Monday, December 31, 2007

Welcome aboard, King Arthur

Questo blog è da diversi mesi monotematico ed è probabile che rimarrà tale anche nel nuovo anno. Infatti, l’autore prevede di continuare a martellare i suoi sparuti lettori con post personali o articoli altrui in cui si parla di fede/religione cattolica. Va da sé che la scelta di cui si tratta, rispecchiando un semplice interesse dell’autore, è priva di pretese.
Nel 2008, ad ogni modo, etendard presenterà un’importante novità: la partecipazione di un co-autore. Pur nell’intento di diversificare gli argomenti trattati dal blog, la filosofia di base a cui ci si ispirerà sarà quella di sempre, cioè non prendersi troppo sul serio. Il co-autore, che ha scelto il nickname King Arthur, ha interessi che spaziano dalla politica alla sociologia alla psicologia. Per impratichirsi con gli attrezzi del mestiere, King Arthur ha cominciato la collaborazione riportando un editoriale del buon Giuliano Ferrara su Il Foglio di sabato scorso. Do quindi il benvenuto al nuovo passeggero di questa piccola ma solida imbarcazione, augurandogli un divertente 2008 da blogger e sperando che la convivenza col sottoscritto non sia troppo soffocante.

Sunday, December 30, 2007

Molti Vescovi e preti non credono più all'esistenza di Satana

... padre Amorth assieme ai tanti colleghi, rilancia l’attacco “all’Italia fortemente materialista, priva di fede, che crede solo a ciò che scientificamente vede, e agli uomini di chiesa, che non predicano più né sull'Inferno né sul Paradiso”. “Guai - dice Amorth in una dichiarazione all'ANSA - parlare al giorno d’oggi del fuoco eterno; non solo la gente si spaventa, ma addirittura si offende e così anche tanti preti e vescovi sono ingannati da quella sorta di cattolicesimo sincretistico dove tutto deve essere in formato positivo, artificiosamente buono e bello, e dove il diavolo sarebbe un concetto medievale. Ma la salvezza eterna, è bene ricordare, non la si guadagna per meriti, pensando di essere brava gente, ma solo aderendo al piano meraviglioso che il Signore ha stabilito per ciascuno di noi con la sua morte in Croce. Il nostro sì oggi a Gesù, senza riserve, oppure il nostro no decideranno la sorte eterna dell’uomo, e quindi il Paradiso o l’Inferno. Satana, l’ingannatore per eccellenza - dotato di una astuzia incredibile - sostiene l’esorcista -, sta invece facendo di tutto, e con grande successo, per far credere che le realtà spirituali sono superate, che non è vero nulla e che lui è andato in pensione da un pezzo”.

Tratto da Petrus, Il quotidiano online sul pontificato di Benedetto XVI

Il giudice M. Travaglio condanna a morte B. Contrada

Bruno Contrada, vecchio e malato, chiede secondo legge alla magistratura di sorveglianza il differimento della pena per potersi curare o per morire dignitosamente. In termini morali il prigioniero chiede alla coscienza civile dell’Italia, che si batte per l’abolizione della pena di morte in tutto il mondo, di pronunciarsi su una pratica carceraria disumana quando si accanisce su senilità e malattia, una pratica talvolta equivalente all’irrogazione di una pena di morte graduale, lunga, particolarmente dolorosa. A questa domanda rivolta da un uomo che teme di perdere, assieme alla vita, la possibilità di rivendicare il proprio onore e la propria innocenza, si può rispondere in modi diversi. Uno è certamente ripugnante: l’irrisione rivolta con sufficienza e protervia a un uomo in quelle condizioni.
Marco Travaglio ha scritto proprio in questo modo, sostenendo che chi si ammala prima del termine della pena muore in carcere, e tanto peggio per lui, chissenefrega. Ha scritto questo me-ne-frego, degno di un pubblico di lettori che sarebbe anch’esso immondo se non lo coprisse di lettere censorie, su un giornale, l’Unità, che è stato fondato da Antonio Gramsci. Il fondatore di quel giornale, quando le condizioni carcerarie ebbero aggravato in modo irreversibile la sua malattia, venne scarcerato, per ordine di Benito Mussolini, il dittatore che un tempo aveva decretato di non lasciar funzionare più il suo cervello luminoso, in modo che adesso potesse appassire e morire in una clinica privata, da uomo libero. Sul suo giornale trovano ora spazio le immondizie di Travaglio.
Contrada non è Gramsci, e la sua vicenda divide l’opinione pubblica, ma il sadico sbeffeggiatore dei detenuti ammalati è quel che dimostra di essere. Il direttore liberal Antonio Padellaro, o quel delicato grafomane di Furio Colombo, o i nuovi proprietari della famiglia Angelucci, o i parlamentari del gruppo ex Ds che sostengono finanziariamente la testata, leggano quel che è stampato sul loro giornale e ne traggano l’unica conseguenza possibile. Quel che scrive Travaglio rende il giornale di Gramsci una tribuna peggiore dei peggiori fogli del regime fascista e ne oltraggia l’onore. Leggano e decidano se debbano porre fine a questa vergogna o diventarne complici.

Giuliano Ferrara, Il Foglio, 29 dicembre 2007

Thursday, December 27, 2007

Un impressionante dettaglio: l'Anticristo

C’è un personaggio inquietante e apocalittico che Benedetto XVI evoca, a sorpresa, nella recente enciclica “Spe salvi”: l’Anticristo. Per la verità il papa non cita direttamente questo oscuro soggetto che è drammaticamente preannunciato fin dal Nuovo Testamento, ma lo chiama in causa attraverso una citazione di Immanuel Kant che fa una certa impressione rileggere in questi tempi in cui l’Europa sembra in guerra contro la Chiesa, spesso strumentalizzando alcuni gruppi sociali (come gli immigrati musulmani o le donne o gli omosessuali) per sradicare le radici cristiane e per limitare la libertà dei cattolici e della Chiesa. Scriveva Kant: “Se il cristianesimo un giorno dovesse arrivare a non essere più degno di amore (…) allora il pensiero dominante degli uomini dovrebbe diventare quello di un rifiuto e di un’opposizione contro di esso; e l’anticristo (…) inaugurerebbe il suo, pur breve, regime (fondato presumibilmente sulla paura e sull’egoismo). In seguito, però, poiché il cristianesimo, pur essendo stato destinato ad essere la religione universale, di fatto non sarebbe stato aiutato dal destino a diventarlo, potrebbe verificarsi, sotto l’aspetto morale, la fine (perversa) di tutte le cose”.

Il Papa sottolinea proprio questa possibilità apocalittica che viene affacciata da Kant secondo cui l’abbandono del cristianesimo e la guerra al cristianesimo potrebbero portare a una fine non naturale, “perversa”, dell’umanità, a una sorta di autodistruzione planetaria, sia in senso morale che in senso materiale (e un tale orrore, peraltro, è oggi nelle possibilità tecniche dell’umanità). Essendo l’enciclica un testo molto rigoroso e ponderato, è da escludere che Benedetto XVI abbia evocato l’Anticristo e la “fine dell’umanità” a caso.

Il suo pensiero peraltro è del tutto lontano da suggestioni millenaristiche, c’è dunque da credere che se richiama questi temi scorga veramente nel nostro tempo un confronto drammatico e mortale fra Bene e Male. Oltretutto già in un’altra recente occasione è stata evocata e ben meditata, in Vaticano, la figura dell’Anticristo. E’ accaduto quest’anno, il 27 febbraio, negli esercizi spirituali predicati al Papa dal cardinale Biffi (immagino che i temi siano stati concordati): si è meditato proprio sulla profezia dell’Anticristo (vedi “Le cose di lassù”, ed. Cantagalli). Biffi ha citato infatti il “Racconto dell’Anticristo” di Vladimir Solovev scritto nella primavera 1900, come avvertimento al XX secolo che era agli albori. In quelle pagine il personaggio apocalittico veniva eletto “Presidente degli Stati Uniti d’Europa” e poi acclamato imperatore romano.

“Dove l’esposizione di Solovev si dimostra particolarmente originale e sorprendente e merita più approfondita riflessione” spiega Biffi “è nell’attribuzione all’Anticristo delle qualifiche di pacifista, di ecologista, di ecumenista”. Praticamente un campione perfetto del politically correct. Ecco le parole di Solovev: “Il nuovo padrone della terra era anzitutto un filantropo, pieno di compassione, non solo amico degli uomini, ma anche amico degli animali. Personalmente era vegetariano… Era un convinto spiritualista”, credeva nel bene e perfino in Dio, “ma non amava che se stesso”.

In sostanza questa figura – l’antagonista di Gesù Cristo – si presenterebbe, secondo un’antica tradizione, con gli aspetti più seducenti, una contraffazione dei “valori cristiani”, in realtà rovesciati contro Gesù Cristo, quelli che oggi carezzano il senso comune. L’Anticristo di questo racconto infatti tuona: “Popoli della terra! Io vi ho promesso la pace e io ve l’ho data. Il Cristo ha portato la spada, io porterò la pace”. Parole in cui molti sentono echeggiare quell’accusa al cristianesimo (che sarebbe causa di intolleranza e conflitti) oggi tanto diffusa. Tuttavia si sbaglierebbe a ritenere che il Papa stigmatizzi solo e semplicemente l’anticristianesimo dilagante a causa del laicismo, sebbene così aggressivo e pericoloso. C’è molto di più nei suoi pensieri. Proprio Ratzinger, da cardinale, in una memorabile conferenza a New York, il 27 gennaio 1988, davanti a un uditorio ecumenico, soprattutto di teologi, citò lo stesso racconto di Solovev esordendo così: “Nel ‘Racconto dell’Anticristo’ di Vladimir Solovev, il nemico escatologico del Redentore raccomandava se stesso ai credenti, tra le altre cose per il fatto di aver conseguito il dottorato in teologia a Tubinga e di aver scritto un lavoro esegetico che era stato riconosciuto come pionieristico in quel campo. L’Anticristo un famoso esegeta!”.

Questo discorso fu ripetuto dal cardinale anche a Roma, davanti a una platea di teologi cattolici. Molti, in quelle platee, trovarono sicuramente “provocatoria” questa citazione, sia pure espressa con la pacatezza tipica di Ratzinger che esorta tutti, sempre, a riflettere. Essa però esprime la consapevolezza dell’attuale pontefice – e prima di lui di Paolo VI e di Giovanni Paolo II – che il pericolo non viene solo dall’esterno, da una cultura avversa e da forze anticristiane, ma anche dall’interno, da “un pensiero non cattolico” che dilaga nella stessa cristianità, come denunciò con parole drammatiche Paolo VI quando arrivò a parlare del “fumo di Satana” dentro il tempio di Dio.

Che nella Chiesa, specialmente negli ultimi pontefici, sia diffusa la sensazione di vivere tempi apocalittici (non necessariamente “la fine dei tempi”, ma forse i tempi dell’Anticristo) appare evidente da tanti loro pronunciamenti. Inoltre fa riflettere, anche in Vaticano, la gran quantità di “avvertimenti” soprannaturali, che vanno in tal senso, contenuti in “rivelazioni private” a santi e mistici e in apparizioni di quesi decenni: in qualcuna di esse si afferma addirittura che l’Anticristo sarebbe un ecclesiastico di questo tempo (un “pastore idolo” che sconvolgerà la vita della Chiesa), ma è un’immagine che molti interpretano come riferita a un “pensiero non cattolico” dentro la Chiesa, fenomeno che in effetti è ben disastrosamente visibile. Dà un quadro ragionato e illuminante di tutto questo padre Livio Fanzaga nel volume, appena uscito, “Profezie sull’Anticristo” (Sugarco). Un quadro prezioso per comprendere il senso e la preoccupazione di tanti interventi pontifici. Angosciati sia per le sorti della fede che per le sorti dell’umanità.

La particolare attenzione della Santa Sede all’Italia è dovuta al fatto che qui il peso dei cattolici ha dato – come ha sottolineato il Papa stesso - il segnale di una inversione di tendenza rispetto alle devastazioni anticristiane e nichiliste del resto d’Europa. La Chiesa cioè scommette sull’Italia per riportare l’Europa alle sue radici cristiane e alla fede. Per questo allarma fortemente che in questi giorni, nel Palazzo della politica, si tenti di soppiatto – con la connivenza di alcuni cattolici – di reintrodurre un “reato di opinione riferito alla tendenza sessuale” (come lo definisce “Avvenire”) che apre la strada alla “demoralizzazione” del Paese e domani potrebbe fortemente minacciare la stessa libertà della Chiesa di insegnare la sua morale. Oltretutto tale limitazione alla libertà di pensiero e di parola viene pretesa in nome di un’ideologia libertaria, paradosso che fa riflettere amaramente oltretevere, dove questi scricchiolii sono percepiti come pericolosi avvertimenti prima di un possibile crollo.

di Antonio Socci, su Libero dell’8 dicembre 2007

Sullo stesso argomento e dello stesso autore si veda Un mistero che allarma il Papa.

Wednesday, December 19, 2007

Chi prega non è mai solo

Un’amica, ieri sera: «Quando sono tormentata da certi pensieri, faccio di tutto per distrarmi».
Non ho potuto fare a meno di risponderle: «Ma come, anche tu che sei cattolica agisci come gli altri? Quando ti assalgono i brutti ricordi, hai di meglio da fare che distrarti».

