportava un commento di Franco Grillini, deputato DS ed ex presidente dell’Arcigay, sulla contrarietà della Chiesa ai DICO: «l’ossessione antigay ed omofobica della gerarchia vaticana rasenta il vero e proprio razzismo». Posizione partigiana del deputato? Certo, ma non solo. Quando si parla di temi etici, ma soprattutto di omosessualità emerge spesso una buona dose di anticlericalismo/anticattolicesimo non solo fra le fila dei gay militanti, ma anche da parte di molti laicisti e liberali, schierati tanto a destra che a sinistra.
Ciò che trovo interessante di questo comportamento ateo-laicista non è tanto il merito delle rivendicazioni in campo etico-sociale, quanto il voler suggerire alla Chiesa quello che dovrebbe dire e fare per essere in linea con il cristianesimo.
In questo blog, mi è capitato di esprimere delle opinioni critiche sulla moda corrente di guardare alle rivendicazioni gay; puntualmente, sono stato tacciato, tra le altre cose, di avere una posizione non conforme al Vangelo (qualcuno mi ha dato persino dell’eretico perché rifiutavo l’opinione secondo cui l’omosessualità è un’inclinazione sessuale voluta da Dio).
Sollecitato dalle parole di Grillini e, quindi, dall'ennesimo attacco alla Chiesa, mi sembra doveroso dare un piccolissimo contributo volto a chiarire la posizione cattolica in materia di omosessualità.

Il primo elemento da sottolineare è che la Chiesa non condanna il singolo in quanto omosessuale ma, piuttosto, condanna la pratica dell’omosessualità. La distinzione non è di poco conto. Per lungo tempo, la Chiesa - e la scienza medica - poco o nulla sapeva delle cause (psicologiche-familiari-ambientali) dell’omosessualità ma, forte del dettame biblico, se ne constatava l’innaturalità e la si associava ad un disordine morale. La Chiesa ha così invitato l'omosessuale ad astenersi da un comportamento in contrasto con la volontà divina.
I riferimenti alla Bibbia costituiscono il secondo elemento su cui conviene soffermarsi, elemento tra i più trascurati da parte di chi contesta la posizione della Chiesa. Infatti, a sentire i critici, quanto la Chiesa sostiene in tema di omosessualità (inclinazione innaturale e moralmente riprovevole) non sarebbe altro che un’opinione, per di più in contrasto con i precetti della carità cristiana.
La realtà, invece, è che la Chiesa si rifà proprio alle Sacre Scritture. Valga una citazione su tutte, tratta dalla Lettera di San Paolo ai Romani:
«[…] gli uomini, lasciato il rapporto naturale con la donna, bruciarono di desiderio gli uni verso gli altri, compiendo turpitudini uomini con uomini, ricevendo in se stessi la ricompensa debita della loro aberrazione». (Romani 1,27)

Se le cose stanno così, le accuse di omofobia e razzismo che tanti imputano alla Chiesa per la sua opposizione ai DICO e, in senso lato, alle rivendicazioni degli omosessuali, sono semplicemente gratuite, a meno di non voler intendere che Dio sia … razzista, omofobico e scarsamente cristiano.

Thursday, February 08, 2007

Genitori, e dategliela una sberla a sti benedetti figlioli!

Michele Brambilla firma oggi su il Giornale un articolo intitolato Se il cocco ha sempre ragione, in cui fa notare che l’esercizio dell’autorità dei genitori è oggi più che mai necessaria. E ciò per il bene dei figli, dei ragazzi, cioè degli adulti di domani. Come al solito, l’ottimo Brambilla scrive cose più che sensate. Ricordo che il nostro è l’autore, tra le altre cose, di L'eskimo in redazione (ristampato negli Oscar Mondadori nel 1998) e di Qualche ragione per credere (Mondadori 1996), insieme a Vittorio Messori.
Tornando all’articolo, è deprimente che, al giorno d'oggi, ci sia ancora bisogno di ricordare ai genitori il dovere di stabilire dei confini e di farli rispettare, se del caso con tanto di punizioni. A questo riguardo, va però precisato che l'esercizio dell'autorità, come tutte le cose serie, costa fatica. Sono disposti i genitori di oggi ad assumersi responsabilità di lungo periodo, a tener saldo il timone? Qui sta, secondo me, il vero problema.

