Monday, February 19, 2007

Luca Ricolfi e l’Italia dei faziosi

Sul terreno di coltura del nuovo brigatismo rosso e sulla peculiarità della situazione politica italiana, segnalo l’intervento del professor Ricolfi su La Stampa di oggi, intitolato ‘L’Italia dei faziosi’.

Tuesday, February 13, 2007

DICO: per Franco Grillini, la Bibbia è più omofobica della Chiesa

Il Giornale di ieri riportava un commento di Franco Grillini, deputato DS ed ex presidente dell’Arcigay, sulla contrarietà della Chiesa ai DICO: «l’ossessione antigay ed omofobica della gerarchia vaticana rasenta il vero e proprio razzismo». Posizione partigiana del deputato? Certo, ma non solo. Quando si parla di temi etici, ma soprattutto di omosessualità emerge spesso una buona dose di anticlericalismo/anticattolicesimo non solo fra le fila dei gay militanti, ma anche da parte di molti laicisti e liberali, schierati tanto a destra che a sinistra.
Ciò che trovo interessante di questo comportamento ateo-laicista non è tanto il merito delle rivendicazioni in campo etico-sociale, quanto il voler suggerire alla Chiesa quello che dovrebbe dire e fare per essere in linea con il cristianesimo.
In questo blog, mi è capitato di esprimere delle opinioni critiche sulla moda corrente di guardare alle rivendicazioni gay; puntualmente, sono stato tacciato, tra le altre cose, di avere una posizione non conforme al Vangelo (qualcuno mi ha dato persino dell’eretico perché rifiutavo l’opinione secondo cui l’omosessualità è un’inclinazione sessuale voluta da Dio).
Sollecitato dalle parole di Grillini e, quindi, dall'ennesimo attacco alla Chiesa, mi sembra doveroso dare un piccolissimo contributo volto a chiarire la posizione cattolica in materia di omosessualità.

Il primo elemento da sottolineare è che la Chiesa non condanna il singolo in quanto omosessuale ma, piuttosto, condanna la pratica dell’omosessualità. La distinzione non è di poco conto. Per lungo tempo, la Chiesa - e la scienza medica - poco o nulla sapeva delle cause (psicologiche-familiari-ambientali) dell’omosessualità ma, forte del dettame biblico, se ne constatava l’innaturalità e la si associava ad un disordine morale. La Chiesa ha così invitato l'omosessuale ad astenersi da un comportamento in contrasto con la volontà divina.
I riferimenti alla Bibbia costituiscono il secondo elemento su cui conviene soffermarsi, elemento tra i più trascurati da parte di chi contesta la posizione della Chiesa. Infatti, a sentire i critici, quanto la Chiesa sostiene in tema di omosessualità (inclinazione innaturale e moralmente riprovevole) non sarebbe altro che un’opinione, per di più in contrasto con i precetti della carità cristiana.
La realtà, invece, è che la Chiesa si rifà proprio alle Sacre Scritture. Valga una citazione su tutte, tratta dalla Lettera di San Paolo ai Romani:
«[…] gli uomini, lasciato il rapporto naturale con la donna, bruciarono di desiderio gli uni verso gli altri, compiendo turpitudini uomini con uomini, ricevendo in se stessi la ricompensa debita della loro aberrazione». (Romani 1,27)

Se le cose stanno così, le accuse di omofobia e razzismo che tanti imputano alla Chiesa per la sua opposizione ai DICO e, in senso lato, alle rivendicazioni degli omosessuali, sono semplicemente gratuite, a meno di non voler intendere che Dio sia … razzista, omofobico e scarsamente cristiano.

Thursday, February 08, 2007

Genitori, e dategliela una sberla a sti benedetti figlioli!

Michele Brambilla firma oggi su il Giornale un articolo intitolato Se il cocco ha sempre ragione, in cui fa notare che l’esercizio dell’autorità dei genitori è oggi più che mai necessaria. E ciò per il bene dei figli, dei ragazzi, cioè degli adulti di domani. Come al solito, l’ottimo Brambilla scrive cose più che sensate. Ricordo che il nostro è l’autore, tra le altre cose, di L'eskimo in redazione (ristampato negli Oscar Mondadori nel 1998) e di Qualche ragione per credere (Mondadori 1996), insieme a Vittorio Messori.
Tornando all’articolo, è deprimente che, al giorno d'oggi, ci sia ancora bisogno di ricordare ai genitori il dovere di stabilire dei confini e di farli rispettare, se del caso con tanto di punizioni. A questo riguardo, va però precisato che l'esercizio dell'autorità, come tutte le cose serie, costa fatica. Sono disposti i genitori di oggi ad assumersi responsabilità di lungo periodo, a tener saldo il timone? Qui sta, secondo me, il vero problema.

Thursday, February 01, 2007

Cavaliere, Veronica, ma va la!

È mai possibile che un uomo sposato e padre di figli si metta a fare il cascamorto con una delle tante squinzie in circolazione? Vada pure il richiamo della carne (è segno di buona salute alla sua età, ci mancherebbe), ma, suvvia, è proprio il caso di impersonare ancora il ruolo del ragazzo che gioca (play-boy)?
E lei, signora Veronica, è mai possibile che non riesca a tenere per sé le sue faccende private? Era proprio necessario mettere in piazza il suo risentimento?
Sarò un moralista, un bacchettone, ma certi comportamenti mi sanno proprio di infantilismo e inopportuna leggerezza.
Caro Berlusconi, ‘fé l’omme’. Cara Veronica Lario, ‘fé la femmn’!

Monday, January 29, 2007

0,618, la firma di Dio

[…] Che cos’è lo 0,618? Anche se è la civiltà elettronica che ne mostra sempre più l’importanza, era un numero già ben noto agli antichi, che ne intuirono a tal punto il legame con il mistero da chiamarlo “sezione aurea” o “numero d’oro” o “proporzione divina”. Forse, questa cifra è davvero la firma del Dio in incognito, la sigla del Creatore che marchia la sua creazione in modo discreto quanto preciso.
Per cercare di spiegarci: prendiamo, ad esempio, un bastone lungo un metro. Tagliamone un pezzo di 38,2 cm. L’altro pezzo sarà, ovviamente, di 61,8 cm. I due pezzi, in questa lunghezza – e in questa soltanto – sono in un rapporto armonico tra di loro: in effetti, con un calcolo così semplice da non mettere in difficoltà neppure il sottoscritto (sempre pericolante, a scuola, in matematica e algebra), si constata che il rapporto tra il pezzo più corto e il pezzo più lungo è uguale al rapporto che c’è tra il pezzo più lungo e il bastone completo, quando era lungo un metro. Questo rapporto è costante, è sempre di 0,618.
Numero davvero enigmatico, perché rispunta anche in quella serie matematica (usatissima per risolvere molti problemi quotidiani e oggi essenziale per i computer) detta “successione di Fibonacci”. Che è quella successione nella quale ogni cifra successiva è data dalla somma delle due cifre immediatamente precedenti. Per intenderci: 1, 2, 3, 5, 8, 13, 21, 34… Se ci fermiamo a 34, una ragione c’è. A partire da lì, infatti, il rapporto tra due numeri successivi della serie (21 : 34 è, appunto, il primo rapporto utile) è sempre di 0,618, il valore cioè della “sezione aurea”, e tale resta all’infinito, divenendo anzi sempre più preciso.

