Questa sera guardavo ancora una volta i tre cani e notavo che, quando si avvicina il momento in cui il padrone prepara loro da mangiare, uno solo non si agita, non abbaia, non piange. Lui si limita ad accucciarsi e a scodinzolare.
Il padrone ha una sola scodella, dalla quale fa mangiare un cane alla volta. Mangiano per primi i due che fanno più cagnara.
Aspettando il suo turno, il terzo cane resta tranquillo. A prima vista, sembrerebbe che abbia fatto qualcosa di male, che l’attesa sia conseguenza di una punizione. Invece, lui è il migliore e il padrone lo sa.
Qualcosa del genere succede anche agli uomini. Alcuni sembrano come puniti. Ma non è così.
Thursday, August 20, 2009
Tuesday, August 18, 2009
Michael O'Brien torna in libreria con "L'isola del mondo"
Il nuovo romanzo di Michael D. O’Brien, autore del bestseller «Il Nemico», sulle sofferenze della Croazia, da Tito ai nostri giorni
Tre anni di ricerche. Un anno per scriverlo. C’è un lungo lavoro alle spalle de
L’isola del mondo, il nuovo romanzo di Michael D. O’Brien, lo scrittore e pittore canadese autore dei bestseller Il Nemico e Il Libraio. Pubblicato in questi giorni dalla San Paolo, nella traduzione di Edoardo Rialti, L’isola del mondo (pp. 848, euro 26) racconta l’avventurosa vita del poeta croato Josip Lasta. Un viaggio fisico e spirituale, dal vecchio continente al nuovo mondo.
Dall’armonia del villaggio in cui Josip nasce nel 1933, educato alla fede cattolica da genitori esemplari, al caos della seconda guerra mondiale e dell’avvento al potere di Tito. Scampato per miracolo alla violenza delle bande partigiane, che in poche ore gli strappano tutto ciò che ha di più caro, Josip inizia un lungo pellegrinaggio che lo porterà oltreoceano, per poi tornare a casa e ritrovare quello che sembrava perduto. Fino a scoprire che, anche nel male più estremo, c’è sempre la possibilità di conservare il proprio volto.
Davanti a una tazza di caffè a¬mericano, l’autore stesso ci pre¬senta il suo romanzo.
Perché ha scelto di raccontare le sofferenze del popolo croato?
«Per la loro dimensione profetica. Questo popolo cattolico ha ricevuto attacchi in ogni epoca e ha dovuto difendere la sua identità. Riuscendo a preservare la propria fede anche nelle situazioni più ostili, come il regime comunista di Tito. In questo senso rappresenta la battaglia che riguarda ogni credente contro la forza dell’ideologia in tutti i tempi».
Ricostruire le vicende dell’ultimo secolo in questa regione non deve essere stato semplice…
«Da subito, mi sono scontrato con diverse memorie in lotta tra loro: la versione comunista, quella dei nazionalisti serbi, quella degli storici cattolici croati. È stato un lavoro minuzioso e corale: un grosso aiuto m’è venuto dalle testimonianze di sopravvissuti serbi e croati emigrati in Canada, che m’hanno confermato molti fatti negati dalla versione ufficiale. Anche perché, vista l’importanza strategica dei Balcani dal punto di vista politico, economico e religioso, è ancora in corso una guerra di propaganda. Dove, a farne le spese, è la dignità delle persone e il loro diritto di scopri¬re la verità».
Come può un popolo conservare la sua identità, contro tutte le forze che cercano di cancellarla?
«È la questione urgente che ho cercato di esplorare. Andando al cuore del romanzo, potremmo tradurla così: come può una persona restare tale, preservando la sua dignità, in circostanze radicalmente disumane? Credo che l’unico modo sia approfondire la propria identità spirituale in Cristo. È Lui a dirci chi siamo davvero e quanto valiamo, e solo la Chiesa può comunicarcelo. L’ideologia, al contrario, in nome dell’umanità distrugge il singolo».
Come ricorda Benedetto XVI nell’ultima enciclica: «L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano» …
«La creazione di una società giusta può solo venire dal rispetto per la dignità e il valore di ogni vita. Anche quando questa dignità è calpestata, l’uomo deve tenere davanti agli occhi la visione che siamo creati a immagine e somiglianza di Dio. È ciò che permette di restare uomini in qualunque situazione».
È quel che emerge nei capitoli ambientati a Goli Otok, l’ «Isola Calva» della Croazia trasformata da Tito in campo di concentramento.
«Il male e le ideologie feriscono l’umanità. Il cuore di ogni ideologia è sempre antropologico, contiene una concezione dell’uomo. L’ideologia materialistica, qualunque forma assuma, nega il significato intero della persona, riducendola al componente di un meccanismo. Pur non esistendo più i regimi del Novecento, quest’ideologia è ancora viva».
In che forma?
«Pensi al nostro Occidente materialista, dove s’introducono aborto e eutanasia con il pretesto di difendere la libertà dell’uomo. Ecco la frattura: si difende l’umanità, ma al tempo stesso si condanna una parte di essa ad una morte ingiusta. E lo si fa in nome dell’umanesimo. È un nuovo totalitarismo: molto soft, senza lager, ma estremamente potente. Davanti a tutto ciò noi cristiani non possiamo scendere a compromessi: siamo chiamati ad essere, come Gesù stesso, un segno di contraddizione. Un segno di verità e carità davanti al male. È l’unica via per resistere alle forze disumanizzanti dell’ordine mondiale».
Certe pagine del suo romanzo riecheggiano Solzenicyn, quando nel discorso ad Harvard nel 1978 metteva in guardia l’Occidente da un’ideologia ancor più subdola di quella al potere in Urss…
«Non è un caso. Solzenicyn attaccava la debolezza dell’Occidente davanti all’espansionismo sovietico. Ma la sua critica scendeva più in profondità: era rivolta contro la perdita di carattere morale dell’Occidente. Ecco il problema. Per questo, davanti alle sfide della nostra epoca, dobbiamo riscoprire le nostre radici. È una rivoluzione interiore, che coinvolge l’anima e il cuore di ciascuno. Dove l’arma che abbiamo, come per Josip, è una sola: il desiderio di conoscere il vero».
Fabrizio Rossi, su "Avvenire" del 22 luglio 2009
Tre anni di ricerche. Un anno per scriverlo. C’è un lungo lavoro alle spalle de
L’isola del mondo, il nuovo romanzo di Michael D. O’Brien, lo scrittore e pittore canadese autore dei bestseller Il Nemico e Il Libraio. Pubblicato in questi giorni dalla San Paolo, nella traduzione di Edoardo Rialti, L’isola del mondo (pp. 848, euro 26) racconta l’avventurosa vita del poeta croato Josip Lasta. Un viaggio fisico e spirituale, dal vecchio continente al nuovo mondo.Dall’armonia del villaggio in cui Josip nasce nel 1933, educato alla fede cattolica da genitori esemplari, al caos della seconda guerra mondiale e dell’avvento al potere di Tito. Scampato per miracolo alla violenza delle bande partigiane, che in poche ore gli strappano tutto ciò che ha di più caro, Josip inizia un lungo pellegrinaggio che lo porterà oltreoceano, per poi tornare a casa e ritrovare quello che sembrava perduto. Fino a scoprire che, anche nel male più estremo, c’è sempre la possibilità di conservare il proprio volto.
Davanti a una tazza di caffè a¬mericano, l’autore stesso ci pre¬senta il suo romanzo.
Perché ha scelto di raccontare le sofferenze del popolo croato?
«Per la loro dimensione profetica. Questo popolo cattolico ha ricevuto attacchi in ogni epoca e ha dovuto difendere la sua identità. Riuscendo a preservare la propria fede anche nelle situazioni più ostili, come il regime comunista di Tito. In questo senso rappresenta la battaglia che riguarda ogni credente contro la forza dell’ideologia in tutti i tempi».
Ricostruire le vicende dell’ultimo secolo in questa regione non deve essere stato semplice…
«Da subito, mi sono scontrato con diverse memorie in lotta tra loro: la versione comunista, quella dei nazionalisti serbi, quella degli storici cattolici croati. È stato un lavoro minuzioso e corale: un grosso aiuto m’è venuto dalle testimonianze di sopravvissuti serbi e croati emigrati in Canada, che m’hanno confermato molti fatti negati dalla versione ufficiale. Anche perché, vista l’importanza strategica dei Balcani dal punto di vista politico, economico e religioso, è ancora in corso una guerra di propaganda. Dove, a farne le spese, è la dignità delle persone e il loro diritto di scopri¬re la verità».
Come può un popolo conservare la sua identità, contro tutte le forze che cercano di cancellarla?
«È la questione urgente che ho cercato di esplorare. Andando al cuore del romanzo, potremmo tradurla così: come può una persona restare tale, preservando la sua dignità, in circostanze radicalmente disumane? Credo che l’unico modo sia approfondire la propria identità spirituale in Cristo. È Lui a dirci chi siamo davvero e quanto valiamo, e solo la Chiesa può comunicarcelo. L’ideologia, al contrario, in nome dell’umanità distrugge il singolo».
Come ricorda Benedetto XVI nell’ultima enciclica: «L’umanesimo che esclude Dio è un umanesimo disumano» …
«La creazione di una società giusta può solo venire dal rispetto per la dignità e il valore di ogni vita. Anche quando questa dignità è calpestata, l’uomo deve tenere davanti agli occhi la visione che siamo creati a immagine e somiglianza di Dio. È ciò che permette di restare uomini in qualunque situazione».
È quel che emerge nei capitoli ambientati a Goli Otok, l’ «Isola Calva» della Croazia trasformata da Tito in campo di concentramento.
«Il male e le ideologie feriscono l’umanità. Il cuore di ogni ideologia è sempre antropologico, contiene una concezione dell’uomo. L’ideologia materialistica, qualunque forma assuma, nega il significato intero della persona, riducendola al componente di un meccanismo. Pur non esistendo più i regimi del Novecento, quest’ideologia è ancora viva».
In che forma?
«Pensi al nostro Occidente materialista, dove s’introducono aborto e eutanasia con il pretesto di difendere la libertà dell’uomo. Ecco la frattura: si difende l’umanità, ma al tempo stesso si condanna una parte di essa ad una morte ingiusta. E lo si fa in nome dell’umanesimo. È un nuovo totalitarismo: molto soft, senza lager, ma estremamente potente. Davanti a tutto ciò noi cristiani non possiamo scendere a compromessi: siamo chiamati ad essere, come Gesù stesso, un segno di contraddizione. Un segno di verità e carità davanti al male. È l’unica via per resistere alle forze disumanizzanti dell’ordine mondiale».
Certe pagine del suo romanzo riecheggiano Solzenicyn, quando nel discorso ad Harvard nel 1978 metteva in guardia l’Occidente da un’ideologia ancor più subdola di quella al potere in Urss…
«Non è un caso. Solzenicyn attaccava la debolezza dell’Occidente davanti all’espansionismo sovietico. Ma la sua critica scendeva più in profondità: era rivolta contro la perdita di carattere morale dell’Occidente. Ecco il problema. Per questo, davanti alle sfide della nostra epoca, dobbiamo riscoprire le nostre radici. È una rivoluzione interiore, che coinvolge l’anima e il cuore di ciascuno. Dove l’arma che abbiamo, come per Josip, è una sola: il desiderio di conoscere il vero».
Fabrizio Rossi, su "Avvenire" del 22 luglio 2009
Friday, August 14, 2009
Maxi promozione della casa editrice ARES
Tuesday, August 04, 2009
Omosessualità & normalità. Colloquio con Joseph Nicolosi
Ho ricevuto duri commenti da parte di un lettore per il post sullo psicologo Gerard van den Aardweg. Questo lettore non aveva esitato ad esprimere tutto il suo disprezzo verso noi “ipocriti cattolici”, già in occasione della pubblicazione di un altro post sulla terapia riparativa di Joseph Nicolosi.
Riassumo di seguito il senso dei commenti, che poi sono tipici di ogni buon promotore dell’ideologia omosessualista.