Non voglio essere frainteso. Non sono migliore di nessuno e se mi va proprio bene, soggiornerò un bel po’ in purgatorio. Il fatto è che rimango sorpreso ogni volta che scopro la difficoltà di noi credenti nel pregare. Dovrebbe essere invece qualcosa di automatico, un habitus mentale, qualunque sia la circostanza della vita che stiamo vivendo, bella o brutta.
Mia moglie mi ricordava che, soprattutto di fronte ad eventi dolorosi, la tendenza più frequente è quella di fuggire, di rimuovere. È vero. Ma ciò succede perché non ci siamo educati ad imitare Gesù, almeno nella preghiera. Se si ha fede e speranza in Cristo, se si ricorda che Lui ha detto di pregare incessantemente, di prendere la propria croce e di seguirLo, se non sfugge che Lui sarà sempre con noi fino alla fine, dovrebbe venire spontaneo confidarGli tutto. Lui invocava Dio Padre come Abbà, paparino! C’è poi Sua Madre a cui ricorrere. E perché non approfittare di San Giuseppe?

«Nell’antico dolore, così come nel nuovo, amica mia, entraci dando la mano a Gesù. Chiedi a Giuseppe di guidarti nel viaggio. Non cercare distrazioni, affronta i cattivi pensieri. Ogni volta che questi ti assalgono, recita piuttosto una, dieci Ave Maria, un Rosario intero. Prega per te stessa, per te quand’eri piccola, per il tuo dolore di ieri e di oggi, per …».

Monday, December 10, 2007

Uomini come Paul Claudel

Paul Claudel, ormai vecchio e malandato, incontrando gli universitari parigini, disse con la voce che gli restava:
«Io sono un rudere d’uomo, non so parlare più, non ci vedo più, non ci sento più, non cammino più. Però, nonostante la paralisi, riesco ancora a fare una cosa che mi dà l’idea di essere uomo: riesco ancora a mettermi in ginocchio».
(Citato in “E l’eutanasia?”, di Mario Palmaro, in “Piccolo manuale di apologetica 2”, Edizioni Piemme, 2006, pp. 90-91)

È strano! Io posso ancora parlare, vedere, sentire e camminare, ma ho la sensazione che manchi qualcosa. Sarà forse che non ho il cuore per inginocchiarmi e chiederGli un briciolo, solo un briciolo della fede, della speranza e della carità che hanno fatto di Paul Claudel … un uomo!

Monday, December 03, 2007

Scoprii cosa intendono i cristiani per grazia

Ora, dopo trentacinque anni di buddhismo, induismo e taoismo … cominciai a parlare con quel Dio. Gli dissi: «Padre, non credo che tu esista, né credo a quello che è scritto nel Vangelo. Posso credere che Gesù sia un profeta storicamente esistito, ma non che sia il figlio di Dio disceso dal cielo, né che tu ci voglia bene, che tu sia amore e che ci ascolti anche nelle occasioni più trascurabili. Però voglio dirti tutto quello che penso di te, di me e del mondo».
Poi gli raccontai tutta la mia vita, dall’infanzia all’adolescenza, all’età matura, fino a quel giorno. Gli spiegai che non è possibile credere in sciocchezze come l’idea di un Dio persona e che, se lui fosse veramente stato il padre-creatore dell’umanità e del cosmo, il mondo non sarebbe pieno di sofferenza e ingiustizia. Non è possibile che esista un Dio personale, una proiezione di Gesù, che si identificò con un Dio padre.
Gli spiegai che gli umani hanno bisogno di un punto fisso a cui aggrapparsi. «No, non è possibile che l’universo sia veramente nelle tue mani con tutti i cataclismi che si precipitano su questo pianeta e sull’umanità. È impossibile che Cristo abbia dato il potere ai suoi discepoli di alleviare le sofferenze con prodigi e miracoli. Non è vero che gli apostoli fossero in grado di fare cose più grandi di Te…».
Continuai per molte ore a gridargli la mia disperazione per tanta assurdità. Gli esseri umani sono esseri disperati, cercano di aggrapparsi alle religioni, hanno bisogno di intermediari che li assolvano. Sì, Padre, questa è una umanità smarrita nel buio, che viaggia su questa sfera celeste nell’immensità del cosmo. (…)
Da quel giorno ho continuato ad esporre tutto al Padre. Quando mi torna alla mente un trauma della mia infanzia, lo espongo a lui così come lo sto rivivendo. (…)
Scoprii che, nel cristianesimo, la via non è quella che parte dalla frustrazione o negazione di qualcosa, ma solo dal desiderio che le qualità divine della luce di Cristo si incarnino in noi.

L’umiltà è la chiave spirituale. Senza l’umiltà non otterrete lo Spirito e lo Spirito Santo non può convivere con un cuore indurito dall’orgoglio, sia spirituale sia intellettuale. Soltanto l’innocenza ci apre il regno di Dio.
Ma c’è dell’altro. La vera umiltà è un dono dall’alto, perché di natura soprannaturale. L’uomo decaduto, da solo, non la potrà mai realizzare, sarà sempre ingannato dal proprio io. È qui il nocciolo della questione, dove molte tradizioni inciampano.

(Da Mendicante di Luce, di Masterbee)

Antonio Socci sull’enciclica Spe Salvi

“Cosa significa la bellissima enciclica di Benedetto XVI sulla Speranza”
di Antonio Socci,
Libero, 1 dicembre 2007

Una bomba. È la nuova enciclica di Benedetto XVI, “Spe Salvi” dove non c’è neanche una citazione del Concilio (scelta di enorme significato), dove finalmente si torna a parlare dell’Inferno, del Paradiso e del Purgatorio (perfino dell’Anticristo, sia pure in una citazione di Kant), dove si chiamano gli orrori col loro nome (per esempio “comunismo”, parola che al Concilio fu proibito pronunciare e condannare), dove invece di ammiccare ai potenti di questo mondo si riporta la struggente testimonianza dei martiri cristiani, le vittime, dove si spazza via la retorica delle “religioni” affermando che uno solo è il Salvatore, dove si indica Maria come “stella di speranza” e dove si mostra che la fiducia cieca nel (solo) progresso e nella (sola) scienza porta al disastro e alla disperazione.
Benedetto XVI, del Concilio, non cita neanche la “Gaudium et spes”, che pure aveva nel titolo la parola “speranza”, ma spazza via proprio l’equivoco disastrosamente introdotto nel mondo cattolico da questa che fu la principale costituzione conciliare, “La Chiesa nel mondo contemporaneo”. Il Papa invita infatti, al n. 22, a “un’autocritica del cristianesimo moderno”. Specialmente sul concetto di “progresso”. Per dirla con Charles Péguy, “il cristianesimo non è la religione del progresso, ma della salvezza”. Non che il “progresso” sia cosa negativa, tutt’altro e moltissimo esso deve al cristianesimo come dimostrano anche libri recenti (penso a quelli di Rodney Stark, “La vittoria della Ragione” e di Thomas Woods, “Come la Chiesa Cattolica ha costruito la civiltà occidentale”). Il problema è l’“ideologia del progresso”, la sua trasformazione in utopia. Il guaio grave della “Gaudium et spes” e del Concilio fu quello di mutare la virtù teologale della “speranza” nella nozione mondanizzata di “ottimismo”. Due cose radicalmente antitetiche, perché, come scriveva Ratzinger, da cardinale, nel libro “Guardare Cristo”: “lo scopo dell’ottimismo è l’utopia”, mentre la speranza è “un dono che ci è già stato dato e che attendiamo da colui che solo può davvero regalare: da quel Dio che ha già costruito la sua tenda nella storia con Gesù”.
Nella Chiesa del post-Concilio l’“ottimismo” divenne un obbligo e un nuovo superdogma. Il peggior peccato diventò quello di “pessimismo”. A dare il là fu anche l’“ingenuo” discorso di apertura del Concilio fatto da Giovanni XXIII, il quale, nel secolo del più grande macello di cristiani della storia, vedeva rosa e se la prendeva con i cosiddetti “profeti di sventura”: “Nelle attuali condizioni della società umana” disse “essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia… A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo”. Roncalli fu ritenuto, dall’apologetica progressista, depositario di un vero “spirito profetico”, cosa che si negò – per esempio – alla Madonna di Fatima la quale invece, nel 1917, metteva in guardia da orribili sciagure, annunciando la gravità del momento e il pericolo mortale rappresentato dal comunismo in arrivo (dopo tre mesi) in Russia. Si verificò infatti un oceano di orrore e di sangue. Ma 40anni dopo, nel 1962, allegramente – mentre il Vaticano assicurava Mosca che al Concilio non sarebbe stato condannato esplicitamente il comunismo e mentre si “condannavano” a mille vessazioni santi come padre Pio – Giovanni XXIII annunciò pubblicamente che la Chiesa del Concilio preferiva evitare “condanne” perché anche se “non mancano dottrine fallaci… ormai gli uomini da se stessi sembra siano propensi a condannarli”. E infatti di lì a poco si ebbe il massimo dell’espansione comunista nel mondo, non solo con regimi che andavano da Trieste alla Cina e poi Cuba e l’Indocina, ma con l’esplosione del ‘68 nei Paesi occidentali che per decenni furono devastati dalle ideologie dell’odio. Pochi anni dopo la fine del Concilio Paolo VI tirava il tragico bilancio, per la Chiesa, del “profetico” ottimismo roncalliano e conciliare: “Si credeva che dopo il Concilio sarebbe venuta una giornata di sole per la storia della Chiesa. È venuta invece una giornata di nuvole, di tempesta, di buio, di ricerca, di incertezza… L’apertura al mondo è diventata una vera e propria invasione del pensiero secolare nella Chiesa. Siamo stati forse troppo deboli e imprudenti”, “la Chiesa è in un difficile periodo di autodemolizione”, “da qualche parte il fumo di Satana è entrato nel tempio di Dio”. Per questa leale ammissione, lo stesso Paolo VI fu isolato come “pessimista” dall’establishment clericale per il quale la religione dell’ottimismo “faceva dimenticare ogni decadenza e ogni distruzione” (oltre a far dimenticare l’enormità dei pericoli che gravano sull’umanità e dogmi quali il peccato originale e l’esistenza di Satana e dell’inferno).
Ratzinger, nel libro citato, ha parole di fuoco contro questa sostituzione della “speranza” con l’“ottimismo”. Dice che “questo ottimismo metodico veniva prodotto da coloro che desideravano la distruzione della vecchia Chiesa, con il mantello di copertura della riforma”, “il pubblico ottimismo era una specie di tranquillante… allo scopo di creare il clima adatto a disfare possibilmente in pace la Chiesa e acquisire così dominio su di essa”. Ratzinger faceva anche un esempio personale. Quando esplose il caso del suo libro intervista con Vittorio Messori, “Rapporto sulla fede”, dove si illustrava a chiare note la situazione della Chiesa e del mondo, fu accusato di aver fatto “un libro pessimistico. Da qualche parte” scriveva il cardinale “si tentò perfino di vietarne la vendita, perché un’eresia di quest’ordine di grandezza semplicemente non poteva essere tollerata. I detentori del potere d’opinione misero il libro all’indice. La nuova inquisizione fece sentire la sua forza. Venne dimostrato ancora una volta che non esiste peccato peggiore contro lo spirito dell’epoca che il diventare rei di una mancanza di ottimismo”. Oggi Benedetto XVI, con questa enciclica dal pensiero potente (che valorizza per esempio i “francofortesi”), finalmente mette in soffitta il burroso “ottimismo” roncalliano e conciliare, quell’ideologismo facilone e conformista che ha fatto inginocchiare la Chiesa davanti al mondo e l’ha consegnata a una delle più tremende crisi della sua storia. Così la critica implicita non va più solo al post Concilio, alle “cattive interpretazioni” del Concilio, ma anche ad alcune impostazioni del Concilio. Del resto già un teologo del Concilio come fu Henri De Lubac (peraltro citato nell’enciclica) scriveva a proposito della Gaudium et spes: “si parla ancora di concezione cristiana, ma ben poco di fede cristiana. Tutta una corrente, nel momento attuale, cerca di agganciare la Chiesa, per mezzo del Concilio, a una piccola mondanizzazione”. E persino Karl Rahner disse che lo “schema 13”, che sarebbe divenuto la Gaudium et spes, “riduceva la portata soprannaturale del cristianesimo”. Addirittura Rahner!
Ratzinger visse il Concilio: è l’autore del discorso con cui il cardinale Frings demolì il vecchio S. Uffizio che non pochi danni aveva fatto. E oggi il pontificato di Benedetto XVI si sta qualificando come la chiusura della stagione buia che, facendo tesoro delle cose buone del Concilio, ci ridona la bellezza bimillenaria della tradizione della Chiesa. Non a caso nell’enciclica non è citato il Concilio, ma ci sono S. Paolo e Gregorio Nazianzeno, S. Agostino e S. Ambrogio, S. Tommaso e S. Bernardo. Un’enciclica bella, bellissima. Anche poetica, che parla al cuore dell’uomo, alla sua solitudine e ai suoi desideri più profondi. E' consigliabile leggerla e meditarla attentamente.

