Friday, July 10, 2009

La svastica che ispirò Hitler

Riporto l'articolo Ecco la svastica che ispirò Hitler, di Vittorio Messori, pubblicato sul Corriere della Sera del 9 luglio.

Per penetrare nel luogo proibito, ho dovuto giocare la carta del riconoscimento, mostrando il passaporto e alcune pubblicazioni recenti che avevo con me. Ho superato così la diffidenza del monaco guardiano, fortunatamente lettore delle traduzioni tedesche dei miei libri. Affidato a un sagrestano e aperta la grande porta barocca chiusa a chiave, mi sono stati concessi pochi minuti per scattare qualche istantanea con la mia macchinetta automatica. Alla fine, l' esortazione a «far buon uso» del privilegio accordato a me e negato categoricamente a tanti altri, da molti anni. Tutto questo per accedere alla sagrestia di una chiesa non solo aperta al pubblico ma anche assai frequentata, essendo al contempo parrocchia e tempio della grande, antica abbazia di Lambach, nell'Alta Austria. Un monastero che, nella sua vita millenaria, ha vissuto anche una esperienza singolare: durante l'anno scolastico 1897/98 ospitò, per la terza classe elementare, un bambino di otto anni originario di Braunau am Inn. Bambino disciplinato, dal visetto grazioso (come mostra la ancora esistente foto della classe) ma ostinato e introverso. Il che non gli impedì di essere un diligente chierichetto e un buon elemento della corale di voci bianche, nonché un allievo attento delle lezioni di violino impartitegli da un Padre benedettino. Dopo l'aula della scuola nell' abbazia, la maggior parte del suo tempo lo trascorse, quell'anno, proprio nella sagrestia ora interdetta ai visitatori. Lì, infatti, aiutava i sacerdoti celebranti a indossare e a togliere i paramenti liturgici, lì lavava e riempiva le ampolle per l'acqua e per il vino, lì sistemava arredi e vesti negli armadi. Lì si radunava con gli altri bambini, ogni sabato pomeriggio, per le prove dei canti per la messa grande domenicale e si esercitava per le melodie previste per matrimoni, funerali, feste liturgiche varie. Ebbene, quel vasto ambiente barocco è dominato da una sorta di grande cenotafio in marmi dai colori vivaci, che termina in uno stemma abbaziale, sovrastato da una mitria e da un pastorale in pietra rossa, forse di Verona. Nell'ovale del blasone, una svastica con gli uncini piegati, vistosamente dorata. La stessa doratura per la data (1869) e per le quattro lettere che circondano la croce: T.H.A.L. Cioè: Theoderic Hagn Abate (di) Lambach. Per posizione, per imponenza, per policromia dei marmi pregiati, il cenotafio è il punto focale della sala, è impossibile non esserne attratti appena entrati. Dunque, in quell'anno scolastico di oltre 110 anni fa, attrasse anche gli occhi, avidamente curiosi, dell' allievo di terza classe della Volks-Schule, nonché chierichetto e corista. Il suo nome era Adolf Hitler. L'anno a Lambach del futuro Führer è ovviamente ben noto agli storici, anche perché l'interessato gli dedicò una pagina del Mein Kampf, dove dice di non avere condiviso l'ideale di quei monaci ma di averne stimato la serietà e, soprattutto, di avere provato tali emozioni durante le solenni liturgie da sentirsi, lui che sarà sempre astemio, berauscht, ubriaco. Alcune biografie accennano anche alla svastica del monumento abbaziale ma, curiosamente, sono quasi inesistenti, per quanto sappia, le fotografie che appaghino la curiosità dei lettori. In ogni caso, le rare immagini sono di molti anni fa, in sfocato bianconero. In effetti, come io stesso ho constatato, i religiosi hanno deciso di interdire l'accesso alla sagrestia per troncare una sorta di pellegrinaggio, ove ai curiosi si aggiungevano, pare, anche inquietanti nostalgici se non dei pericolosi pazzoidi. La gran maggioranza dei visitatori ignora che un' altra svastica, seppur di dimensioni minori, potrebbe risvegliare la curiosità.

La seconda croce uncinata è sulla fontana nel giardino di fronte all'ingresso. Il piccolo Adolf vide pure questa tutti i giorni, giungendo al mattino in abbazia, ma nel dopoguerra è stata coperta da rampicanti e da vasi di fiori e per vederla bisogna conoscerne l'esistenza e spostare le piante. Anche questa è «firmata» da padre Theoderic Hagn, abate di Lambach nella seconda metà dell'Ottocento che per il suo stemma (ogni superiore di monastero benedettino ne ha uno, alla pari dei vescovi) scelse una svastica, forse perché segno dell'incontro tra la croce cristiana e la tradizione religiosa mondiale. È noto, infatti, che sin da tempi preistorici la croce uncinata è presente come simbolo sacro in ogni continente, America precolombiana e Oceania incluse. Soltanto il giudaismo sembra non conoscerla, probabilmente perché è simbolo solare, mentre la tradizione ebraica, a cominciare dal calendario, è soprattutto lunare. Sta di fatto che anche per questo la Hakenkreuz, la «croce con gli uncini», fu dichiarata «segno ariano» e prediletta, tra Ottocento e Novecento, dai gruppi ispirati al nazionalismo germanico nonché all' esoterismo e all'antisemitismo in qualche modo «metafisico». Il giovane Hitler la conobbe (curiosamente, proprio nella forma «alla Lambach», con gli uncini piegati) presso la Thule-Gesellschaft, la società semisegreta le cui dottrine e i cui uomini alimentarono il nazionalsocialismo nascente. Fu nel maggio del 1920 che il futuro Führer presentò l'insegna del movimento, da lui stesso (pittore frustrato) disegnata: una svastica, appunto, ma con i bracci raddrizzati e inclinata verso destra, per, disse, «dare l' idea di una valanga che travolga il mondo decadente». Questa scelta del simbolo, tra tanti possibili, fu determinata anche dall'impressione ricavata dallo scolaro di terza elementare davanti alle svastiche dell' abate Hagn? Hitler non ne fece mai cenno, ma ci sono due episodi che fanno pensare. Quando invase l'Austria, nel 1938, pur pressato da mille impegni, si fece portare a Lambach (riservatamente, con Eva Braun, una foto lo mostra con un impermeabile bianco, da borghese) per rivedere l' abbazia e sostò nella sagrestia, davanti al vistoso cenotafio dove tante volte aveva lavorato e cantato. C' è di più: come già in Germania, i nazisti soppressero subito le case monastiche austriache, ma Lambach fu risparmiata e i religiosi furono allontanati soltanto nel 1942. Dopo tutto, non sfugga un particolare: attorno ai bracci della svastica dell' abate, stanno anche una A e una H. Proprio quelle iniziali che Adolf Hitler volle incise accanto alla Hakenkreuz «ariana» sulla facciata e nei saloni della cancelleria di Berlino.