Curiosità da giornale enigmistico? Per niente, visto che non a caso gli artisti e gli architetti antichi si servirono largamente del “numero d’oro”. Se il proprio dell’arte antica – greco-romana ma anche egizia – è l’armonia, il segreto nascosto di proporzioni che danno gioia e riposo sta proprio nella “sezione aurea”, usata nell’architettura, nelle statue, persino nelle anfore. Ad esempio: le piramidi sono costruite tutte con quel rapporto; e 0,618 è il rapporto tra la lunghezza, la larghezza e l’altezza dei templi greci.
Lo stesso valore (e dimensioni calcolate secondo la “successione di Fibonacci”) si ritrova nell’arco di Costantino; ma poi anche nelle cattedrali romaniche o gotiche e in complessi monastici come quello della Certosa di Pavia. La pittura medievale e rinascimentale stessa obbedisce a queste proporzioni segrete, spesso ignorate da chi guarda, che non sa spiegare perché ciò che vede sia così “bello”. Bello, perché pieno d’armonia. Ma, per conseguire questa, gli artisti non facevano altro che rifarsi al creato che li circondava, secondo la legge classica: natura magistra artis, la natura è maestra dell’arte.
Perché questo è il fatto stupefacente, già noto ai sapienti migliaia di anni fa ma oggi confermato in modo spettacolare dai computer: quello 0,618, quel rapporto che fa sì che una parte sia in proporzione armoniosa col tutto, lo si riscontra in geometria come in fisica, in botanica, in zoologia, in mineralogia, in chimica, nel microcosmo come nel macrocosmo, dagli organismi infinitamente piccoli sino agli enormi corpi celesti. Lo stesso corpo umano, quando le sue proporzioni sono perfette, è tagliato alla vita secondo il “numero d’oro” e nel medesimo rapporto stanno i vari organi tra loro, dal naso all’alluce.

In “sezione aurea” (o secondo dimensioni che rispettano la “successione di Fibonacci” che a quella sezione obbedisce) sono gli organismi di mammiferi, pesci uccelli, farfalle. Sino al caso particolarmente evidente della stella di mare, stella a cinque punte che non per nulla (con il pentagono da cui deriva) è antichissimo simbolo religioso – assunto poi dalla gnosi massonica – essendo tutta basata sul “numero d’oro”. O al caso della conchiglia, che è una spirale logaritmica, tutta costruita sullo 0,618. Ma è lo stesso rapporto che si constata tra lunghezza e larghezza delle foglie di rosa. Così, tronchi, rami, foglie delle piante crescono e sono disposti secondo i numeri di Fibonacci. Per restare alla botanica, un fiore di girasole è un mistero geometrico che soltanto i computer stanno rivelando, essendo le sue migliaia di gialli semi disposti dentro la corolla secondo una spirale logaritmica. La quale, lo dicevamo anche per la conchiglia, ripete all’infinito la costante 0,618. È, del resto, lo stesso rapporto impiegato dalle api per costruire i loro alveari, dove le cellette esagonali sono un risultato non superabile di funzionalità ed eleganza.
Solo di recente si è scoperto che il segreto, rimasto così a lungo impenetrabile, della “voce” inimitabile dei violini costruiti da Antonio Stradivari non stava solo nella scelta sapiente di legni e vernici e nella perfetta lavorazione ma, soprattutto, nel fatto che le parti dello strumento sono tra loro in “rapporto aureo” e hanno misure “alla Fibonacci”. Metodo, questo di Stradivari, praticato anche dai migliori costruttori di organi per determinare la lunghezza delle canne. Tutto questo rinvia ad un altro fatto, davvero, anch’esso, straordinario, visto che lo 0,618 non presiede soltanto a vibrazioni, frequenze, toni, semitoni di quell’arte divina tra tutte che è la musica, ma anche all’”organo di Corti”, la formazione cellulare che, nell’orecchio, ci permette di cogliere i suoni.
Anche se si potrebbe continuare a lungo, questo basta a spiegare perché di quella magica cifra si siano impadroniti, da millenni, gli esoteristi, spesso nelle logge massoniche.
Ma non è magia, bensì scienza che l’informatica rende sempre più estesa ed esatta, l’esistenza di un rapporto armonico, costante, misurabile con precisione nella natura; rapporto che complica, e di molto, le difficoltà di chi tutto vuole attribuire a un mitico “caso”, a una incredibile “materia” che si sarebbe organizzata da sola.
Assai più semplice - e razionale – veder in quello 0,618 il marchio del Dio in incognito, la sigla del Creatore “nascosto” che semina tracce, indizi, impronte digitali per chi sappia vedere e pensare.

Vittorio Messori, La sfida della fede, Edizioni San Paolo, 1993, pp. 357-360.

Friday, December 22, 2006

Buone Feste... nonostante il parere del generale

Questo blog sospende, per il momento, la sua attività. Faccio i miei auguri di buon Natale e di sereno 2007 a tutti coloro che, abitualmente o per caso, si affacciano da queste parti.

Concludo con un ricordo. Tempo fa, un generale mi disse che, a suo parere, l’augurio più opportuno per l’arrivo dell’anno nuovo avrebbe dovuto essere: “Avvenga tutto ciò che ci si merita!”. Pronunciate queste parole, il generale abbozzò uno strano sorriso.

Hoka Hey

Thursday, December 21, 2006

Benny Morris, il secondo Olocausto e l'inerzia di Israele

Me ne rendo conto, non è proprio nello spirito del Natale scrivere un post in cui si descrive e si commenta una visione apocalittica riguardante i nostri fratelli ebrei. Penso però che sia doveroso farlo, se ho capito qualcosa di Israele e del suo popolo.