Friday, November 30, 2007

Se non c’è Dio in queste parole, vorrei sapere dove

“Beati gli afflitti perché saranno consolati”.
Chiaro? Le categorie di pensiero dell’uomo sono del tutto sovvertite.
Nella Sua visione, quando sei afflitto, sei beato.
Lui non ha detto che toglierà qui e ora il motivo della tua afflizione. A volte lo fa, a volte no, anzi, spesso non lo fa. È possibile che tu rimanga nell’afflizione anche per tutta la tua vita terrena. Tutta. Senza sconti.
Ma quando sei afflitto, Lui ti è vicino e ti consola, qui e ora, fino alla fine.
Che cosa fai della tua afflizione dipende da te. La scelta è solo tua.
Qui non c’è religione che tenga. Qui c’è solo e unicamente la fede. Quella vera, quella per cui Lui ha anche detto: “Beati coloro che crederanno senza aver veduto”.

Wednesday, November 28, 2007

L’apostolato di Antonio Socci su La7

A chi avesse perso la splendida puntata di Otto e mezzo dedicata all’ultima fatica di Antonio Socci, Il segreto di Padre Pio, da pochi giorni in libreria, ricordo che può visionarla sul sito de La7.
La passione, l’entusiasmo e, mi permetto, la fede che Socci ha mostrato in questa, come in altre occasioni, sono un’ennesima conferma dell’enorme contributo che i laici possono fornire in tema di apostolato.
Ancora una volta, mi sembra doveroso ringraziare il grande Giuliano Ferrara e, perché no, Ritanna Armeni, la quale, da non credente, ha intervistato il collega cattolico con eleganza.

Thursday, November 22, 2007

«Il nuovo ateismo è a senso unico»

Michel Onfray, in Francia, più che come filosofo è noto come ateo militante (anzi, «ateo di servizio», come lui stesso si definisce). Passa da una conferenza a un talk show, in una girandola di occasioni pubbliche in cui diffonde un’accattivante filosofia edonista e libertaria, così facilmente recepibile da essere accusato di dispensare le stesse ricette di felicità che si possono trovare su Cosmopolitan. In Italia una sua versione meno brillante potrebbe essere Pierluigi Odifreddi, definito da alcuni come un «matematico da festival».
Sono figure nuove, alfieri di una violenta propaganda antireligiosa. René Rémond, lo storico e politologo francese da poco scomparso, nel suo ultimo libro (Il nuovo anticristianesimo, intervista con Marc Leboucher, ed. Lindau, pagg. 125, euro 13) non sottovaluta il fenomeno, e ribatte alle accuse, analizzandole a una a una. La più rovente è riassunta con efficacia dal titolo di un’intervista rilasciata dal filosofo: «Il cattolicesimo ci rende la vita impossibile». La fede in Cristo, dice Onfray, esalta il sacrificio e la sofferenza, promettendo un inesistente compenso oltremondano; intanto impedisce all’uomo di perseguire il suo scopo più naturale, la felicità ora e qui. A questa colpa ne aggiunge subito un’altra, quella di ostacolare la scienza e persino l’uso libero della ragione, pretendendo di limitare la ricerca scientifica.
Del resto l’inimicizia tra fede e scienza risale ai tempi di Newton e Galileo, e rivela l’anima nera, aggressiva e fomentatrice di odio, del cristianesimo come di qualunque altra religione. Chi si ritiene possessore della verità, difficilmente può rispettare l’esistenza di altre verità relative, che vede come minacciose. Le religioni, soprattutto quelle monoteiste, portano con sé il germe antico del fanatismo e dell’intolleranza: «Gli oltremondi - scrive Onfray nel suo Trattato di ateologia - mi sembrano subito contromondi inventati da uomini stanchi, sfiniti, essiccati dai ripetuti viaggi tra le dune o sulle piste pietrose arroventate. Il monoteismo nasce dalla sabbia». La laicità sarebbe quindi uno spazio assediato da visioni del mondo arcaiche, intrinsecamente antimoderne, e garantito nella sua genuina purezza solo dall’ateismo.
Rémond risponde punto per punto; contesta un modello di felicità concepito come puro appagamento dei desideri individuali, e confuta con pacata ragionevolezza le accuse rivolte ai cristiani. Perché va detto che la nuova polemica antireligiosa non colpisce tutti i monoteismi «nati dalla sabbia» con la stessa acredine: incrociandosi con le autocensure nei confronti dell’Islam, con l’imbarazzo storico nei confronti dell’ebraismo, e - soprattutto - con la politica, si concentra sulla Chiesa cattolica. In una recente intervista, il cardinale Camillo Ruini avanza una sua spiegazione: ai laicisti piace la Chiesa che perde, non quella che vince. Se la Chiesa è sotto tiro, insomma, è per via della sua ritrovata centralità e capacità di attrazione: «Meglio contestata che irrilevante», è la significativa sintesi dell’ex presidente della Cei.

Luca Volontè, in un libro appena uscito, Furore giacobino (Aliberti editore, pagg.
349, euro 18,50), offre un’esauriente panoramica degli attacchi sferrati contro il mondo cattolico sulla stampa italiana, negli ultimi due anni. Il conflitto si addensa soprattutto intorno ai temi eticamente sensibili - statuto dell’embrione, eutanasia, procreazione assistita, famiglia - ma assume quasi sempre toni aggressivi nei confronti della Chiesa e dei suoi membri più esposti. Il libro ha il merito di rendere evidente come il dibattito pubblico tra laici e cattolici si sia, negli ultimi tempi, irrigidito e ideologizzato. La grande stampa tende a deformare le posizioni della Chiesa, a selezionare solo ciò che può tornare utile alla polemica, ignorando il resto.
Nel mondo cosiddetto laico esiste una censura, pochissimo laica, che oscura non tanto (o non soltanto) le opinioni, quanto le informazioni. Bastano pochi esempi: nessuno, sul Corriere o La Repubblica, ha mai spiegato che la ricerca sulle cellule staminali ottenute dalla vivisezione degli embrioni ha fallito i propri scopi terapeutici, oppure che la pillola abortiva Ru486, che si vorrebbe introdurre in Italia, ha già prodotto 15 morti. Ma gli esempi sono infiniti, e basta scorrere le pagine di Volontè (che fra l’altro è capogruppo dell’Udc alla Camera) per rendersene conto. Al lettore resta da giudicare se si tratti di vero «furore giacobino», o se abbia ragione il cardinale Ruini, e la manipolazione delle notizie, come la violenza di alcune invettive, siano un indiretto tributo a una Chiesa non più perdente.

di Eugenia Roccella, il Giornale, 22 novembre 2007

Tuesday, November 20, 2007

Fede e religione

Qualche riflessione di ieri.

«Ma quando tornerò, troverò ancora la fede sulla terra? (Luca 18,8)». Il sacerdote si è chiesto: «Quando sarò al Tuo cospetto, Signore, troverai fede in me?».

«Non è la religione che salva. Ci salva la fede. Che è un legame d’amore personale con Cristo, legame che va oltre la religione cristiana. Non è una mia osservazione. È di un teologo che oggi è il pastore della Chiesa.»

«Essere cristiani oggi è molto più difficile che nel passato. I cristiani sono una minoranza, e questo è una fortuna, perché si è cristiani per scelta.»

Mi è venuta in mente la preghiera che Lui ci ha insegnato nella traduzione di Padre Giovanni Vannucci:
Padre nostro che sei nei cieli,
santo è il tuo nome
Il tuo regno viene
La tua volontà si compie
nella terra come nel cielo
Tu doni a noi il pane di oggi e di domani
Tu perdoni i nostri debiti
nell'istante in cui noi li perdoniamo ai nostri debitori
Tu non ci induci in tentazione,
ma nella tentazione ci liberi dal male.

Thursday, November 15, 2007

Chi ha paura del dogma cattolico?

Mi capita spesso di sentire questa frase: “Credo in Cristo al di là dei dogmi” o, alternativamente, “Ho una fede avulsa da dogmatismi”. Il sottinteso, che poi non è così sottointeso, è chiaro. Con queste espressioni si vuol criticare la Chiesa cattolica che, da sempre, predica e difende verità di fede, confluite nel Credo, che vanno prese o lasciate in blocco.
Ieri sera su La 7, a L’Infedele di Gad Lerner, si parlava del libro di Sergio Luzzatto su Padre Pio. In studio, insieme allo stesso Luzzatto, erano presenti il vaticanista del Giornale, Andrea Tornielli, e un paio di docenti universitari di cui non ricordo il nome. Più precisamente, uno dei due era un teologo che insegna al San Raffaele di Milano. Costui, nel pieno rispetto del cliché modernista, rifiuta il peccato originale, l’intervento salvifico di Cristo e l’inferno. In altre parole, lo ha detto chiaramente Gad Lerner, si tratta di un (ennesimo) teologo che si discosta da “una visione dogmatica del cristianesimo”. C’è di più. L’ultimo libro scritto dal teologo in questione, L’anima e il suo destino, contiene una prefazione di Carlo Maria Martini. Il cardinale sostiene che, pur non condividendo le tesi sostenute dall’autore (Deo gratias), ne comprende il senso profondo.
Ma guarda un po’! È vero che Martini è un cardinale di grande cultura, però, a me, povero cattolico ignorante, il senso di certe tesi sfugge!
Nel mio piccolo, vorrei fare una domanda a tutti coloro che hanno problemi coi dogmi cristiani, meglio, coi dogmi della Chiesa cattolica apostolica romana: mi sbaglio, oppure è Gesù stesso che nei Vangeli parla di peccato, vita eterna, paradiso, inferno, (del purgatorio vi sono accenni nel Vecchio Testamento), stridore di denti, Regno di Dio, satana e tanto altro ancora? Se le cose stanno così, con chi ce l’hanno coloro a cui non piacciono le verità della fede cristiana, meglio, i dogmi della Chiesa cattolica apostolica romana?
Forse ho capito: gli anti-dogmatici non ce l’hanno con la Chiesa cattolica, ce l’hanno proprio con quel Cristo che, stando ai Vangeli, risulta essere Dio. Ergo, se le verità che riguardano l’uomo e la vita ultraterrena non piacciono per come Lui ce le ha rivelate, allora si rifiutano i dogmi e ci si fa una bella fede secondo i propri gusti. Come se fosse un vestito cucito su misura, o un piatto di cui scegliamo gli ingredienti. Et voilà, les jeux sont faits!

Aggiornamento in E se Carlo Maria Martini fosse diventato Papa?

I copriwater sono blasfemi e i mussulmani hanno gli attributi

Su il Giornale di oggi – a proposito, quanto mi manca l’eleganza di Maurizio Belpietro nella direzione del quotidiano! - si dà notizia di un oltraggio alla religione mussulmana perpetrato in alcuni supermercati del Lazio. La polizia ha infatti bloccato la vendita di … tavolette per il gabinetto con su scritto un versetto del Corano. Pare che si tratti di un versetto importante, il 255, in cui compare per due volte il nome di Allah.
La denuncia dell’oltraggio è partita da un imam della comunità musulmana di Latina. Da qui la notizia è poi giunta a Londra, dove un importante quotidiano in lingua araba ha dato il via al tam tam e provocato i commenti risentiti e adirati di lettori e internauti fedeli a Maometto.
I leader mussulmani in Italia chiedono il ritiro dagli scaffali di tutti i copriwater blasfemi, la riconsegna dietro rimborso di tutti i pezzi finora acquistati e l’arresto del produttore, che potrebbe anche non essere cinese, come riportato invece nella stampigliatura.
Che dire? È inutile che ci giri intorno: mi sembra un po’ esagerata la richiesta di arresto, ma sono con i mussulmani; mi piace il fatto che reagiscano (civilmente e legalmente, s’intende) a chi insulta la loro religione. Come in occasione delle vignette danesi, continuo ad apprezzare che i musulmani esigano rispetto per ciò in cui credono.
Con questo non sto chiudendo gli occhi di fronte all’intolleranza odiosa verso i cristiani di alcuni governi arabi, così come non sto sorvolando sulla grettezza/disumanità di tanti aspetti della cultura musulmana. Al di là di tutto, però, è importante che per qualcuno esiste un confine da cui la blasfemia occidentale non passa. Certo, occorrerebbe una reazione dell’Occidente quando sono i mussulmani ad offendere Cristo, ma si sa, gli attributi scarseggiano da queste parti!

Tuesday, October 30, 2007

I martiri cattolici del satanismo marxista

Grazie a Pensare la storia di Vittorio Messori, mi era noto ciò che accadde ai religiosi cattolici nella Spagna comunista dei primi anni Trenta del ’900. A commento della beatificazione di quasi 500 martiri spagnoli, ho trovato l’articolo che segue dell’ottimo Antonio Socci. Anche questa volta, mi si è accapponata la pelle. Vicende drammatiche e disgustose come quelle descritte nell’articolo, che vedono in veste di carnefici non solo i comunisti spagnoli, esigono la preghiera, ma possono suscitare anche cattivi pensieri. Fra le altre cose, mi sono venuti in mente i tanti atei-liberali-laicisti-anticlericali di cui è piena pure Tocqueville. Sono solo dei poveracci in difficoltà, lo so, eppure quando mi capita di leggere le castronerie che scrivono contro il Santo Padre e la Chiesa … Poi, ricordo che il cristianesimo impone di contrastare le idee errate e pericolose, ma di rispettare pur sempre le persone che le pronunciano. Va bene. Passo la parola a Socci.