© Corriere della Sera

Wednesday, July 01, 2009

Ideologia transgender? Roba da matti!

La rivista Il Timone presenta ogni mese un dossier tematico di approfondimento. Quello del numero di giugno è intitolato Né maschi né femmine. L’ideologia di genere. Degli articoli di cui è composto il dossier ho selezionato “Genere” o “sesso”?, di Roberto Beretta. Lo riporto di seguito precisando che ho modificato leggermente l’ordine dei paragrafi. In tal modo mi è sembrato di rendere ancora più immediata e istruttiva la trattazione dell’argomento.
(Dal numero di giugno si veda anche l’articolo sull’omosessualità indesiderata, a firma di Roberto Marchesini)

Essere come angeli, né maschi né femmine: un sogno paradisiaco oppure un incubo? Vediamo.
L’avvocato Mauro Ronco, 63 anni, presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino e professore universitario di Diritto penale, nonché responsabile piemontese di Azione Cattolica, si è occupato di vari casi – oggi sempre più frequenti – in cui sono coinvolti aspetti giuridici e insieme morali: dal divorzio all’aborto, dal testamento biologico allo statuto dell’embrione.

Professore, come spiegherebbe agli ignari, e in parole molto povere, l’espressione “ideologia di genere” o più semplicemente gender, all’americana?
«L’ideologia di genere presenta molteplici aspetti. Sottolineerei anzitutto l’uso del termine “genere” al posto di “sesso”. Per la tradizione filosofica e linguistica che ha il suo referente nelle Scritture bibliche, la persona è “maschio” o “femmina”. La connotazione anatomica e biologica del sesso assegna a ciascuno una specifica identità, l’identità sessuale appunto. Per l’ideologia di genere, invece, la persona non è “maschio” o “femmina”, bensì è ciò che diventa secondo le multiformi scelte nel corso della vita. La persona assume così indifferentemente varie “identità di genere”, a seconda della sua libera scelta. In questo senso anche l’ideologia omosessuale viene superata. La persona non è mai definita sul piano sessuale, ma è in uno stato mutevole di “generi” che essa stessa si può dare. Nell’ideologia di genere affiora una specie di odio verso il sesso come connotazione biologica che prescinde dalla scelta personale, esso è visto come qualcosa che condiziona ingiustamente la libera esperienza di vita di ciascuno e quindi come un limite insopportabile alla libertà. Il secondo aspetto che occorre mettere in luce concerne la lotta contro ogni identità e contro ogni differenza: l’obiettivo è giungere ad un’assoluta indifferenziazione, in cui vengano aboliti nella persona umana i segni sessuali della creazione. L’ideologia di genere, in definitiva, ha come obiettivo il sovvertimento della realtà sessuale. Se nella Genesi è scritto: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò (Genesi 1,27); se Gesù riprende lo stesso tema, dicendo: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina?” (Matteo 19,4), l’ideologia di genere proclama che non vi è in natura né “maschio” né “femmina”, ma tanti generi quanti ciascuno si voglia liberamente dare».

Qualcuno sostiene che si tratta di un ulteriore passo della cosiddetta «rivoluzione sessuale»; in che senso?
«Credo di sì, ma in senso paradossale, perché in qualche modo costituisce la negazione stessa della rivoluzione sessuale come è stata concepita nel XX secolo. Infatti, l’ideologia di genere nega il sesso come identità della persona, cioè può anche rimanere, ma è meglio che venga eliminato anche fisicamente. Così l’organo sessuale maschile venga levato e l’uomo si trasformi, per quanto possibile, in una donna o – ancor meglio – in un essere asessuato. Vale pure il contrario, che la donna si trasformi in uomo. Meglio ancora, per l’ideologia di genere, se ciascuno riesce a portare in sé i segni della doppia sessualità, oppure di nessuna sessualità. Il sesso è concepito soltanto come strumento per provocare il piacere; è però eliminato del tutto non soltanto nel suo valore intrinsecamente procreativo, ma anche nel suo significato identitario».

Il femminismo sembrava spingere verso un’esaltazione esasperata della diversità sessuale; ora invece si ritrova ad essere additato come una delle radici da cui nasce l’omologazione dei sessi. Com’è stato possibile un tale paradosso?
«Vero. Si tratta di un paradosso. Se però si studia il significato del femminismo radicale, si comprende come l’evoluzione sia del tutto logica. Infatti, il femminismo radicale negava, sin dall’origine, la sessualità come intrinsecamente procreativa. Quindi, negava l’identità della donna come portatrice essenziale del valore della maternità. L’esasperazione femministica del sesso femminile era un modo per negare il significato profondo della femminilità. Il processo ha però un corso implacabile: se si nega il significato profondo, metafisico della femminilità, è inevitabile che si finisca per negare anche il segno biologico di essa».

Quali potrebbero essere, concretamente, le ricadute sociali di una affermazione dell’ideologia di genere? E una reazione ad essa non potrebbe rischiare invece di rituffarci in una cultura «patriarcale» o maschilista?
«Sì, è possibile che gruppi maschili, particolarmente sensibili alla profonda ingiustizia conseguente alla diffusione dell’ideologia di genere, si esprimano reattivamente nella vita sociale con gesti e atteggiamenti violenti come quelli degli ultras del tifo sportivo, per manifestare inconsciamente la propria identità maschile.
Ma non sarebbe il pericolo più grave. Le ricadute sociali di una vittoria dell’ideologia di genere sarebbero ben più devastanti. Oltre all’aggravamento della crisi demografica, si scatenerebbero squilibri psichici in larghe fasce della popolazione; molti, privati di chiara identificazione sessuale, potrebbero precipitare in forme di depressione assai preoccupanti».