Ieri, sulle pagine del Corriere della Sera, è comparso un lungo articolo a firma di Benny Morris, storico israeliano, intitolato “L’incubo del giorno del secondo Olocausto”. Morris tratteggia uno scenario che vede protagonisti il delirante estremismo religioso di Mahmoud Ahmadinejad e dei suoi accoliti, il debole governo di Israele, nonché la comunità internazionale, incapace di fermare la corsa nucleare iraniana.
Lo storico immagina che un giorno non troppo lontano, i leader di Teheran si riuniranno nella città sacra di Qom. Stabilito che l’eliminazione definitiva di Israele dalle carte geografiche preluda alla Seconda Venuta del dodicesimo profeta (il Mahdi, salvatore del mondo), Teheran decide l’attacco nucleare contro il ‘piccolo Satana’.
Allo scenario non manca nulla. Morris considera:
• i danni collaterali (i palestinesi, che Teheran vede con disprezzo, moriranno a milioni e costituiranno un tributo necessario alla causa contro il male sionista);
• i rischi per l’Iran (scetticismo nei confronti della volontà di reazione dell’Occidente, ma accettazione dell’eventuale annientamento della patria iraniana come martirio supremo per la vittoria finale dell’Islam nel mondo);
• le reazioni della comunità internazionale (fondamentalmente inesistenti, per timore delle devastanti conseguenze nei rapporti politico-economici con l’intero mondo islamico);
• le opzioni israeliane (1. impossibilità pratica di un attacco convenzionale preventivo che distrugga tutti gli impianti nucleari iraniani dislocati sottoterra; 2. improponibilità di un attacco nucleare preventivo, ché renderebbe Israele un paria della comunità internazionale; 3. inutilità di un contrattacco nucleare ad aggressione iraniana oramai avvenuta).
In definitiva, la catastrofe degli ebrei immaginata da Morris è ineluttabile. Soprattutto, egli tiene a sottolineare che questo secondo Olocausto sarà diverso rispetto a quello nazista, perché privo di qualsiasi contatto diretto tra carnefice e vittima. Infatti, «non vi saranno scene come quella che sto per raccontarvi, riportata da Daniel Mendelsohn nel suo recente libro The Lost, A Secret for Six of Six Million, in cui viene descritta la seconda Aktion dei nazisti a Bolechow, piccolo paesino della Polonia, nel settembre 1942.»
Ecco di che si tratta:
La signora Grynberg fu vittima di un episodio terribile. Gli ucraini e i tedeschi, facendo irruzione nella sua casa, la trovarono che stava partorendo. A nulla valsero le lacrime e le suppliche degli astanti: la portarono via, ancora in vestaglia dalla sua casa, e la trascinarono fino alla piazza davanti al municipio. E lì… fu spinta a forza sopra un cassonetto per l’immondizia nel cortile del municipio, e tra gli scherni e i dileggi della folla di ucraini presenti, insensibili al suo dolore, partorì. Il bambino le fu immediatamente strappato dalle braccia con tutto il cordone ombelicale. Fu scaraventato verso la folla, che prese a schiacciarlo coi piedi. Lei fu lasciata sola, con le ferite e i brandelli di carne sanguinanti, e così rimase per qualche ora, appoggiata a un muro, fino a che non fu portata alla stazione ferroviaria e, assieme agli altri, fatta salire su un vagone verso il campo di sterminio di Belzec.

Con questo brano si conclude l'articolo di Morris, ed è proprio da qui che vorrei fare una breve, forse superflua, osservazione.
Se lo storico israeliano avesse delineato il suo scenario a partire dalla vicenda della signora Grynberg, molto probabilmente non avrebbe ipotizzato l’inerzia suicida di Israele e degli ebrei americani di fronte al pericolo di un attacco nucleare dell’Iran. Ne sono convinto perché la ragione storica, l’essenza di Israele si fonda sulla memoria. Il ritorno in Palestina e l’edificazione del nuovo Stato furono motivati dal ferreo proposito secondo cui la tragedia delle tante signore Grynberg non avrebbe mai più dovuto verificarsi. Sin dalla sua nascita, Israele combatte per veder riconosciuto il diritto degli ebrei di vivere al riparo da ogni persecuzione. A fronte di qualsivoglia minaccia, rimane estraneo al vissuto e alla concezione religiosa degli ebrei l'idea di abbandonare quella lingua di terra, la terra dei padri. Non so quanti di coloro che sono scampati all’Olocausto nazista siano ancora viventi. Sono però convinto che, in un modo o nell’altro, essi abbiano tenuto vivo, nelle menti delle nuove generazioni, il ricordo dei propri cari e dei milioni di correligionari uccisi dalla follia hitleriana.
Qualora un attacco nucleare iraniano fosse alle viste, non credo che Israele rimarrebbe con le mani in mano “sperando che, in qualche modo, le cose si aggiustino da sé”; non credo che Israele si tormenterebbe nel dubbio di utilizzare, in via preventiva, il proprio arsenale nucleare contro l’Iran. Cosa importa l’estromissione dal consesso internazionale quando l’alternativa è l’annientamento definitivo? A che sarebbero valsi i tanti morti patiti in oltre cinquant’anni di vita dello Stato di Israele se poi, di fronte alla minaccia più temuta, ci si abbandona all’inerzia e alla disfatta morale?

Dio voglia che tanto Morris che il sottoscritto abbiano perso solo tempo e fantasia!

Si veda anche Vittorio Messori: sarà l’arma atomica a fermare la guerra arabo-israeliana.

Wednesday, December 20, 2006

Minori e adozioni: pur con le tante Marini, non tutto è perduto

Non scrivo assolutamente niente di nuovo, sono cose già dette e che cominciano a divenirmi pure noiose; ma su certe questioni, … repetita iuvant.
Libero oggi in edicola pubblica questo trafiletto:

«Voglio adottare un bambino, è assurdo che la legge italiana me lo vieti solo perché sono single». La frase è di Valeria Marini (…): «Lancio un appello a chi di dovere: cerchiamo di avere in fretta una legge giusta». Inoltre la showgirl si dichiara favorevole ai Pacs.