LA LEZIONE DEL 28 OTTOBRE…

Il 28 ottobre prossimo in Vaticano saranno beatificati 498 martiri della feroce persecuzione religiosa esplosa in Spagna dopo il 1931 e specialmente fra il 1934 e il 1936. Una cerimonia di massa di tali proporzioni non ha precedenti. Aveva cominciato Giovanni Paolo II beatificando nel 1987 tre suore carmelitane che erano state crudelmente massacrate per le strade di Madrid. Poi papa Wojtyla celebrò altre undici cerimonie di beatificazione per un totale di 465 martiri spagnoli. Domenica prossima saranno dichiarati beati 2 vescovi, 24 preti, 462 religiosi e religiose, 2 diaconi, 1 seminarista e 7 laici, tutti vittime di quella persecuzione. Sarà l'occasione per conoscere una delle più sanguinarie tempeste anticristiane scatenate nell'Europa del nostro tempo ad opera dei rivoluzionari repubblicani (una miscela di comunismo, socialismo, anarchia e laicismo). "Mai nella storia d'Europa e forse in quella del mondo" ha scritto Hugh Thomas "si era visto un odio così accanito per la religione e per i suoi uomini". Chiese e conventi (con una quantità di opere d'arte) furono incendiati e distrutti. In pochi mesi furono ammazzati 4.184 sacerdoti, 13 vescovi, 2.365 religiosi, 283 suore e un numero incalcolabile di semplici cristiani la cui unica colpa era portare un crocifisso al collo o avere un rosario in tasca o essersi recati alla messa o aver nascosto un prete o essere madre di un sacerdote come capitò a una donna che per questo fu soffocata con un crocifisso ficcato nella gola.

Molti vescovi o sacerdoti sarebbero potuti fuggire, ma restarono al loro posto, pur sapendo cosa li aspettava, per non abbandonare la loro gente. Non colpisce solo l'accanimento con cui si infierì sulle vittime, inermi e inoffensive (per esempio c'è chi fu legato a un cadavere e lasciato così al sole fino alla sua decomposizione, da vivo, con il morto).

Ma colpisce ancora di più la volontà di ottenere dalle vittime il rinnegamento della fede o la profanazione di sacramenti o orribili sacrilegi.
Qua c'è qualcosa su cui non si è riflettuto abbastanza. Faccio qualche esempio. I rivoluzionari decisero che il parroco di Torrijos, che si chiamava Liberio Gonzales Nonvela, data la sua ardente fede, dovesse morire come Gesù. Così fu denudato e frustato in modo bestiale. Poi si cominciò la crocifissione, la coronazione di spine, gli fu dato da bere aceto, alla fine lo finirono sparandogli mentre lui benediva i suoi aguzzini. Ma è significativo che costoro, in precedenza, gli dicessero: "bestemmia e ti perdoneremo". Il sacerdote, sfinito dalle sevizie, rispose che era lui a perdonare loro e li benedisse. Ma va sottolineata quella volontà di ottenere da lui un tradimento della fede. Anche dagli altri sacerdoti pretendevano la profanazione di sacramenti. O da suore che violentarono. Quale senso poteva avere, dal punto di vista politico, per esempio, la riesumazione dei corpi di suore in decomposizione esposte in piazza per irriderle? Non c'è qualcosa di semplicemente satanico?

E il giovane Juan Duarte Martin, diacono ventiquattrenne, torturato con aghi su tutto il corpo e, attraverso di essi, con terribili scariche elettriche? Pretendevano di farlo bestemmiare e di fargli gridare "viva il comunismo!", mentre lui gridò fino all'ultimo "viva Cristo Re!". Lo cosparsero di benzina e gli dettero fuoco. Qua non siamo solo in presenza di un folle disegno politico di cancellazione della Chiesa. C'è qualcosa di più.
A definire la natura e la vera identità di questo orrore ha provato Richard Wurmbrand, un rumeno di origine ebraica che in gioventù militò fra i comunisti, nel 1935 divenne cristiano e pastore evangelico, quindi subì 14 anni di persecuzione, molti dei quali nel Gulag del regime comunista di Ceausescu.

Anch'egli aveva notato – nei lager dell'Est – questo oscuro disegno nella persecuzione religiosa. In un suo libro scrive: "Si può capire che i comunisti arrestassero preti e pastori perché li consideravano contro rivoluzionari. Ma perché i preti venivano costretti dai marxisti nella prigione romena di Piteshti a dir messa sullo sterco e l'urina?
Perché i cristiani venivano torturati col far prendere loro la Comunione usando queste materie come elementi?". Non era solo "scherno osceno".
Al sacerdote Roman Braga "gli vennero schiantati i denti uno ad uno con una verga di ferro" per farlo bestemmiare. I suoi aguzzini gli dicevano: "se vi uccidiamo, voi cristiani andate in Paradiso. Ma noi non vogliamo farvi dare la corona del martirio. Dovete prima bestemmiare Iddio e poi andare all'inferno".
A un prigioniero cristiano del carcere di Piteshti, riferisce Wurmbrand, i comunisti ogni giorno ripetevano in modo blasfemo il rito del battesimo immergendogli la testa nel "bugliolo" dove tutti lasciavano gli escrementi e costringevano in quei minuti gli altri prigionieri a cantare il rito battesimale.
Altri cristiani "venivano picchiati fino a farli impazzire per obbligarli a inginocchiarsi davanti a un'immagine blasfema di Cristo".

Si chiede Wurmbrand, "cos'ha a che fare tutto ciò con il socialismo e col benessere del proletariato? Non sono queste cose semplici pretesti per organizzare orge e blasfemie sataniche? Si suppone che i marxisti siano atei che non credono nel Paradiso e nell'Inferno. In queste estreme circostanze il marxismo si è tolto la maschera ateista rivelando il proprio vero volto, che è il satanismo".

In effetti il libro di Wurmbrand s'intitola "Was Karl Marx a satanist?" ed è stato tradotto in italiano dall' "editrice uomini nuovi" col titolo "L'altra faccia di Carlo Marx". L'autore si spinge, indagando negli scritti giovanili di Marx e nelle sue vicende biografiche, fino a ritenere che trafficasse con sette sataniste. Peraltro nel brulicare di sette e società esoteriche di metà Ottocento sono tante le personalità che hanno avuto strane frequentazioni. E su Marx anche altri autori hanno fatto ipotesi del genere. Wurmbrand sostiene soprattutto che la filantropia socialista non era l'ispirazione vera di Marx, ma solo lo schermo, il pretesto per la sua vera motivazione che era la guerra contro Dio. Realizzata poi su larga scala con la Rivoluzione d'ottobre e quel che è seguito (nei regimi comunisti fatti, correnti, episodi e personaggi che portano in quella direzione sono chiari).

Sul satanismo non so pronunciarmi, ma gli effetti satanici dell'esperimento marxista (planetario) sono sotto gli occhi di tutti anche se rimossi clamorosamente dalla riflessione pubblica: la più colossale e feroce strage di esseri umani che la storia ricordi e la più vasta guerra al cristianesimo di questi duemila anni. Siccome capita di sentir formulare, in ambienti cattolici, giudizi indulgenti sugli "ideali dei comunisti", che sarebbero poi stati traditi nella pratica o mal tradotti, è venuto il momento di definire una buona volta la natura satanica dell'ideologia in sé e di tutto quel che è accaduto.
Visto che un grande filosofo come Augusto Del Noce da anni ha dimostrato quanto l'ateismo sia fondamentale nel marxismo e niente affatto marginale o facoltativo. La tragedia spagnola, su cui il popolo cristiano non sa quasi niente (e che fu perpetrata anche da altre forze rivoluzionarie e laiciste) dovrebbe far riflettere, se non altro per le proporzioni di quel martirio.

Da Libero del 21 ottobre 2007

Altri articoli sull’argomento si possono leggere qui.

Monday, October 29, 2007

Antonio Socci su Padre Pio

In difesa di Padre Pio, di Antonio Socci

Se Gesù tornasse e fosse visto anche oggi mentre cammina sulle acque, certi giornali l’indomani titolerebbero: “Clamoroso. Gesù di Nazareth non sa nemmeno nuotare”. Come certi dotti che, avendo Gesù guarito un paralitico, lo accusarono di aver compiuto il miracolo di sabato, giorno festivo. Finisce nel ridicolo il pregiudizio che nega l’evidenza. Un tempo lo usavano contro Gesù, poi contro i santi, come padre Pio.

Ho appena consegnato alla Rizzoli (e sarà in libreria il 14 novembre prossimo) il mio libro su questo grande santo e su alcune cose sconvolgenti che ha compiuto e – avendo consultato decine di volumi, compresi quelli della causa di beatificazione – ho fatto una indigestione di fango. E’ impressionante la varietà di accuse, insinuazioni e calunnie che per mezzo secolo gli sono state rovesciate addosso. Spesso da parte ecclesiastica. Le “virtù eroiche” che la Chiesa ha infine riconosciuto a padre Pio, dichiarandolo – per volontà di Giovanni Paolo II - “beato” nel 1999 e “santo” nel 2002, si riferiscono anche all’umiltà evangelica con cui ha sopportato in silenzio tanto fango: “beati sarete voi” avvertì Gesù stesso “quando vi insulteranno e vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia” (Mt 5, 11).

D’altra parte alla fine i crocifissi vincono sempre. E’ una storia vecchia. Una cosa (soprannaturale) è la Chiesa, altro sono gli uomini di Chiesa. Gli uomini di Chiesa bruciarono Giovanna d’Arco e la Chiesa l’ha fatta santa. Gli uomini di Chiesa hanno perseguitato Giuseppe da Copertino, Giuseppe Calasanzio e don Bosco; la Chiesa li ha fatti santi. Così con padre Pio. Padre Gerardo di Flumeri, vicepostulatore della causa, ha scritto: “A causa delle stigmate, padre Pio fu sospettato di essere un imbroglione, un mistificatore, un nevrotico, un ossesso. E questi sospetti provenivano non soltanto da miscredenti, dagli atei, ma addirittura da alcuni suoi confratelli, da qualche superiore e anche dalle autorità ecclesiastiche. Padre Pio subì condanne dal Sant’Uffizio e restrizioni alla sua libertà di apostolato”. Alla fine la verità ha trionfato. Ma, com’è noto, le antiche accuse messe in giro riemergono periodicamente dagli archivi. C’è per esempio quella, fra le più note e meschine, secondo cui il padre stesso si sarebbe procurato le stimmate con degli acidi. L’insinuazione nacque dal fatto che padre Pio – era cosa nota e ovvia – dopo la stimmatizzazione del 20 settembre 1918 usava la tintura di iodio e poi l’acido fenico sperando di tamponare il sangue che fluiva in quantità dalle ferite e per pulire le piaghe aperte.

Certi ecclesiastici in malafede ci costruirono sopra la loro accusa. Sono gli stessi che lo accusarono di profumarsi perché dalla sua persona crocifissa emanava a volte uno straordinario aroma di fiori. Anche questa insinuazione era infondata infatti questo fenomeno soprannaturale si verificava soprattutto quando il padre era lontano (faceva sentire il suo profumo ai suoi figli spirituali nei momenti di bisogno) e anche dopo la sua morte e lo attestano centinaia di testimonianze (l’ “osmogenesia” ha riguardato anche altri santi).

Ieri, sul Corriere della sera, Sergio Luzzatto ha pubblicato un biglietto con cui padre Pio chiedeva a una sua figlia spirituale di comprargli in farmacia “200-300 grammi di acido fenico puro per sterilizzare”. E un’altra sostanza analoga. Oltretutto perché in piena epidemia di spagnola in convento si usavano per sterilizzare le siringhe per fare le iniezioni ai frati ammalati (era proprio il giovane padre Pio a farle, come infermiere d’emergenza). E dov’è la notizia? La cosa in sé è del tutto risibile. La notizia però non sta nel fatto, quanto nell’insinuazione con cui in quell’estate 1919 fu fatta arrivare in Vaticano. Ed è quel sospetto che ieri ha fatto fare il titolo al “Corriere”: “Padre Pio, ecco il giallo delle stigmate”. Sottotitolo: “Nel 1919 fece acquistare dell’acido fenico, una sostanza adatta per procurarsi piaghe alle mani”.

Primo. In questo biglietto di Padre Pio non c’è davvero nessuna aura di segretezza cospirativa che possa alimentare i sospetti, ma al contrario un tono di serena normalità quotidiana (“Carissima Maria, Gesù ti conforti sempre e ti benedica! Vengo a chiederti un favore. Ho bisogno di aver da 200 a 300 grammi di acido fenico puro per sterilizzare. Ti prego di spedirmela la domenica e farmela mandare dalle sorelle Fiorentino. Perdona il disturbo”). Mandare un tale biglietto in giro è semmai prova di purità e di una coscienza solare. Secondo. A quella data (estate 1919) padre Pio portava già le stigmate da un anno e dunque sarebbe comico affermare che nell’estate 1919 egli si procurò dell’acido per prodursi delle ferite nel settembre 1918. Terzo: le ferite che portava non erano “macchie o impronte, ma vere piaghe perforanti le mani e i piedi” e quella del costato “un vero squarcio che dà continuamente sangue” (cose incompatibili con bruciature da acido). Quarto. Il padre portò le stimmate per 50 anni e non poté certo procurarsi – con la segretezza del cospiratore - per mezzo secolo dosi industriali e quotidiane di acido (oltretutto per interi periodi fu segregato e sempre controllatissimo).