Dato che l’omosessualità è un orientamento che ha origini genetiche ampiamente dimostrate dalla scienza [non è un’esagerazione, dice proprio così, ndr], la terapia di quegli studiosi che considerano l’omosessualità come innaturale non è scientifica, bensì ideologicamente motivata. Ora - continua il commentatore -, sempre perché omosessuali si nasce, non è nemmeno verosimile che qualcuno possa soffrire per avere tendenze omosessuali. Infatti, di fronte al caso di chi vive con forte disagio la propria omosessualità, il problema ce l’ha … l’esperto che non aiuta quella persona ad accettarsi così com’è!!! Specialista serio e competente è, invece, quello che si adopera nel persuadere che la sofferenza deriva dai condizionamenti sociali e culturali!!! Rispettando un collaudato cliché, il commentatore non risparmia bacchettate alla Chiesa, che non solo si ostina a considerare l’omosessualità come un disordine morale, ma guarda anche con favore al lavoro di “pseudo-studiosi” [sono ancora parole sue, ndr] impegnati a spiegare le cause psicologiche e familiari della stessa. In sintesi, la visione dell’omosessualità come orientamento innaturale ma reversibile è viziata da “superstizione religiosa” e incompetenza scientifica.
Le argute osservazioni del lettore si commentano da sole. Qualche risposta si può trovare in un post che scrissi più di due anni fa, nonché in quest’altro.
Mi limito qui a far notare una caratteristica che accomuna chi abbraccia l’ideologia omosessualista: il disprezzo e l’intolleranza verso studiosi e dati scientifici che vanno in direzione del tutto contraria, ancor più se questi dati scientifici si traducono in una terapia che favorisce il superamento dell’omosessualità. Detto in altri termini, i fautori dell’ideologia omosessualista vogliono mettere a tacere chi non si adegua, meglio, non si assoggetta alla loro “verità”.
Incoraggiato da tanta apertura mentale e sensibilità democratica, riporto un’intervista a Joseph Nicolosi, pubblicata, ancora una volta, su di una rivista cattolica. Il mio obiettivo, come sempre, è quello di offrire qualche stimolo di riflessione. A beneficio di chi? Bé, certamente non di chi si è convinto che l’orientamento omosessuale è faccenda biologica ampiamente dimostrata dalla scienza. Come si dice, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
Riassumo di seguito il senso dei commenti, che poi sono tipici di ogni buon promotore dell’ideologia omosessualista.
Dato che l’omosessualità è un orientamento che ha origini genetiche ampiamente dimostrate dalla scienza [non è un’esagerazione, dice proprio così, ndr], la terapia di quegli studiosi che considerano l’omosessualità come innaturale non è scientifica, bensì ideologicamente motivata. Ora - continua il commentatore -, sempre perché omosessuali si nasce, non è nemmeno verosimile che qualcuno possa soffrire per avere tendenze omosessuali. Infatti, di fronte al caso di chi vive con forte disagio la propria omosessualità, il problema ce l’ha … l’esperto che non aiuta quella persona ad accettarsi così com’è!!! Specialista serio e competente è, invece, quello che si adopera nel persuadere che la sofferenza deriva dai condizionamenti sociali e culturali!!! Rispettando un collaudato cliché, il commentatore non risparmia bacchettate alla Chiesa, che non solo si ostina a considerare l’omosessualità come un disordine morale, ma guarda anche con favore al lavoro di “pseudo-studiosi” [sono ancora parole sue, ndr] impegnati a spiegare le cause psicologiche e familiari della stessa. In sintesi, la visione dell’omosessualità come orientamento innaturale ma reversibile è viziata da “superstizione religiosa” e incompetenza scientifica.
Le argute osservazioni del lettore si commentano da sole. Qualche risposta si può trovare in un post che scrissi più di due anni fa, nonché in quest’altro.
Mi limito qui a far notare una caratteristica che accomuna chi abbraccia l’ideologia omosessualista: il disprezzo e l’intolleranza verso studiosi e dati scientifici che vanno in direzione del tutto contraria, ancor più se questi dati scientifici si traducono in una terapia che favorisce il superamento dell’omosessualità. Detto in altri termini, i fautori dell’ideologia omosessualista vogliono mettere a tacere chi non si adegua, meglio, non si assoggetta alla loro “verità”.
Incoraggiato da tanta apertura mentale e sensibilità democratica, riporto un’intervista a Joseph Nicolosi, pubblicata, ancora una volta, su di una rivista cattolica. Il mio obiettivo, come sempre, è quello di offrire qualche stimolo di riflessione. A beneficio di chi? Bé, certamente non di chi si è convinto che l’orientamento omosessuale è faccenda biologica ampiamente dimostrata dalla scienza. Come si dice, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.
Omosessualità & normalità. Colloquio con Joseph Nicolosi
(a cura di Roberto Marchesini, su “Studi Cattolici” n. 525, novembre 2004, pp. 830 – 832)
Il dott. Joseph Nicolosi si occupa da diversi anni di terapia riparativadell’omosessualità; è cofondatore e direttore dell’Associazione Nazionale per la Ricerca e la Terapia dell’Omosessualità (NARTH), membro dell’Associazione Psicologica Americana, autore di numerosi libri e articoli scientifici. In italiano sono disponibili i seguenti volumi: JOSEPH NICOLOSI, Omosessualità maschile, un nuovo approccio, Milano, Sugarco Edizioni, 2002; JOSEPH NICOLOSI, LINDA AMES NICOLOSI, Omosessualità: una guida per i genitori, Milano, Sugarco Edizioni, 2003. Il sito del NARTH, sul quale è disponibile materiale in italiano, ha il seguente URL: http://www.narth.com/. Roberto Marchesini ha intervistato Joseph Nicolosi per i nostri lettori.
Dottor Nicolosi, cos’è l’omosessualità?
L’omosessualità è un sintomo di un problema emotivo e rappresenta bisogni emotivi insoddisfatti dall’infanzia, specialmente nella relazione con il genitore dello stesso sesso. In altre parole: per il ragazzo che non ha avuto una connessione emotiva con il padre, e per la ragazza che non ha avuto attenzione emotiva da parte della madre, questo può indurli a sviluppare un sintomo di attrazione verso il proprio sesso, o omosessualità.
L’omosessualità è “normale”? E cosa è “normale”?
Io non penso che l’omosessualità sia normale. La popolazione omosessuale è circa il 2 %, 1.5–2 %. Perciò statisticamente non è “normale” nel senso che è molto diffusa. Oltre a questo, non è nemmeno normale in termini di natural design (1). Quando parliamo di legge naturale, e della funzione del corpo umano… quando guardiamo alla funzione del corpo umano, l’omosessualità non è normale. E’ un sintomo di qualche disordine. La normalità è ciò che adempie ad una funzione in conformità al proprio design; questo è il concetto di legge naturale – e in questo senso l’omosessualità non può essere normale, perché l’anatomia di due uomini, i corpi di due uomini, o due donne, non sono compatibili.
Quali sono le cause dell’omosessualità? Ed esisteuna causa genetica?
Come ho detto, le cause dell’omosessualità risalgono all’auto-percezione del bambino o della bambina nella prima infanzia. Il ragazzo ha bisogno di un legame con suo padre per sviluppare la sua sostanziale identità maschile, la ragazza ha bisogno di un attaccamento emotivo o legame con sua madre per sviluppare la sua femminilità. E’ il senso di genere che determina l’orientamento sessuale; in altre parole, quando un ragazzo si sente sicuro della sua mascolinità, è naturalmente attratto dalle femmine. E la stessa cosa è vera anche per le femmine: quando una giovane ragazza si sente sicura della sua identità femminile, sarà naturalmente attratta dai ragazzi. L’omosessuale è la persona che è carente o mancante nel senso di genere, e perciò cerca di rimediare, o cerca un rimedio attraverso altre persone. Questa spinta diventa sessualizzata, ecco perché essi manifestano il sintomo dell’omosessualità.
Si fa un gran parlare circa le cause genetiche [dell’omosessualità] e più o meno vent’anni fa negli Stati Uniti si parlava in continuazione di “gene gay”, o di “cervello gay”… ma nessuno studio ha dimostrato questa cosa. Infatti gli attivisti gay negli Stati Uniti non parlano più così tanto di basi biologiche o genetiche, perché nessuno studio lo ha dimostrato e ha offerto un simile riscontro. Sono molto più evidenti le cause familiari e ambientali, specialmente quella che noi chiamiamo la “classica relazione triadica” (2) costituita per il ragazzo da un padre distante, distaccato e critico, da una madre ipercoinvolta, intrusiva e talvolta dominante e da un ragazzo costituzionalmente sensibile, introspettivo e raffinato che è esposto ad un rischio maggiore di sentirsi carente nell’identità sessuale. Noi vediamo questo schema continuamente.
Noi riconosciamo che in molte persone c’è una predisposizione costituzionale all’omosessualità, ma è cosa diversa da una pre-determinazione, o da una “causa” diretta. Cioè, il ragazzo può essere costituzionalmente incline all’omosessualità, nei termini della sua costituzione passiva o delicata, e nella sua difficoltà nel creare un legame con il padre e nel sentirsi fiducioso nei confronti del mondo maschile, ma è necessaria la “classica relazione triadica” ambientale per creare un problema omosessuale a un ragazzo con questa costituzione.
Qual è la differenza tra “gay” e “omosessuale”?
E’ essenziale fare questa importante distinzione tra gay e omosessuali. Gli attivisti gay vorrebbero che noi credessimo che tutti gli omosessuali sono gay. Infatti, persino la gerarchia della Chiesa Cattolica crede che le persone omosessuali siano “gay”. Noi non crediamo che essi siano gay. La parola “gay” indica una identità socio-politica.
Omosessuale, invece, è semplicemente una descrizione di un problema psicologico, di un orientamento sessuale.
Le persone che vengono nella nostra clinica, che cercano un aiuto, hanno un problema omosessuale, ma rifiutano l’etichetta di gay. Non vogliono essere chiamati “gay” perché non si riconoscono in quella identità socio-politica e con lo stile di vita gay.
Il movimento gay è un movimento per i diritti umani?
Da un certo punto di vista lo è, è un movimento per i diritti umani, o per i diritti civili, perché tutte le persone, non importa quale sia il loro orientamento sessuale, devono godere dei loro diritti civili – comunque questo non significa che la società debba ridefinire il matrimonio; questo è un altro argomento e va oltre lo scopo di questa conversazione.
Noi crediamo che molti attivisti gay hanno usato la questione dei diritti civili o delle libertà civili come un modo per opprimere persone che stanno cercando di cambiare, persone che stanno cercando di uscire dall’omosessualità. C’è una intera popolazione di individui che sono uscite o che stanno uscendo dall’omosessualità, e questo fatto è una minaccia per gli attivisti gay, e gli attivisti gay stanno tentando di sopprimere e far passare sotto silenzio questo punto di vista, questa popolazione.
I ricercatori dicono che gli omosessuali soffrono molto. La causa di questa sofferenza è l’omosessualità o l’omofobia sociale?
Noi crediamo che ci sia della sofferenza per le persone omosessualmente orientate nella società, perché la cultura gay è minoritaria in questa società e perché gli obiettivi sociali del movimento gay costituiscono una minaccia per il corpo sociale perché i gay vogliono ridefinire il matrimonio, la natura della genitorialità, e la norma sociale fondamentale circa il sesso e il genere, perciò la società ha resistito alla normalizzazione dell’omosessualità e alla visibilità dei gay. E riconosciamo che questo sia difficile per le persone che si identificano come gay.
Comunque, ciò di cui non si parla è il disordine intrinseco nella condizione omosessuale.
Noi crediamo che l’omosessualità sia intrinsecamente disordinata (3), e contraria alla vera identità dell’individuo; e molti dei sintomi dei quali soffrono le persone gay e lesbiche non sono causate dall’omofobia sociale ma perché la condizione stessa è contraria alla loro vera natura.
