Friday, November 20, 2009

Dio è cattolico?

Per gentile concessione della Libreria Coletti di Roma, riporto un estratto dell’ultimo libro di Rino Cammilleri, “Dio è cattolico?”, edito dalle edizioni Lindau.

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Capitolo 1

Se io fossi Dio

«Se io fossi Dio mi sarei comportato esattamente come il Dio degli ebrei e sarei apparso nel mondo al momento opportuno come Gesù Cristo.
Forse il paragone ti sembrerà irriverente, o Teofilo, ma mi conforta il fatto che il cercare di capire Dio non sia considerato peccaminoso dal cristianesimo.
Anzi. La cosiddetta mistica cristiana, a differenza di altre, tende proprio all’abbraccio con Dio. Dunque, cercare di mettersi, con rispetto, nei suoi panni, cercare di vedere le cose come deve vederle Lui, penso sia addirittura consigliato. Cristo nel Vangelo apertamente esorta a imitarLo. A un certo punto, anzi, quasi ordina di essere «come il Padre vostro, che è nei cieli», il quale «è benigno verso gli ingrati» (Lc 6,35) ecc.
Ciò che viene chiamato «mistica ebraica», tanto per un esempio, si occupa invece di scoprire il significato nascosto delle Scritture. Dell’Altissimo non può nemmeno pronunciare il nome e un tentativo come quello sopra descritto sarebbe praticamente blasfemo. Il carpentiere galileo finì consegnato ai pur detestati goyim romani per aver osato identificarsi con Dio.
A questo proposito, vorrei attirare la tua attenzione sul fatto che il cristianesimo è l’unica religione con una teologia. Si tratta di una disciplina che osa trattare Dio come soggetto di studio e speculazione. Pare che non ci sia niente di male in questo. Anzi, sembra proprio che Dio stesso sia contento che lo si studi. D’altra parte, la cosa deve essere possibile perché, se siamo fatti a Sua immagine e somiglianza, anch’Egli non deve essere troppo dissimile da noi. Altrimenti, Cristo avrebbe preso una colossale cantonata nel chiederci di imitare qualcosa talmente al di là della nostra capacità di comprensione da risultare assolutamente inimitabile. D’altra parte, non penso che Dio abbia creato gli uomini e poi giochi con essi a nascondino senza aver loro dato i talenti per trovarlo. Dal fatto stesso della creazione (che altrimenti risulterebbe incomprensibile) e dall’insistenza con cui ne parla nelle Scritture pare proprio che Egli abbia un solo desiderio: essere amato, così come i genitori vorrebbero essere ricambiati dai figli che hanno generato.
Ora, poiché non si può amare niente per forza, è ovvio che chi vuol essere amato preferisca che l’altro (o l’altra) lo ami volentieri e senza costrizione.
Sappiamo che esistono certe persone disturbate, le quali, non riuscendo a farsi amare dalla persona desiderata, la rapiscono e la minacciano di violenza.
La poveretta talvolta cede per paura, ma alla prima occasione li denuncia alla polizia. La gente normale invece propone il suo amore, ma di fronte a un preciso e reiterato rifiuto, pur restandoci malissimo, desiste. Se io fossi Dio e – come Giove di fronte a Semele – mi mostrassi in tutta la mia onnipotenza, delle due l’una: o l’oggetto del mio amore sarebbe costretto ad amarmi, o (horresco referens) mi rifiuterebbe. C’è qualcuno così pazzo da rifiutare le profferte dell’Amore, del Bello, del Vero e del Buono in persona? A quanto pare, sì. Se io fossi Dio, a quel punto, cosa dovrei fare di chi mi rifiuta? Dovrei mandarlo al diavolo, perché la sua offesa è il massimo dei massimi. Ma poiché, essendo Dio, sono buono e misericordioso, preferisco propormi con delicatezza, senza mostrare tutto il mio fulgore, operando in modo che la persona amata si accorga di me, mi prenda in considerazione, mi si rivolga e decida spontaneamente di amarmi. E se malgrado tutto ciò alla fine non mi ama lo stesso? Avrà quel che vuole (e non avrà quel che non vuole). Ma, dal momento che Dio è tutto, avrà quel che Dio non è: niente.

Già, – direte voi – ma Dio è in ogni luogo. Dove andrebbe chi lo rifiuta fino all’ultimo? Sì, fino all’ultimo, perché ci deve essere un «ultimo»: non si può pensare che costui abbia a disposizione un’eternità per decidersi. Infatti gli viene assegnato un tempo calibrato sulle sue possibilità (Dio ci ha creati, e ci conosce benissimo), tempo che a un certo punto scade. Ora, certi teologi adombrano la possibilità che Dio si ritiri da un posto, lasciandolo vuoto di Sé, per permettere a chi non Lo vuole di non averLo. Ma, giacché Dio è il Bene assoluto, dove Lui non è c’è l’assenza del Bene, cioè il Male. Assoluto.
E qui ci troviamo di fronte all’obiezione classica, quella che tiene molti lontani dalla religione: Dio non può essere così malvagio da aver creato l’inferno. Ma non può nemmeno costringere la gente ad amarLo per forza. Allora come la mettiamo? Mettiamola così: immaginate di aver fatto innamorare a vostra insaputa una persona che ha tutte le qualità. Ma, non avendo approfondito la sua conoscenza perché a prima vista vi è sembrata scialbetta, abbiate preferito scartarla per darvi ad amorazzi apparentemente più gustosi (ma che si sono via via rivelati amari, tant’è che avete finito per dover rinunciare alla qualità per la quantità, sostituendoli di volta in volta). Quella, a un certo punto, si stufa di farvi la corte e si rivolge più utilmente ad altri. Un bel giorno aprite finalmente gli occhi su quel che avete perso, ma è troppo tardi e vi tocca passare il resto del tempo a guardare lei (o lui) felicemente sposata con qualcuno più furbo di voi, mentre a voi rimane il cocente rimorso.
Moltiplicate il tutto per il massimo possibile (di qualità di lei e di rimorso per voi) e per l’eternità. Vi basta come inferno? Ebbene, l’inferno cristiano è proprio così: un luogo dove non c’è la Luce (dunque, c’è la tenebra), non c’è la Gioia (ma il dolore), né l’Amore (c’è l’odio: per sé, per essere stati così stupidi; per Dio, così come l’invidioso vorrebbe veder distrutto ciò che adesso agogna ma gli è interdetto per sempre; per gli altri, perché nella superbia non c’è spazio per la benevolenza). Un luogo di paura (abbiamo rinunciato a ogni protezione contro i demoni) e soprattutto di rimorso, perché se siamo finiti lì non possiamo prendercela con altri che con noi stessi.