Ma soprattutto su quelle stimmate ci sono i referti medici di fior di studiosi, dal professor Romanelli al professor Festa, che a quel tempo le analizzarono, ripetendo le visite a distanza di anni e arrivando sempre alla conclusione che non potevano essere state prodotte né dall’artificio umano, né da uno stato psicopatologico, ma avevano un’origine non naturale. Romanelli argomenta, come scrive Fernando da Riese, che non può essere stato l’acido a provocare le ferite perché esso “non permetterebbe ai tessuti causticati di dare sangue e sangue rutilante”, soprattutto di venerdì, come invece ha continuato ad accadere per decenni. Il dottor Festa ha confermato con altri studi. Inoltre l’acido avrebbe dato origine a ferite diverse da quelle dai contorni netti. Questi medici negarono anche l’origine nervosa perché mai nella letteratura scientifica si era verificata e perché se anche fosse “una volta prodotte (tali ferite) dovrebbero seguire il decorso di qualunque altra lesione, cioè guarire o suppurare”.

E invece per mezzo secolo le stimmate di padre Pio sono state un miracolo permanente: né rimarginavano, né suppuravano, dando sempre sangue fresco. Il professor Bignami, che essendo di idee positiviste neanche ammetteva l’ipotesi soprannaturale, finì per fornire la migliore conferma: fece isolare e sigillare per giorni le piaghe con la certezza che sarebbero infine guarite o migliorate e invece si verificò l’esatto contrario. Le stimmate, che padre Pio peraltro portò con immenso imbarazzo (sentendosene indegno), sparirono solo quando il santo lo chiese come grazia al Cielo e cioè alla vigilia della sua morte nel 1968: si chiusero improvvisamente (come erano venute) e senza lasciare traccia. Con quelle sofferenze padre Pio “pagò” milioni, letteralmente milioni, di grazie ottenute per chiunque soffrisse (si studino i dossier medici) e milioni di conversioni: comunisti, massoni, protestanti, agnostici (perfino qualche ecclesiastico) che trovavano la fede dopo essere andati a San Giovanni Rotondo magari con ostilità o pregiudizio. Si convertivano non perché padre Pio facesse discorsi o teorie colte. No. Solo per la sua santità, cioè per la potenza di Dio. Perché lui si prendeva letteralmente su di sé le loro sofferenze, senza averli mai visti il padre mostrava di conoscere il loro passato, leggeva nella loro anima, otteneva la guarigione di malati inguaribili, si manifestava a distanza col suo profumo e la bilocazione, prediceva eventi che sarebbero accaduti e compiva altre opere sconvolgenti. Il mistero di padre Pio è ancora da capire.

Pubblicato su Libero del 25 ottobre 2007

Friday, October 26, 2007

Messori e Luzzatto su Padre Pio

Sul libro dello storico Sergio Luzzatto dedicato a Padre Pio, segnalo l’articolo di Vittorio Messori, pubblicato dal Corriere della Sera di oggi.

Wednesday, October 24, 2007

L’eugenetica e la buona battaglia

“C’è il rischio che il piccolo nasca down. Se la cosa è confermata, decideranno sul da farsi. Io credo che sarebbe meglio abortire, per il bene del bambino, della madre e delle rispettive famiglie”.
Sono queste le frasi con cui un cattolico (non praticante) ha commentato la delicata situazione che sta vivendo una coppia cattolica (non praticante) di sua e mia conoscenza.
Ognuno di noi è responsabile delle proprie azioni, così come ognuno di noi fa i conti con l’umana debolezza. Non sono padre e un domani potrei trovarmi anch’io a dover affrontare con mia moglie il medesimo dramma. Ciò nonostante, non posso fare a meno di chiedermi:
- la decisione di sopprimere un bimbo perché down non equivale a praticare l’eugenetica?
- la sofferenza di un genitore per quanto accade ad un figlio non è poi l’esperienza vissuta (e accettata) da Maria? e la Passione di Gesù, dove la mettiamo? Gesù e Maria non hanno detto: “Padre, scegli qualcun altro”. Perché allora tirarsi indietro, se Dio decidesse per me e per mia moglie la nascita di un figlio down o malato?
- Certo, uno può anche rispondere che non ce la fa a sopportare il dolore, ma se è così, dove sarebbe la perseveranza nella fede? ha ancora senso pregare che sia fatta la Sua volontà, in cielo come in terra? e la “buona battaglia” di cui parla San Paolo, non conta proprio nulla ai fini della salvezza?

Tuesday, October 23, 2007

Voci di uomini

Ieri, il sole tramontato ormai da un pezzo, sono entrato in cattedrale. Era quasi deserta. Mi sono seduto su una panca. Dopo qualche minuto, dietro di me, sento la voce di un uomo che inizia ... una preghiera. Poi, altre voci lo seguono. Tutte maschili. Sorpreso da ciò che pregavano, mi sono voltato. Una trentina tra giovani e meno giovani, alcuni in giacca e cravatta. Tre donne avanti negli anni, venendo dalla cripta, erano intente a chiacchierare. Una di esse si è fermata, ha notato quegli uomini e ha detto alle altre: “Facciamo silenzio, recitano il Rosario”.

Pensiero a caso, ma non troppo, di San Josemaria Escriva: “Il nostro orgoglio si spegne un’ora dopo che siamo morti”.

Wednesday, October 10, 2007

Questo blog cambia nome

Sono trascorsi poco più di due anni da quando è nato questo blog - il primo post risale infatti al 3 settembre 2005. Ho già fatto tanta pulizia. Ora è giunto il momento di dargli un’ulteriore sistemata.
Hoka Hey, dal grido di battaglia dei pellirosse Lakota (o Sioux) che notoriamente significa “Oggi è un buon giorno per morire”, raggiunge i verdi pascoli di Manitou e cede il posto ad Etendard.
Il motivo del cambiamento non importa a nessuno. Mi piace però dire che è il risultato di un processo di liberazione iniziato diversi mesi fa e giunto a totale compimento in giorni recentissimi.
La modifica del nome non dovrebbe arrecare alcun problema ai pochi che hanno inserito questo blog tra i loro link. Ciò che conta è infatti l’indirizzo, il quale rimane ovviamente inalterato.
Capirò se qualcuno, distrattamente, dovesse continuare a chiamarmi col vecchio nome. In fin dei conti, mi ci ero abituato anch’io!

Monday, October 08, 2007

Noi cattolici, felici di obbedire al Papa

Venerdì scorso, alle 21.30, mi sono sintonizzato sulle frequenze di Radio Maria per ascoltare, prima volta nella mia vita, padre Livio Fanzaga, sacerdote dei Padri Scolopi, nonché direttore dell’emittente cattolica. Sì, proprio quel padre Livio la cui voce trovavo molto irritante quando, giovinetto, vivevo con i miei e mia madre seguiva Radio Maria in solitudine. Ricordo la noia e il fastidio che provavo, all’epoca, per la recita del Rosario in radio. Molte cose sono cambiate da allora, tanto che, oggi, io e mia moglie preghiamo il Rosario a casa nostra senza fare troppe storie. E ne capiamo sempre più l’enorme importanza.

Recentemente, un amico mi consigliava di seguire la catechesi per i giovani del sacerdote bergamasco, ricominciata da poche settimane. Ho seguito il consiglio. Da quanto ho capito, quest’anno la catechesi si incentra sul suo ultimo libro, Non prævalebunt. Manuale di resistenza cristiana, edito dalla Sugarco. Mi sembra di fare cosa utile riportando qualche concetto emerso nella puntata radiofonica di venerdì.

Padre Livio ha menzionato l’episodio narrato in Mt 16, 13-19, quello in cui Gesù domanda ai discepoli: Voi chi dite che io sia? È nota la risposta di Simon Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”. Di fronte a questa professione di fede, Gesù proclama: “Beato te, Simone, figlio di Giona, perché né la carne né il sangue te l’hanno rivelato, ma il Padre mio che sta nei cieli. E io ti dico: Tu sei Pietro e su questa pietra edificherò la mia Chiesa e le porte degli inferi non prevarranno contro di essa”.

Il sacerdote ha posto una domanda di importanza cruciale per chi si professa cattolico: perché le porte degli inferi non prevarranno contro la Chiesa? perché, cioè, la Chiesa è invincibile, indistruttibile, nonostante i potenti attacchi che satana scatena furiosamente fino al giorno del giudizio?
La risposta di padre Livio, basata sulle parole di Gesù, è stata molto semplice: “La Chiesa è invincibile perché si poggia su una roccia, che è la fede di Pietro e di tutti i suoi successori”.

Da parte mia, pensavo che, nella sua lotta contro il maligno, la Chiesa sarà vincitrice perché Gesù Cristo ha promesso di essere al suo fianco fino alla fine dei tempi. È certamente così, ma mi sfuggiva un piccolo particolare di tutta la questione. Come dice padre Livio, “è vero che la fede è un dono di Dio, ma è anche vero che ad esso occorre corrispondere”. Pietro ha il primato nella Chiesa e detiene le chiavi del Cielo perché ha corrisposto con fermezza, unico tra i discepoli, nel professare la verità cardine sulla persona di Gesù Cristo.

Padre Livio ha proseguito facendo una constatazione di non poco conto. Ha osservato che, “in duemila anni di storia della Chiesa, mai è accaduto che un Pontefice dicesse qualcosa in contrasto col Credo”. Le eresie sono nate da chi, all’interno della Chiesa, era tenuto a professarne e custodirne la dottrina. “Talvolta, cardinali o vescovi sono venuti meno nella fede, ma non il Papa. Mai!”.
La fede di Pietro è il porto sicuro del cattolicesimo nelle tempeste della storia. Va ribadito ancora una volta: “Uno solo non perderà mai la fede: il Papa”. Egli è “il dolce Cristo in terra”; quando si pronuncia su argomenti di fede, è come se parlasse Cristo medesimo. Questo è il dogma dell’infallibilità papale, stabilito dal Concilio Vaticano I nel 1870.

A sostegno e integrazione di quanto riportato fin qui, cito dei brani tratti da La Sfida della fede, di Vittorio Messori.
[…] Secondo la prospettiva cattolica, la Chiesa è santa non perché i suoi uomini siano tutti santi, ma perché possiede e insegna con fedeltà la Verità rivelata. Il vescovo è pastore non innanzitutto perché vive secondo il vangelo, ma perché quel vangelo annuncia senza errori.
“In principio era il Verbo”: nella Chiesa il prius è dato alla Parola, dunque alla fede, dalla quale deve discendere poi – ma come derivato, come frutto necessario – la prassi, l’azione della carità.
[…] la catastrofe non è un papa peccatore, ma lo sarebbe un papa eretico. Un papa, cioè, che (secondo il mandato a Pietro nell’ultimo capitolo di Giovanni) più non “pascesse le pecorelle” del Cristo con il pane della Sua Parola. E un pane genuino, non inquinato dall’errore.
[…] Prendiamo, ad esempio, il simbolo stesso della decadenza papale, quel catalano Rodrigo Borgia pontefice dal 1492 al 1503 con il nome di Alessandro VI. Cattolico fedelissimo e insieme storico rigoroso, scrisse il grande storico dei papi, Ludwig von Pastor: «La vita di questo gaudente dalla sensualità indomita fu in tutto opposta a Colui che doveva rappresentare sulla terra. Eppure, il modo in cui Alessandro VI amministrò gli interessi autenticamente religiosi non ha dato appiglio ad alcun biasimo. Con disinvoltura quel papa si abbandonò a una vita viziosa, ma la purezza della dottrina della Chiesa rimase intatta: in lui, la Provvidenza volle confermare che i Pastori possono danneggiare la Chiesa, non distruggerla». […]
Con una soprendente inversione, molti sembrano considerare un catechismo (cioè il Credo svolto nelle sue conseguenze e attualizzato) come un peso imposto dalla Gerarchia; mentre esso è un diritto inalienabile dei credenti, il proporlo è il dovere primo dei Pastori. […]
Nella dinamica cristiana, non si può “agire bene” se prima non si “pensa bene”, in fedeltà cioè a una Parola che la Tradizione ha fissato in verità definite di fede.
Ritorniamo alla catechesi di padre Livio. Il sacerdote ha sottolineato che “i veri mariani” – cioè, coloro che si consacrano alla Madre di Dio – “non perderanno mai la fede «di Maria» nel Figlio e guarderanno sempre al Papa con gli occhi di Maria”. Il posto centrale che il Papa occupa nel progetto divino ci viene confermato, innanzitutto, nei messaggi che Maria diffonde durante le sue apparizioni e, poi, dai santi, come ad esempio, S. Caterina da Siena, la quale racconta di aver avuto la visione di Nostro Signore vestito … da Papa.