Moltissimi studi mostrano che gli omosessuali sono più infelici, depressi, predisposti a tentativi di suicidio, hanno relazioni povere, sono incapaci di sostenere relazioni a lungo termine, hanno comportamenti autolesionistici e disadattati. Ma non si può semplicemente dire che tutto ciò sia causato dall’omofobia della società. In parte lo è; ma io credo che la maggior parte della sofferenza sia dovuta alla natura disordinata della stessa omosessualità – perché contrasta la nostra natura umana.
Il cambiamento è possibile?
Il cambiamento è davvero possibile. Noi vediamo sempre più individui che vogliono farsi avanti pubblicamente e dare la loro testimonianza. Cinque anni fa sarebbe stato molto difficile trovare un ex omosessuale che volesse esporsi, ma fortunatamente oggi uomini e donne che erano dichiaratamente gay e lesbiche, che vivevano lo stile di vita gay, ora vogliono discutere apertamente del loro processo di cambiamento. Molti di loro sono sposati con bambini, e gli era stato detto che non avevano altra scelta che essere gay, e che avevano un gene dell’omosessualità, e che dovevano imparare ad accettarlo, ma queste persone sono state capaci di andare a fondo nelle cause della loro attrazione verso il proprio sesso. E allora hanno scoperto che molte delle loro sofferenze erano dovute a cause emotive. E quando questi bisogni emotivi sono stati riconosciuti onestamente e soddisfatti in maniera sana, il loro desiderio omosessuale è diminuito.
Cos’è la terapia riparativa?
La terapia riparativa è un particolare tipo di psicoterapia che è applicata agli individui che vogliono superare la loro attrazione omosessuale. E’ una terapia particolare che guarda alle origini e alle cause di questa condizione, che aiuta il cliente a comprendersi, insegnandogli a capire cosa è successo nella sua infanzia, a capire gli eventi particolari che gli sono accaduti, specialmente nei termini delle relazioni con sua madre e suo padre, e ad andare oltre a tutto ciò… a sostenere il cliente nel creare quelle nuove relazioni che sono sane, che sono benefiche, e che compensano il vuoto emotivo che si è creato nel suo sviluppo.
La terapia riparativa studia davvero a fondo le tecniche che sono più efficaci nel diminuire l’omosessualità di una persona e a sviluppare il suo potenziale eterosessuale.
Quali sono le basi teoriche della terapia riparativa?
Fondamentalmente la terapia riparativa inizia, teoricamente, con la terapia psicodinamica, ossia quella che studia le forze inconsce che governano il comportamento delle persone. Dal punto di vista teorico noi crediamo che i bisogni emozionali non soddisfatti vengano espressi indirettamente sottoforma di sintomi, e nel caso dell’omosessualità come attrazione omosessuale; ma che l’omosessualità non riguardi davvero il sesso, quanto piuttosto il tentativo di acquistare soddisfazione emotiva e identificazione, completamento, attraverso il comportamento sessuale; tentativo che però non funziona, ed è questo il motivo per cui le persone vengono da noi.
Molti degli sviluppi teorici sono basati sulla teoria psicodinamica classica: noi usiamo molti concetti freudiani – come è noto, Freud (4) pensava che l’omosessualità fosse un disordine dello sviluppo, e che fosse una condizione che potesse essere soggetta a trattamento.
Anche se lo stesso Freud fu un difensore dei diritti dei gay, credeva che il trattamento dovesse essere disponibile per quelli che volevano cambiare, e noi seguiamo la stessa linea di tradizione.
Noi usiamo anche molto della “teoria dell’attaccamento” di John Bowlby (5), di quella delle relazioni oggettuali (6) e della self-psychology (7), molto popolare negli Stati Uniti. Noi lavoriamo anche con la famiglia d’origine, aiutando il paziente a comprendere le sue relazioni con la sua famiglia, il suo ruolo nella famiglia, e come il posto da lui occupato nella struttura familiare lo ha condotto al fallimento nella acquisizione del proprio genere.
Note.
(1) Il termine design, difficilmente traducibile, può essere reso con scopo, progetto, modello. Si tratta del concetto tomista di “natura”: è l’essenza in relazione alla funzione o attività della cosa.
(2) Cfr. IRVING BIEBER e coll, Omosessualità, Roma, “Il Pensiero Scientifico” Editore, 1977.
(3) Cfr. “Occorre invece precisare che la particolare inclinazione della persona omosessuale, benché non sia in sé peccato, costituisce tuttavia una tendenza, più o meno forte, verso un comportamento intrinsecamente cattivo dal punto di vista morale. Per questo motivo l’inclinazione stessa deve essere considerata come oggettivamente disordinata”, Congregazione per la Dottrina della Fede, Lettera ai vescovi della Chiesa cattolica sulla cura pastorale delle persone omosessuali, § 3, 01/10/1986.
(4) Sigmund Freud (1856–1939), fondatore della psicoanalisi.
(5) John Bowlby (1907–1990), psicoanalista e psichiatra infantile, sviluppò la “teoria dell’attaccamento” sul legame affettivo tra la madre e il bambino.
(6) La “teoria delle relazioni oggettuali” riguarda lo studio delle relazioni tra il soggetto e persone esterne reali, immagini e residui di relazioni con esse e del significato di esse per il funzionamento psichico. Tra i principali interpreti di questo approccio si ricordano Melanie Klein (1882 - 1960), William Ronald Dodds Fairnbairn (1889-1964) e Donald Woods Winnicott (1896-1971).
(7) Elaborata, a partire dalla psicoanalisi freudiana, da Heinz Kohut (1913–1981), la self-psychology (o psicologia del sé) individua in una inadeguata relazione bambino – adulto lo sviluppo di un sé narcisistico.
Sunday, August 02, 2009
Perché Repubblica strattona la Chiesa
Antonio Socci su Libero del 30 Luglio 2009
E’ in corso un assedio da parte di Repubblica alla Chiesa. Proponendosi come pii e austeri custodi della morale sessuale cattolica, i censori di Ezio Mauro ed Eugenio Scalfari, paladini della più rigorosa castità, anche ieri hanno “sparato” un editoriale di Adriano Prosperi (specializzato in sgangherati attacchi anticlericali) per inventarsi, nientemeno, una “Chiesa che punta il dito sulla moralità del premier”. Come loro vorrebbero.
E’ da qualche settimana infatti che va avanti questo bombardamento sulle gerarchie episcopali per ottenere da loro “una chiara parola di condanna dell’immonda spazzatura che dalla vita privata del presidente del Consiglio trabocca sul paese”. Per ora Repubblica ha ottenuto solo qualche strillo isolato, perlopiù di personalità politicizzate. Così ora cerca di amplificare e piegare alle proprie pretese qualche garbata nota di richiamo alla morale pubblica apparsa su Avvenire.
Naturalmente Repubblica ha tutto il diritto di fare la sua battaglia politica contro Berlusconi e sui fatti che gli addebitano, ma cosa c’entra la Chiesa? E cosa c’entrano loro con la Chiesa? Questo strattonamento alla Chiesa, sebbene ridicolo (perché proviene dal giornale che di solito, sulle questioni di interesse generale, pretende di zittire i vescovi in nome della laicità), va compreso bene da noi cattolici.
Infatti è molto più di un tentativo di strumentalizzazione politica della Chiesa. E’ molto più di un tentativo di trasformare i vescovi in camerieri della lobby di Repubblica per la condanna dell’odiato Berlusconi. E’ un attacco alla dottrina cattolica stessa sul tema più delicato, quello del peccato e della grazia, che è al cuore della storia cristiana.
In parole povere, da duemila anni la Chiesa, seguendo il comportamento e il comandamento di Gesù, condanna con nettezza e decisione il peccato, ma, a braccia spalancate, chiama a sé e accoglie il peccatore e fa festa per il suo ritorno. Ora Repubblica vuole spazzar via quanto Gesù ha comandato per esigere la condanna del peccatore (uno solo: Berlusconi) e l’accoglienza del peccato.
Sì, perché Repubblica è sempre stata tra gli alfieri ideologici della cosiddetta rivoluzione sessuale, della secolarizzazione dei costumi, è sempre stato il giornale che più pesantemente ha bombardato contro l’insegnamento morale della Chiesa in materia sessuale e sulle questioni limitrofe del divorzio, dell’omosessualità, dell’aborto, della contraccezione, dei sacramenti ai divorziati. Vi risulta che Repubblica, Mauro, Scalfari e compagnia abbiano mai fatto una battaglia pubblica – sul piano morale e culturale – contro la “rivoluzione sessuale”, contro l’adulterio, contro i rapporti prematrimoniali, contro il divorzio, l’aborto e la pillola? Vi risulta che abbiano mai fatto analoghe crociate per la fedeltà coniugale, per la castità, per la riscoperta della verginità?
A me no. Potrò sbagliarmi, ma non ho mai visto Scalfari e Mauro tenere conferenze di elogio per la Humanae vitae o per Santa Maria Goretti davanti a una platea di femministe (eppure quella ragazzina è una vera eroina del nostro tempo assatanato). La lobby dell’Espresso e di Repubblica è – per definizione – la portabandiera della rivoluzione radicale e “libertaria” e ha sempre coperto di sarcasmi o attacchi i pochi anticonformisti che vivevano una cultura controcorrente, che resistevano ai comandi del “nuovo potere” e gustavano una diversa percezione della vita. Ricordo quanti irridenti articoli sono toccati a noi giovani ciellini che – negli anni del sesso mordi e fuggi – imparammo, per grazia, da don Giussani a guardare le nostre ragazze con uno sguardo diverso: poetico e non da assatanati consumatori finali.
Il salotto Espresso-Repubblica ha sempre vantato come proprio merito storico quella laicizzazione che ha portato all’Italia “del divorzio e dell’aborto”, all’Italia del sesso disinvolto, all’Italia “emancipata” dal Vaticano e dalla sua “morale repressiva”. Ora si vorrebbe sapere dunque con quale criterio e quale faccia, proprio quella lobby non solo si metta a dar lezione di “morale repressiva” alla Chiesa, ma soprattutto pretenda che la Chiesa condanni il peccatore, anzi “un” peccatore, uno solo, per nome e cognome, oltretutto assolvendo il peccato. Perché non risulta che Mauro, Scalfari e compagnia chiedano la condanna dell’adulterio e del “sesso laico”, chiedono solo la condanna del loro Nemico. Insomma pretenderebbero una morale sessuale “ad personam” (dopo aver criticato le “leggi ad personam”), che valga esclusivamente per Berlusconi e non per loro o per tutti noi.
Non solo. I salotti dell’Espresso e di Repubblica, da decenni, esaltano Giovanni XXIII (un papa Roncalli che trasformano a proprio uso e consumo) perché nella “Pacem in terris” ha insegnato a distinguere tra l’errore e l’errante, tra un’ideologia sbagliata (da condannare) e gli uomini concreti con cui dialogare. Siccome in quel caso egli parlava dei comunisti a lorsignori va benone. Se invece la stessa logica si applica a Berlusconi deve essere rifiutata.
Peraltro costoro non sanno che quella distinzione fra errore ed errante che viene attribuita a papa Roncalli come se egli avesse portato una novità nella Chiesa, è in realtà una citazione che papa Giovanni fece di Pio XII, proprio di un suo testo sul comunismo (vedi Andrea Tornielli, Pio XII, pp. 496-497). Sì, quella distinzione fra ideologia comunista e uomini concreti che vi aderiscono appartiene al papa più detestato dal mondo progressista. Ed è un principio che da sempre appartiene alla Chiesa: lo si trova già nel discorso di Paolo III di inaugurazione del Concilio di Trento.
La bistrattata Chiesa, a cui oggi Repubblica imputa – incredibilmente – di essere troppo lassista sulle questioni di morale sessuale, in realtà, senza trattare nessuno da “pubblico peccatore” (perché “pubblicani e prostitute vi precedono nel Regno dei cieli”), da sempre continua – come da comandamento divino – a condannare tutti i peccati, commessi da tutti, a mostrarne la triste degradazione, a lamentare la mercificazione dell’uomo e della donna, ma ad accogliere ogni peccatore ed esortarlo a gustare la bellezza del perdono del Padre e la sua pace.