Cara Marini, ma sul serio pensa che la legge italiana sia così assurda? Secondo lei, alla crescita psicologica di un bambino non serve un padre e tutto ciò che lui rappresenta? Chi è per lei un padre? Ma che famiglie di origine, che esempi hanno avuto le Marini in circolazione per arrivare a questa esclusione di ruoli genitoriali? La politica, quella seria, non può permettersi di assecondare delle pretese che si mostrano del tutto incuranti delle esigenze dei minori e, quindi, delle future generazioni. Perché la posta in gioco è proprio questa: il bene dei figli, adottati o meno.
Di diritti tutelati dal codice civile e dell'eliminazione di forme di discriminazione verso single e coppie di conviventi etero/omo, si può anche discutere. Ma non si possono introdurre delle leggi, basate su artifizi di comodo, che toccano gli interessi dei più deboli, i bambini per l'appunto. Stiamo assistendo ad una corsa frenetica alla rivendicazione di diritti, ma, oltre all’insieme dei doveri nelle relazioni fra adulti, si trascurano soprattutto l’insieme dei doveri verso i figli, i quali, tra le altre cose, hanno l’assoluto bisogno di crescere con un padre e una madre.
A volte temo che, gratta gratta, spingi e spingi, la superficialità e l’incoscienza riusciranno a prevalere. Anche perché le pretese di tanti irresponsabili sono fatte proprie da una certa parte politica, il “chi di dovere” a cui la Marini lancia il suo appello.
Però poi, mi rendo conto che c’è anche gente - ed è la maggioranza - che continua ad avere i piedi per terra. Libero infatti, in un altro articolo, cita questi dati:

«Un sondaggio condotto da “Eurobarometro”, l’Istituto di ricerca della Commissione europea, mostra come solo un italiano su tre sia favorevole al matrimonio tra omosessuali, il 31% contro una media dei 25 Paesi della Ue del 44% (la punta è l’Olanda con l’82%). Percentuale che scende ancora, al 24% (contro il 32% della media europea), sull’adozione di un bimbo da parte di una coppia omosessuale».

Non tutto è perduto!

Wednesday, December 13, 2006

Famiglia alternativa? La risposta sfuggita a Otto e mezzo

Nella puntata di Otto e mezzo trasmessa ieri sera si parlava delle coppie di fatto omosessuali. È stato ripreso il concetto che il matrimonio trova il suo fondamento nella procreazione. Da qui emerge la famiglia ‘tradizionale’ o ‘naturale’ così come stabilita dalla Costituzione. Ne consegue che, in forza dell’assenza del fine procreativo, è insensato attribuire a coppie omosessuali diritti e doveri assimilabili, se non addirittura equivalenti, a quelli prodotti dal matrimonio.
Un ospite del programma, di cui non ricordo il nome, ha riproposto il concetto di famiglia di chi sostiene il matrimonio omosessuale, ovvero quello secondo cui basta l’affetto che lega due persone. Obiettando l’ammissibilità esclusiva del matrimonio eterosessuale, costui ha poi affermato che, se ci si limita a considerare la finalità della procreazione, non si comprende perché viene riconosciuto dalla legge e dal sentire comune il matrimonio di coppie etero sterili e di coppie etero formate da anziani.
Né Ferrara, né l’Armeni, né gli altri partecipanti alla trasmissione hanno replicato a questa argomentazione. Sarebbe stato invece opportuno ribadire che la capacità procreativa è insita nelle coppie etero. Ovviamente, tale capacità non c’è nel caso specifico di coppie sterili e di coppie anziane, ma ciò costituisce l’eccezione che conferma la regola. Al contrario, alle coppie omo la capacità procreativa è sempre e comunque preclusa per natura.

Thursday, December 07, 2006

Il corpo di Piergiorgio non è un caso esemplare

Ha trasformato la sua storia in una questione politica, ma la sua esperienza non è un valore universale

Piergiorgio Welby sta diventando sempre più un simbolo astratto, lo strumento improprio di una guerra culturale e ideologica, non il protagonista di una struggente storia di sofferenza personale. La confusione è alimentata dal fatto di essere un militante radicale, e dunque il suo dare corpo, il proprio corpo, alla battaglia sull’eutanasia, è anche un effetto consapevolmente cercato. Invece forse sarebbe necessario separare quanto nella sua situazione è legato alla irriducibile unicità di ogni destino individuale, e quanto si può ricondurre a criteri generali e a questioni di diritto più ampie; in altre parole, un conto è tentare di risolvere il problema umano del malato Welby, un conto stabilire che il suo caso ha connotazioni talmente tipiche e di interesse generale da richiedere una soluzione legislativa su misura.
Nel 2002 Welby, da tempo affetto da sclerosi laterale amiotrofica, scriveva: «Poniamo il caso che un medico vi dicesse: Mi dispiace, lei ha una malattia incurabile e le resta poco da vivere. A questo punto dovrò farle un buco in pancia (gastrostomia) per poterla alimentare. Dovrò praticarle un foro nel collo (tracheostomia) per permetterle di respirare (...) In queste condizioni, tuttavia, potrà vivere ancora qualche anno o più. E poniamo poi il caso di un altro medico che invece vi dicesse: Mi dispiace, lei ha una malattia incurabile e le resta poco da vivere, però noi potremmo ridurre le sue sofferenze al minimo e, su sua richiesta, procurarle una morte indolore. Voi quale dei due medici scegliereste?».
La domanda andrebbe articolata in maniera un po’ diversa. Per la legge italiana il medico non può procurare attivamente la morte, ma il paziente può rifiutare la cura, anche se il suo rifiuto crea dilemmi etici laceranti. Chi ritiene che vivere appesi ai tubi sia una menomazione intollerabile, ha tutto il diritto di dire no pur sapendo di andare incontro alla morte, e optare quindi per cure palliative, per forme di sedazione che attutiscano la sofferenza. Quando però Welby si è trovato davanti alla tragica scelta, contrariamente a quanto aveva scritto, ha deciso per la respirazione artificiale. Secondo il suo racconto, a cui crediamo pienamente, è stata la moglie a non rispettare le sue raccomandazioni. Questo però non risolve il problema, anzi ne apre altri: se lasciar morire un malato che soffre è un atto di pietà, come mai l’istinto amoroso porta a disobbedire a qualcuno pur di prolungargli l’esistenza? E perché se nemmeno una persona cara ha questo coraggio, lo deve avere un medico il cui scopo professionale è salvare vite umane? Francesco D’Agostino chiedeva, in un dibattito, quale dottore rinuncerebbe a prestare ogni cura possibile a chi abbia compiuto un tentativo di suicidio, solo perché ha in tasca una lettera in cui esprime al di là di ogni dubbio la propria volontà di morire.
Ancora oggi, secondo quel che hanno detto gli specialisti che ad ottobre si sono riuniti nella sede del Partito radicale per discutere il caso Welby, staccare quella spina si può. Se il problema fosse soltanto interrompere la respirazione artificiale e lenire le sofferenze che ne seguono, la soluzione si troverebbe, come ha affermato anche il presidente dell’Ordine dei medici, Amedeo Bianco. Ma Welby non vuole questo. La sua richiesta è un’altra: «È mia ferma decisione rinunciare alla ventilazione polmonare assistita. Staccare la spina mi porterebbe ad una agonia lunga e dolorosa. Anche una sedazione protratta nel tempo non mi garantirebbe una morte immediata senza dolore. Chiedo: è possibile che mi sia somministrata una sedazione terminale che mi permetta di poter staccare la spina senza dover soffrire?». Welby non chiede un accompagnamento medico verso una fine il più possibile priva di sofferenze, ma una sedazione terminale con effetti immediati, cioè un suicidio di stato.
Emanuele Severino sostiene che esiste una grave disparità tra chi può darsi la morte autonomamente e chi invece non può farlo, e che il suicidio assistito servirebbe soltanto a ristabilire l’equilibrio. Dimentica che, se la legge non punisce più chi tenta il suicidio, non è ancora arrivata a promuoverlo, e che una legge interiore, non scritta (possiamo chiamarla naturale?) ci spinge a contrastare l’aspirante suicida, fino a salvargli la vita suo malgrado. L’equivalenza, poi, si stabilirebbe solo se si prescrivesse per legge un aiuto statale per chiunque, causa incapacità pratica o mancanza di coraggio, desideri morire e non ce la faccia. Con questa logica si potrebbe decidere che chi esprime con assoluta chiarezza la propria volontà di buttarsi dal balcone o infilare la testa nel forno vada assistito da un pubblico ufficiale. Perché un impedimento di ordine psicologico deve avere meno peso di uno di ordine fisico? E perché non ammettere l’eutanasia anche per le sofferenze psichiche, come in Belgio? Una volta che lo Stato entra nella delicata questione, è giusto che fornisca assistenza a chiunque ne senta il bisogno, senza discriminazioni.
Il caso Welby può valere come una sollecitazione a occuparsi dei problemi connessi con la dignità della fine, dalla necessità di incrementare il ricorso alle cure palliative a quella di evitare l’accanimento terapeutico, e il presidente Napolitano ha fatto bene a non lasciare cadere nel silenzio la sua lettera. Ma in nessun modo può diventare un caso esemplare su cui costruire una legge, così come non lo possono diventare le mille storie di sofferenza personale, diversissime tra loro, di tanti malati che avrebbero qualcosa da dire sulla situazione della sanità italiana, ma che nessuno interroga.