Lei ha svolto un’audizione alla Commissione Giustizia della Camera sul tema del «genere». Come mai il Parlamento se ne occupa?
«La Commissione Giustizia della Camera ha in discussione, dal novembre scorso, alcune proposte di legge sulle discriminazioni o sull’istigazione a discriminazioni per motivi legati all’orientamento sessuale o all’identità di genere. L’introduzione di questo nuovo reato ha trovato però una certa opposizione nella Commissione Giustizia, così la relatrice del progetto di legge Anna Paola Concia (Pd) ha modificato le originarie proposte, limitandosi a chiedere l’aggiunta all’articolo 61 del Codice Penale di un’aggravante per reati con “finalità di discriminazione per motivi inerenti all’orientamento sessuale o all’identità di genere”. D’altra parte, di fronte alle perplessità, i parlamentari hanno deciso di ascoltare le opinioni di due giuristi. Io sono stato ascoltato il 14 gennaio 2009».

E che cosa ha detto?
«Riassumo brevemente. Anzitutto ho messo in luce che l’introduzione di norme che sanzionino penalmente le discriminazioni sull’orientamento sessuale va contro il principio, condiviso da quasi tutti gli esperti, del “diritto penale minimo”. Un razionale uso delle pene implica che il legislatore si trattenga dal minacciarle quando non siano assolutamente indispensabili per la tutela di beni giuridici di importanza essenziale per la pacifica convivenza sociale. In secondo luogo, ho sottolineato che il concetto di discriminazione è di assai vasta latitudine, abbracciando qualsiasi comportamento che sfocia nel trattamento di una persona in modo meno favorevole di un altro in situazione analoga. In sostanza, si aprirebbe uno spazio enorme per interventi legali. Solo per fare un esempio: la madre che cerca di persuadere la figlia a non sposare una persona “bisessuale”, spiegandole i rischi che comporta per formare un nucleo familiare stabile, potrebbe essere responsabile del reato di istigazione alla discriminazione. Allo stesso modo il padre che rifiutasse di affittare al figlio un appartamento perché quest’ultimo ci vuole convivere con una persona dello stesso sesso».

Monday, June 29, 2009

Van den Aardweg e l'omosessualità: nessun mistero e nessun destino

Riporto l'articolo "Luca era gay" di Roberto Marchesini, pubblicato sul mensile Il Timone, giugno 2009, n. 84, pp. 18-19.

La cultura contemporanea funziona così: è più efficace una canzonetta dell'opinione di seri professionisti. La canzone Luca era gay, che Giuseppe Povia ha presentato all'ultimo Festival di Sanremo aggiudicandosi il secondo posto, ha reso presente nell'immaginario collettivo la figura dell'ex-omosessuale, ossia di una persona che ha cambiato il proprio orientamento omosessuale indesiderato. Ovviamente la canzone ha suscitato le reazioni rabbiose di quella parte ideologica che ha tutto l'interesse a nascondere questa scomoda realtà: Povia è stato denunciato per il reato (per ora) inesistente di "omofobia", ed è stato persino minacciato di morte.
Eppure le storie di ex-omosessuali, anche italiani, stanno cominciando a circolare sempre più numerose, nonostante la censura da parte dei gay. Di fronte a questo fenomeno, la strategia è quella di ridicolizzare come idea balzana la terapia delle pulsioni omosessuali indesiderate di uno psicoterapeuta americano, Joseph Nicolosi, che avrebbe inventato un modo - non condiviso dal resto del mondo scientifico - per indurre le persone al cambiamento.
Non è così. Fino agli anni Ottanta del secolo scorso era normale che qualsiasi psicoterapeuta, di qualsiasi orientamento, accettasse di prendersi cura delle persone che soffrono a causa di un orientamento omosessuale indesiderato, considerandolo come l'esito di un senso di inferiorità nei confronti del mondo maschile. Tra i clinici che hanno riportato successi in questo campo troviamo nomi tra i più importanti della storia della psicologia del Novecento: Alfred Adler (1870-1937), Edmund Bergler (1899-1962), Jacques Lacan (1901-1981), Irving Bieber (1908-1991), Conrad W. Baars (1919-1981) e tanti altri.

Gerard van den Aardweg
Anche adesso Nicolosi non è solo: tra i soci dell'associazione internazionale che lui stesso ha fondato, il NARTH (National Association for Research and Therapy of Homosexuality), c'è l'olandese Gerard van den Aardweg, psicoterapeuta e docente universitario. Il professor van den Aardweg, invitato da una decina di associazioni cattoliche, ha recentemente tenuto in Italia una serie di conferenze dal titolo "Omosessualità: nessun mistero, nessun destino". Nel corso di queste conferenze il cattedratico ha spiegato la genesi storica dell'ideologia omosessualista e di come sin dalle origini abbia strumentalizzato la scienza per obiettivi politici.
Il medico e militante omosessuale Magnus Hirschfeld (1868-1935), considerato tra i fondatori del movimento gay, nel 1919 aveva fondato a Berlino l'Istituto per la Ricerca Sessuale con il significativo motto Per scientiam ad iustitiam, ossia utilizzare la scienza per giungere alla giustizia (ovviamente intesa dal punto di vista omosessualista). L'Istituto per la Ricerca Sessuale - che ospitava anche un Museo del sesso - aveva la caratteristica di utilizzare come campione di ricerca i frequentatori di un bordello annesso all'istituto; con il passar degli anni l'Istituto raccolse una tale mole di documenti circa la vita e le abitudini sessuali dei suoi frequentatori da costituire un pericolo per i vertici del Terzo Reich e per Hitler stesso. Secondo diversi autori, infatti, il rogo della biblioteca e dell'archivio dell'Istituto fondato da Hirschfeld (la maggior parte delle fotografie raffiguranti roghi di libri da parte dei nazionalsocialisti furono scattate in realtà durante questo episodio) distrusse la documentazione circa le perversioni sessuali di numerosi leader nazisti, molti dei quali avevano cominciato a frequentare l'Istituto prima dell'instaurazione del regime hitleriano.
Il professor van den Aardweg ha proseguito riflettendo sul fatto che anche oggi la maggior parte delle ricerche sull'omosessualità sono compiute da gay militanti che si pongono pochi scrupoli nel manipolare il campione o le procedure al fine di presentare dati favorevoli all'ideologia omosessualista (ad esempio, che sembrano avallare l'ipotesi di una causa genetica dell'omosessualità).