Ben si comprende allora il motivo per cui satana odî il Papa, lo perseguiti e abbia ingaggiato una lotta senza quartiere contro di lui. Ciò che conforta il cattolico è che, qualunque cosa faccia il maligno, le porte degli inferi non prævalebunt.

Padre Livio ha concluso la parte di catechesi che ho qui riproposto con questa frase: “Noi cattolici guardiamo al Papa e siamo felici di obbedirgli”. Sì, è vero, noi cattolici siamo obbedienti e devoti a colui cui Gesù disse: “Simone, Simone, ecco, satana vi ha cercato per vagliarvi come il grano; ma io ho pregato per te, che non venga meno la tua fede; e tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli”. (Lc, 23, 31)

Wednesday, October 03, 2007

Papà, mi benedici?

Nel blog dell’amico Salo trovo un post in cui lui rivolge a suo padre questi pensieri:
Papà, ti ringrazio per tutto ciò che sei e per tutto il bene che mi vuoi. Anche se non riesco a dirtelo quanto vorresti e quanto vorrei, sappi che mi accorgo di tutto ciò che fai per me, di tutti i sacrifici e di tutte le buone parole, di tutti i consigli e di tutti i semplici e nobili valori che mi hai trasmesso: per me sei il miglior papà del mondo.

Ti voglio bene.
Sono le frasi che qualunque figlio vorrebbe rivolgere al proprio padre, e sono le parole che qualunque papà dovrebbe sentirsi dire dai figli. Costituiscono il riconoscimento di un lavoro fatto bene e un pezzo di eredità che si tramette di generazione in generazione.
Purtroppo, però, quelle parole spesso non si dicono. Non si possono dire. Quanti figli si trovano lontani dall’affetto, dalla guida e dall’esempio dei padri! Quanti figli si perdono per questa assenza nella loro vita! Quanti figli viaggiano nel mondo in solitudine, così come hanno fatto, a loro volta, i padri!

Fa allora bene all’anima leggere di un papà e di un figlio che si sono subito incontrati, che non si sono perduti per strada.
Ho dato un piccolo suggerimento al mio giovane amico. Gli ho proposto di andare da suo padre, di dirgli quello che aveva scritto nel post e poi di mettersi in ginocchio davanti a lui. Dovrebbe chiedere al padre di posargli le mani sulla testa e di benedirlo: “Carne della mia carne, sangue del mio sangue, io ti benedico, figlio mio”.
Quadretto zuccheroso? Forse. E se ci scappasse un po’ di commozione? Bé, che male ci sarebbe, la cosa, dopotutto, rimarrebbe in famiglia! Ma poi, qual è il significato di tutto questo? Diciamo che si tratta di una consegna, la consegna della spada al figlio che entra nel mondo. Per viaggiare sicuro, da uomo e guerriero. Nel segno del padre.

Il mondo è pieno di angeli. Non sono tutti invisibili. Molti sono in carne ed ossa. Tutto sta a volerli riconoscere.

HH.

Tuesday, October 02, 2007

Oggi, anniversario della fondazione dell'Opus Dei

“Il 2 ottobre del 1928 [...] san Josemaría "vide" l’Opus Dei. Da allora il lavoro apostolico dell’Opus Dei si è sviluppato in tutto il mondo portando a migliaia di persone il messaggio di santità predicato instancabilmente da san Josemaría”.

Aggiornamento: qui l’articolo di Mons. Angelo Bagnasco, pubblicato su Avvenire del 6 ottobre 2007; qui l’articolo di Vittorio Messori, pubblicato sul Corriere della Sera del 6 ottobre 2007.
.

Monday, October 01, 2007

Ma la morte fa pensare al senso della vita

Viviamo tutti come se non dovessimo mai morire, come se la spiacevole incombenza riguardasse solo gli altri. Come se non sapessimo che da un momento all’altro noi, proprio noi, potremmo essere chiamati a render conto della nostra esistenza davanti al trono dell’Altissimo che ce l’ha donata, che è l’unico Padrone e Signore della vita.
Lo storico francese Pierre Chaunu tempo fa scrisse: “ci è capitata una curiosa avventura: avevamo dimenticato che si deve morire. E’ ciò che gli storici concluderanno dopo aver esaminato l’insieme delle fonti scritte della nostra epoca. Un’indagine sui circa centomila libri di saggistica usciti negli ultimi vent’anni mostrerà che solo duecento (una percentuale, dunque, dello 0,2 per cento) affrontavano il problema della morte. Libri di medicina compresi”. Tuttavia la morte, che se ne frega dei libri di saggistica, testardamente continua a farci visita con una certa frequenza. Quando irrompe fastidiosamente nelle nostre giornate parrebbe inevitabile parlarne, ma abbiamo studiato una serie di procedure e riti per evitare di guardarla in faccia. In genere si dribbla l’inquietante domanda, straparlando del deceduto. Se si tratta di un personaggio famoso è tutto sopra le righe, tracima in chiacchiericcio, in retorica o in pettegolezzo. Nessuno prega. E nessuno accenna una riflessione. Eppure è chiaro che cosa fragile ed effimera sia la vita: sic transit gloria mundi…
Anche per Pavarotti è stato così. Celebrazioni, fiumi di inchiostro ore di televisione, dichiarazioni, discussioni, canonizzazioni. Ci si è messo pure il vescovo di Modena che ha trasformato l’antica Cattedrale in camera ardente come si fa per i papi o per i santi. E Romano Prodi è andato a fare l’orazione funebre. Tutti parlano. Nessuno sui giornali accenna una riflessione sul mistero della vita. Nessuno fa silenzio. Nessuno prega.
Padre Remo Sartori, che ha dato l’estrema unzione a Pavarotti, ha raccontato ieri che negli ultimi mesi il maestro lo cercò: “Mi contattò a Pasqua. Sapeva di essere malato, e sentiva la necessità di un conforto spirituale”. Così si è avvicinato di più a Dio: “in lui c'era una fede di fondo sulla quale non nutriva dubbi”.
Quando sorella morte si fa annunciare dalla malattia e dalla sofferenza all’inizio ci sentiamo ingiustamente bersagliati dalla sorte, ma alla fine per tanti si rivela una grazia, un tempo di misericordia. Don Giussani diceva: “Dio chiede una più particolare partecipazione alla Croce per la redenzione del male del mondo. Dio desidera la purificazione dei nostri peccati. E il digiuno e la disciplina che non pratichiamo volontariamente, il Signore misericordioso ce li fa vivere attraverso questi dolori e queste privazioni. Ma lo scopo più grande di tali avvenimenti è di richiamarci, soprattutto nei momenti di lotta vertiginosa, che Lui solo è il Vero, Lui solo è la speranza”.

A me è capitato, solo pochi mesi fa, di vivere la malattia e la morte di mio padre pregando proprio con la voce di Pavarotti (che è stato un dono di Dio per tutti). Mio padre era in ospedale, ormai in rianimazione. Stava morendo. E per qualche giorno, andando a trovarlo, ascoltavo in auto una struggente canzone di Eric Clapton che questo artista cantò proprio con Pavarotti al “Pavarotti and friends for war child”. Era una preghiera alla Madonna.
Accenno (traducendole) le parole di “Holy Mother”, ma l’emozione dei suoni di Clapton e della voce di Pavarotti è indescrivibile. Le prime strofe cantate dalla voce malinconica di Clapton dicevano: “Madre Santa, dove sei?/ Stanotte sono a pezzi/ Ho visto le stelle cadere dal cielo/ Madre Santa, non posso trattenermi dal piangere./ Oh, stavolta ho bisogno del tuo aiuto/ Fai che finisca questa notte di solitudine/ Dimmi per favore per quale via andare/ per ritrovare me stesso di nuovo./ Madre Santa ascolta la mia preghiera/ In qualche modo so che ci sei sempre/ Manda un po’ di pace al mio cuore/ toglimi questa angoscia./
Poi Clapton ripeteva “I can’t wait”, non posso più aspettare a lungo, non farti attendere ancora. Qui entrava la voce travolgente di Pavarotti: “Madre Santa ascolta il mio pianto/ io ho imprecato il tuo nome migliaia di volte/ ho sentito la rabbia attraversarmi l’anima/ ma ora ho bisogno della tua mano da poter afferrare./ Oh sento che la fine sta arrivando/ le mie gambe non correranno più a lungo/ Tu sai che in questa notte io preferirei essere tra le tue braccia”. E il finale, dolcissimo: “Quando le mie mani non suoneranno più/ la mia voce ci sarà ancora, ma io svanirò/ Madre Santa, allora io sarò/ disteso, in salvo tra le tue braccia”.
Alla fine questo solo conta: di poter essere perdonati e abbracciati. Per questo la cosa più importante, secondo me, è morire in pace con Dio. Il resto è nulla. Siamo tutti ombre che passano in pochi istanti sul teatro del mondo. Come l’erba dei campi è la nostra vita: in un giorno dissecca. L’unica chiave per entrare nella vita vera, quella che dura per sempre, è affidarsi alla misericordia di Dio. E la Chiesa è la grande fontana della Misericordia. Tutti lo avvertiamo, per questo tanti (anche personalità note come laiche) alla fine si riavvicinano ai sacramenti.

La cosa più confortante per tutti noi è ascoltare quello che un giorno Gesù disse alla mistica polacca santa Faustina Kowalska (recentemente canonizzata). La citazione è lunga (mi scuserete), ma vale la pena: “Desidero che i miei Sacerdoti annunzino questa mia grande misericordia per le anime peccatrici. Il peccatore non tema di avvicinarsi a Me. Anche se l’anima fosse come un cadavere in piena putrefazione, se umanamente non ci fosse più rimedio, non è così davanti a Dio. Le fiamme della misericordia mi consumano, desidero effonderla sulle anime degli uomini. Io sono tutto amore e misericordia. Un’anima che ha fiducia in Me è felice, perché Io stesso mi prendo cura di lei. Nessun peccatore, fosse pure un abisso di abiezione, mai esaurirà la mia misericordia, poiché più vi si attinge più aumenta. Figlia mia, non cessare di annunziare la mia misericordia, facendo questo darai refrigerio al mio Cuore consumato da fiamme di compassione per i peccatori. Quanto dolorosamente mi ferisce la mancanza di fiducia nella mia bontà! Per punire ho tutta l’eternità, adesso invece prolungo il tempo della misericordia per loro. Anche se i suoi peccati fossero neri come la notte, rivolgendosi alla mia misericordia, il peccatore mi glorifica e onora la mia Passione. Nell’ora della sua morte Io lo difenderò come la stessa mia gloria. Quando un’anima esalta la mia bontà, Satana trema davanti ad essa e fugge fin nel profondo dell’inferno. Il mio cuore soffre perché anche le anime consacrate ignorano la mia Misericordia e mi trattano con diffidenza. Quanto mi feriscono! Se non credete alle Mie parole, credete almeno alle Mie piaghe!”

Antonio Socci, Libero, 9 settembre 2007

Thursday, September 27, 2007

C'è una casta anche nella Chiesa

Ma chi comanda in Vaticano? Benedetto XVI è forse stato esautorato di fatto? O è clamorosamente boicottato? Più di un sospetto viene davanti all’ultimo “giallo” (ce ne sono altri precedenti) che ha segnalato – trionfalisticamente – sul Corriere della sera di ieri Alberto Melloni, capofila dei cattoprogressisti martiniani.

Parlando del Motu proprio del Papa che restituisce libertà di celebrare la Messa col rito tradizionale, provvedimento a cui il Papa tiene tantissimo, al punto da averne fatto un pilastro del suo pontificato, Melloni rivela che, sebbene sia entrato formalmente in vigore il 14 settembre scorso, qualcuno ha preso la “saggia decisione di tenere ancora a bagno maria” il decreto, non facendolo pubblicare negli “Acta Apostolicae Sedis” ovvero “l’organo che dà vigore ai provvedimenti papali”.
E’ una rivelazione clamorosa: c’è qualcuno in Vaticano che conta più del Papa e provvede a sabotare nella sostanza ciò che il Papa decide e firma? In quale altro modo si può spiegare il caso? Incidenti simili erano già capitati nei mesi scorsi, anche per l’enciclica di Benedetto XVI che infatti uscì con cospicuo ritardo sui tempi annunciati. Ma questo è il più clamoroso ed ha un grave valore simbolico. Anche se adesso faranno un qualche rattoppo. Cosa sta accadendo Oltretevere?