Eugenia Roccella (il Giornale)

Tuesday, December 05, 2006

Sulla ‘dolce’ morte

nullo, in Digiuno di morte, sostiene la rivendicazione di Piergiorgio Welby di esser lasciato morire. Pubblico le parti salienti dello scambio di opinioni col sottoscritto. Qui non si tratta di prendersi troppo sul serio; è l’argomento ad essere fin troppo serio.

Hoka Hey
Da cattolico, la questione mi crea dubbi tremendi. Ogni volta che guardo le immagini di Welby e penso che lo stesso potrebbe accadere a me, sono in difficoltà.
Da cristiano - spero di esserlo ancora per quello che sto per dire - penso, o meglio, comincio a pensare che la decisione di un adulto di morire riguardi solo lui e la sua coscienza. L'anima se la sbrigherà con Dio quando sarà al Suo cospetto.
Mi rendo conto che la morte di un uomo e la sua scelta di morire non riguardino effettivamente solo lui, ma tutta l’umanità. Però, se è vero, come è vero, che Dio ci ha dotati di libero arbitrio, vuol dire anche che, almeno in quei momenti, quando cioè viene fuori tutto ciò che c’è nell’uomo, lui possa decidere di se stesso. Ho grande rispetto per chi voglia morire in conseguenza di una malattia i cui effetti vanno al di là della sua capacità di sopportazione. Il problema che mi angustia però è questo: e se anche il dolore legato alla malattia fosse volontà di Dio? Chi sono io per dire a Dio: non me ne frega niente dei tuoi progetti, del tuo disegno per me e per l’umanità? Ovviamente, mi riferisco a me stesso nei panni di Welby. Lui è ovviamente libero di scegliere quello che ritiene più opportuno.

nullo
(…) Riconoscere, cristianamente, (…) che la morte sia una questione tra l’individuo e dio, mi sembra una maniera per riconoscere la libertà di coscienza dell’individuo - che è tutto quello che chiediamo.
Con i cattolici (…) si può dialogare. La domanda è: sarà possibile dialogare anche con il Vaticano?

Hoka Hey
(…) Un adulto, diversamente da un bambino, ha autonomia di giudizio. Io sono fra quelli che sono contrari tanto all’eutanasia dei bambini, che all’aborto che alla soppressione degli embrioni per fini scientifico-terapeutici. In altri termini, io penso che nessuno possa decidere della morte di chicchessia. Un uomo può decidere solo della propria morte. Ok, conosco l’obiezione: ma tu accetteresti di uccidere una persona gravemente malata che da sola non può togliersi la vita? No, perché certe cose appartengono solo a Dio. E tutto ciò mi mette ancora più in crisi.

nullo
C’è il dilemma intermedio su cui vorrei la tua posizione. Dici che al diretto interessato deve essere concesso di decidere di morire, ma che né tu, né nessuno, ha il diritto di decidere per lui/lei. Ma se la decisione è stata presa dal diretto interessato, autonomamente, tu permetteresti che qualcun’altro la metta in atto?

Hoka Hey
Se fossi io il medico, non staccherei la spina, perché farlo significherebbe sostituirmi a Dio. Capisco che è il malato ad autorizzarmi, ma io mi rifiuterei.
Se fossi io il malato, vorrei che qualcuno lo facesse per me, credo, ma, in un momento di lucidità, comprenderei il rifiuto altrui di assecondarmi.
Se un medico decidesse di assecondare la richiesta di un malato di staccare la spina, penso che sarebbero due le anime che dovranno vedersela con Dio, ma mi asterrei dall'esprimere giudizi su entrambi (medico e malato).
In altri termini, penso che la concreta attuazione di farla finita spetti solo e unicamente al malato. Non coinvolgerei nessuno, perché solo io sono responsabile di fronte a Dio delle mie azioni. Ammetto che sarei tormentato dal pensiero di offenderLo, però, se fossi veramente disperato, Lo pregherei di perdonarmi.

nullo
Quindi, mi sembra, suicidio sì, ma eutanasia no. Questa è la tua posizione. Sbaglio?