Se lorsignori si fossero degnati di ascoltarla, anziché di irriderla, si sarebbero accorti che la Chiesa, ben prima di loro e ben più profondamente, da anni – almeno dalla Humanae vitae – richiama accoratamente tutti gli uomini sul rischio di disumanizzazione della rivoluzione sessuale. Fra i pochissimi anticonformisti che applaudirono la condanna della pillola – fatta da Paolo VI – come “morte dell’amore” ci fu quel grande intellettuale ebreo della Scuola di Francoforte che era Max Horkheimer. Ripeto: Horkheimer, non Scalfari o altre editorialisti di Repubblica. Gli eventi hanno mostrato quanto profetica fu la Chiesa, quanti guasti (nelle famiglie, nella vita sociale) e quanti drammi ha prodotto quella “rivoluzione” (a cui possiamo ascrivere anche l’insorgere di nuove terribili malattie sessualmente trasmesse che hanno fatto stragi, oltre alla tragedia planetaria dell’aborto).
Non c’è una seria riflessione critica, al di fuori della Chiesa, sul mondo che quella rivoluzione ha prodotto. A Repubblica si accorgono dell’ “immoralità dei costumi” (o della sessuomania dilagante) solo se c’è da infilzare Berlusconi, perché tutti gli altri giorni dell’anno essa viene da loro chiamata laicità, progresso e libertà.
Del resto a Repubblica dicono sempre di preferire i protestanti alla Chiesa cattolica (“noi giornalisti di un certo tipo protestante”, scrisse un giorno Scalfari). Perciò i vescovi italiani possono rispondere alle seccanti pressioni di quel giornale con una stupenda battuta del “cattolico” Oscar Wilde: “La Chiesa cattolica è soltanto per i santi e per i peccatori. Per le persone rispettabili va benissimo quella anglicana”. Dunque Mauro provi a chiedere un anatema contro Berlusconi alla Chiesa anglicana. Se la trova, perché si è quasi estinta.
Monday, July 20, 2009
La Chiesa, il nuovo Harry Potter e il «segno di una ricerca»
Dal Corriere della Sera del 18 luglio 2009 riporto l’articolo di Vittorio Messori intitolato La Chiesa, il nuovo Harry Potter e il «segno di una ricerca».Il cardinal Angelo Bagnasco che, nella recente lettera pastorale alla sua diocesi di Genova scrive: “Certe tendenze, pur non coerenti con la fede, come il fenomeno dell’occultismo e della superstizione, la suggestione delle filosofie orientali, la ricerca di spiritualità esoteriche, le diverse forme di New Age, sono a loro modo segni di una ricerca”.
L’Osservatore romano che pubblica l’articolo di un collaboratore che dà un giudizio cautamente positivo (o, almeno, non negativo) della sesta tappa della saga di Harry Potter, in proiezione nei cinema in questi giorni.
I media, si sa, sono alla ricerca costante di collegamenti tra notizie disparate, per spacciare presunte “nuove tendenze” o improbabili “prospettive inedite” e costruirvi servizi fuorvianti. È successo anche questa volta, mescolando una citazione estrapolata dell’austero presidente della CEI alle avventure cinematografiche del “maghetto” inglese. La tesi che si vorrebbe dimostrare è qualcosa del tipo: “C’è una nuova apertura della Chiesa al Soprannaturale“, quello estraneo alla Tradizione.
Vediamo di capirci qualcosa. Su Harry Potter si è fatto rumore, a suo tempo, attorno a un presunto giudizio negativo dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, giudizio che – come si è poi scoperto – non era suo ma di un collaboratore ed era stato strumentalizzato da una giornalista tedesca. In realtà, come spiegò anche un articolo di Civiltà Cattolica, e come ribadisce ora il pezzo del quotidiano vaticano, sarebbe ingiustificata una crociata previa contro questa saga. In effetti, malgrado non vi sia un esplicito riferimento al cristianesimo, i suoi valori sono riaffermati dallo schema di fondo, che vuole le forze del Bene in difficoltà ma alla fine vincitrici su quelle del Male. I buoni sentimenti sono diffusi e mai irrisi. E, quanto alla magia, anche lo spettatore, o il lettore, giovani si accorgono che la storia non è che una favola, dove non manca l’ironia. E si sottolineano positivamente i siparietti comici che contribuiscono a demitizzare le vicende, allentando la tensione.
Nessuna attuale assoluzione “vaticana”, dunque, poiché non vi è stata prima nessuna “condanna”, se non da parte di settori tradizionalisti, quelli ossessionati da un onnipresente “complotto anticristiano” per il quale Harry Potter sarebbe un arma tanto micidiale quanto occulta. Sono quelli che si affannano ad ascoltare nastri musicali alla rovescia per individuarvi messaggi blasfemi; o a ricercare, nascosto ovunque, il 666, il “numero della Bestia” secondo l’Apocalisse; o a tentare di individuare segni diabolici subliminali negli spot pubblicitari. La Chiesa lascia fare, ma non partecipa a queste atmosfere di sospetti millenaristi.
Nulla di nuovo, ovviamente, anche nella parole di quel coriaceo e impenitente discepolo del grande cardinal Giuseppe Siri (sempre più riscoperto con ammirazione, negli ambienti ecclesiali) che è Angelo Bagnasco. Un suo confratello nella porpora, Giacomo Biffi, ripete da sempre che “il contrario della fede non è la ragione ma la superstizione”. Ed è citatissimo il Chesterton dell’aforisma secondo il quale “il guaio dell’uomo di oggi non è il fatto che non crede a niente ma il fatto che crede a tutto”. C’è forse qualcosa di nuovo nel segnalare, come fa Bagnasco, che al declino del cristianesimo si è accompagnato, in Occidente, un lussureggiare di veggenti, stregoni, guru, indovini, astrologi, esoteristi, sciamani? Ed è forse una interpretazione originale quella secondo la quale tutto questo è “a suo modo il segno di una ricerca”? Non si tratta di “aprire” come qualcuno ha detto ma, semmai, di constatare. Senza sorpresa ma con qualche amarezza. L’abbandono, cioè, di quella che per il cardinale è la via maestra, induce a smarrirsi in sentieri che non portano da nessuna parte.
Anche qui, intendiamoci, nessun fanatismo. Il cristianesimo autentico, quello non settario, è sempre inclusivo, mai esclusivo, secondo la parola di Gesù (“non sono venuto per distruggere ma per completare”) e l’esortazione di Paolo (“esaminate tutto, tenete ciò che è buono”). Così, l’attenzione attuale per certe tecniche orientali è presente oggi in molte Case di esercizi spirituali del tutto accettati. Se vale ancor oggi il consiglio, per il fedele comune, di astenersi dalla astrologia è per prudenza e non per un rifiuto previo, visto che astrologi erano presenti alla Corte papale e il principe stesso dei teologi, San Tommaso d’Aquino, credeva nell’influsso degli astri, pur conciliandolo con il libero arbitrio. Non poteva essere altrimenti, visto che i cosiddetti “Magi” erano quasi certamente astrologi caldei che avevano individuato l’arrivo del Messia degli ebrei scrutando le stelle. L’esortazione, poi, a star lontani dall’occultismo non è perché si tratti sempre e comunque di inganni e truffe ma perché può essere, talvolta, un pericolo reale. Come sperimentarono tanti santi che dovettero difendersi da trame oscure in cui la Chiesa istituzionale stessa, pur prudente e di primo acchito doverosamente scettica, ha dovuto riconoscere lo zampino diabolico.
Insomma , per dirla con Ernest Renan, “la verità è sempre triste, ahinoi!”. La tristezza della verità, in questo piccolo caso, è data dal fatto che non si riesce proprio a trovare alcunché di nuovo, né qualcosa che le accomuni, tra le parole dell’arcivescovo di Genova e quelle di un collaboratore dell’Osservatore romano. I cercatori di “clamorose svolte” dovranno, ancora una volta, attendere altre occasioni.
© Corriere della Sera
Friday, July 10, 2009
La svastica che ispirò Hitler
Riporto l'articolo Ecco la svastica che ispirò Hitler, di Vittorio Messori, pubblicato sul Corriere della Sera del 9 luglio.Per penetrare nel luogo proibito, ho dovuto giocare la carta del riconoscimento, mostrando il passaporto e alcune pubblicazioni recenti che avevo con me. Ho superato così la diffidenza del monaco guardiano, fortunatamente lettore delle traduzioni tedesche dei miei libri. Affidato a un sagrestano e aperta la grande porta barocca chiusa a chiave, mi sono stati concessi pochi minuti per scattare qualche istantanea con la mia macchinetta automatica. Alla fine, l' esortazione a «far buon uso» del privilegio accordato a me e negato categoricamente a tanti altri, da molti anni. Tutto questo per accedere alla sagrestia di una chiesa non solo aperta al pubblico ma anche assai frequentata, essendo al contempo parrocchia e tempio della grande, antica abbazia di Lambach, nell'Alta Austria. Un monastero che, nella sua vita millenaria, ha vissuto anche una esperienza singolare: durante l'anno scolastico 1897/98 ospitò, per la terza classe elementare, un bambino di otto anni originario di Braunau am Inn. Bambino disciplinato, dal visetto grazioso (come mostra la ancora esistente foto della classe) ma ostinato e introverso. Il che non gli impedì di essere un diligente chierichetto e un buon elemento della corale di voci bianche, nonché un allievo attento delle lezioni di violino impartitegli da un Padre benedettino. Dopo l'aula della scuola nell' abbazia, la maggior parte del suo tempo lo trascorse, quell'anno, proprio nella sagrestia ora interdetta ai visitatori. Lì, infatti, aiutava i sacerdoti celebranti a indossare e a togliere i paramenti liturgici, lì lavava e riempiva le ampolle per l'acqua e per il vino, lì sistemava arredi e vesti negli armadi. Lì si radunava con gli altri bambini, ogni sabato pomeriggio, per le prove dei canti per la messa grande domenicale e si esercitava per le melodie previste per matrimoni, funerali, feste liturgiche varie. Ebbene, quel vasto ambiente barocco è dominato da una sorta di grande cenotafio in marmi dai colori vivaci, che termina in uno stemma abbaziale, sovrastato da una mitria e da un pastorale in pietra rossa, forse di Verona. Nell'ovale del blasone, una svastica con gli uncini piegati, vistosamente dorata. La stessa doratura per la data (1869) e per le quattro lettere che circondano la croce: T.H.A.L. Cioè: Theoderic Hagn Abate (di) Lambach. Per posizione, per imponenza, per policromia dei marmi pregiati, il cenotafio è il punto focale della sala, è impossibile non esserne attratti appena entrati. Dunque, in quell'anno scolastico di oltre 110 anni fa, attrasse anche gli occhi, avidamente curiosi, dell' allievo di terza classe della Volks-Schule, nonché chierichetto e corista. Il suo nome era Adolf Hitler. L'anno a Lambach del futuro Führer è ovviamente ben noto agli storici, anche perché l'interessato gli dedicò una pagina del Mein Kampf, dove dice di non avere condiviso l'ideale di quei monaci ma di averne stimato la serietà e, soprattutto, di avere provato tali emozioni durante le solenni liturgie da sentirsi, lui che sarà sempre astemio, berauscht, ubriaco. Alcune biografie accennano anche alla svastica del monumento abbaziale ma, curiosamente, sono quasi inesistenti, per quanto sappia, le fotografie che appaghino la curiosità dei lettori. In ogni caso, le rare immagini sono di molti anni fa, in sfocato bianconero. In effetti, come io stesso ho constatato, i religiosi hanno deciso di interdire l'accesso alla sagrestia per troncare una sorta di pellegrinaggio, ove ai curiosi si aggiungevano, pare, anche inquietanti nostalgici se non dei pericolosi pazzoidi. La gran maggioranza dei visitatori ignora che un' altra svastica, seppur di dimensioni minori, potrebbe risvegliare la curiosità.