Le origini del problema omosessuale
Secondo van den Aardweg, invece, l'origine dell'omosessualità è spiegabile psicologicamente: è ciò che può avvenire, infatti, in coloro che hanno un senso di inferiorità nei confronti di alcune persone dello stesso sesso, e che erotizzano l'ammirazione e l'invidia che provano verso queste. Analizzando le caratteristiche che suscitano attrazione, infatti, è possibile farsi un'idea di ciò di cui la persona con tendenze omosessuali si sente mancante (forza, sicurezza, virilità...). In una buona parte dei casi, l'origine del senso di inferiorità è da ricercarsi nelle relazioni familiari, che non hanno fornito al ragazzo un modello identificativo valido; il professor van den Aardweg invita però a prestare attenzione anche al gruppo dei pari, che nella preadolescenza può far sentire escluso, diverso ed inferiore un ragazzo o una ragazza.
Secondo il clinico olandese, la terapia delle tendenze omosessuali indesiderate non si configura tanto come "cura" (anche perché non c'è nulla di organico da "curare"), quanto come una crescita personale, che comprende l'abbandono di tendenze commiseratorie e persecutorie, del ruolo di "cacciatore di ingiustizie", del bambino incompreso. In questo cammino di crescita personale è indispensabile l'esercizio delle virtù, sia umane sia cristiane, e tra queste la sincerità, l'umiltà, la capacità di amare, il coraggio, la purezza. La preghiera e l'accostamento frequente ai sacramenti sono, per i credenti che soffrono per tali tendenze, un ulteriore aiuto.
L'esperienza del professor van den Aardweg è importante in un clima culturale che rifiuta ogni riferimento all'ascesi, intesa come fatica per compiere la propria realizzazione. Uscire da tendenze sessuali indesiderate è possibile; questa è la speranza di molte persone che la società ignora. Ma che a volte trovano un'attenzione inaspettata grazie, ad esempio, ad una canzone sanremese.

Due conclusioni
Due notazioni che riguardano il clima culturale riguardante questi temi.
Innanzitutto è degna di nota la violenza con la quale gli esponenti del mondo gay si sono scagliati contro la canzone di Povia: questa reazione ha tutta l'aria di un tentativo disperato di occultare al pubblico la realtà degli ex-omosessuali e la possibilità di un cambiamento. E' importante ricordare che il movimento omosessualista ha utilizzato gli argomenti della "naturalezza" e "immutabilità" dell'omosessualità per presentarsi come minoranza discriminata; se l'omosessualità ha una causa nota ed è modificabile, in che modo potranno i gay giustificare le loro pretese politiche e sociali?
Secondariamente, è bene ricordare la reazione del pubblico del Festival all'esibizione di Povia e alle parole dell'onorevole Franco Grillini, che, contro ogni costume, è stato invitato ad esprimere un suo parere sulla canzone. Il pubblico in sala ha applaudito Povia e fischiato Grillini.
Da almeno due decenni il movimento omosessualista ha cercato il consenso dell'opinione pubblica presentando i gay come vittime innocenti della violenza e dell'intolleranza; probabilmente il pubblico in sala ha percepito la reazione del movimento omosessualista e le parole del suo esponente come un'aggressione ad un artista ed un tentativo di limitare la libertà d'espressione. A quanto pare, il lupo travestito da pecora è stato riconosciuto.

Bibliografia
Gerard van den Aardweg, Omosessualità e speranza. Terapia e guarigione nell'esperienza di uno psicologo. Ares, 1995
Gerard van den Aardweg, Una strada per il domani. Guida all'(auto)terapia dell'omosessualità, Città nuova, 2004
Obiettivo Chaire, ABC per capire l'omosessualità, San Paolo, 2005
Roberto Marchesini, L'identità di genere, I Quaderni del Timone, Edizioni ART, 2007

"Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2358)

Si vedano anche i post:
Paolo Guzzanti difende i gay ma alimenta la confusione dei lettori
Facciamo un po' di luce sulla strategia gay

Wednesday, June 24, 2009

Il coniglio e il leone

In una calda mattina d’estate, un coniglio sta disteso sulla sponda di un torrente con due zampe nell'acqua.
Gli passa accanto un cerbiatto e gli domanda: “Coniglio, che fai?”.
“Prendo il sole, mi godo il fresco, e se vedessi un leone lo prenderei a legnate”, replica il coniglio.
Dopo un po’, gli passa accanto un cinghiale che gli domanda: “Coniglio che fai?”.
“Che dirti! Prendo il sole, mi godo il fresco, e se vedessi un leone lo prenderei a legnate”, fa di nuovo il coniglio.
Passa un tacchino: “Coniglio che, fai?”.
E quello: “Sto qui, prendo il sole e mi godo il fresco. Se poi vedessi un leone lo prenderei a legnate”.
Il tacchino prosegue dritto e ad un certo punto incontra un leone. Gli fa: “Sai, lungo la sponda del torrente c’è un coniglio. Dice che se ti vede ti prende a legnate”.
Il leone, incuriosito, va in cerca del coniglio. Lo vede, gli si avvicina e gli domanda: “Coniglio, che fai?”.
E il coniglio: “Bah, prendo il sole, mi godo il fresco. E ogni tanto dico qualche cazzata!”

Monday, June 08, 2009

26 giugno, festa di San Josemaria Escrivà


Qui è possibile trovare i dati sulle Sante Messe celebrate in Italia in onore del santo fondatore dell'Opus Dei.

Wednesday, June 03, 2009

La guida

Quela Vecchietta ceca, che incontrai
la notte che me spersi in mezzo ar bosco,
me disse : - Se la strada nu' la sai,
te ciaccompagno io, chè la conosco.

Se ciai la forza de venimme appresso,
de tanto in tanto te darò una voce
fino là in fonno, dove c'è un cipresso,
fino là in cima, dove c'è la Croce... -

Io risposi: - Sarà... ma trovo strano
che me possa guidà chi nun ce vede... -
La Ceca, allora, me pijò la mano
e sospirò: - Cammina! -

Era la Fede.