Thursday, February 01, 2007

Cavaliere, Veronica, ma va la!

È mai possibile che un uomo sposato e padre di figli si metta a fare il cascamorto con una delle tante squinzie in circolazione? Vada pure il richiamo della carne (è segno di buona salute alla sua età, ci mancherebbe), ma, suvvia, è proprio il caso di impersonare ancora il ruolo del ragazzo che gioca (play-boy)?
E lei, signora Veronica, è mai possibile che non riesca a tenere per sé le sue faccende private? Era proprio necessario mettere in piazza il suo risentimento?
Sarò un moralista, un bacchettone, ma certi comportamenti mi sanno proprio di infantilismo e inopportuna leggerezza.
Caro Berlusconi, ‘fé l’omme’. Cara Veronica Lario, ‘fé la femmn’!

Monday, January 29, 2007

0,618, la firma di Dio

[…] Che cos’è lo 0,618? Anche se è la civiltà elettronica che ne mostra sempre più l’importanza, era un numero già ben noto agli antichi, che ne intuirono a tal punto il legame con il mistero da chiamarlo “sezione aurea” o “numero d’oro” o “proporzione divina”. Forse, questa cifra è davvero la firma del Dio in incognito, la sigla del Creatore che marchia la sua creazione in modo discreto quanto preciso.
Per cercare di spiegarci: prendiamo, ad esempio, un bastone lungo un metro. Tagliamone un pezzo di 38,2 cm. L’altro pezzo sarà, ovviamente, di 61,8 cm. I due pezzi, in questa lunghezza – e in questa soltanto – sono in un rapporto armonico tra di loro: in effetti, con un calcolo così semplice da non mettere in difficoltà neppure il sottoscritto (sempre pericolante, a scuola, in matematica e algebra), si constata che il rapporto tra il pezzo più corto e il pezzo più lungo è uguale al rapporto che c’è tra il pezzo più lungo e il bastone completo, quando era lungo un metro. Questo rapporto è costante, è sempre di 0,618.
Numero davvero enigmatico, perché rispunta anche in quella serie matematica (usatissima per risolvere molti problemi quotidiani e oggi essenziale per i computer) detta “successione di Fibonacci”. Che è quella successione nella quale ogni cifra successiva è data dalla somma delle due cifre immediatamente precedenti. Per intenderci: 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34… Se ci fermiamo a 34, una ragione c’è. A partire da lì, infatti, il rapporto tra due numeri successivi della serie (21 : 34 è, appunto, il primo rapporto utile) è sempre di 0,618, il valore cioè della “sezione aurea”, e tale resta all’infinito, divenendo anzi sempre più preciso.