La seconda croce uncinata è sulla fontana nel giardino di fronte all'ingresso.Il piccolo Adolf vide pure questa tutti i giorni, giungendo al mattino in abbazia, ma nel dopoguerra è stata coperta da rampicanti e da vasi di fiori e per vederla bisogna conoscerne l'esistenza e spostare le piante. Anche questa è «firmata» da padre Theoderic Hagn, abate di Lambach nella seconda metà dell'Ottocento che per il suo stemma (ogni superiore di monastero benedettino ne ha uno, alla pari dei vescovi) scelse una svastica, forse perché segno dell'incontro tra la croce cristiana e la tradizione religiosa mondiale. È noto, infatti, che sin da tempi preistorici la croce uncinata è presente come simbolo sacro in ogni continente, America precolombiana e Oceania incluse. Soltanto il giudaismo sembra non conoscerla, probabilmente perché è simbolo solare, mentre la tradizione ebraica, a cominciare dal calendario, è soprattutto lunare. Sta di fatto che anche per questo la Hakenkreuz, la «croce con gli uncini», fu dichiarata «segno ariano» e prediletta, tra Ottocento e Novecento, dai gruppi ispirati al nazionalismo germanico nonché all' esoterismo e all'antisemitismo in qualche modo «metafisico». Il giovane Hitler la conobbe (curiosamente, proprio nella forma «alla Lambach», con gli uncini piegati) presso la Thule-Gesellschaft, la società semisegreta le cui dottrine e i cui uomini alimentarono il nazionalsocialismo nascente. Fu nel maggio del 1920 che il futuro Führer presentò l'insegna del movimento, da lui stesso (pittore frustrato) disegnata: una svastica, appunto, ma con i bracci raddrizzati e inclinata verso destra, per, disse, «dare l' idea di una valanga che travolga il mondo decadente». Questa scelta del simbolo, tra tanti possibili, fu determinata anche dall'impressione ricavata dallo scolaro di terza elementare davanti alle svastiche dell' abate Hagn? Hitler non ne fece mai cenno, ma ci sono due episodi che fanno pensare. Quando invase l'Austria, nel 1938, pur pressato da mille impegni, si fece portare a Lambach (riservatamente, con Eva Braun, una foto lo mostra con un impermeabile bianco, da borghese) per rivedere l' abbazia e sostò nella sagrestia, davanti al vistoso cenotafio dove tante volte aveva lavorato e cantato. C' è di più: come già in Germania, i nazisti soppressero subito le case monastiche austriache, ma Lambach fu risparmiata e i religiosi furono allontanati soltanto nel 1942. Dopo tutto, non sfugga un particolare: attorno ai bracci della svastica dell' abate, stanno anche una A e una H. Proprio quelle iniziali che Adolf Hitler volle incise accanto alla Hakenkreuz «ariana» sulla facciata e nei saloni della cancelleria di Berlino.
© Corriere della Sera
Wednesday, July 01, 2009
Ideologia transgender? Roba da matti!
La rivista Il Timone presenta ogni mese un dossier tematico di approfondimento. Quello del numero di giugno è intitolato Né maschi né femmine. L’ideologia di genere. Degli articoli di cui è composto il dossier ho selezionato “Genere” o “sesso”?, di Roberto Beretta. Lo riporto di seguito precisando che ho modificato leggermente l’ordine dei paragrafi. In tal modo mi è sembrato di rendere ancora più immediata e istruttiva la trattazione dell’argomento.
(Dal numero di giugno si veda anche l’articolo sull’omosessualità indesiderata, a firma di Roberto Marchesini)
(Dal numero di giugno si veda anche l’articolo sull’omosessualità indesiderata, a firma di Roberto Marchesini)
Essere come angeli, né maschi né femmine: un sogno paradisiaco oppure un incubo? Vediamo.
L’avvocato Mauro Ronco, 63 anni, presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino e professore universitario di Diritto penale, nonché responsabile piemontese di Azione Cattolica, si è occupato di vari casi – oggi sempre più frequenti – in cui sono coinvolti aspetti giuridici e insieme morali: dal divorzio all’aborto, dal testamento biologico allo statuto dell’embrione.
Professore, come spiegherebbe agli ignari, e in parole molto povere, l’espressione “ideologia di genere” o più semplicemente gender, all’americana?
«L’ideologia di genere presenta molteplici aspetti. Sottolineerei anzitutto l’uso del termine “genere” al posto di “sesso”. Per la tradizione filosofica e linguistica che ha il suo referente nelle Scritture bibliche, la persona è “maschio” o “femmina”. La connotazione anatomica e biologica del sesso assegna a ciascuno una specifica identità, l’identità sessuale appunto. Per l’ideologia di genere, invece, la persona non è “maschio” o “femmina”, bensì è ciò che diventa secondo le multiformi scelte nel corso della vita. La persona assume così indifferentemente varie “identità di genere”, a seconda della sua libera scelta. In questo senso anche l’ideologia omosessuale viene superata. La persona non è mai definita sul piano sessuale, ma è in uno stato mutevole di “generi” che essa stessa si può dare. Nell’ideologia di genere affiora una specie di odio verso il sesso come connotazione biologica che prescinde dalla scelta personale, esso è visto come qualcosa che condiziona ingiustamente la libera esperienza di vita di ciascuno e quindi come un limite insopportabile alla libertà. Il secondo aspetto che occorre mettere in luce concerne la lotta contro ogni identità e contro ogni differenza: l’obiettivo è giungere ad un’assoluta indifferenziazione, in cui vengano aboliti nella persona umana i segni sessuali della creazione. L’ideologia di genere, in definitiva, ha come obiettivo il sovvertimento della realtà sessuale. Se nella Genesi è scritto: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò (Genesi 1,27); se Gesù riprende lo stesso tema, dicendo: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina?” (Matteo 19,4), l’ideologia di genere proclama che non vi è in natura né “maschio” né “femmina”, ma tanti generi quanti ciascuno si voglia liberamente dare».
Qualcuno sostiene che si tratta di un ulteriore passo della cosiddetta «rivoluzione sessuale»; in che senso?
«Credo di sì, ma in senso paradossale, perché in qualche modo costituisce la negazione stessa della rivoluzione sessuale come è stata concepita nel XX secolo. Infatti, l’ideologia di genere nega il sesso come identità della persona, cioè può anche rimanere, ma è meglio che venga eliminato anche fisicamente. Così l’organo sessuale maschile venga levato e l’uomo si trasformi, per quanto possibile, in una donna o – ancor meglio – in un essere asessuato. Vale pure il contrario, che la donna si trasformi in uomo. Meglio ancora, per l’ideologia di genere, se ciascuno riesce a portare in sé i segni della doppia sessualità, oppure di nessuna sessualità. Il sesso è concepito soltanto come strumento per provocare il piacere; è però eliminato del tutto non soltanto nel suo valore intrinsecamente procreativo, ma anche nel suo significato identitario».
Il femminismo sembrava spingere verso un’esaltazione esasperata della diversità sessuale; ora invece si ritrova ad essere additato come una delle radici da cui nasce l’omologazione dei sessi. Com’è stato possibile un tale paradosso?
«Vero. Si tratta di un paradosso. Se però si studia il significato del femminismo radicale, si comprende come l’evoluzione sia del tutto logica. Infatti, il femminismo radicale negava, sin dall’origine, la sessualità come intrinsecamente procreativa. Quindi, negava l’identità della donna come portatrice essenziale del valore della maternità. L’esasperazione femministica del sesso femminile era un modo per negare il significato profondo della femminilità. Il processo ha però un corso implacabile: se si nega il significato profondo, metafisico della femminilità, è inevitabile che si finisca per negare anche il segno biologico di essa».
Quali potrebbero essere, concretamente, le ricadute sociali di una affermazione dell’ideologia di genere? E una reazione ad essa non potrebbe rischiare invece di rituffarci in una cultura «patriarcale» o maschilista?
«Sì, è possibile che gruppi maschili, particolarmente sensibili alla profonda ingiustizia conseguente alla diffusione dell’ideologia di genere, si esprimano reattivamente nella vita sociale con gesti e atteggiamenti violenti come quelli degli ultras del tifo sportivo, per manifestare inconsciamente la propria identità maschile.
Ma non sarebbe il pericolo più grave. Le ricadute sociali di una vittoria dell’ideologia di genere sarebbero ben più devastanti. Oltre all’aggravamento della crisi demografica, si scatenerebbero squilibri psichici in larghe fasce della popolazione; molti, privati di chiara identificazione sessuale, potrebbero precipitare in forme di depressione assai preoccupanti».
Lei ha svolto un’audizione alla Commissione Giustizia della Camera sul tema del «genere». Come mai il Parlamento se ne occupa?
«La Commissione Giustizia della Camera ha in discussione, dal novembre scorso, alcune proposte di legge sulle discriminazioni o sull’istigazione a discriminazioni per motivi legati all’orientamento sessuale o all’identità di genere. L’introduzione di questo nuovo reato ha trovato però una certa opposizione nella Commissione Giustizia, così la relatrice del progetto di legge Anna Paola Concia (Pd) ha modificato le originarie proposte, limitandosi a chiedere l’aggiunta all’articolo 61 del Codice Penale di un’aggravante per reati con “finalità di discriminazione per motivi inerenti all’orientamento sessuale o all’identità di genere”. D’altra parte, di fronte alle perplessità, i parlamentari hanno deciso di ascoltare le opinioni di due giuristi. Io sono stato ascoltato il 14 gennaio 2009».
E che cosa ha detto?
«Riassumo brevemente. Anzitutto ho messo in luce che l’introduzione di norme che sanzionino penalmente le discriminazioni sull’orientamento sessuale va contro il principio, condiviso da quasi tutti gli esperti, del “diritto penale minimo”. Un razionale uso delle pene implica che il legislatore si trattenga dal minacciarle quando non siano assolutamente indispensabili per la tutela di beni giuridici di importanza essenziale per la pacifica convivenza sociale. In secondo luogo, ho sottolineato che il concetto di discriminazione è di assai vasta latitudine, abbracciando qualsiasi comportamento che sfocia nel trattamento di una persona in modo meno favorevole di un altro in situazione analoga. In sostanza, si aprirebbe uno spazio enorme per interventi legali. Solo per fare un esempio: la madre che cerca di persuadere la figlia a non sposare una persona “bisessuale”, spiegandole i rischi che comporta per formare un nucleo familiare stabile, potrebbe essere responsabile del reato di istigazione alla discriminazione. Allo stesso modo il padre che rifiutasse di affittare al figlio un appartamento perché quest’ultimo ci vuole convivere con una persona dello stesso sesso».
Monday, June 29, 2009
Van den Aardweg e l'omosessualità: nessun mistero e nessun destino
Riporto l'articolo "Luca era gay" di Roberto Marchesini, pubblicato sul mensile Il Timone, giugno 2009, n. 84, pp. 18-19.
Si vedano anche i post:
Paolo Guzzanti difende i gay ma alimenta la confusione dei lettori
Facciamo un po' di luce sulla strategia gay
Si veda infine Omosessualità & normalità. Colloquio con Joseph Nicolosi, aggiunto in data 4 agosto 2009.
La cultura contemporanea funziona così: è più efficace una canzonetta dell'opinione di seri professionisti. La canzone Luca era gay, che Giuseppe Povia ha presentato all'ultimo Festival di Sanremo aggiudicandosi il secondo posto, ha reso presente nell'immaginario collettivo la figura dell'ex-omosessuale, ossia di una persona che ha cambiato il proprio orientamento omosessuale indesiderato. Ovviamente la canzone ha suscitato le reazioni rabbiose di quella parte ideologica che ha tutto l'interesse a nascondere questa scomoda realtà: Povia è stato denunciato per il reato (per ora) inesistente di "omofobia", ed è stato persino minacciato di morte.