Dicevamo della teologia. È uno dei tanti mezzi che offre Dio per conoscerLo e innamorarsene. Facci caso: come abbiamo accennato, solo il cristianesimo osa tanto. Sembra che soltanto il Dio cristiano si rivolga a creature così intelligenti da poter capirLo e magari conoscerLo.
Personalmente, dovessi scegliere (e devo scegliere), preferirei un Dio che mi stima, un Dio che, per questo, mi abbia dato gli strumenti per comprendere come vanno realmente le cose. Un altro Dio non lo capirei. E non mi si può chiedere di amare alla cieca quel che non capisco. Insomma, se io fossi Dio e volessi essere amato dalle mie creature, per prima cosa li avrei forniti di un’intelligenza sufficiente. E poi li avrei incoraggiati a usarla. Mi viene in mente il genitore che, un bel giorno, prende il figlioletto, lo piazza in piedi appoggiato alla parete, si allontana quanto basta, gli tende le braccia e gli dice: «Adesso vieni da papà!», aspettandosi che il piccolo sia dapprima riluttante, poi si avvii barcollando. Ma sempre pronto a intervenire perché non si faccia male davvero. Ovviamente, fallito un tentativo, si ricomincia. Eh, sì: deve imparare a camminare con le sue gambe. Deve diventare quel che il papà sogna che diventi: un uomo, e con gli attributi. Ovviamente, cela va sans dire, anche frequentando la teologia si può partire per la tangente e prendere cantonate. Ricòrdati dei Magi, caro Teofilo. Senza la stella si sarebbero persi. E senza l’avvertimento soprannaturale sarebbero cascati nella trappola di Erode. Anche i teologi hanno una stella, la Chiesa. Le cantonate le prendono quando pretendono di saperla più lunga di essa. Ecco un altro motivo che ci conduce a propendere per la «cattolicità» di Dio.
Infatti, il cattolicesimo parte dal presupposto del Peccato Originale, grande mistero senza il quale non si capisce niente (come diceva Pascal). Video meliora proboque, deteriora sequor, diceva il poeta (pur pagano) latino. So che cosa è giusto e bene ma spesso non riesco ad adeguarmi e faccio il contrario. Tutti sperimentiamo questa massima, fin da quando usciamo la mattina da casa e chiudiamo la porta a chiave (non si sa mai). Dunque, l’intelligenza umana sarebbe sufficiente a cogliere Dio ma… Ma c’è di mezzo il Peccato Originale. Dio lo sa e per questo non ha scritto libri (quelli che ci sono li ha solo ispirati) ma ha fondato una Chiesa, garantendole assistenza per sempre. Ci ha lasciato una stella, nel caso ci smarrissimo. Infatti, chi non la segue vaga, erra (nel doppio significato del termine).

Tornando a noi, pare proprio che sia possibile arrivare a Dio col ragionamento logico. Un filosofo geniale come san Tommaso d’Aquino e un genio matematico come Pascal ne fanno fede. Certo, ci sono persone convinte che esistano altri tipi di logica oltre a quella del due-e-due-fa-quattro. Ma non ti nascondo che la cosa mi puzza di fantascienza, tipo universi paralleli e viaggi nel tempo, tutta roba che collide con l’osservazione e l’esperienza. Se due più due potesse fare anche cinque, e soprattutto potesse farlo anche per Dio, beh, un Dio del genere ritornerebbe al di là della comprensibilità da parte dei più. E, detto fra noi, non m’interesserebbe più di tanto. Un Dio per pochi riguarderebbe quei pochi. Di più: anche se per avventura mi trovassi tra quei pochi, non credo che tale Dio mi risulterebbe amabile. Che senso avrebbe aver creato tutti per poi rivolgersi solo ad alcuni? No, un Dio così, chi lo vuole se lo tenga.
Mi sembra senz’altro più ragionevole pensare a un Dio come quello cristiano, padre di tutti e alla portata di tutti. La ragione classica (e non credo che ce ne siano altre) può dunque giungere a cogliere l’esistenza di un Dio, un Dio molto simile a quello cristiano. Può arrivare anche a dedurre che Dio debba essere cattolico. Ma al fatto che questo Dio sia anche Trino, beh, se non me lo dicesse Lui stesso, proprio non ci potrei arrivare. Infatti l’ha detto. Poteva risparmiarselo, perché questa rivelazione complica, per molti, il quadro.
Paradossalmente, è proprio questo a convincermi. Fosse tutto un trucco, un’invenzione umana, che bisogno ci sarebbe stato di tirare fuori questa storia della Trinità? Allora deve essere vero. L’ha detto proprio perché non ne poteva fare a meno. E mi pare un’ulteriore dimostrazione di fiducia nei confronti delle creature.»
[…]

Friday, November 06, 2009

Quei muri appesi ai Crocefissi

Gesù è stato giudicato – duemila anni fa – dalle varie magistrature del suo tempo. E sappiamo cosa decise la “giustizia” di allora.