[Trilussa]

Bufale su Voltaire, Papa Leone X e Galileo Galilei

[…] Smettiamola di ripetere la frase fin troppo famosa: «Non sono d’accordo con la tua idea ma mi batterò, se necessario, sino alla morte perché tu possa esprimerla».
Smettiamola, dico, di attribuirla a tal François-Marie Arouet , in arte Voltaire, come esemplare conferma della sua tolleranza e, in genere, della libertà di pensiero difesa dall’Illuminismo. Questa frase edificante non è di Voltaire, queste parole non sono sue ma di un’autrice inglese, Evelyn Beatrice Hall, e si trovano in un libro edito a Londra nel 1906. Quella scrittrice scriveva sotto uno pseudonimo maschile, Stephen G. Tallentyre (le opere femminili non erano prese sul serio, nella Gran Bretagna anglicana, ancora all’inizio del XX secolo) e ha “immaginato” che così si dicesse nella Francia del Settecento.
Se su Voltaire si fosse informata meglio, l’ingenua anglosassone avrebbe scoperto, tra l’altro, che quel filosofo era in realtà il ricco “mantenuto” di un despota come Federico II di Prussia e che investiva i suoi guadagni letterari nella società che aveva messo in piedi con un ebreo, in Olanda, per il commercio degli schiavi neri dall’Africa all’America. Un tipo, Voltaire, che amava talmente la tolleranza da chiedere con insistenza alle autorità regie che fossero messi a tacere, con ogni mezzo, i Gesuiti che ne contrastavano le idee. E che non ebbe nulla da dire quando l’ufficio di censura del re di Francia proibì l’uscita di una rivista periodica che lo aveva attaccato.

Da una falsa citazione che dovrebbe dare onore al presunto autore, eccone una, altrettanto falsa, da disonore.
Succede spesso infatti – anche negli attuali pamphlet anticristiani e in particolare anticattolici – di vedere citata una lettera di Leone X al fratello subito dopo l’elezione a papa, nel 1513. Quel Medici subito dopo il conclave, avrebbe scritto: Quot commoda dat nobis haec fabula Christi!, quanti vantaggi ci dà questa favola di Cristo. Parole citate, ovviamente, per dimostrare che, se neanche i Papi hanno creduto nella verità del Vangelo, meno che mai possiamo farlo noi.
Peccato per quei polemisti che quella lettera di Leone X non sia mai esistita e che sia stata inventata dal polemista protestante John Bale nella sua opera The Pageant of Popes, il corteo dei Papi, pochi anni dopo la morte del pontefice fiorentino.
Il grande storico cattolico Pastor, poi, ha dimostrato in maniera inconfutabile che è falsa anche un’altra lettera attribuita allo stesso Pontefice che, uscito dal Conclave, avrebbe scritto al fratello Giuliano: «Godiamoci il Papato, visto che ci è stato dato».

Andiamo oltre, restando sempre sui terreni dove pascolano le “bufale”. Ecco qui un ritaglio del 7 febbraio 2007 non da un giornalino di provincia ma da Le Monde, il giornale per il quale è obbligatorio, stando al conformismo egemone, usare l’aggettivo “autorevole”. Altrettanto autorevole lo scienziato che firma un articolo, scrivendo tra l’altro, testualmente: «Allorché Galileo Galilei ha affermato che la Terra era rotonda, il consenso unanime era contro di lui e i cardinali che processarono l’astronomo pisano sostenevano che la Terra era piatta». I soliti preti ignoranti e fanatici della leggenda nera galileiana! In realtà, già due secoli prima di Cristo, il matematico e geometra di Cirene trapiantato ad Alessandria, Eratostene, non solo sapeva che il nostro pianeta è rotondo, ma riuscì a calcolarne la circonferenza due volte, con due metodi diversi, e con sorprendente precisione.
La riprova concreta venne poi da Magellano che, un secolo prima di Galileo, compì il giro completo della Terra, navigando sempre verso Occidente; al punto di partenza, in Portogallo, non ritornò lui, che era morto in uno scontro con indigeni del Pacifico, ma giunsero le sue navi. Dimostrando così con i fatti la teoria, conosciuta e riconosciuta da almeno 17 secoli. Da tutti i dotti, dunque anche da quelli del Papa “oscurantista”.

[Vittorio Messori, Il Timone, maggio 2009, pp. 64-65]

Sul giusto processo a Galileo Galilei si veda qui.

Monday, June 01, 2009

La teologia di Joseph Ratzinger. Un'antologia

Segnalo l'uscita in libreria, per le Edizioni Lindau, della prima antologia teologica in lingua italiana degli scritti di Joseph Ratzinger-Papa Benedetto XVI, intitolata "FEDE, RAGIONE, VERITÀ E AMORE. La teologia di Joseph Ratzinger". Il testo (pag. 832, euro 29) è stato curato da Umberto Casale e contiene una prefazione inedita di Camillo Ruini.

Joseph Ratzinger non è solo un teologo raffinato ma un intellettuale moderno che ama confrontarsi sulle grandi questioni etiche e culturali del nostro tempo anche con coloro che hanno posizioni molto lontane dalla Chiesa.

Sono molto numerosi – e di varia natura – i libri, gli interventi, le omelie nei quali Joseph Ratzinger ha espresso, con la consueta lucidità, prima da teologo, quindi da cardinale e poi da Pontefice, il suo pensiero sui temi più delicati e controversi del nostro tempo così come sulle questioni dottrinarie e teologiche.

Questa antologia, la prima in Italia, curata da don Umberto Casale, riunisce in un singolo volume molti dei suoi scritti più significativi, presentati e inquadrati con grande chiarezza.

L’opera, curata da Umberto Casale, è articolata in due parti.
La prima ospita cinque sezioni dedicate ai principali soggetti della vasta produzione ratzingeriana: la teologia fondamentale, la teologia dogmatica (cristologia e pneumatologia, ecclesiologia, escatologia), la liturgia, la teologia morale, l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.
La seconda parte presenta invece una scelta dei testi composti dopo l’elezione al soglio pontificio e nel corso del suo magistero papale.

Come scrive Umberto Casale nell’introduzione, «Ratzinger ha proposto un illuminismo sinonimo di intelligenza e di ricerca della verità, espressione dell’uomo che, grazie alla conoscenza della verità di cui è capace, acquisisce sia la propria dignità “trascendente”, sia il proprio potere critico e demistificatore, entrambi sinonimi di libertà»

Rivolta non solo ai cattolici ma a un pubblico laico colto, quest’opera permette di apprezzare la ricchezza e la coerenza di una ricerca che copre l’intero arco di una vita e che interroga profondamente la cultura contemporanea.