Eppure le storie di ex-omosessuali, anche italiani, stanno cominciando a circolare sempre più numerose, nonostante la censura da parte dei gay. Di fronte a questo fenomeno, la strategia è quella di ridicolizzare come idea balzana la terapia delle pulsioni omosessuali indesiderate di uno psicoterapeuta americano, Joseph Nicolosi, che avrebbe inventato un modo - non condiviso dal resto del mondo scientifico - per indurre le persone al cambiamento.
Non è così. Fino agli anni Ottanta del secolo scorso era normale che qualsiasi psicoterapeuta, di qualsiasi orientamento, accettasse di prendersi cura delle persone che soffrono a causa di un orientamento omosessuale indesiderato, considerandolo come l'esito di un senso di inferiorità nei confronti del mondo maschile. Tra i clinici che hanno riportato successi in questo campo troviamo nomi tra i più importanti della storia della psicologia del Novecento: Alfred Adler (1870-1937), Edmund Bergler (1899-1962), Jacques Lacan (1901-1981), Irving Bieber (1908-1991), Conrad W. Baars (1919-1981) e tanti altri.
Gerard van den Aardweg
Anche adesso Nicolosi non è solo: tra i soci dell'associazione internazionale che lui stesso ha fondato, il NARTH (National Association for Research and Therapy of Homosexuality), c'è l'olandese Gerard van den Aardweg, psicoterapeuta e docente universitario. Il professor van den Aardweg, invitato da una decina di associazioni cattoliche, ha recentemente tenuto in Italia una serie di conferenze dal titolo "Omosessualità: nessun mistero, nessun destino". Nel corso di queste conferenze il cattedratico ha spiegato la genesi storica dell'ideologia omosessualista e di come sin dalle origini abbia strumentalizzato la scienza per obiettivi politici.
Il medico e militante omosessuale Magnus Hirschfeld (1868-1935), considerato tra i fondatori del movimento gay, nel 1919 aveva fondato a Berlino l'Istituto per la Ricerca Sessuale con il significativo motto Per scientiam ad iustitiam, ossia utilizzare la scienza per giungere alla giustizia (ovviamente intesa dal punto di vista omosessualista). L'Istituto per la Ricerca Sessuale - che ospitava anche un Museo del sesso - aveva la caratteristica di utilizzare come campione di ricerca i frequentatori di un bordello annesso all'istituto; con il passar degli anni l'Istituto raccolse una tale mole di documenti circa la vita e le abitudini sessuali dei suoi frequentatori da costituire un pericolo per i vertici del Terzo Reich e per Hitler stesso. Secondo diversi autori, infatti, il rogo della biblioteca e dell'archivio dell'Istituto fondato da Hirschfeld (la maggior parte delle fotografie raffiguranti roghi di libri da parte dei nazionalsocialisti furono scattate in realtà durante questo episodio) distrusse la documentazione circa le perversioni sessuali di numerosi leader nazisti, molti dei quali avevano cominciato a frequentare l'Istituto prima dell'instaurazione del regime hitleriano.
Il professor van den Aardweg ha proseguito riflettendo sul fatto che anche oggi la maggior parte delle ricerche sull'omosessualità sono compiute da gay militanti che si pongono pochi scrupoli nel manipolare il campione o le procedure al fine di presentare dati favorevoli all'ideologia omosessualista (ad esempio, che sembrano avallare l'ipotesi di una causa genetica dell'omosessualità).
Le origini del problema omosessuale
Secondo van den Aardweg, invece, l'origine dell'omosessualità è spiegabile psicologicamente: è ciò che può avvenire, infatti, in coloro che hanno un senso di inferiorità nei confronti di alcune persone dello stesso sesso, e che erotizzano l'ammirazione e l'invidia che provano verso queste. Analizzando le caratteristiche che suscitano attrazione, infatti, è possibile farsi un'idea di ciò di cui la persona con tendenze omosessuali si sente mancante (forza, sicurezza, virilità...). In una buona parte dei casi, l'origine del senso di inferiorità è da ricercarsi nelle relazioni familiari, che non hanno fornito al ragazzo un modello identificativo valido; il professor van den Aardweg invita però a prestare attenzione anche al gruppo dei pari, che nella preadolescenza può far sentire escluso, diverso ed inferiore un ragazzo o una ragazza.
Secondo il clinico olandese, la terapia delle tendenze omosessuali indesiderate non si configura tanto come "cura" (anche perché non c'è nulla di organico da "curare"), quanto come una crescita personale, che comprende l'abbandono di tendenze commiseratorie e persecutorie, del ruolo di "cacciatore di ingiustizie", del bambino incompreso. In questo cammino di crescita personale è indispensabile l'esercizio delle virtù, sia umane sia cristiane, e tra queste la sincerità, l'umiltà, la capacità di amare, il coraggio, la purezza. La preghiera e l'accostamento frequente ai sacramenti sono, per i credenti che soffrono per tali tendenze, un ulteriore aiuto.
L'esperienza del professor van den Aardweg è importante in un clima culturale che rifiuta ogni riferimento all'ascesi, intesa come fatica per compiere la propria realizzazione. Uscire da tendenze sessuali indesiderate è possibile; questa è la speranza di molte persone che la società ignora. Ma che a volte trovano un'attenzione inaspettata grazie, ad esempio, ad una canzone sanremese.
Due conclusioni
Due notazioni che riguardano il clima culturale riguardante questi temi.
Innanzitutto è degna di nota la violenza con la quale gli esponenti del mondo gay si sono scagliati contro la canzone di Povia: questa reazione ha tutta l'aria di un tentativo disperato di occultare al pubblico la realtà degli ex-omosessuali e la possibilità di un cambiamento. E' importante ricordare che il movimento omosessualista ha utilizzato gli argomenti della "naturalezza" e "immutabilità" dell'omosessualità per presentarsi come minoranza discriminata; se l'omosessualità ha una causa nota ed è modificabile, in che modo potranno i gay giustificare le loro pretese politiche e sociali?
Secondariamente, è bene ricordare la reazione del pubblico del Festival all'esibizione di Povia e alle parole dell'onorevole Franco Grillini, che, contro ogni costume, è stato invitato ad esprimere un suo parere sulla canzone. Il pubblico in sala ha applaudito Povia e fischiato Grillini.
Da almeno due decenni il movimento omosessualista ha cercato il consenso dell'opinione pubblica presentando i gay come vittime innocenti della violenza e dell'intolleranza; probabilmente il pubblico in sala ha percepito la reazione del movimento omosessualista e le parole del suo esponente come un'aggressione ad un artista ed un tentativo di limitare la libertà d'espressione. A quanto pare, il lupo travestito da pecora è stato riconosciuto.
Bibliografia
Gerard van den Aardweg, Omosessualità e speranza. Terapia e guarigione nell'esperienza di uno psicologo. Ares, 1995
Gerard van den Aardweg, Una strada per il domani. Guida all'(auto)terapia dell'omosessualità, Città nuova, 2004
Obiettivo Chaire, ABC per capire l'omosessualità, San Paolo, 2005
Roberto Marchesini, L'identità di genere, I Quaderni del Timone, Edizioni ART, 2007
"Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2358)
Si vedano anche i post:
Paolo Guzzanti difende i gay ma alimenta la confusione dei lettori
Facciamo un po' di luce sulla strategia gay
Si veda infine Omosessualità & normalità. Colloquio con Joseph Nicolosi, aggiunto in data 4 agosto 2009.
Wednesday, June 24, 2009
Il coniglio e il leone
In una calda mattina d’estate, un coniglio sta disteso sulla sponda di un torrente con due zampe nell'acqua.Gli passa accanto un cerbiatto e gli domanda: “Coniglio, che fai?”.
“Prendo il sole, mi godo il fresco, e se vedessi un leone lo prenderei a legnate”, replica il coniglio.
Dopo un po’, gli passa accanto un cinghiale che gli domanda: “Coniglio che fai?”.
“Che dirti! Prendo il sole, mi godo il fresco, e se vedessi un leone lo prenderei a legnate”, fa di nuovo il coniglio.
Passa un tacchino: “Coniglio che, fai?”.
E quello: “Sto qui, prendo il sole e mi godo il fresco. Se poi vedessi un leone lo prenderei a legnate”.
Il tacchino prosegue dritto e ad un certo punto incontra un leone. Gli fa: “Sai, lungo la sponda del torrente c’è un coniglio. Dice che se ti vede ti prende a legnate”.
Il leone, incuriosito, va in cerca del coniglio. Lo vede, gli si avvicina e gli domanda: “Coniglio, che fai?”.
E il coniglio: “Bah, prendo il sole, mi godo il fresco. E ogni tanto dico qualche cazzata!”
Monday, June 08, 2009
26 giugno, festa di San Josemaria Escrivà
Qui è possibile trovare i dati sulle Sante Messe celebrate in Italia in onore del santo fondatore dell'Opus Dei.
Wednesday, June 03, 2009
La guida
Quela Vecchietta ceca, che incontrai
la notte che me spersi in mezzo ar bosco,
me disse : - Se la strada nu' la sai,
te ciaccompagno io, chè la conosco.
Se ciai la forza de venimme appresso,
de tanto in tanto te darò una voce
fino là in fonno, dove c'è un cipresso,
fino là in cima, dove c'è la Croce... -
Io risposi: - Sarà... ma trovo strano
che me possa guidà chi nun ce vede... -
La Ceca, allora, me pijò la mano
e sospirò: - Cammina! -
Era la Fede.
[Trilussa]
la notte che me spersi in mezzo ar bosco,
me disse : - Se la strada nu' la sai,
te ciaccompagno io, chè la conosco.
Se ciai la forza de venimme appresso,
de tanto in tanto te darò una voce
fino là in fonno, dove c'è un cipresso,
fino là in cima, dove c'è la Croce... -
Io risposi: - Sarà... ma trovo strano
che me possa guidà chi nun ce vede... -
La Ceca, allora, me pijò la mano
e sospirò: - Cammina! -
Era la Fede.
[Trilussa]
Bufale su Voltaire, Papa Leone X e Galileo Galilei
[…] Smettiamola di ripetere la frase fin troppo famosa: «Non sono d’accordo con la tua idea ma mi batterò, se necessario, sino alla morte perché tu possa esprimerla».Smettiamola, dico, di attribuirla a tal François-Marie Arouet , in arte Voltaire, come esemplare conferma della sua tolleranza e, in genere, della libertà di pensiero difesa dall’Illuminismo. Questa frase edificante non è di Voltaire, queste parole non sono sue ma di un’autrice inglese, Evelyn Beatrice Hall, e si trovano in un libro edito a Londra nel 1906. Quella scrittrice scriveva sotto uno pseudonimo maschile, Stephen G. Tallentyre (le opere femminili non erano prese sul serio, nella Gran Bretagna anglicana, ancora all’inizio del XX secolo) e ha “immaginato” che così si dicesse nella Francia del Settecento.
Se su Voltaire si fosse informata meglio, l’ingenua anglosassone avrebbe scoperto, tra l’altro, che quel filosofo era in realtà il ricco “mantenuto” di un despota come Federico II di Prussia e che investiva i suoi guadagni letterari nella società che aveva messo in piedi con un ebreo, in Olanda, per il commercio degli schiavi neri dall’Africa all’America. Un tipo, Voltaire, che amava talmente la tolleranza da chiedere con insistenza alle autorità regie che fossero messi a tacere, con ogni mezzo, i Gesuiti che ne contrastavano le idee. E che non ebbe nulla da dire quando l’ufficio di censura del re di Francia proibì l’uscita di una rivista periodica che lo aveva attaccato.
Da una falsa citazione che dovrebbe dare onore al presunto autore, eccone una, altrettanto falsa, da disonore.Succede spesso infatti – anche negli attuali pamphlet anticristiani e in particolare anticattolici – di vedere citata una lettera di Leone X al fratello subito dopo l’elezione a papa, nel 1513. Quel Medici subito dopo il conclave, avrebbe scritto: Quot commoda dat nobis haec fabula Christi!, quanti vantaggi ci dà questa favola di Cristo. Parole citate, ovviamente, per dimostrare che, se neanche i Papi hanno creduto nella verità del Vangelo, meno che mai possiamo farlo noi.