Hoka Hey
Sì, suicidio. Povero me!

Thursday, November 30, 2006

Perché i cattolici credono in Dio?

Su Il Giornale di ieri, Giordano Bruno Guerri citava un’affermazione di Rita Levi Montalcini, secondo cui l’educazione laica ha «il grande merito di rendere gli individui responsabili dei propri comportamenti in forza di principi etici e non allo scopo di ottenere un compenso o sfuggire ad una punizione in una ipotetica vita ultraterrena». Giordano Bruno Guerri si mostra d’accordo con la scienziata nel “riconoscere una sorta di superiorità morale in chi opera il bene o evita il male senza speranza o timore di premi o punizioni eterni”.
Ammetto che, in genere, non do peso alle prese di posizione della signora Montalcini su temi di rilevanza etico e sociale (vedi il suo sostegno al Sì nel recente referendum sulla procreazione assistita), però in quest’occasione mi sembra che abbia fornito uno stimolo di riflessione per i cattolici. Lo stesso merito va riconosciuto, ovviamente, a Giordano Bruno Guerri.
La loro tesi è che la fede si nutre di un mero calcolo utilitaristico. Sarebbe interessante conoscere la risposta dei cattolici. Che cosa c’è alla base della fede in Dio? Perché un cattolico si sforza di comportarsi in modo conforme al dettato evangelico? Che rilevanza un cattolico attribuisce all’aspettativa, dopo la morte, di una ricompensa o di una punizione da parte di Dio? Infine, è proprio vero che i cattolici maturi orientano la loro fede in Dio soprattutto in base al criterio del do ut des, oppure sono mossi da qualcos’altro?

Friday, November 24, 2006

Facciamo un po’ di luce sulla strategia gay?

Verso la fine degli anni ’80 la rivoluzione omosessualista, che si ispirava alla lotta di classe di impronta marxista, conobbe un momento di crisi: gli atti omosessuali provocatori in luogo pubblico, la bizzarria dei travestimenti, il sadomasochismo esibiti in parate “dell’orgoglio gay” e la vicinanza con associazioni pedofile (NAMBLA), anziché migliorare l’accettazione sociale dell’omosessualità, avevano accresciuto nella società diffidenza e antipatia nei confronti dell’omosessualità e del movimento gay.
Nel 1989 due intellettuali gay, Marshall Kirk (ricercatore in neuropsichiatria) e Hunter Madsen (esperto di tattiche di persuasione pubblica e social marketing) furono incaricati di redigere un manifesto gay per gli anni ’90: il risultato è il libro After the ball. How America will conquer its fear & hatred of Gays in the 90’s, un vero e proprio “manuale” di strategia per combattere il “bigottismo antigay”.
Perché gli anni ’90 avrebbero potuto fornire l’occasione per cambiare le cose? Gli autori lo ammettono tanto candidamente quanto cinicamente: l’esplosione dell’AIDS dava ai gay la possibilità di affermarsi come una minoranza vittimizzata, meritevole di attenzione e protezione.
Gli autori propongono tre tattiche, che si possono riassumere in questo modo.
1. Come tutti i meccanismi di difesa psico-fisiologici, spiegano gli autori, anche il pregiudizio antigay può diminuire con l’esposizione prolungata all’oggetto percepito come minaccioso. Bisogna quindi “inondare” la società di messaggi omosessuali per “desensibilizzare” la società nei confronti della minaccia omosessuale.
2. È necessario presentare messaggi che creino una dissonanza interna dei “bigotti antigay”. Ad esempio, a soggetti che rifiutano l’omosessualità per motivi religiosi, occorre mostrare come l’odio e la discriminazione non siano “cristiani”. Allo stesso modo, vanno enfatizzate le terribili sofferenze provocate agli omosessuali dalla crudeltà omofobica.
3. L’obiettivo finale è quello di “convertire”, ossia suscitare sentimenti uguali e contrari rispetto a quelli del “bigottismo antigay”. Bisogna infondere nella popolazione dei sentimenti positivi nei confronti degli omosessuali e negativi nei confronti dei “bigotti antigay”, paragonandoli, ad esempio, ai nazisti, o instillando il dubbio che il loro atteggiamento sia la conseguenza di paure irrazionali e insane (la cosiddetta “omofobia”).
Kirk e Madsen declinano queste tre tattiche in una serie di strategie e principi pratici. Ad esempio, essi individuano tre gruppi di persone, distinti in base al loro atteggiamento nei confronti del movimento gay: “gli intransigenti”, stimati in circa il 30-35% della popolazione; “gli amici” (25-30%) e gli “scettici ambivalenti” (35-45%). Questi ultimi rappresentano il target designato: a loro bisogna dedicare gli sforzi applicando le tecniche di desensibilizzazione (con quelli meno favorevoli) e di dissonanza e conversione (con i più favorevoli). Le altre due categorie, gli intransigenti e gli amici, vanno rispettivamente “silenziati” e “mobilitati”, con ogni mezzo.
Un’altra indicazione che gli autori suggeriscono è quella di “intorbidare le acque della religione”, cioè dare spazio ai teologi del dissenso perché forniscano argomenti religiosi alla campagna contro il “bigottismo antigay”.
Sarà inoltre opportuno non chiedere appoggio «per l’omosessualità», ma «contro la discriminazione». Per stimolare la compassione, i gay devono essere presentati come vittime:
a) delle circostanze; per questo motivo, dicono gli autori, «sebbene l’orientamento sessuale sia il prodotto di complesse interazioni tra predisposizioni innate e fattori ambientali nel corso dell’infanzia e della prima adolescenza», l’omosessualità deve essere presentata come innata;
b) del pregiudizio, che deve essere presentato come la causa di ogni loro sofferenza.
I gay devono, inoltre, essere presentati come membri a tutti gli effetti della società, addirittura come “pilastri” della stessa. Basta individuare una serie di personaggi storici famosi, noti per il loro contributo all’umanità, come gay: chi mai potrebbe discriminare Leonardo da Vinci?
Gli autori diedero indicazioni precise anche alle associazioni omosessuali e lesbiche in conflitto tra loro: è bene che ci sia una sola associazione portavoce del mondo omosessuale, e che sia gay; ovviamente gli omosessuali-non-gay sono, in questo modo condannati all’invisibilità.
Un’altra strategia per rendere “normale” l’omosessualità agli occhi delle persone consiste nel richiedere unioni, matrimoni e adozioni gay; non tanto perché i gay non vedano l’ora di sposarsi e metter su famiglia, quanto piuttosto perché, agli occhi dell’opinione pubblica, se anche i gay desiderano formare una famiglia e avere dei bambini appaiono rassicuranti, tradizionali. Inoltre, chi potrebbe, in questo modo, accusare il movimento gay di voler sradicare l’istituto matrimoniale e familiare?
Il saggio di Kirk e Madsen si conclude con queste parole: «Come vedi, la baldoria è finita. Domani inizia la vera rivoluzione gay».