La struttura dell'opera

Prefazione del Card. Camillo Ruini
Introduzione di Umberto Casale

Prima Sezione

Omelia e discorsi

Nei testi omiletici d’inizio pontificato, nelle prime catechesi del mercoledì con la presentazione degli Apostoli («Cristo è vivo nella sua Chiesa costruita sul fondamento degli Apostoli») e dei principali Padri della Chiesa d’Oriente e d’Occidente («dedichiamo la nostra attenzione ai Padri... e così possiamo vedere come comincia il cammino della Chiesa nella storia»), in alcuni discorsi pronunciati presso diverse istituzioni culturali di vari paesi (Ratisbona, Parigi...) e, infine, in un importante intervento sull’interpretazione del Concilio Vaticano II emerge la figura di un teologo e di un pastore che vuole anzitutto ripensare e precisare che cosa significa “fede cristiana” (pensiero e vita) e così farla incontrare con le donne e gli uomini del nostro tempo, farla dialogare con la cultura contemporanea (principalmente sul fondamentale tema del rapporto fede e ragione).
Traspare inoltre da questi (e da vari altri) testi l’impegno del Papa-teologo ad assumere l’enorme carico pastorale che il servizio petrino comporta nei confronti della comunità ecclesiale e della comunità dei popoli: sia con la consapevolezza dei propri limiti, sia con l’immensa fiducia nello Spirito Santo – lo Spirito di Verità – che, attualizzando ogn’ora l’opera cristologica, guida la Chiesa attraverso il fiume carsico della storia all’approdo dell’eternità, guida la Chiesa e l’umanità verso “tutta la Verità” (Gv 16, 13), sia, infine, contando sulla preghiera che la Chiesa offre al “buon Pastore” per “il semplice lavoratore della vigna del Signore”, chiamato a essere vescovo di Roma e vescovo universale.


Omelia nella messa per l’inaugurazione del pontificato

Prime catechesi del mercoledì sulla Tradizione (Gli apostoli. Libreria Editrice Vaticana 2008, 31-47)

Discorso sull’interpretazione del Vaticano II (in Il Regno/Documenti 1/2006, 7-10)

Discorso magistrale di Ratisbona (in Il Regno/Documenti 17/2006, 340-344)

Discorso all’Università della Sapienza

Discorso al Collège des Bernardins, Parigi (Il Regno/Documenti 17/2008, 523-527)


Seconda sezione

Teologia Fondamentale

I temi della teologia fondamentale (Rivelazione e cristologia, Scrittura e Tradizione, la fede cristiana-trinitaria e la teologia – metodologia e contenuti) sono ripensati e riformulati, grazie anche alle ricerche storiche (teologia patristica e medievale), in modo originale rispetto sia alla predominante teologia neoscolastica, sia all’impianto teorico dell’apologetica classica. L’intento è quello di proporre una teologia fondamentale che, da un lato, raccolga la ricchezza della Tradizione («mi propongo di pensare con la fede della Chiesa, soprattutto coi grandi pensatori della fede»); dall’altro, cerchi di essere eloquente rispetto alle domande e alle inquietudini dell’uomo moderno.
Emerge qui una visone storico-salvifica ed escatologica della Rivelazione di Dio unitrino: un processo storico progressivo; il nesso fra Cristo e lo Spirito mostra come lo stesso Spirito Santo quale interprete di Gesù rivelatore del Padre, con la sua parola si rivolge a ogni tempo e questa parola ha sempre qualcosa di nuovo da dire. ‘Cristocentrismo’ e ‘relazione’ sono gli assi portanti; l’evento cristologico costituisce l’attuazione compiuta della reciprocità della verità di Dio e della libertà dell’uomo. Cristo mostra così il vero volto di Dio/Agape e svela il mistero dell’uomo all’uomo (Vaticano II, «Gaudium et spes», 22).
Emerge altresì l’alto profilo esistenziale della fede cristiana, una fede teologale che è, inseparabilmente, pensiero e anima, corpo e affetti, libera risposta alla logica suprema dell’agape di Dio, fondamento delle relazioni umane del tempo vissuto affacciato sull’eternità. L’idea cristiana della fede, generatrice dell’uomo nuovo, è studiata anche nei suoi rapporti col logos, il nomos, il pathos e l’ethos, le coordinate dell’antropologia piena e riuscita. È, in sintesi, il tentativo di mettere a tema la razionalità e l’umanità intrinseca della fede cristiana e di mostrare che nell’autocomunicazione della verità di Dio l’uomo accede alla sua propria verità.


Esegesi e teologia (L’interpretazione biblica in conflitto, in L. Pacomio [ed], L’esegesi cristiana oggi, Piemme 1991, 93-125)

Natura e compito della teologia (Natura e compito della teologia, Jaca Book, Milano 1993, 45-65)

Fede e teologia (La comunione nella Chiesa, San Paolo 2004, 10-22)

È ancora possibile credere nel mondo attuale? (Introduzione al cristianesimo, Queriniana, Brescia 2003, 11-18. 37-47)

Che cosa è costitutivo per la fede cristiana? (Elementi di teologia fondamentale, Morcelliana, Brescia 2005, 11-24)

La fede nel Dio uno e trino (Introduzione al cristianesimo, cit., 111-124. 135-146)

Rivelazione, Scrittura, Tradizione (Rivelazione e Tradizione, Morcelliana, Brescia 2006, 27-47)


Terza Sezione

Teologia dogmatica

Nella ricerca dei fondamenti e alla luce della relazione tra fede (dogma) e storia, la teologia dogmatica è concepita come “storia dei dogmi”, da sviluppare secondo l’indicazione del concilio Vaticano II (concilio a cui Ratzinger ha partecipato come “perito conciliare”, contribuendo all’elaborazione e alla formazione dei testi): innanzitutto i fondamenti scritturistici antico e neo-testamentari (approccio biblico;, poi la tradizione e lo sviluppo delle verità di fede nella storia della Chiesa e del pensiero cristiano (teologia), a partire dal contributo della Patristica e della teologia mediecale (approccio storico); infine la riflessione sistematica che raccoglie i dati della tradizione e cerca un’attualizzazione delle verità di fede (approccio sistematico), scoprendole «presenti e operanti nella vita della Chiesa… capaci di contribuire alla soluzione dei problemi umani, applicandole alle mutevoli condizioni di questo mondo» (Vaticano II, Optatam totius, n. 16).
I dogmi – sottolinea spesso Ratzinger – sono la voce della Chiesa vivente, tracciano i confini della Tradizione, non delle chiusure, bensì piste per vivere sicuri, dal momento che spetta alla Chiesa esplicitare la fede partendo dal Cristo storico e decidendo oggi nello Spirito Santo.


a. Cristologia e Pneumatologia

La teologia dogmatica, seguendo il principio metodologico della “hierarchia veritatum” (Vaticano II, Unitatis redintegratio, n. 11), pone al centro la cristologia (il mistero di Gesù, il Cristo, “vero Dio e vero Uomo”, il mistero dell’incarnazione ordinato al mistero pasquale di morte e di risurrezione), mai disgiunta dalla pneumatologia (sul dono dello Spirito Santo, che è “vincolo di perfezione”, “Persona-Amore”). È lo Spirito di Dio, che è sul Cristo, in Cristo e mandato da Cristo, che apre l’evento singolare di Gesù all’ecumene, alla cattolicità (Gesù, principio universale di salvezza).