Oggi la Corte europea di Strasburgo ha emesso una sentenza secondo cui lasciare esposta nelle scuole la raffigurazione di quell’Innocente massacrato dalla “giustizia umana” viola la libertà religiosa.

E’ stato notato che semmai il crocifisso ricorda a tutti che cosa è la giustizia umana e cosa è il potere ed è quindi un grande simbolo di laicità (sì, proprio laicità) e di libertà (viene da chiedersi se gli antichi giudici di Gesù sarebbero contenti o scontenti che una sentenza di oggi cancelli l’immagine di quel loro “errore giudiziario” o meglio di quella loro orrenda ingiustizia).

Ma discutiamo pacatamente le ragioni della sentenza di oggi: il crocifisso nelle aule, dicono i giudici, costituisce “una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni” e una violazione alla “libertà di religione degli alunni”.

Per quanto riguarda la prima ragione obietto che quel diritto dei genitori è piuttosto leso da legislazioni stataliste che non riconoscono la libertà di educazione e che magari usano la scuola pubblica per indottrinamenti ideologici.

La seconda ragione è ancor più assurda. Il crocifisso sul muro non impone niente a nessuno, ma è il simbolo della nostra storia. Una sentenza simile va bocciata anzitutto per mancanza di senso storico, cioè di consapevolezza culturale, questione dirimente visto che si parla di scuole. Pare ignara di cosa sia la storia e la cultura del nostro popolo.

Per coerenza i giudici dovrebbero far cancellare anche le feste scolastiche di Natale (due settimane) e di Pasqua (una settimana), perché violerebbero la libertà religiosa.

Stando a questa sentenza, l’esistenza stessa della nostra tradizione bimillenaria e la fede del nostro popolo (che al 90 per cento sceglie volontariamente l’ora di religione cattolica) sono di per sé un “attentato” alla libertà altrui.

I giudici di Strasburgo dovrebbero esigere la cancellazione dai programmi scolastici di gran parte della storia dell’arte e dell’architettura, di fondamenti della letteratura come Dante (su cui peraltro si basa la lingua italiana: cancellata anche questa?) o Manzoni, di gran parte del programma di storia, di interi repertori di musica classica e di tanta parte del programma di filosofia.

Infatti tutta la nostra cultura è così intrisa di cristianesimo che doverla studiare a scuola dovrebbe essere considerato – stando a quei giudici – un attentato alla libertà religiosa. In lingua ebraica le lettere della parola “italia” significano “isola della rugiada divina”: vogliamo cancellare anche il nome della nostra patria per non offendere gli atei? E l’Inno nazionale che richiama a Dio?

Perfino lo stradario delle nostre città (Piazza del Duomo, via San Giacomo, piazza San Francesco) va stravolto? Addirittura l’aspetto (che tanto amiamo) delle vigne e delle colline umbre e toscane – come spiegava Franco Rodano – è dovuto alla storia cristiana e ad un certo senso cattolico del lavoro della terra: vogliamo cancellare anche quelle?

Ma non solo. Come suggerisce Alfredo Mantovano, “se un crocifisso in un’aula di scuola è causa di turbamento e di discriminazione, ancora di più il Duomo che ‘incombe’ su Milano o la Santa Casa di Loreto, che tutti vedono dall’autostrada Bologna-Taranto: la Corte europea dei diritti dell’uomo disporrà l’abbattimento di entrambi?”

Signori giudici, si deve disporre un vasto piano di demolizioni, di cui peraltro dovrebbero far parte pure gli ospedali e le università (a cominciare da quella di Oxford) perlopiù nati proprio dal seno della Chiesa?

Infine (spazzata via la Magna Charta, san Tommaso e la grande Scuola di Salamanca) si dovrebbero demolire pure la democrazia e gli stessi diritti dell’uomo (a cominciare dalla Corte di Strasburgo) letteralmente partoriti e legittimati (con il diritto internazionale) dal pensiero teologico cattolico e dalla storia cristiana?

La stessa Costituzione italiana – fondata sulle nozioni di “persona umana” e di “corpi intermedi” (le comunità che stanno fra individui e Stato) – è intrisa di pensiero cattolico. Cancelliamo anche quella come un attentato alla libertà di chi non è cattolico?

E l’Europa? L’esistenza stessa dell’Europa si deve alla storia cristiana, se non altro perché senza il Papa e i re cristiani prima sui Pirenei, poi a Lepanto e a Vienna, l’Europa sarebbe stata spazzata via diventando un califfato islamico.

Direte che esagero a legare al crocifisso tutto questo. Ma c’è una controprova storica. Infatti sono stati i due mostri del Novecento – nazismo e comunismo – a tentare anzitutto di spazzare via i crocifissi dalle aule scolastiche e dalla storia europea.

Odiavano l’innocente Figlio di Dio massacrato sulla croce, furono sanguinari persecutori della Chiesa e del popolo ebraico (i due popoli di Gesù) che martirizzarono in ogni modo e furono nemici assoluti (e devastatori) della democrazia e dei diritti dell’uomo (oltreché della cultura cristiana dell’Europa e della civiltà).