Il professor Giuseppe De Rita, che conosce bene gli ambienti di Curia, in un’intervista recente al Corriere della sera, dichiarò che il Papa “scrive libri e dà l’idea di aver deciso di non comandare”, mentre altri hanno “la tentazione di farlo”. Ora, è vero che il papa teologo mostra qualche difficoltà nel governare la Chiesa e, per esempio, ha fatto nomine pessime. Ma è impossibile che abbia rinunciato a fare il Papa. Il fatto è che Benedetto XVI è praticamente solo nel Palazzo apostolico e la barca di Pietro è sballottata qua e là dalle burocrazie clericali (sì, c’è una casta anche nella Chiesa). Che nelle logge vaticane questa sia la logica lo dimostrano anche le recenti nomine episcopali, quasi tutte di “martiniani”, quando proprio il cardinal Martini, oggi più apertamente che mai, contesta il magistero del Papa. L’ultimo episodio riguarda lo stesso Motu proprio che l’ex arcivescovo di Milano ha clamorosamente bocciato (dando la linea a molti vescovi italiani che si sono apertamente ribellati al Papa). Mentre le condizioni della Chiesa, anche in Italia, sono tragiche – come mostrano quotidianamente le cronache dei giornali – sembra che in Curia siano affaccendati solo in lotte di potere. Il Papa invece ha una percezione drammatica delle condizioni della Chiesa. Lo dimostra il grido che lanciò nella storica Via Crucis del 25 marzo 2005: “Quanta sporcizia c’è nella Chiesa, e proprio anche tra coloro che, nel sacerdozio, dovrebbero appartenere completamente a lui! Quanta superbia!”.

Ma quando, dove e come si è fatta pulizia dopo una così clamorosa denuncia? Il Papa da solo non può, ma anche lui prima o poi dovrà fare scelte coraggiose. Per non continuare come si è fatto per lungo tempo, quando si sono perseguitati i santi – come si è perseguitato Padre Pio, come si è perseguitato don Giussani – e si sono coperte le sporcizie che non si dovevano coprire. Ricordo il drammatico grido di don Giussani nella sua ultima intervista: “La Chiesa si è vergognata di Cristo”. Intendeva dire: gli uomini di Chiesa, che però non si sono vergognati della tremenda “sporcizia” denunciata da Ratzinger.

Non c’è solo la sporcizia morale, ma anche il mancato rispetto della dignità umana. Basti vedere in che condizioni è il Vaticano, unico stato europeo dove la dignità e i diritti della persona, che la Chiesa giustamente difende dovunque, sono carta straccia. La Curia può pure sprofondare, ma la Chiesa no e, grazie al Cielo, non sarà distrutta. Pio XII una volta disse a un personaggio, noto anticlericale, che se non erano riusciti i preti a distruggere la Chiesa, non ci sarebbero riusciti neanche loro. San Vincenzo de’ Paoli fu ancora più duro: “La Chiesa non ha nemici peggiori dei preti”. La storia in effetti fa riflettere. Basti considerare cosa hanno dovuto subire molti santi. Pio XII, parlando una volta di Padre Pio, disse: “Non dimenticate quante persone sono state proclamate sante, nonostante che il Santo Offizio le avesse colpite e condannate”.

Facile acclamare queste persone innocenti poi quando la Chiesa le canonizza. Era dovere difenderle prima, quando gli uomini di Chiesa li perseguitavano. Ma purtroppo nel mondo cattolico domina l’opportunismo, il servilismo e il clericalismo. Gli intellettuali, perlopiù, o sono succubi di ideologie nemiche o sono interessati solo a baciare la pantofola al prelato potente del momento.

L’unico uomo libero nei palazzi curiali, seppure solo, resta Joseph Ratzinger. L’unico non clericale. L’ho conosciuto circa venti anni fa, la prima volta che lo invitai a Siena per una conferenza. E lui – essendo già prefetto della Congregazione per la dottrina della fede – sorprese tutti tenendo una lezione sulla memorabile frase di Newman: “brindo al Papa, ma prima alla coscienza”.

Ben pochi infatti, fra i cattolici, conoscono l’autentica dottrina cattolica che, peraltro, è sottolineata anche nel Catechismo dove si cita una frase simile di Newman: “la coscienza è il primo dei vicari di Cristo”. Questo significa che i cattolici hanno il dovere di dire la verità, di riconoscerla anche quando fa male e di affermarla anche contrapponendosi a uomini di Chiesa. Quanto avrebbe da guadagnare la Chiesa dall’esistenza nel mondo cattolico di uomini liberi come erano nel Medioevo santa Caterina, Dante o Antonio da Padova, veri figli di Dio i quali sanno che non si serve Dio con la menzogna, con l’omertà e col servile vassallaggio di un certo clericalismo. Quanti fatti orrendi sarebbero stati evitati, risparmiando alla Chiesa la vergogna e l’onta.

Sentite quest’altra memorabile pagina. Vi sorprenderà perché è di Joseph Ratzinger: “Al di sopra del papa, come espressione della pretesa vincolante dell’autorità ecclesiastica, resta comunque la coscienza di ciascuno, che deve essere obbedita prima di ogni altra cosa, se necessario anche contro le richieste dell’autorità ecclesiastica. L’enfasi sull’individuo, a cui la coscienza si fa innanzi come supremo e ultimo tribunale, e che in ultima istanza è al di là di ogni pretesa da parte di gruppi sociali, compresa la Chiesa ufficiale, stabilisce inoltre un principio che si oppone al crescente totalitarismo”.

E’ straordinario che sia diventato Papa il teologo che ha scritto questa pagina. Ed è ovvio che in Curia il partito clericale tenti in ogni modo di isolare e sabotare questo straordinario “anticlericale”, nel senso in cui era anticlericale Gesù quando fulminava gli apostoli intenti a spartirsi i posti di potere. Gesù li zittì dicendo: “Voi sapete che i capi delle nazioni spadroneggiano e i grandi esercitano il potere sopra di esse. Ma non così dovrà essere tra voi; anzi chi tra voi vorrà essere il primo si faccia vostro schiavo; appunto come il Figlio dell'uomo il quale non è venuto per essere servito, ma per servire e dare la sua vita per la redenzione di molti” (Matt. 20, 25 28).

Infatti la speranza e la forza della Chiesa non sono quelli che hanno trasformato la Chiesa in un luogo di potere, ma quelli che seguono Gesù sulla croce. E’ ancora Joseph Ratzinger a sottolinearlo: “Le vie di Dio sono diverse: il suo successo è la croce…non è la Chiesa di chi ha avuto successo ad impressionarci, la Chiesa dei papi o dei signori del mondo, ma è la Chiesa dei sofferenti che ci porta e credere, è rimasta durevole, ci dà speranza. Essa è ancora oggi segno del fatto che Dio esiste e che l’uomo non è solo un fallimento, ma può essere salvato”.

Antonio Socci su Libero del 23/09/2007

Tuesday, September 25, 2007

Da padre Bossi alla preghiera di Gesù

Padre Bossi, il missionario cattolico recentemente sequestrato e liberato nelle Filippine, ha affermato (vado a memoria): “Nei giorni della mia prigionia, avevo grande difficoltà a pregare. Ero così sconvolto che non riuscivo a pensare ad altro che a quello che mi stava accadendo. Da questa esperienza ho capito il motivo dell’obiezione che, prima del sequestro, mi rivolgevano le persone malate o i loro parenti: «Non inviti alla preghiera, padre, perché chi è malato, sofferente, non ci riesce!»”.
Pur nella dovuta considerazione del dramma vissuto da padre Bossi, c’è da chiedersi: se pregare non riesce naturale di fronte ad un dolore, un pericolo, quando allora?
Mi sono ricordato di ciò che viene detto dei missionari cristiani in Mendicanti di luce, di Masterbee: “Sono persone eccezionali, di grande cuore. Tuttavia, tutti quelli che ho conosciuto pregavano molto poco”. Se questo è vero, le frasi sorprendenti di padre Bossi si possono spiegare con la disabitudine alla preghiera, ‘tipica’ dei missionari, o, alternativamente, con le parole che Gesù rivolge a Marta e Maria!

Da poco, beata ignoranza, ho conosciuto la “preghiera di Gesù”, gioiello della spiritualità cristiano ortodossa. Jean Lafrance afferma che questa preghiera – Signore Gesù Cristo Figlio di Dio abbi pietà di me peccatore, o, ancora più semplicemente, Kyrie Jesu Christe Eleison - è l’equivalente per l’Oriente cristiano del nostro Rosario. Per saperne di più, ho fatto un salto alla libreria delle Paoline alla ricerca dei Racconti di un pellegrino russo. Ho trovato, fra le altre, un’edizione del libro curata da Carlo Carretto, pubblicato da Cittadella Editrice. La presentazione scritta da quel grande apostolo contemporaneo è splendida. L’ho trovata in rete. Eccola qui.
Ho sempre fortemente desiderato far conoscere questi “Racconti di un pellegrino russo” ai miei fratelli italiani. Da quando questo libro mi capitò fra le mani, molti anni fa in edizione francese, sulle piste del Sahara, posso dire di averlo sempre portato con me. Fu uno dei libri-chiave che stanno bene nella sacca di un nomade quale ero io, sempre preoccupato di fare in fretta e di portare con me il minimo indispensabile.
Quante volte mi sono riletto queste pagine semplici come l’acqua e trasparenti come l’aria nei miei ritiri nel deserto. Soprattutto tornavo ad esse volentieri quando ero stanco di parole e povero di idee, cioè quando la mia vita diventava silenziosa e la mia anima assetata di quiete.
“Come un bambino in braccio a sua madre è in me l'anima mia” dice il salmo 130, ed è ciò che capita quando si cerca la contemplazione e si avverte per esperienza che tale attività dell’anima è frutto di amore e di semplicità più che di ragionamento e di forza. “Divenire bimbi in braccio alla madre”: ecco la più alta spiritualità dell’uomo sulla terra. Ma diventare bambini non è cosa facile per uomini minati di orgoglio come noi! Difatti Gesù, che se ne intendeva, ci ha chiaramente avvertiti in proposito: “Se non diventerete come bambini non entrerete nel regno dei cieli”. Direi che è una minaccia la sua: “Non entrerete...non entrerete...non entrerete!”.

So che non sarò creduto, ma non dubito di affermare che un inizio serio di vita spirituale incomincia quando l’uomo fa un autentico atto di umiltà, e sovente la propedeutica alla fede per la maggior parte degli uomini, o la maturazione di essa per altri, è bloccata, avvelenata, torturata, prolungata all’infinito dall’incapacità di divenire bambini e di buttarsi nelle braccia del mistero di Dio come un’anima di fanciullo.
Si vuol fare i furbi con Dio, e nessuna categoria di uomini è così detestata dal Vangelo. Si vuol porre delle condizioni all'Eterno all'Infinito, e l’Infinito e l’Eterno lasciano che il tempo ti distrugga.

Ecco perché ho amato e amo questo giovane pellegrino russo: perché ha il cuore di un fanciullo e non pone condizioni al suo Dio. E Dio gli ha insegnato a pregare. Dio l’ha accolto nella sua pace, nella sua gioia, nonostante una povertà spaventosa e una sofferenza senza limiti. E certo - e lui non lo sa - è giunto al termine del cammino della preghiera: è diventato una preghiera vivente. Vive la preghiera allo stato puro, in unione così totale con Dio da ricordare l’esperienza straordinaria del beato Labre, pellegrino per le strade che dalla Francia conducono ai santuari di Roma.
Purificato dalla prova, immerso nel bagno liberatore della povertà evangelica, distaccato dal sensibile, il giovane è divenuto un vuoto contenente lo Spirito di Dio, uno strumento musicale pronto e disponibile a una mano ultraterrena, capace di armonie celesti. Ed è giunto a tali altezze servendosi dei mezzi più poveri che si possano immaginare. Una sola frase ripetuta come nota continua e profonda, un’accettazione della realtà di ogni giorno come mistero della Provvidenza, una bibbia nella sacca con un po’ di pane duro.

Noi occidentali, che ci crediamo sperimentati nella teologia, sorridiamo di compatimento dinanzi ad una tecnica della preghiera così infantile, così meccanica, così poco intelligente! Forse non abbiamo sorriso davanti al rosario delle nostre nonne? Ma la realtà è che questo giovane ha transitato il muro dell’Invisibile, i nostri vecchi senza saperlo erano dei contemplativi, mentre noi, ricchi del nostro pensiero e della nostra sicurezza, minacciamo di morire di freddo siderale lontani dal sole dell’anima, Gesù. Perché fu proprio lui, Gesù, a dire in un momento di esaltazione spirituale: “Ti ringrazio, Padre, che hai nascosto queste cose ai saggi e ai prudenti e le hai rivelate ai piccoli” (Matteo 11, 25).
Ed è questa la prima cosa che dobbiamo ritenere nel metterci alla scuola della preghiera. Il Padre si rivela ai piccoli, il Padre si nasconde ai sapienti. Non è uno scherzo! Se vogliamo diventare conoscitori di Dio, intimi dell’Altissimo, dobbiamo farci bambini. Se ci teniamo alla rivelazione del suo volto, dobbiamo abituarci alla contemplazione estatica fatta con gli occhi della povertà e della semplicità del cuore.

Un’ultima cosa vorrei dire ai lettori dei ‘Racconti di un pellegrino russo’. Non impressionatevi della tecnica infantile, un po’ ...meccanica insegnata dallo starets al giovane pellegrino. E' più importante di quanto non possa sembrare a prima vista. Se praticate nella sua trasparenza di amore, può diventare, con una forza direi... “fisiologica”, il modo più rapido di abbandonarsi all'intimità con Dio e al ritmo del Cuore divino. Confesso di essermene servito largamente, specie per avviarmi alla preghiera di quiete. Me ne sono servito più largamente ancora quando le difficoltà di entrare nella preghiera erano dovute al lavoro pesante, ai troppi impegni, ai turbamenti del cuore e dello spirito. Mi sono sentito come cullato dal ritmo di questa preghiera litanica, e quindi aiutato come un bimbo ad addormentarsi nelle braccia di Dio. Non è poco per chi, come noi, nasce e vive con la convinzione di essere tutto, di fare tutto, di pensare tutto. Che è l’esatta convinzione di chi, pur dicendo di credere in Dio, non lascia alcuno spazio vitale al suo intervento in noi e nella storia.
Lasciare spazio a Dio, ridurre il nostro: ecco il segreto di tutto. Ma come è lungo il cammino per giungervi! Questi racconti possono aiutarci.