Peccato per quei polemisti che quella lettera di Leone X non sia mai esistita e che sia stata inventata dal polemista protestante John Bale nella sua opera The Pageant of Popes, il corteo dei Papi, pochi anni dopo la morte del pontefice fiorentino.
Il grande storico cattolico Pastor, poi, ha dimostrato in maniera inconfutabile che è falsa anche un’altra lettera attribuita allo stesso Pontefice che, uscito dal Conclave, avrebbe scritto al fratello Giuliano: «Godiamoci il Papato, visto che ci è stato dato».
Andiamo oltre, restando sempre sui terreni dove pascolano le “bufale”. Ecco qui un ritaglio del 7 febbraio 2007 non da un giornalino di provincia ma da Le Monde, il giornale per il quale è obbligatorio, stando al conformismo egemone, usare l’aggettivo “autorevole”. Altrettanto autorevole lo scienziato che firma un articolo, scrivendo tra l’altro, testualmente: «Allorché Galileo Galilei ha affermato che la Terra era rotonda, il consenso unanime era contro di lui e i cardinali che processarono l’astronomo pisano sostenevano che la Terra era piatta». I soliti preti ignoranti e fanatici della leggenda nera galileiana! In realtà, già due secoli prima di Cristo, il matematico e geometra di Cirene trapiantato ad Alessandria, Eratostene, non solo sapeva che il nostro pianeta è rotondo, ma riuscì a calcolarne la circonferenza due volte, con due metodi diversi, e con sorprendente precisione.La riprova concreta venne poi da Magellano che, un secolo prima di Galileo, compì il giro completo della Terra, navigando sempre verso Occidente; al punto di partenza, in Portogallo, non ritornò lui, che era morto in uno scontro con indigeni del Pacifico, ma giunsero le sue navi. Dimostrando così con i fatti la teoria, conosciuta e riconosciuta da almeno 17 secoli. Da tutti i dotti, dunque anche da quelli del Papa “oscurantista”.
[Vittorio Messori, Il Timone, maggio 2009, pp. 64-65]
Sul giusto processo a Galileo Galilei si veda qui.
Monday, June 01, 2009
La teologia di Joseph Ratzinger. Un'antologia
Segnalo l'uscita in libreria, per le Edizioni Lindau, della prima antologia teologica in lingua italiana degli scritti di Joseph Ratzinger-Papa Benedetto XVI, intitolata "FEDE, RAGIONE, VERITÀ E AMORE. La teologia di Joseph Ratzinger". Il testo (pag. 832, euro 29) è stato curato da Umberto Casale e contiene una prefazione inedita di Camillo Ruini. Joseph Ratzinger non è solo un teologo raffinato ma un intellettuale moderno che ama confrontarsi sulle grandi questioni etiche e culturali del nostro tempo anche con coloro che hanno posizioni molto lontane dalla Chiesa.
Sono molto numerosi – e di varia natura – i libri, gli interventi, le omelie nei quali Joseph Ratzinger ha espresso, con la consueta lucidità, prima da teologo, quindi da cardinale e poi da Pontefice, il suo pensiero sui temi più delicati e controversi del nostro tempo così come sulle questioni dottrinarie e teologiche.
Questa antologia, la prima in Italia, curata da don Umberto Casale, riunisce in un singolo volume molti dei suoi scritti più significativi, presentati e inquadrati con grande chiarezza.
L’opera, curata da Umberto Casale, è articolata in due parti.
La prima ospita cinque sezioni dedicate ai principali soggetti della vasta produzione ratzingeriana: la teologia fondamentale, la teologia dogmatica (cristologia e pneumatologia, ecclesiologia, escatologia), la liturgia, la teologia morale, l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.
La seconda parte presenta invece una scelta dei testi composti dopo l’elezione al soglio pontificio e nel corso del suo magistero papale.
Come scrive Umberto Casale nell’introduzione, «Ratzinger ha proposto un illuminismo sinonimo di intelligenza e di ricerca della verità, espressione dell’uomo che, grazie alla conoscenza della verità di cui è capace, acquisisce sia la propria dignità “trascendente”, sia il proprio potere critico e demistificatore, entrambi sinonimi di libertà»
Rivolta non solo ai cattolici ma a un pubblico laico colto, quest’opera permette di apprezzare la ricchezza e la coerenza di una ricerca che copre l’intero arco di una vita e che interroga profondamente la cultura contemporanea.
La struttura dell'opera
Prefazione del Card. Camillo Ruini
Introduzione di Umberto Casale
Prima Sezione
Omelia e discorsi
Nei testi omiletici d’inizio pontificato, nelle prime catechesi del mercoledì con la presentazione degli Apostoli («Cristo è vivo nella sua Chiesa costruita sul fondamento degli Apostoli») e dei principali Padri della Chiesa d’Oriente e d’Occidente («dedichiamo la nostra attenzione ai Padri... e così possiamo vedere come comincia il cammino della Chiesa nella storia»), in alcuni discorsi pronunciati presso diverse istituzioni culturali di vari paesi (Ratisbona, Parigi...) e, infine, in un importante intervento sull’interpretazione del Concilio Vaticano II emerge la figura di un teologo e di un pastore che vuole anzitutto ripensare e precisare che cosa significa “fede cristiana” (pensiero e vita) e così farla incontrare con le donne e gli uomini del nostro tempo, farla dialogare con la cultura contemporanea (principalmente sul fondamentale tema del rapporto fede e ragione).
Traspare inoltre da questi (e da vari altri) testi l’impegno del Papa-teologo ad assumere l’enorme carico pastorale che il servizio petrino comporta nei confronti della comunità ecclesiale e della comunità dei popoli: sia con la consapevolezza dei propri limiti, sia con l’immensa fiducia nello Spirito Santo – lo Spirito di Verità – che, attualizzando ogn’ora l’opera cristologica, guida la Chiesa attraverso il fiume carsico della storia all’approdo dell’eternità, guida la Chiesa e l’umanità verso “tutta la Verità” (Gv 16, 13), sia, infine, contando sulla preghiera che la Chiesa offre al “buon Pastore” per “il semplice lavoratore della vigna del Signore”, chiamato a essere vescovo di Roma e vescovo universale.
Omelia nella messa per l’inaugurazione del pontificato
Prime catechesi del mercoledì sulla Tradizione (Gli apostoli. Libreria Editrice Vaticana 2008, 31-47)
Discorso sull’interpretazione del Vaticano II (in Il Regno/Documenti 1/2006, 7-10)
Discorso magistrale di Ratisbona (in Il Regno/Documenti 17/2006, 340-344)
Discorso all’Università della Sapienza
Discorso al Collège des Bernardins, Parigi (Il Regno/Documenti 17/2008, 523-527)
Seconda sezione
Teologia Fondamentale
I temi della teologia fondamentale (Rivelazione e cristologia, Scrittura e Tradizione, la fede cristiana-trinitaria e la teologia – metodologia e contenuti) sono ripensati e riformulati, grazie anche alle ricerche storiche (teologia patristica e medievale), in modo originale rispetto sia alla predominante teologia neoscolastica, sia all’impianto teorico dell’apologetica classica. L’intento è quello di proporre una teologia fondamentale che, da un lato, raccolga la ricchezza della Tradizione («mi propongo di pensare con la fede della Chiesa, soprattutto coi grandi pensatori della fede»); dall’altro, cerchi di essere eloquente rispetto alle domande e alle inquietudini dell’uomo moderno.
Emerge qui una visone storico-salvifica ed escatologica della Rivelazione di Dio unitrino: un processo storico progressivo; il nesso fra Cristo e lo Spirito mostra come lo stesso Spirito Santo quale interprete di Gesù rivelatore del Padre, con la sua parola si rivolge a ogni tempo e questa parola ha sempre qualcosa di nuovo da dire. ‘Cristocentrismo’ e ‘relazione’ sono gli assi portanti; l’evento cristologico costituisce l’attuazione compiuta della reciprocità della verità di Dio e della libertà dell’uomo. Cristo mostra così il vero volto di Dio/Agape e svela il mistero dell’uomo all’uomo (Vaticano II, «Gaudium et spes», 22).
Emerge altresì l’alto profilo esistenziale della fede cristiana, una fede teologale che è, inseparabilmente, pensiero e anima, corpo e affetti, libera risposta alla logica suprema dell’agape di Dio, fondamento delle relazioni umane del tempo vissuto affacciato sull’eternità. L’idea cristiana della fede, generatrice dell’uomo nuovo, è studiata anche nei suoi rapporti col logos, il nomos, il pathos e l’ethos, le coordinate dell’antropologia piena e riuscita. È, in sintesi, il tentativo di mettere a tema la razionalità e l’umanità intrinseca della fede cristiana e di mostrare che nell’autocomunicazione della verità di Dio l’uomo accede alla sua propria verità.
Esegesi e teologia (L’interpretazione biblica in conflitto, in L. Pacomio [ed], L’esegesi cristiana oggi, Piemme 1991, 93-125)
Natura e compito della teologia (Natura e compito della teologia, Jaca Book, Milano 1993, 45-65)
Fede e teologia (La comunione nella Chiesa, San Paolo 2004, 10-22)
È ancora possibile credere nel mondo attuale? (Introduzione al cristianesimo, Queriniana, Brescia 2003, 11-18. 37-47)
Che cosa è costitutivo per la fede cristiana? (Elementi di teologia fondamentale, Morcelliana, Brescia 2005, 11-24)
La fede nel Dio uno e trino (Introduzione al cristianesimo, cit., 111-124. 135-146)
Rivelazione, Scrittura, Tradizione (Rivelazione e Tradizione, Morcelliana, Brescia 2006, 27-47)
Terza Sezione
Teologia dogmatica
Nella ricerca dei fondamenti e alla luce della relazione tra fede (dogma) e storia, la teologia dogmatica è concepita come “storia dei dogmi”, da sviluppare secondo l’indicazione del concilio Vaticano II (concilio a cui Ratzinger ha partecipato come “perito conciliare”, contribuendo all’elaborazione e alla formazione dei testi): innanzitutto i fondamenti scritturistici antico e neo-testamentari (approccio biblico;, poi la tradizione e lo sviluppo delle verità di fede nella storia della Chiesa e del pensiero cristiano (teologia), a partire dal contributo della Patristica e della teologia mediecale (approccio storico); infine la riflessione sistematica che raccoglie i dati della tradizione e cerca un’attualizzazione delle verità di fede (approccio sistematico), scoprendole «presenti e operanti nella vita della Chiesa… capaci di contribuire alla soluzione dei problemi umani, applicandole alle mutevoli condizioni di questo mondo» (Vaticano II, Optatam totius, n. 16).
I dogmi – sottolinea spesso Ratzinger – sono la voce della Chiesa vivente, tracciano i confini della Tradizione, non delle chiusure, bensì piste per vivere sicuri, dal momento che spetta alla Chiesa esplicitare la fede partendo dal Cristo storico e decidendo oggi nello Spirito Santo.
a. Cristologia e Pneumatologia
La teologia dogmatica, seguendo il principio metodologico della “hierarchia veritatum” (Vaticano II, Unitatis redintegratio, n. 11), pone al centro la cristologia (il mistero di Gesù, il Cristo, “vero Dio e vero Uomo”, il mistero dell’incarnazione ordinato al mistero pasquale di morte e di risurrezione), mai disgiunta dalla pneumatologia (sul dono dello Spirito Santo, che è “vincolo di perfezione”, “Persona-Amore”). È lo Spirito di Dio, che è sul Cristo, in Cristo e mandato da Cristo, che apre l’evento singolare di Gesù all’ecumene, alla cattolicità (Gesù, principio universale di salvezza).