Il nazismo appena salito al potere scatenò la cosiddetta “guerra dei crocefissi” con la quale tentò di far togliere dalle mura delle scuole germaniche l’immagine di Gesù crocifisso.

Non sopportavano quell’ebreo, il figlio di Maria, e volevano soppiantare la croce del Figlio di Dio, con quella uncinata, il simbolo esoterico dei loro dèi del sangue e della forza. Lo stesso fece il comunismo che tentò di sradicare Cristo dalla storia stessa.

Se le moderne istituzioni democratiche europee si fondano sulla sconfitta dei totalitarismi del Novecento, non spetterebbe anche alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo considerare che la tragedia del Novecento è stata provocata da ideologie che odiavano il crocifisso (e tentarono di sradicarlo) e che i loro milioni di vittime si ritrovano significate proprio dal Crocifisso?

Non a caso è stata una scrittrice ebrea, Natalia Ginzburg, a prendere le difese del crocifisso quando – negli anni Ottanta – vi fu un altro tentativo di cancellarlo dalle aule: “Non togliete quel crocifisso” fu il titolo del suo articolo.

Scriveva:

“il crocifisso non genera nessuna discriminazione. Tace. E’ l’immagine della rivoluzione cristiana, che ha sparso per il mondo l’idea dell’uguaglianza fra gli uomini fino allora assente. La rivoluzione cristiana ha cambiato il mondo. Vogliamo forse negare che ha cambiato il mondo? (…) Dicono che da un crocifisso appeso al muro, in classe, possono sentirsi offesi gli scolari ebrei. Perché mai dovrebbero sentirsene offesi gli ebrei? Cristo non era forse un ebreo e un perseguitato, e non è forse morto nel martirio, come è accaduto a milioni di ebrei nei lager? Il crocifisso è il segno del dolore umano”.

La Ginzburg proseguiva:

“Non conosco altri segni che diano con tanta forza il senso del nostro umano destino. Il crocifisso fa parte della storia del mondo… prima di Cristo nessuno aveva mai detto che gli uomini sono uguali e fratelli tutti, ricchi e poveri, credenti e non credenti, ebrei e non ebrei e neri e bianchi, e nessuno prima di lui aveva detto che nel centro della nostra esistenza dobbiamo situare la solidarietà fra gli uomini… A me sembra un bene che i ragazzi, i bambini, lo sappiano fin dai banchi della scuola”.

Con tutto il rispetto auspichiamo che pure i giudici lo apprendano. “Il crocifisso fa parte della storia del mondo”, scrive la Ginzburg.

Infine il crocifisso è il più grande esorcismo contro il Male. Infatti non è il crocifisso ad aver bisogno di stare sui nostri muri, ma il contrario. Come dice un verso di una canzone di Gianna Nannini: “Questi muri appesi ai crocifissi…”. Letteralmente crolla tutto senza di lui, tutti noi siamo in pericolo.

Per questo potranno cancellarlo dai muri e alla fine – come accade in Arabia Saudita – potranno proibirci anche di portarne il simbolo al collo, ma nessuno può impedirci di portarlo nel cuore. E questa è la scelta intima di ognuno. La più importante.