Tratto da Abc per capire l’omosessualità, San Paolo, 2005, pp. 39-40.

Alla redazione del libricino hanno collaborato: Chiara Atzori, Jennifer Basso Ricci, Medua Bodoni, Marco Invernizzi, Roberto Marchesini, Giacomo Perego, Giancarlo Ricci, Laura Solvetti, Guido Testa. Com'era prevedibile, le credenziali professionali di chi ha stilato le varie sezioni dell'opera sono state messe in dubbio dal movimento gay italiano. La strategia della delegittimazione nei confronti di chi non rimane nei ranghi è puntualmente arrivata, ancor più per il fatto che la proposta informativa è stata realizzata in ambito cattolico.
Per quanto mi riguarda, ho trovato in quest’Abc alcune informazioni interessanti - del tipo di quelle menzionate in questo post -, e, diffondendole, reputo di far cosa utile alla comprensione dell’imperante “bigottismo gay”.

Wednesday, November 22, 2006

Ma quei prof umiliati sono uomini o caporali?

In questi giorni si fa un gran parlare degli episodi di violenza nelle scuole da parte di adolescenti ai danni di coetanei. Lungi da me aggiungere ulteriori parole alle tanto sagge e meditate interpretazioni del fenomeno (crisi della famiglia, crisi della scuola, crisi della società, assenza di responsabilità individuale, buonismo imperante, il ’68, la foca monaca, il gelato Sammontana…). Qui vorrei solo citare un brano di un articolo comparso oggi su Il Giornale e fare delle osservazioni da bar.
Ne ‘I prof umiliati difendono i bulli e Fioroni se la prende coi reality’, Nino Materi cita alcuni esempi di prepotenze di studenti ai danni, questa volta, di insegnanti:
Prendete, ad esempio, il docente di Italiano dell'istituto agrario «Kennedy» di Monselice (Padova) al quale i suoi alunni sono arrivati addirittura a «impacchettare» la testa in un foglio di giornale: uno dei video della vergogna più cliccati sul web.
La scena choc si conclude con il professore che si limita a dire: «Allora, la smettete?».
Un atteggiamento incredibilmente soft che il docente veneto conferma anche ora che il «film» è diventato di dominio pubblico: «Si è trattato di uno scherzo di cui non avevo più memoria...». Dello stesso tenore le dichiarazioni del suo collega al quale uno studente ha quasi ribaltato addosso la cattedra; idem per il docente a cui un allievo punta una pistola (giocattolo, si spera) alla tempia e del professore di educazione fisica al quale un alunno abbassa il pantalone della tuta: scene impietosamente immortalate dai telefonini e da qui inserite in rete alla stregua di trofei scolastici. «Goliardia», eccola la parola giustificazionista più usata dai professori entrati nel mirino dei bulli, ai quali i docenti vessati non solo non rifilano due bei calci nel sedere (rischiando però così di passare dalla parte del torto e magari di venire linciati da genitori e mass media) ma nei cui confronti riservano parole fin troppo comprensive: «Si tratta di ragazzi vivaci che vanno recuperati...». Con qualche ceffone? Guai a usare le mani: queste possono alzarle solo gli studenti sui professori.

Domando: ma dov’è finito l'amor proprio, la dignità, l'orgoglio di questi insegnanti? Come può un uomo accettare di essere trattato nei modi sopra descritti da uno stronzetto di 16, 17 o 18 anni? E per quale motivo questi insegnanti non prendono a ceffoni e a calci in culo i suddetti stronzetti? Per non ‘venire linciati da genitori e mass media’!!!
Io non credo che un uomo possa rimanere indifferente in situazioni simili; non credo che si possa vivere in pace con se stessi lasciando correre tali episodi di prepotenza. Come possono degli uomini continuare a guardarsi nello specchio e a guardare negli occhi le proprie mogli, sapendo di non aver reagito? E con quale autorità morale possono insegnare ai propri figli? Sono questi gli educatori di sesso maschile che fanno scuola nelle nostre scuole? Non sono sicuro che si tratti di casi isolati. E non mi sembra inopportuno parafrasare Cesare Pavese: ciò che è toccato loro non è per caso che è toccato.

Tuesday, November 21, 2006

L’integralismo religioso secondo Maurizio Crozza




Che cos’è l’integralismo religioso? È una religione con tanta crusca. E infatti ti fa fare delle grandi cacate.

Friday, November 17, 2006

A Otto e mezzo, una chiacchierata con Giovanni Lindo Ferretti

Metto giù qualche riga su Giovanni Lindo Ferretti, ospite a Otto e mezzo qualche sera fa.
Ferretti, l’ex leader del complesso punk CCCP, marxista convinto per buona parte della sua vita, vive in un piccolo paese dell’Appennino emiliano. Paesaggi mozzafiato e quattro anime. Così come quattro sono i cavalli che il nostro alleva e a cui è affezionatissimo.
Ferretti ha viaggiato molto (Russia, Mongolia, Cina) e ha conosciuto il dolore fisico (sette interventi chirurgici e l’asportazione di un polmone). A proposito della sua storia personale, ha rivelato: Quando, l’ultima volta, sono uscito dall’ospedale, avrei voluto scrivere una lettera ai miei migliori amici. Volevo augurare loro una grande sofferenza, perché il dolore schiude una porta importante nella vita (cito a memoria).
Parlando delle sue origini, ha detto: Provengo da una famiglia legata alle radici, alle tradizioni e alla terra. A mia nonna, una donna dalla personalità forte, devo molto di quello che sono.
Ferretti si è convertito al cattolicesimo. Alle scorse elezioni politiche, ha votato per la Casa delle Libertà. Giuliano Ferrara gli ha chiesto perché. “È stato un ritorno a casa”.
Ferretti scrive articoli, alcuni comparsi su Il Foglio, e di recente ha pubblicato un libro, Reduce. Oggi ciò che è anormale è diventato normale, e una persona normale è vista con sospetto. E inevitabilmente finisce per rimanere sola.