Curiosità da giornale enigmistico? Per niente, visto che non a caso gli artisti e gli architetti antichi si servirono largamente del “numero d’oro”. Se il proprio dell’arte antica – greco-romana ma anche egizia – è l’armonia, il segreto nascosto di proporzioni che danno gioia e riposo sta proprio nella “sezione aurea”, usata nell’architettura, nelle statue, persino nelle anfore. Ad esempio: le piramidi sono costruite tutte con quel rapporto; e 0,618 è il rapporto tra la lunghezza, la larghezza e l’altezza dei templi greci.
Lo stesso valore (e dimensioni calcolate secondo la “successione di Fibonacci”) si ritrova nell’arco di Costantino; ma poi anche nelle cattedrali romaniche o gotiche e in complessi monastici come quello della Certosa di Pavia. La pittura medievale e rinascimentale stessa obbedisce a queste proporzioni segrete, spesso ignorate da chi guarda, che non sa spiegare perché ciò che vede sia così “bello”. Bello, perché pieno d’armonia. Ma, per conseguire questa, gli artisti non facevano altro che rifarsi al creato che li circondava, secondo la legge classica: natura magistra artis, la natura è maestra dell’arte.
Perché questo è il fatto stupefacente, già noto ai sapienti migliaia di anni fa ma oggi confermato in modo spettacolare dai computer: quello 0,618, quel rapporto che fa sì che una parte sia in proporzione armoniosa col tutto, lo si riscontra in geometria come in fisica, in botanica, in zoologia, in mineralogia, in chimica, nel microcosmo come nel macrocosmo, dagli organismi infinitamente piccoli sino agli enormi corpi celesti. Lo stesso corpo umano, quando le sue proporzioni sono perfette, è tagliato alla vita secondo il “numero d’oro” e nel medesimo rapporto stanno i vari organi tra loro, dal naso all’alluce.

In “sezione aurea” (o secondo dimensioni che rispettano la “successione di Fibonacci” che a quella sezione obbedisce) sono gli organismi di mammiferi, pesci uccelli, farfalle. Sino al caso particolarmente evidente della stella di mare, stella a cinque punte che non per nulla (con il pentagono da cui deriva) è antichissimo simbolo religioso – assunto poi dalla gnosi massonica – essendo tutta basata sul “numero d’oro”. O al caso della conchiglia, che è una spirale logaritmica, tutta costruita sullo 0,618. Ma è lo stesso rapporto che si constata tra lunghezza e larghezza delle foglie di rosa. Così, tronchi, rami, foglie delle piante crescono e sono disposti secondo i numeri di Fibonacci. Per restare alla botanica, un fiore di girasole è un mistero geometrico che soltanto i computer stanno rivelando, essendo le sue migliaia di gialli semi disposti dentro la corolla secondo una spirale logaritmica. La quale, lo dicevamo anche per la conchiglia, ripete all’infinito la costante 0,618. È, del resto, lo stesso rapporto impiegato dalle api per costruire i loro alveari, dove le cellette esagonali sono un risultato non superabile di funzionalità ed eleganza.
Solo di recente si è scoperto che il segreto, rimasto così a lungo impenetrabile, della “voce” inimitabile dei violini costruiti da Antonio Stradivari non stava solo nella scelta sapiente di legni e vernici e nella perfetta lavorazione ma, soprattutto, nel fatto che le parti dello strumento sono tra loro in “rapporto aureo” e hanno misure “alla Fibonacci”. Metodo, questo di Stradivari, praticato anche dai migliori costruttori di organi per determinare la lunghezza delle canne. Tutto questo rinvia ad un altro fatto, davvero, anch’esso, straordinario, visto che lo 0,618 non presiede soltanto a vibrazioni, frequenze, toni, semitoni di quell’arte divina tra tutte che è la musica, ma anche all’”organo di Corti”, la formazione cellulare che, nell’orecchio, ci permette di cogliere i suoni.
Anche se si potrebbe continuare a lungo, questo basta a spiegare perché di quella magica cifra si siano impadroniti, da millenni, gli esoteristi, spesso nelle logge massoniche.
Ma non è magia, bensì scienza che l’informatica rende sempre più estesa ed esatta, l’esistenza di un rapporto armonico, costante, misurabile con precisione nella natura; rapporto che complica, e di molto, le difficoltà di chi tutto vuole attribuire a un mitico “caso”, a una incredibile “materia” che si sarebbe organizzata da sola.
Assai più semplice - e razionale – veder in quello 0,618 il marchio del Dio in incognito, la sigla del Creatore “nascosto” che semina tracce, indizi, impronte digitali per chi sappia vedere e pensare.

Vittorio Messori, La sfida della fede, Edizioni San Paolo, 1993, pp. 357-360.