Antonio Socci

Da Libero, 4 novembre 2009

Saturday, October 31, 2009

Il solo rifugio è fra le braccia della Chiesa

Con qualche perfidia ieri La Repubblica ha titolato “la giornata da incubo di Piero Marrazzo” con queste parole: “vorrei scappare”. La moglie: “Serve un taglio netto”. Poi, anche su questo giornale, c’è la notizia del giorno: “La corsa all’eremo”.
Tutti i quotidiani hanno strologato su questa “fuga” dell’ex governatore del Lazio all’abbazia benedettina di Montecassino (e sulla ricerca, nel Pd, di un candidato alternativo per la Regione che, guarda caso, vanno a cercare fra le file cattoliche). Nessuno si sorprende che nello smarrimento e nell’angoscia si cerchi rifugio in un monastero.
Nessuno però sembra riflettere su quello che significa la Chiesa per tutti noi, anche per chi si professa laico e magari tuona contro i preti. I giornali sembrano aver paura di guardare in faccia la bellezza e la misericordia della Chiesa.
Temono forse di restarne incantati, affascinati. Questo spiega il loro immotivato anticlericalismo. Sparano a zero sulla Chiesa perché non riescono ad esserne indifferenti, mentre magari tentano di tirarla dalla propria parte. La odiano spesso perché sanno che – se si lasciassero andare – rischierebbero di amarla.
La Repubblica, sempre ieri, infatti, lanciava in prima pagina un logorroico sfogo antipapale di Hans Kung, il quale confonde papa Leone XIII con Leone XII (c’è mezzo secolo di distanza fra i due) e se la prende con papa Benedetto XVI perché perdona e accoglie nella Chiesa come il padre misericordioso del “figliol prodigo”.
Attaccano la Chiesa, ma poi tutti sanno che è il solo luogo del mondo dove loro stessi sempre saranno attesi a braccia aperte, anche nell’ultimo istante della vita, da qualunque parte vengano, chiunque siano, qualunque cosa abbiano fatto (pur continuando sempre – la Chiesa – a chiamare Bene il Bene e Male il Male, pur non rinunciando mai alla verità).
La Chiesa spalanca le sue braccia perfino ai suoi persecutori (si pensi a Napoleone). E’ davvero, letteralmente, una cosa dell’altro mondo in questo mondo. Perché agisce come Gesù ed è la presenza nella storia di Gesù stesso.
Infatti ogni uomo che sia provato dal dolore o dal bisogno, anche se cresciuto lontano dalla tradizione cristiana – penso a quegli immigrati di altre religioni che arrivano in Italia in condizioni penose – sa che qui c’è sempre un luogo dove tutti possono ricevere una minestra calda e un abbraccio fraterno, senza nulla chiedere, senza nessuna condizione: è la Chiesa.
Tutti sanno che questo è il luogo della misericordia. Perché tutte le desolazioni del mondo, tutte le afflizioni e le solitudini, tutte le miserie del mondo e tutti i miseri (specialmente i peccatori che sono i più poveri), trovano riparo sotto i rami di questa grande quercia, dentro l’abbraccio di questa tenera madre.
Compresa – come vediamo oggi – la disperazione di un uomo politico che per suoi “errori personali” (come dice lui), errori e debolezze che appartengono a tanti, che purtroppo si respirano nell’aria, si trova in una condizione di “troppa sofferenza” e desidera sparire e così trova rifugio nel silenzio di un chiostro benedettino.
Sì. C’è un luogo del mondo dove sarai sempre accolto. Come scrive il grande Péguy, parlando di Notre Dame di Chartres, quindi parlando della Madonna, figura perfetta della Chiesa:
“il solo asilo nel cavo della vostra mano/
E il giardino dove l’anima si schiude”.
Quando – dentro la tormenta della vita – si prende la via della Chiesa e si entra nella sua pace e si accetta il suo perdono, ci si sente lavati, purificati e perfino rifatti: si rinasce nuove creature. E’ il solo luogo del mondo dove si è amati così come si è. E dove si è perdonati di tutto. E difesi sempre.
Noi cristiani siamo tutti dei perdonati. Come Jean Valjean, il galeotto protagonista dei “Miserabili”, viene difeso dal vescovo di Digne, monsignor Myrel, per il furto commesso ai suoi stessi danni.
La Chiesa, come la Madonna, difende sempre i peccatori (non il peccato, ma i peccatori) e così li purifica e dona loro il tesoro più grande: il perdono di Dio, la carezza del Nazareno.
Péguy scrive ancora:
“Noi ci siamo lavati da una così grande amarezza,/
Stella del mare e degli scogli,/
Noi ci siamo lavati da una così bassa schiuma,/
Stella della barca e delle reti./
Abbiamo lavato le nostre teste infelici/
da un tal mucchio di sporcizia e di ragionamenti…/
Ce ne han dette tante, o regina degli apostoli,/
Abbiamo perso il gusto per i discorsi./
Non abbiamo più altari se non i vostri,/
Non sappiamo nient’altro che una preghiera semplice”.
Quando un uomo arriva ad aver nausea dei discorsi del mondo e a non sapere “nient’altro che una preghiera semplice”, in ginocchio davanti alla “fanciulla di Nazaret”, significa che è già in salvo.

Antonio Socci

Da “Libero”, 29 ottobre 2009

Monday, October 26, 2009

L'uomo adulto e libero tace

Una prova del fatto che si è “adulti” è rimanere in silenzio quando gli altri parlano. Diciamolo meglio, è lasciare che gli altri abbiano non solo la prima ma anche l’ultima parola.
Quando si è giovani si sente forte l’impulso di dire la propria e di dirla con fermezza, sempre. Gli altri devono ascoltare le tue ragioni. Vuoi addirittura convincerli. Tutto questo si chiama auto-affermazione e … debolezza.
Poi passa il tempo, ci si legge dentro e si comprende che se si hanno le idee chiare, se sai chi sei, se sai ascoltare la voce che ti parla nel profondo, non hai più bisogno di dimostrare niente a nessuno, e finalmente taci. È una sensazione piacevole, giacché senti e saggi la tua forza. Ed è anche un bel passo avanti verso la vera libertà!

Monday, October 19, 2009

L’idea (disastrosa) dell’ora di Islam e il rischio della scuola coranica

Riporto le sensatissime riflessioni di Vittorio Messori, pubblicate sul Corriere della Sera di oggi.
L’immagine a corredo dell’articolo, recuperata dalla rete, è stata inserita per iniziativa autonoma del curatore del blog. Il cartello nella foto recita: "L’Europa è il cancro. L’Islam è la risposta".