Tuesday, November 14, 2006

Le parole che non si dicono

Perché per molti padri è così difficile dire: ‘Figlio mio, sono fiero di te’? E perché per molti figli è così difficile dire: ‘Papà, mamma, sei il miglior genitore che potessi avere’?

Thursday, November 09, 2006

Pillole 12

Il male si nasconde tra le pieghe del bene. Vivaddio, si verifica anche il contrario.

‘Quella strana alleanza contro Usa e Israele’

Su il Giornale di oggi, Paolo Granzotto risponde al seguente quesito di un lettore: Mio padre mi ha sottoposto un argomento di riflessione: perché gli estremisti di destra e di sinistra sono stati sempre attratti dai musulmani, ovviamente correlato da esempi storici da Napoleone in poi. Mi aiuta a svolgere il tema?
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A voler fare esempi storici di qualche rilevanza occorre spingersi un po' più indietro di Napoleone, gentile lettrice. E arrivare a Carlo IX di Francia, unico monarca cattolico a non aderire alla Lega Santa e quindi a non prender parte alla gloriosa battaglia di Lepanto. A spingerlo a quella scelta fu il desiderio di non guastare gli ottimi rapporti con la Sublime Porta (che mettevano al riparo la flotta mercantile francese da, diciamo così, brutti incontri in mare) e di impedire, rifiutando di darle manforte nella lotta contro i turchi, che la Spagna consolidasse il suo ruolo nel Mediterraneo.
In quanto a Napoleone, il suo filoislamismo traeva da un lato dalla riconoscenza nei confronti dell'Impero ottomano, la sola grande potenza a mantenere i rapporti con la Francia della Rivoluzione e del Terrore, dall'altro dalla lezione di Voltaire. Il quale, dopo aver trattato Mosé da stregone e Cristo da fanatico ebreo impostore, giudicò Maometto il campione della tolleranza e del buon senso e l'Islam l'unica religione che non fosse una «setta», ma un saggio, severo, casto e umano - proprio così, anche umano - insegnamento. La tentazione di illustrare meglio le fregole filoislamiche di Voltaire è forte, gentile lettrice. Ma andremmo fuori tema e non si fa. Sistemata la storia, passiamo alla cronaca. Credo che il suo babbo intendesse porre l'accento sul fatto che l'estrema destra e l'estrema sinistra - potremmo chiamarli, tanto per semplificare, comunisti e fascisti - si ritrovino concordi nel parteggiare per l'Islam, l'islamismo e gli islamisti e ciò pur militando in schieramenti ideologici opposti, se non antitetici. Come mai?
Il sottofondo di questa identità è di natura sentimentale. Per gli uni si tratta di nostalgia per le spade dell'Islam e di fedeltà al nazismo filoislamico. Non le starò certo a ricordare, gentile lettrice, la figura del Gran Muftì di Gerusalemme - il palestinese Amin al-Husseini - e i suoi strettissimi rapporti con Hitler.
Per l'altra parte, valgono invece le nostalgie di quando l'Unione Sovietica vegliava sul Medio Oriente (e il suo petrolio) allevando uno via l'altro i Nasser, i Mossadegh e i Khomeini, di quando faceva muro contro l'«imperialismo yankee» affollando la regione di «consiglieri», rifornendo di armi, aiuti economici, assistenza tecnica la Siria e l'Irak baathista, l'Egitto nasseriano ed ogni altra «democrazia popolare» che si facesse avanti. In entrambe si agita poi una percepibile componente antisemita - sentimento molto vivo non solo nella Germania nazista e nel fascismo della «Difesa della razza», ma anche, eccome, nell'Urss stalinista e poststalinista - e che, alla estrema destra, sconfina nel fondamentalismo religioso (gli ebrei deicidi). Ciò si traduce nell'antisionismo, con la conseguenza di schierarsi a favore di chi più brutalmente avversa Israele, l'Islam. A far da mastice a tutto ciò è il risentimento, che assume spesso se non sempre l'aspetto dell'odio, nei confronti degli Stati Uniti. Vista da destra l'America è la responsabile della disfatta dell'Asse perché senza il suo intervento in guerra, senza la colossale fornitura di armi, munizioni, carri armati, aerei, materie prime, dollari all'Unione Sovietica, Hitler e Mussolini sarebbero morti nei loro letti. Come Franco. Vista da sinistra l'America, il capitalismo, la democrazia, i valori occidentali sono colpevoli del crollo del comunismo, sepolto sotto le macerie del muro di Berlino. È dunque per spirito di revanche (uno spirito che ha sempre portato male, fra l'altro) che si verifica questo affratellamento nel sostegno senza se e senza ma all'Islam. Unica forza e unica ideologia nella quale riporre le speranze di regolare i conti con gli americani e, per far buon peso, anche con gli israeliani.

Wednesday, November 08, 2006

Differenza tra guerriglia e terrorismo? Risposta semplice e di buonsenso

Leggo su il Giornale di oggi un’intervista a Roberto Toscano, ambasciatore italiano in Iran, che ha scritto un libro dal titolo ‘La violenza, le regole’.
Riporto un brano dell’intervista in cui il diplomatico spiega la differenza tra guerriglia e terrorismo.
Il terrorismo si definisce per l’intenzione e per la natura del bersaglio: un bersaglio militarmente irrilevante ma che si vuol colpire per piegare la volontà dell’avversario. Di conseguenza, gli stessi soggetti che operano per la stessa causa possono essere terroristi o guerriglieri: un palestinese che attacca un carro armato israeliano è un guerrigliero, lo stesso soggetto che mette una bomba su un autobus, o si fa saltare in aria fra gli avventori di un caffè, è chiaramente un terrorista. Non vedo perché debba essere così difficile accettare questa distinzione. A meno, ovviamente, di voler dire che quando usano le armi i nostri non sono mai terroristi, e gli altri sempre. Nel mio libro cito un caso estremamente interessante. Quello di un giornalista olandese simpatizzante della causa palestinese che si reca nei Territori Occupati per scrivere, con comprensione e solidarietà, sugli attentatori suicidi e sulle loro famiglie, ma che a un certo punto viene colto da un pensiero che gli fa cambiare atteggiamento. Scrive: “Improvvisamente mi sono ricordato del fatto che mio padre era un combattente della Resistenza contro i nazisti. Lui non avrebbe mai messo una bomba su un autobus di civili tedeschi”.

Più chiaro di così! Ma si sa, non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.