Come già si è accennato,’cristocentrismo’ e ‘relazione’ sono i punti forti del pensiero teologico di Ratzinger, un ‘cristocentrismo’ che illumina e mostra il significato (“nexus mysteriorum”) degli altri trattati dogmatici: sul Dio unitrino creatore e redentore (teologia trinitaria), sull’uomo (antropologia teologica), sulla Chiesa (ecclesiologia), sulla mariologia (Maria, la madre di Gesù), sul futuro ultimo (escatologia).


“Io credo in Gesù Cristo”. L’articolo cristologico del Credo (Introduzione al cristianesimo, cit., 152-163. 219-232. 245-260)

Il mistero di Gesù Cristo (Il cammino pasquale, cit., 77-117)

“Io credo nello Spirito santo”. L’articolo pneumatologico del Credo (Introduzione al cristianesimo, cit., 273-278)

Spirito e libertà. Lo Spirito di Dio nella creazione e nella redenzione (Vieni, Spirito Creatore, Lindau, Torino 2006, 77-94)



b. Ecclesiologia

L’ecclesiologia occupa una discreta parte della riflessione teologica di Ratzinger: alla luce della Rivelazione, custodita e trasmessa dalla Scrittura/Tradizione, la Chiesa è intesa quale “nuovo popolo di Dio”, “corpo di Cristo”, segno e strumento (sacramento) della comunione verticale e orizzontale. Come nella conciliare “Lumen gentium”, emerge un’ecclesiologia ‘comunionale’, fondata sull’eucaristia: la Chiesa è popolo di Dio in forza del corpo di Cristo, è nuovo tempio (“non fatto da mani d’uomo”) dello Spirito Santo. Alcuni temi fondamentali inerenti questa “comunità sempre in cammino” sono approfonditi: la testimonianza biblica sulla Chiesa, l’ecclesiologia storica (Agostino soprattutto); inoltre unità e universalità della Chiesa, Chiesa universale e Chiese locali, Chiesa e mondo…
In questa visione ecclesiologica ampi spazi sono dedicati alla riflessione sui sacramenti (in primis l’eucaristia) e sui ministeri (il ministero ordinato, episcopato e papato in particolare, ma anche quello del presbitero e il ruolo dei laici), sulla vita dei santi (il lavoro dei teologi è ‘secondario’ rispetto al “sapere dei santi”) e, in particolare, sulla mariologia (Maria, “la figlia di Sion”, in lei il Creatore si rivela paradigmaticamente come il Dio che nella forza della sua grazia può suscitare la libera responsabilità dell’amore della sua creatura).

Il nuovo popolo di Dio. Sull’origine e l’essenza della Chiesa (Il nuovo popolo di Dio, Queriniana, Brescia 1971, 83-97)

La Chiesa ‘communio’ (La comunione nella Chiesa, cit., 59-92)

Eucaristia, comunione e solidarietà (La vita di Dio con gli uomini, cit., 96-110)

Primato ed episcopato (Il nuovo popolo di Dio, cit., 133-159)

Maria, Chiesa nascente (Maria Chiesa nascente, San Paolo, Cinisello Balsamo 1998, 11-24)


c. Escatologia

Dopo i secoli in cui occupava un posto marginale nella teologia, a partire dal XIX secolo l’escatologia ha assunto un ruolo centrale, non semplicemente l’ultimo trattato della ‘dogmatica’ («de novissimis»), ma la nota su cui s’accorda tutta la vita cristiana e la teologia. Nell’ambito di questa generale rivalutazione, dove Cristo è il principio ermeneutico di tutte le asserzioni escatologiche (è l’éschaton) e Dio unitrino il fine ultimo delle creature, notevole è il contributo di Ratzinger, che a questo tema, oltre a diversi articoli, ha dedicato l’unico manuale che è riuscito a comporre («Eschatologie, Tod und ewiges Leben», inserita nel progetto di J. B. Auer, «Kleine Katholische Dogmatik»). Il tema sarà ripreso, infine, nell’enciclica «Spe salvi» (cf. la settima sezione).
Il significato e la forza dell’escatologia dipendono dalla intensità della tensione verso il Cristo: alla sua luce viene ripensata la questione escatologica quale domanda circa l’essenza del cristianesimo in generale, vengono riconsiderati vari temi: la morte e l’immortalità, la dimensione individuale e comunitaria dell’escatologia; la risurrezione dei morti e la ‘parusia’ di Cristo, il giudizio universale; inferno, purgatorio e paradiso.

Fede e futuro (Fede e futuro. Queriniana, Brescia 2005, 87-98)

Escatologia, tema basilare della predicazione (Dogma e predicazione, Queriniana 2005, 232-260)

La risurrezione della carne (Sacramentum Mundi, Morcelliana 1977, vol. VII, )


Quarta Sezione

Liturgia

Una buona ‘pratica’ liturgica può essere stabilita solo sulla base di una solida teologia liturgica. Occorre una “teologia della preghiera”, e il sommo esempio di preghiera è la liturgia della Chiesa, «mediante la quale, specialmente nell’eucaristia, si attua l’opera della nostra redenzione» (Vaticano II, «Sacrosanctum concilium», n. 2). Essa è – come dice ancora il Concilio – culmine e fonte della vita della Chiesa.
La preghiera è possibile soltanto nella teologia trinitaria: poiché vi è una relazione all’interno di Dio, ci può essere una partecipazione dell’uomo a questa relazione. Il ‘luogo’ di questo inserimento dell’uomo in Dio è la Chiesa: in lei vive Cristo, pertanto la liturgia non è semplice rievocazione della Pasqua, ma la sua “presenza reale”, e quindi è partecipazione al dialogo divino trinitario. Le dimensioni fondamentali della liturgia – cosmica, storica, misterica – svelano il senso autentico del culto cristiano: non sta tanto nelle cose e nei riti (anche se gestualità, silenzio e musica sono componenti importanti della liturgia), ma nella dimensione dell’amore e dell’offerta di sé; ha al suo centro la celebrazione eucaristica, sacramento della comunione verticale e orizzontale.
È in corso di pubblicazione l’opera omnia di Ratzinger prevista in 16 volumi: il primo volume, già edito, contiene tutti i suoi scritti sulla liturgia (Gesammelte Schriften. 1/Theologie der Liturgie, Herder, Freiburg 2008).