Ancora una volta, riecco l’invocazione scaramantica: «Ci vorrebbe l’ora di…». Stavolta, quella nuova, da istituire subito nelle scuole pubbliche, sarebbe «l’ora di Islam». C’è qualcosa di drammati­co, ma anche di grotte­sco, nella parabola, vec­chia ormai di due secoli, delle funzioni che si so­gna di affidare alla «scuo­la di Stato». C’è, qui, un mito nato — come tanti — dagli schemi ideologi­ci di giacobini e girondi­ni. Non lo scettico Voltaire ma il fervoroso Rousseau fu il maestro di quei signori: si nasce buoni, il peccato originale è una favola disastrosa, date ai fanciulli dei maestri acconci ed avrete il regno della bontà, dell’altruismo, del civismo. Sorgono difficoltà sempre nuove? Ma dov’è il problema? Basterà inserire nella scuola pubblica delle apposite «ore di…» che educhino al bene e al buono i nuovi virgulti; e tutto sarà ripianato. Da noi, il Cuore deamicisiano è l’icona caricaturale di questi nuovi templi di un’umanità plasmata dalla Ragione e strappata alla superstizione. Succede, però, che proprio nell’Occidente laicamente formato, abbiano trovato folle entusiaste le ideologie mortifere che hanno devastato i due secoli seguiti al trionfo delle utopie roussoiane. Ma poiché gli ideologi hanno per motto «se la realtà non coincide con la teoria, tanto peggio per la realtà», il mito ha continuato ad agire. Il sesso fra gli adolescenti crea gravidanze incongrue e favorisce violenze? Si istituiscano nelle scuole «corsi di educazione sessuale». Alcol e droghe devastano i giovanissimi? Ecco gli esperti per gli appositi «corsi contro le dipendenze». C’è strage su moto e automobili? Subito «corsi di educazione stradale». La convivenza sociale è sempre più turbolenta? Ecco dei bei «corsi di educazione civica». Si potrebbe continuare, ma la realtà è chiara: a ogni problema, una risposta affidata alla scuola. Con il risultato, segnalato da pedagogisti ovviamente inascoltati, o di effetti irrilevanti o addirittura di aggravamento delle situazioni: il confuso istinto di ribellione dei giovani porta a sperimentare e a praticare ciò che è condannato nelle prediche degli adulti, soprattutto se insegnanti. Trasgredire al professore dà tanto gusto come, un tempo, trasgredire al parroco. E ora, tocca all’Islam, la cui presenza tra noi, ogni giorno in crescita, è tra gli eventi che meritano l’inflazionato aggettivo di «storico». Non siamo davanti a una immigrazione, ma a una di quelle migrazioni che si verificano una o due volte in un millennio. Per quanto importa, sono tra i convinti che, sulla lunga durata, l’Occidente si rivelerà per l’islamismo una trappola mortale. I nostri valori e, più ancora, i nostri vizi, corroderanno e, alla fine, faranno implodere una fede il cui Testo fondante non è per nulla in grado di affrontare la critica cui sono state sottoposte le Scritture ebraico-cristiane. Una fede che, in 1400 anni, non è mai riuscita ad uscire durevolmente dalle zone attorno ai tropici, essendo una Legge nata per remote organizzazioni tribali. Una fede che, priva di clero e di un’organizzazione unitaria, impossibilitata a interpretare il Corano — da applicare sempre e solo alla lettera — è incapace di affrontare le sfide della modernità e deve rinserrarsi dietro le sue mura, tentando di esorcizzare la paura con l’aggressività. Ma poi: panini al prosciutto, vini e liquori, minigonne e bikini, promiscuità sessuale, pornografia, aborti liberi e gratuiti, «orgogli» omosessuali, persino la convivenza con cani e gatti, esseri impuri, e tutto ciò di cui è fatto il nostro mondo — nel bene e nel male — farà sì che chi si credeva conquistatore si ritroverà conquistato. Ma questo, dicevo, in una prospettiva storica: per arrivarci passerà molto tempo e molti saranno i travagli, magari i drammi. Per adesso, che fare? Sorprende che, proprio da destra, si proponga lo pseudorimedio che è, da sempre, quello caro alle sinistre: nelle scuole «corsi di Islam», quello buono, quello politically correct . L’idea non ha né capo né coda. Brevemente: poiché, a parte casi particolari, gli allievi islamici sono ancora pochi in ogni classe, bisognerebbe riunirli tutti assieme in una classe sola, almeno per quelle ore. Ed ecco pronta la madrassa, la scuola coranica, che esige che i credenti in Allah stiano unicamente con altri credenti. Stretti in comunità, a cura della nostra Repubblica, chi farà loro lezione? E che gli si insegnerà? Gli ingenui, o insipienti, promotori della proposta si cullano forse nel mito di un «Islam moderato», pensano che esistano schiere di intellettuali musulmani «laici, pluralisti, democratici», pronti ad affrontare concorsi per cattedre di Islam «corretto»? Ignorano che incorrerebbe in una fatwa di morte il muslìm che presentasse la sua religione come una verità tra le altre? Non sanno che relativismo e neutralità religiosa sono frutti dell’illuminismo europeo, ma bestemmie per il credente coranico? Ignorano che l’anno islamico inizia da Maometto e che il tempo e il mondo sono solo del suo Allah? Non sanno che è impensabile il concetto stesso di «storia delle religioni» per chi è convinto che c’è una sola fede e le altre sono o incomplete o menzognere? I politici pensano, allora, di affidare le «ore di Islam» a non islamici, di far spiegare il Corano — in modo «laico e neutrale» — a chi non lo crede la Parola eterna e immutabile di Dio? Fossi un assicuratore, mai stipulerei una polizza sulla vita per simili, improbabili, introvabili docenti. Se l’insegnamento nelle istituende «madrasse della Repubblica italiana» differisse anche di poco da quello delle moschee, l’esplosione di violenza sarebbe inevitabile. E, come troppo spesso è successo con i fautori delle «ore di…», le buone intenzioni produrrebbero frutti disastrosi.