Come già si è accennato,’cristocentrismo’ e ‘relazione’ sono i punti forti del pensiero teologico di Ratzinger, un ‘cristocentrismo’ che illumina e mostra il significato (“nexus mysteriorum”) degli altri trattati dogmatici: sul Dio unitrino creatore e redentore (teologia trinitaria), sull’uomo (antropologia teologica), sulla Chiesa (ecclesiologia), sulla mariologia (Maria, la madre di Gesù), sul futuro ultimo (escatologia).
“Io credo in Gesù Cristo”. L’articolo cristologico del Credo (Introduzione al cristianesimo, cit., 152-163. 219-232. 245-260)
Il mistero di Gesù Cristo (Il cammino pasquale, cit., 77-117)
“Io credo nello Spirito santo”. L’articolo pneumatologico del Credo (Introduzione al cristianesimo, cit., 273-278)
Spirito e libertà. Lo Spirito di Dio nella creazione e nella redenzione (Vieni, Spirito Creatore, Lindau, Torino 2006, 77-94)
b. Ecclesiologia
L’ecclesiologia occupa una discreta parte della riflessione teologica di Ratzinger: alla luce della Rivelazione, custodita e trasmessa dalla Scrittura/Tradizione, la Chiesa è intesa quale “nuovo popolo di Dio”, “corpo di Cristo”, segno e strumento (sacramento) della comunione verticale e orizzontale. Come nella conciliare “Lumen gentium”, emerge un’ecclesiologia ‘comunionale’, fondata sull’eucaristia: la Chiesa è popolo di Dio in forza del corpo di Cristo, è nuovo tempio (“non fatto da mani d’uomo”) dello Spirito Santo. Alcuni temi fondamentali inerenti questa “comunità sempre in cammino” sono approfonditi: la testimonianza biblica sulla Chiesa, l’ecclesiologia storica (Agostino soprattutto); inoltre unità e universalità della Chiesa, Chiesa universale e Chiese locali, Chiesa e mondo…
In questa visione ecclesiologica ampi spazi sono dedicati alla riflessione sui sacramenti (in primis l’eucaristia) e sui ministeri (il ministero ordinato, episcopato e papato in particolare, ma anche quello del presbitero e il ruolo dei laici), sulla vita dei santi (il lavoro dei teologi è ‘secondario’ rispetto al “sapere dei santi”) e, in particolare, sulla mariologia (Maria, “la figlia di Sion”, in lei il Creatore si rivela paradigmaticamente come il Dio che nella forza della sua grazia può suscitare la libera responsabilità dell’amore della sua creatura).
Il nuovo popolo di Dio. Sull’origine e l’essenza della Chiesa (Il nuovo popolo di Dio, Queriniana, Brescia 1971, 83-97)
La Chiesa ‘communio’ (La comunione nella Chiesa, cit., 59-92)
Eucaristia, comunione e solidarietà (La vita di Dio con gli uomini, cit., 96-110)
Primato ed episcopato (Il nuovo popolo di Dio, cit., 133-159)
Maria, Chiesa nascente (Maria Chiesa nascente, San Paolo, Cinisello Balsamo 1998, 11-24)
c. Escatologia
Dopo i secoli in cui occupava un posto marginale nella teologia, a partire dal XIX secolo l’escatologia ha assunto un ruolo centrale, non semplicemente l’ultimo trattato della ‘dogmatica’ («de novissimis»), ma la nota su cui s’accorda tutta la vita cristiana e la teologia. Nell’ambito di questa generale rivalutazione, dove Cristo è il principio ermeneutico di tutte le asserzioni escatologiche (è l’éschaton) e Dio unitrino il fine ultimo delle creature, notevole è il contributo di Ratzinger, che a questo tema, oltre a diversi articoli, ha dedicato l’unico manuale che è riuscito a comporre («Eschatologie, Tod und ewiges Leben», inserita nel progetto di J. B. Auer, «Kleine Katholische Dogmatik»). Il tema sarà ripreso, infine, nell’enciclica «Spe salvi» (cf. la settima sezione).
Il significato e la forza dell’escatologia dipendono dalla intensità della tensione verso il Cristo: alla sua luce viene ripensata la questione escatologica quale domanda circa l’essenza del cristianesimo in generale, vengono riconsiderati vari temi: la morte e l’immortalità, la dimensione individuale e comunitaria dell’escatologia; la risurrezione dei morti e la ‘parusia’ di Cristo, il giudizio universale; inferno, purgatorio e paradiso.
Fede e futuro (Fede e futuro. Queriniana, Brescia 2005, 87-98)
Escatologia, tema basilare della predicazione (Dogma e predicazione, Queriniana 2005, 232-260)
La risurrezione della carne (Sacramentum Mundi, Morcelliana 1977, vol. VII, )
Quarta Sezione
Liturgia
Una buona ‘pratica’ liturgica può essere stabilita solo sulla base di una solida teologia liturgica. Occorre una “teologia della preghiera”, e il sommo esempio di preghiera è la liturgia della Chiesa, «mediante la quale, specialmente nell’eucaristia, si attua l’opera della nostra redenzione» (Vaticano II, «Sacrosanctum concilium», n. 2). Essa è – come dice ancora il Concilio – culmine e fonte della vita della Chiesa.
La preghiera è possibile soltanto nella teologia trinitaria: poiché vi è una relazione all’interno di Dio, ci può essere una partecipazione dell’uomo a questa relazione. Il ‘luogo’ di questo inserimento dell’uomo in Dio è la Chiesa: in lei vive Cristo, pertanto la liturgia non è semplice rievocazione della Pasqua, ma la sua “presenza reale”, e quindi è partecipazione al dialogo divino trinitario. Le dimensioni fondamentali della liturgia – cosmica, storica, misterica – svelano il senso autentico del culto cristiano: non sta tanto nelle cose e nei riti (anche se gestualità, silenzio e musica sono componenti importanti della liturgia), ma nella dimensione dell’amore e dell’offerta di sé; ha al suo centro la celebrazione eucaristica, sacramento della comunione verticale e orizzontale.
È in corso di pubblicazione l’opera omnia di Ratzinger prevista in 16 volumi: il primo volume, già edito, contiene tutti i suoi scritti sulla liturgia (Gesammelte Schriften. 1/Theologie der Liturgie, Herder, Freiburg 2008).
Introduzione allo spirito della liturgia (Introduzione allo spirito della liturgia, San Paolo 2001, 9-19)
L’anno del Signore (Dogma e predicazione, cit., 263-311)
Il senso della domenica (La vita di Dio con gli uomini, Jaca Book, Milano 2006)
Quinta sezione
Teologia Morale
Come per la teologia dogmatica, anche la teologia morale ha da essere rinforzata con il ritorno ai fondamenti: questi sono la rivelazione divina e la ragione umana. ‘Ortodossia’ e ‘ortoprassi’ sono profondamente legate tra loro, la prassi della fede è legata alla verità di fede, nella quale, per mezzo della verità di Dio, si eleva a un livello nuovo la verità dell’uomo. L’originalità cristiana dell’etica – sottolinea Ratzinger – consiste nella configurazione globale nuova, in cui la ricerca, le virtù, gli impegni umani sono fusi nel nucleo di orientamento della fede nel Dio di Abramo, nel Dio di Gesù Cristo.
Vengono affrontate le grandi questioni della verità e della libertà dell’uomo nella moderna epoca della scienza e della tecnica, nel tempo del pluralismo delle culture. La teologia morale è sollecitata alla comprensione dei mutamenti e delle possibilità emergenti, così da esprimere, in nuova sintesi, l’ethos cristiano, capace di soddisfare in pienezza le esigenze e i bisogni della soggettività umana nel suo cammino storico. Ancorate alla parola della fede, che si dà nella tradizione vivente della Chiesa, le riflessioni del teologo e del pastore sono, a un tempo, diagnosi e terapia della crisi etica contemporanea.
Libertà e verità (La via della fede. Saggi sull’etica cristiana, Ares 1996, 13-36)
La sacralità della vita umana (La via della fede. Saggi sull’etica cristiana, cit., 107-123)
Il rinnovamento della teologia morale: prospettive del Vaticano II (in Melina-Norieda [edd], Camminare nella luce, Lateran University Press 2004, 35-45)
Sesta Sezione
Ecumenismo, dialogo interreligioso
Le relazioni ecclesiali interconfessionali alla ricerca dell’unità (ecumenismo) sono temi presenti nella riflessione del teologo come nella responsabilità del pastore: Cristo vuole l’unità della sua Chiesa (sul modello dell’unità/pluralità della Trinità santissima), pertanto l’unità dei cristiani dipende dalla loro unità a Cristo “unico mediatore”. Da qui lo sviluppo di un ecumenismo spirituale (la preghiera comune), teologico (con i vari dialoghi interconfessionali), missionario e pastorale (così anche nel decreto conciliare «Unitatis redintegratio»).
Ripensato anche il rapporto della Chiesa con Israele: l’esigenza storico-teologica della riconciliazione fra le due comunità può muovere dalla comune convinzione che in Abramo tutti gli uomini sono chiamati da Dio e che l’alleanza del Sinai è valida per ebrei e cristiani (la relazione di continuità e di novità tra Antico e Nuovo Testamento), Questa è la base di un dialogo dal quale ha origine un compito comune: la pace e un’amichevole collaborazione (richiamato anche dal decreto conciliare «Nostra Aetate», n. 4).
Anche il dialogo interreligioso deve muovere in questa direzione, nella sincerità e nel rispetto, così che i cristiani possono sempre annunciare Gesù Cristo, venuto non per abolire, ma per portare a pienezza. Infine anche una riflessione sul dialettico rapporto Chiesa e mondo contemporaneo, con particolare riferimento all’Europa.
Ecumenismo (Chiesa ecumenismo politica, Paoline, Cinisello Balsamo 1987, 131-137)
Israele, la Chiesa e il mondo (La Chiesa, Israele e le religioni del mondo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2000, 9-26)
Chiesa e mondo moderno (Svolta per l’Europa?, San Paolo 1992, 11-32)
Il posto della fede cristiana nella storia delle religioni (Fede verità tolleranza, Cantagalli, Siena 2003, 13-43)
Settima Sezione
Encicliche
Il progetto teologico-pastorale del papa-teologo comprende una trilogia di encicliche dedicate rispettivamente alla fede, alla speranza e alla carità, ma il suo approccio capovolge il tradizionale ordine: parte dal fine (eros/agape, caritas), che contiene in pienezza il principio, e risale, attraverso la speranza, alla fede (spes, fides).
«Deus caritas est» (25 dicembre 2005) mette a tema l’amore in termini teologici e antropologici: eros e agape sono due volti dell’unico amore, quello di Dio stesso, quello degli umani, La prima tavola dell’enciclica narra la storia di eros e agape, con il comandamento divino di non separarli, né di contrapporli, essendo rivelazione del vero Dio e misura della vera persona umana. Dio creatore e le creature hanno in vista una fine comune: il legame uomo-donna ne forma il sacramento, ne accende la testimonianza. Purificando l’immagine di Dio – Mistero di comunione, Amore trinitario – si ripensa la concezione antropologica: uomini e donne chiamati all’amore, riconoscono in Gesù l’incrociarsi dell’amore di Dio e dell’amore dell’uomo. La seconda tavola presenta, avendolo fondato teologicamente nella prima, l’impegno caritativo ecclesiale.
«Spe salvi» (30 novembre 2007) intende rispondere alla domanda: in che cosa consiste la fede cristiana “nella quale siamo salvati” (Rom 8, 24)? Consiste nel credere (fede e speranza sono sinonimi) in Gesù che porta la salvezza, la vita vera, essa è pertanto attesa di cose future (la pienezza della vita) a partire da un presente già donato. Questa vita eterna è «vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell’essere, mentre siamo sopraffatti dalla gioia» (n. 12). Sono infine presentati i luoghi di apprendimento e di esercizio della speranza: la preghiera, l’agire, il soffrire, il giudizio finale («andiamo incontro con piena fiducia al Giudice che conosciamo come nostro ‘avvocato»: n. 47).
Deus caritas est (25 dicembre 2005)
Spe salvi (30 novembre 2007)
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