Introduzione allo spirito della liturgia (Introduzione allo spirito della liturgia, San Paolo 2001, 9-19)

L’anno del Signore (Dogma e predicazione, cit., 263-311)

Il senso della domenica (La vita di Dio con gli uomini, Jaca Book, Milano 2006)


Quinta sezione

Teologia Morale

Come per la teologia dogmatica, anche la teologia morale ha da essere rinforzata con il ritorno ai fondamenti: questi sono la rivelazione divina e la ragione umana. ‘Ortodossia’ e ‘ortoprassi’ sono profondamente legate tra loro, la prassi della fede è legata alla verità di fede, nella quale, per mezzo della verità di Dio, si eleva a un livello nuovo la verità dell’uomo. L’originalità cristiana dell’etica – sottolinea Ratzinger – consiste nella configurazione globale nuova, in cui la ricerca, le virtù, gli impegni umani sono fusi nel nucleo di orientamento della fede nel Dio di Abramo, nel Dio di Gesù Cristo.
Vengono affrontate le grandi questioni della verità e della libertà dell’uomo nella moderna epoca della scienza e della tecnica, nel tempo del pluralismo delle culture. La teologia morale è sollecitata alla comprensione dei mutamenti e delle possibilità emergenti, così da esprimere, in nuova sintesi, l’ethos cristiano, capace di soddisfare in pienezza le esigenze e i bisogni della soggettività umana nel suo cammino storico. Ancorate alla parola della fede, che si dà nella tradizione vivente della Chiesa, le riflessioni del teologo e del pastore sono, a un tempo, diagnosi e terapia della crisi etica contemporanea.


Libertà e verità (La via della fede. Saggi sull’etica cristiana, Ares 1996, 13-36)

La sacralità della vita umana (La via della fede. Saggi sull’etica cristiana, cit., 107-123)

Il rinnovamento della teologia morale: prospettive del Vaticano II (in Melina-Norieda [edd], Camminare nella luce, Lateran University Press 2004, 35-45)


Sesta Sezione

Ecumenismo, dialogo interreligioso

Le relazioni ecclesiali interconfessionali alla ricerca dell’unità (ecumenismo) sono temi presenti nella riflessione del teologo come nella responsabilità del pastore: Cristo vuole l’unità della sua Chiesa (sul modello dell’unità/pluralità della Trinità santissima), pertanto l’unità dei cristiani dipende dalla loro unità a Cristo “unico mediatore”. Da qui lo sviluppo di un ecumenismo spirituale (la preghiera comune), teologico (con i vari dialoghi interconfessionali), missionario e pastorale (così anche nel decreto conciliare «Unitatis redintegratio»).
Ripensato anche il rapporto della Chiesa con Israele: l’esigenza storico-teologica della riconciliazione fra le due comunità può muovere dalla comune convinzione che in Abramo tutti gli uomini sono chiamati da Dio e che l’alleanza del Sinai è valida per ebrei e cristiani (la relazione di continuità e di novità tra Antico e Nuovo Testamento), Questa è la base di un dialogo dal quale ha origine un compito comune: la pace e un’amichevole collaborazione (richiamato anche dal decreto conciliare «Nostra Aetate», n. 4).

Anche il dialogo interreligioso deve muovere in questa direzione, nella sincerità e nel rispetto, così che i cristiani possono sempre annunciare Gesù Cristo, venuto non per abolire, ma per portare a pienezza. Infine anche una riflessione sul dialettico rapporto Chiesa e mondo contemporaneo, con particolare riferimento all’Europa.


Ecumenismo (Chiesa ecumenismo politica, Paoline, Cinisello Balsamo 1987, 131-137)

Israele, la Chiesa e il mondo (La Chiesa, Israele e le religioni del mondo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2000, 9-26)

Chiesa e mondo moderno (Svolta per l’Europa?, San Paolo 1992, 11-32)

Il posto della fede cristiana nella storia delle religioni (Fede verità tolleranza, Cantagalli, Siena 2003, 13-43)


Settima Sezione

Encicliche

Il progetto teologico-pastorale del papa-teologo comprende una trilogia di encicliche dedicate rispettivamente alla fede, alla speranza e alla carità, ma il suo approccio capovolge il tradizionale ordine: parte dal fine (eros/agape, caritas), che contiene in pienezza il principio, e risale, attraverso la speranza, alla fede (spes, fides).
«Deus caritas est» (25 dicembre 2005) mette a tema l’amore in termini teologici e antropologici: eros e agape sono due volti dell’unico amore, quello di Dio stesso, quello degli umani, La prima tavola dell’enciclica narra la storia di eros e agape, con il comandamento divino di non separarli, né di contrapporli, essendo rivelazione del vero Dio e misura della vera persona umana. Dio creatore e le creature hanno in vista una fine comune: il legame uomo-donna ne forma il sacramento, ne accende la testimonianza. Purificando l’immagine di Dio – Mistero di comunione, Amore trinitario – si ripensa la concezione antropologica: uomini e donne chiamati all’amore, riconoscono in Gesù l’incrociarsi dell’amore di Dio e dell’amore dell’uomo. La seconda tavola presenta, avendolo fondato teologicamente nella prima, l’impegno caritativo ecclesiale.
«Spe salvi» (30 novembre 2007) intende rispondere alla domanda: in che cosa consiste la fede cristiana “nella quale siamo salvati” (Rom 8, 24)? Consiste nel credere (fede e speranza sono sinonimi) in Gesù che porta la salvezza, la vita vera, essa è pertanto attesa di cose future (la pienezza della vita) a partire da un presente già donato. Questa vita eterna è «vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell’essere, mentre siamo sopraffatti dalla gioia» (n. 12). Sono infine presentati i luoghi di apprendimento e di esercizio della speranza: la preghiera, l’agire, il soffrire, il giudizio finale («andiamo incontro con piena fiducia al Giudice che conosciamo come nostro ‘avvocato»: n. 47).

Deus caritas est (25 dicembre 2005)

Spe salvi (30 novembre 2007)