© Corriere della Sera

Wednesday, October 07, 2009

Il nostro cuore batte: la preghiera di Antonio Socci per Caterina

Riporto le commoventi parole che Antonio Socci ha scritto a Maurizio Belpietro, Direttore di Libero, il giornale a cui collabora.
Caro Direttore,
la mia Caterina ha occhi bellissimi. La sua giovinezza ora è distesa su un letto di luce e di dolore. E’ come una Bella addormentata. Ma crocifissa. Mi trovo involontariamente “inviato” nelle regioni del dolore estremo e in questo panorama dolente – se un angelo tiene a guinzaglio l’angoscia – ci sono diverse cose che mi pare di cominciare a capire.
La prima notizia è che il mio cuore batte. Il nostro cuore continua a battere. So bene che normalmente la cosa non fa notizia. Neanche la si considera. Finché non capita che a tua figlia, nei suoi 24 anni raggianti di vita, alla vigilia della laurea in architettura per cui ha studiato cinque anni, d’improvviso una sera il cuore si ferma e senza alcuna ragione. Si ferma di colpo (o, come dicono, va in fibrillazione).
Lì, quando ti si spalanca davanti quell’abisso improvviso che ti fa urlare uno sconfinato “nooooo!!!”, cominci a capire: è la cosa meno scontata del mondo che in questo preciso istante il cuore dei tuoi bimbi, il mio cuore o il tuo, amico lettore, batta.
Quante volte ho sentito don Giussani stupirci con questa evidenza: che nessuno fa battere volontariamente il proprio cuore. E’ come un dono che si riceve di continuo, senza accorgersi. Istante per istante dipendiamo da Qualcun Altro che ci dà vita…
C’illudiamo di possedere mille cose e di essere chissacchì, ma così clamorosamente non possediamo noi stessi. Un Altro ci fa. In ogni attimo. Vengono le vertigini a pensarci. Allora si può solo mendicare, come poveri che non hanno nulla, neanche se stessi, un altro battito e un altro respiro ancora dal Signore della vita (“Gesù nostro respiro”, diceva una grande santo).
Certo, si ricorre a tutti i mezzi umani e a tutte le cure mediche. Che oggi sono eccezionali e personalmente devo ringraziare degli ottimi medici, competenti e umani. Ma anch’essi sanno di avere poteri limitati, non possono arrivare all’impossibile, non potrebbero nulla se non fosse concesso dall’alto e poi se non fossero “illuminati” e guidati.
Rex tremendae majestatis… E’ Lui il padrone e la fonte della vita e di ogni cosa che è. E i nostri bambini e le nostre figlie sono suoi. E’ teneramente loro Padre. Allora – con tutte le nostre pretese annichilite e l’anima straziata – ci si scopre poveri di tutto a mendicare la vita da “Colui che esaudisce le preghiere…”.
Mendico di poter riavere un sorriso da mia figlia, uno sguardo, una parola… D’improvviso ciò che sembrava la cosa più ovvia e scontata del mondo, ti appare come la più preziosa e quasi un sogno impossibile… Son pronto a dare tutto, tutto quello che ho, tutto quello che so e che sono, darei la vita stessa per quel tesoro.
Ci affanniamo sempre per mille cause, obiettivi, ambizioni che ci sembrano così importanti da farci trascurare i figli. Ma oggi come appare tutto senza alcun valore al confronto dello sguardo di una figlia, alla sua giovinezza in piena fioritura…
Un gran dono ha fatto Dio agli uomini rendendoli padri e madri: così tutti possono sperimentare che significhi amare un’altra creatura più di se stessi. E così abbiamo una pallida idea del suo amore e della sua compassione per noi…
Caterina è una Sua prediletta, come tutti coloro che soffrono. Mi tornano in mente le parole di quella canzone spagnola cantata splendidamente dalla mia principessa e dedicata alla Madonna, “Ojos de cielo”, che dice: “Occhi di Cielo, occhi di Cielo/ non abbandonarmi in pieno volo”.
Riascolto il suo canto, con il nodo alla gola, come la sua preghiera: “Se guardo il fondo dei tuoi occhi teneri/ mi si cancella il mondo con tutto il suo inferno./ Mi si cancella il mondo e scopro il cielo/ quando mi tuffo nei tuoi occhi teneri./ Occhi di cielo, occhi di cielo,/ non abbandonarmi in pieno volo./ Occhi di cielo, occhi di cielo,/ tutta la mia vita per questo sogno…/ Se io mi dimenticassi di ciò che è vero/ se io mi allontanassi da ciò che è sincero/ i tuoi occhi di cielo me lo ricorderebbero,/ se io mi allontanassi dal vero./ Occhi di cielo..”.
E infine quell’ultima strofa che oggi suona come un presagio: “Se il sole che mi illumina un giorno si spegnesse/ e una notte buia vincesse sulla mia vita,/ i tuoi occhi di cielo mi illuminerebbero,/ i tuoi occhi sinceri, che sono per me cammino e guida./ Occhi di cielo…”.
E’ con questa speranza certa che subito ho affidato il mio tesoro e la sua guarigione nelle mani della sua tenera Madre del Cielo. Per le parole, chiare e intramontabili di Gesù che ci incitano “chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, bussate e vi sarà aperto”, che promettono “qualunque cosa chiederete al Padre nel mio nome, egli ve la darà” e che esortano a implorare senza stancarsi mai come la vedova importuna del Vangelo (che – se non altro per la sua insistenza – verrà esaudita).
Sappiamo che la Regina del Cielo è con noi: pronta ad aprirci le porte dei forzieri delle grazie. E’ lei infatti il rifugio degli afflitti e la nostra meravigliosa Avvocata che può ottenere tutto dal Figlio. Già il primo miracolo, a Cana, gli fu dolcemente “rubato” da lei che ebbe pietà di quella povera gente…
In questi giorni ho ricordato le pagine del Monfort e quelle di s. Alfonso Maria de’ Liguori, “Le glorie di Maria”. E’ stupefacente come duemila anni di santi e di sante ci invitano a essere certi del soccorso della Madonna perché “non si è mai sentito che qualcuno sia ricorso alla tua protezione, abbia implorato il tuo aiuto, abbia cercato il tuo soccorso e sia stato abbandonato” (S. Bernardo).
“Ogni bene, ogni aiuto, ogni grazia che gli uomini hanno ricevuto e riceveranno da Dio sino alla fine del mondo, tutto è venuto e verrà loro per intercessione e per mezzo di Maria” (s. Alfonso), perché così Dio ha voluto.
Infatti “nelle afflizioni tu consoli” chi in te confida, “nei pericoli tu soccorri” chi ti chiama: tu “speranza dei disperati e soccorso degli abbandonati”. Misero me se non la riconoscessi come Madre, convertendomi (questo significa: “sia fatta la tua volontà”) e lasciandomi guarire nell’anima. Per ottenere anche la guarigione del corpo.
Ma quanto è commovente accorgersi di avere una simile Madre quando si sente concretamente il suo mantello protettivo fatto dai tanti fratelli e sorelle nella fede, pronti ad aiutarti, dai giovani amici di Caterina, bei volti luminosi che condividono l’esperienza cristiana suscitata da don Giussani, dai tantissimi amici di parrocchie, comunità, dagli innumerevoli conventi di clausura e santuari – compresi radio e internet – dove in questi giorni si implora la Madonna per Caterina. Come non commuoversi?
Ho ricevuto decine di mail anche da persone lontane dalla fede che, per la commozione della vicenda di mia figlia, sono tornate a pregare, si sono riaccostate ai sacramenti dopo anni. E hanno compreso di avere una Madre buona che si può implorare e che non delude.
Ma è anzitutto della mia conversione che voglio parlare. Ci è chiesto un distacco totale da tutto ciò che non vale e non dura. Perché solo Dio non passa. Cioè resta l’amore.
Così quando ho saputo dei 4 mila bambini malati di un lebbrosario in India che, con i missionari (uomini di Dio stupendi e immensi), hanno pregato per la guarigione di Caterina, dopo l’emozione ho capito che quei bimbi da oggi fanno parte di me, della mia vita e della mia famiglia.
E così pure i poveri moribondi curati da padre Aldo Trento in Paraguay che hanno offerto le loro sofferenze per Caterina. Voglio aiutarli come posso.
Portando tutto il dolore del mondo sotto il mantello della Madre di Dio, affido a lei la guarigione di Caterina, perché torni a cantare “Ojos de cielo” per tutti i poveri della nostra Regina.
“Mia Signora, tu sola sei la consolazione che Dio mi ha donato, la guida del mio pellegrinaggio, la forza della mia debolezza, la ricchezza della mia miseria, la guarigione delle mie ferite, il sollievo dei miei dolori, la liberazione dalle mie catene, la speranza della mia salvezza: esaudisci le mie suppliche, abbi pietà dei miei sospiri, tu che se la mia regina, il rifugio, l’aiuto, la vita, la speranza e la mia forza” (S. Germano).
Antonio Socci
fonte: @ Libero, 6 ottobre 2009


Monday, October 05, 2009

Il Timone su Benedetto XVI: corso di apologetica

SCUOLA DI APOLOGETICA: 14-21-28 novembre e 12 dicembre

IL MAGISTERO DI BENEDETTO XVI

La terza enciclica di Benedetto XVI "Caritas in veritate" ha riproposto con forza la centralità del Magistero petrino nella vita della Chiesa e del mondo. In un'epoca segnata dall'assensa di "maestri" autorevoli e ascoltati, il mondo dei media, della politica e della finanza si è fermato a commentare le parole del Santo Padre, magari senza averle veramente lette.
Adesso si tratta di utilizzare questo Magistero per formare le persone.
Il presente Corso della Scuola di apologetica vuole attirare l'attenzione non soltanto sull'enciclica "Caritas in veritate" ma su alcuni punti qualificanti e centrali dell'insegnamento del Papa, affinché questi interventi possano successivamente essere ripresi in pubbliche conferenze.

Tutti i docenti sono collaboratori del Timone

PROGRAMMA

sabato 14 novembre 2009
ore: 16.00 - 18.00
LA RAGIONE CONTRO LA "DITTATURA DEL RELATIVISMO".
Il discorso di Ratisbona.
docente: Giacomo Samek Lodovici
(Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano)

sabato 21 novembre 2009
ore: 16.00 - 18.00
I "PRINCIPI NON NEGOZIABILI"
docente: Mario Palmaro
(Università Europea di Roma)

sabato 28 novembre 2009
ore: 16.00 - 18.00
ROTTURA O RIFORMA NELLA CONTINUITÀ?
La corretta interpretazione del Concilio Ecumenico Vaticano II
docente: Marco Invernizzi
(Università Europea di Roma)

sabato 12 dicembre 2009
ore: 16.00 - 18.00
LA SPERANZA CRISTIANA.
L'analisi dell'età moderna e del cristianesimo proposta nell'enciclica
Spe salvi di Benedetto XVI
docente: Laura Boccenti
(Liceo classico Monforte di Milano)

Costo del Corso: € 80,00 (pagamento da effettuare alla prima lezione)

Le lezioni si svolgeranno presso la Biblioteca Sant'Agostino, nella sede del Timone.
Via Benigno Crespi 30/2 - 20159 Milano

Per le prenotazioni rivolgersi entro il 30 ottobre 2009 alla segreteria del Timone:
tel: 02.668.252.06 o per e-mail: karin@iltimone.org specificando:
nome, cognome, codice fiscale, telefono, indirizzo, e-mail.