Tuesday, September 18, 2007

«Il Paese è spaesato» Ma un popolo c’è

La Chiesa suona le sue campane. Sono campane a martello. Ci sono i lupi, l'Italia è devastata. La gente deve stringersi a ciò che le è più caro: il bene che arriva dalla sua tradizione, il cristianesimo. Il disastro della situazione morale ha questo di buono: si capisce che il rimedio non può venire da «buone ideologie ma dalla bontà». Bella e nuova la formula usata dal presidente della Cei monsignor Angelo Bagnasco dinanzi ai trenta vescovi italiani del Consiglio permanente. Non ha detto una parola sull'Ici e sui presunti privilegi di oratori e parrocchie. Ha accusato lo Stato, ed implicitamente la classe politica, di aver lasciato che «il vincolo sociale sia sempre più friabile». Il fatto è che non riesce a stabilire un buon «legame con i cittadini». Perché i cittadini si sentono di appartenere a uno Stato quando esso è «promotore e garante del bene comune». Questo oggi non lo percepisce nessuno. «Il Paese è spaesato», dice Bagnasco e i vescovi assentono. «Il vuoto non si regge in piedi, l'Italia merita un amore più grande! Merita una responsabilità più grande!». Dopo aver gridato che la casa brucia, e bisogna rimediare, Bagnasco ha cambiato melodia, e ha fatto squillare la sua campana con qualche brivido di speranza. Per fortuna, ha detto, la fede in Italia dà ancora forma alle mente di una «maggioranza silenziosa». Da lì si può ripartire. Mentre dovunque, sui giornali e nelle sedi della politica, il dibattito sul grillismo è onnivoro, Bagnasco è l'unico leader di questo scalcinato Paese che ha il coraggio di non citare il comico, né per dirgli bravo né per prendere le distanze. Guarda la nostra realtà con una compassione senza rabbia. Anche lui, come il nuovo capopolo della piazza, ha residenza a Genova, una volta patria di cantautori ed oggi osservatorio sui mali e i beni della Penisola. Tra i due c'è una certa differenza di rango, come no? L'analisi è - come abbiamo visto - ugualmente dura sulla questione politica. Il successore di «don» Camillo Ruini rimprovera di non contrastare a sufficienza la criminalità. Di non fare abbastanza per la famiglia e specialmente per quelle monoreddito. Accusa l'assenza di un progetto per la casa, lasciando nell'abbandono le coppie che non hanno la possibilità di risolvere la questione della loro dimora. A questo proposito Bagnasco picchia un pugno anche sulla scrivania dei banchieri. Gli istituti di credito dovrebbero mettersi una mano sul cuore oltre che puntare al portafoglio dei clienti e ragionare in termini più equi riguardo a prestiti e mutui. Come rinascere però? La chiave di volta per costruire un edificio sociale più resistente alla disgregazione, Bagnasco la individua non in una rivolta ma «nella educazione». Il primo punto è «l'emergenza educativa». La dissoluzione morale non è una prerogativa soltanto dei politici. C'è «una crescente difficoltà che si incontra nel trasmettere alle nuove generazioni i valori-base dell'esistenza e di un retto comportamento. Una disamina che non lascia margini ad illusioni, considerata la società in cui viviamo, afflitta da uno strano "odio di sé", e considerata la cultura odierna che fa del relativismo il proprio credo, precludendosi in tal modo la possibilità di distinguere la verità e quindi di poterla perseguire». In questa incapacità a educare c'è la radice dei mali. Dice Bagnasco: «Come non leggere qui in filigrana le tante vicende di cronaca che hanno assediato la nostra estate, suscitando sgomento e sempre ulteriore allerta? Come non intravedere qui l'atteggiamento di resa che contrassegna tanta prassi sociale, in cui a prevalere sono il divismo, il divertimento spinto ad oltranza, i passatempi solo apparentemente innocui, il disimpegno nichilista e abbrutente la persona, giovane o adulta non importa, ché, tanto, verso il peggio le differenze si annullano?». La citazione è lunga ma permette di intravedere lo stile insieme antico e ratzingeriano di Bagnasco. Rispetto a Ruini c'è meno attenzione alla politica in senso stretto, e si preferisce indicare i criteri generali. Si risponde alle recenti polemiche culturali sull'impossibilità dei cattolici di essere buoni cittadini (ultimo l'intervento di Gustavo Zagrebelski) finché accettano il retaggio del Papa e della morale cattolica. Anzi, Bagnasco spiega che proprio di questa spinta cattolica, che allarga la ragione alle misure del trascendente, ha bisogno questo nostro tempo. Non ha paura di niente Bagnasco. Anche di aprire un forte contenzioso su aborto ed eutanasia. Si dirà che non c'è nulla di nuovo. Vero: la dottrina è quella. Ma l'annuncio è chiaro: sull'eutanasia il popolo e i politici cattolici sono chiamati a resistere e a dare forma ad un dissenso intelligente rispetto alla morale degli intellettuali. Dando voce alla «maggioranza silenziosa» che ancora adesso, sulla base di una saggezza che viene dai secoli, si appoggia ai «capisaldi della storia e della tradizione del nostro popolo». Interessante la difesa delle scuole professionali (un omaggio anche al salesiano cardinal segretario di Stato Bertone), e l'attacco a un mostro sacro del politicamente corretto, e cioè Amnesty International, che vorrebbe considerare l'aborto non sono plausibile, ma addirittura un diritto umano. Per chi ha nello statuto la difesa dei diritti umani è il colmo.

Renato Farina, Libero, 18 settembre 2007

I vescovi contro il Papa

I vescovi contro il latino. Ma l'obiettivo è il Papa,
di Antonio Socci, su Libero del 14 settembre 2007

Era il 1971 e il teologo Joseph Ratzinger - che pure era stato un uomo del Concilio - denunciò l'immane disastro "progressista" del post Concilio, indicando a chiare lettere la grave responsabilità di tanti vescovi: «In base a queste istanze (progressiste), anche a dei vescovi poteva sembrare "imperativo dell'attualità" e "inesorabile linea di tendenza", deridere i dogmi e addirittura lasciare intendere che l'esistenza di Dio non potesse darsi in alcun modo per certa. Per questo sono certo che si preparano per la Chiesa tempi molto difficili. La sua crisi vera e propria è solo appena cominciata». E infatti la crisi è divampata e a farla esplodere è stato innanzitutto l'attacco alla liturgia che della Chiesa è il cuore. Da cardinale tutore della fede, nel 1997, Ratzinger scriverà: «Sono convinto che la crisi ecclesiale in cui oggi ci troviamo, dipende in gran parte dal crollo della liturgia» (La mia vita, 1997).

LIBERTÀ RESTITUITA
E oggi, da Papa, egli regala alla Chiesa un giorno storico. Il 14 settembre infatti entra in vigore il Motu proprio con cui Benedetto XVI ha restituito ai fedeli la libertà di partecipare alla cosiddetta liturgia tridentina, la liturgia di sempre della Chiesa.
Attenzione: non è solo questione del latino (perché anche la riforma del 1969 ha la sua messa in latino). Né è questione che interessa solo i cosiddetti tradizionalisti. È molto di più: la notte dell'autodemolizione progressista e modernista della Chiesa sta finendo.
Un grande teologo come Von Balthasar - che Papa Wojtyla volle cardinale pur essendo anch'egli uomo del Concilio, scrisse: «Stranamente a causa di questa falsa interpretazione si ha la sensazione che la liturgia post-conciliare sia divenuta più clericale di quanto non fosse nei giorni in cui il sacerdote era un semplice servitore del mistero che veniva celebrato!». Da oggi ai cristiani viene finalmente restituita la libertà di pregare (e di credere) come la Chiesa dei loro padri e dei Santi ha pregato (e creduto) per 19 secoli. Una libertà loro sottratta da vescovi e chierici "progressisti" dispotici che prima hanno (arbitrariamente) presentato la riforma liturgica del 1969 come un'abolizione del rito tradizionale della Chiesa e poi hanno sabotato lo speciale indulto chiarificatore di Giovanni Paolo II del 84 e del 86.
Ora Benedetto XVI - preso atto del boicottaggio dei vescovi - ha ordinato loro di riconoscere i diritti dei fedeli. Un passo grandioso che porterà frutti sorprendenti alla Chiesa.

Ma, ancora una volta, diversi vescovi stanno cercando di disobbedire al Papa con la ribellione esplicita o con qualche trucco dialettico. A dare il la come al solito è stato il cardinal Martini che - ormai nei panni dell'Antipapa - ha tuonato che lui non avrebbe mai celebrato nel rito tradizionale per "quel senso di chiuso che emanava dall'insieme di quel tipo di vita cristiana così come allora lo si viveva". Così, forte del fallimento pastorale progressista (e del suo episcopato), Martini ha liquidato secoli di santità: la Chiesa dove sono fioriti i più grandi santi, da Caterina a Francesco, da Carlo Borromeo a Francesco Saverio e Teresina di Lisieux, da Massimiliano Kolbe a Padre Pio, darebbe «un senso di chiuso» rispetto alla chiesuola progressista, fatta - immagino - di cattocomunisti, ecumenisti scatenati e teologi della liberazione. La grandiosa liturgia cattolica per la quale geni come Mozart, Michelangelo e Caravaggio hanno creato capolavori darebbe un'idea di "chiuso" rispetto agli sciamannati schitarramenti postconciliari con i più indecenti abusi liturgici.
Ma subito a coda di Martini ha preso il coraggio del boicottaggio furbesco anche l'attuale vescovo di Milano Tettamanzi (scottato dal conclave del 2005 da cui voleva uscire Papa) e altri vescovi, tra i quali va citato quello di Pisa per la sua aperta opposizione al Papa (da monsignor Plotti aspetto ancora che mi spieghi il senso della Cattedrale a pagamento, come fosse un museo). Per avere un'idea di cosa sia la "chiesa progressista" bisogna leggere un articolo apparso l'altroieri su Repubblica. Parlava dei funerali dei bimbi rom, morti in un incendio a Livorno, celebrati dal pope ortodosso nella Cattedrale cattolica della città toscana. Monsignor Razzauto, amministratore diocesano con funzioni di vescovo, che ha concesso la cattedrale ha dichiarato: «Se, per motivi speciali, o per mancanza di spazio, ne avessero bisogno non avrei alcun problema a mettere a disposizione la Cattedrale anche agli islamici». Avete letto bene: la Cattedrale cattolica a disposizione per dei riti islamici. I commenti - teologici e canonici - li lascio alle autorità vaticane.

Vorrei sottolineare però che questo clero così ecumenico e aperto è lo stesso che poi, per decenni, ha negato le chiese ai fedeli cristiani per celebrare la Messa tradizionale.
In un'altra città toscana un vescovo ha negato la Cattedrale addirittura a un cardinale perché avrebbe celebrato, com'era sua facoltà, la Messa tridentina.

Nella ribellione dei vescovi c'è un'opposizione al Papa che viene da lontano.

Al Concilio don Giuseppe Dossetti, passato dalla politica italiana alle smanie riformatrici della Chiesa, provò a dimostrare che il vescovo ha il potere di giurisdizione con l'ordinazione stessa, a prescindere dal fatto che lo riceva dal Papa. Se questa idea fosse stata accolta la Chiesa Cattolica si poteva trasformare in chiesa episcopaliana col Papa ridotto a coordinatore. Invece fu bocciata e Dossetti fu rimosso da Paolo VI. Ma i vescovi progressisti non hanno mai rinunciato alle loro pretese. Paolo VI, negli ultimi anni, era diventato una voce che grida nel deserto. L'allora patriarca di Venezia Albino Luciani fu tra i pochi che cercò di opporsi alla dissoluzione: «Sarebbe ora di affermare coraggiosamente che voler essere col Papa non è deteriore complesso di inferiorità, ma frutto dello Spirito Santo». Con Wojtyla il papato ritrovò vigore.

SCHIAVI DEL POTERE
Ma ricordo l'ottimo don Divo Barsotti che in un'intervista del 1985 mi diceva: «C'è un grande pericolo, il disgregamento dell'unica Chiesa di Cristo. I viaggi del Papa, secondo me, esprimono questa drammatica preoccupazione. Il papato negli anni recenti era stato umiliato e isolato. Nessuno voleva più sentir parlare del Papa, soprattutto i vescovi...». E poi aggiungeva: «Ancora non si è superato questo dramma. Ci sono ancora vescovi che resistono al Papa». Giustamente Barsotti sottolineava che il vescovo ha diritto di essere seguito dai fedeli, ma se è in comunione col Papa. Altrimenti fa una sua chiesuola. Lealtà vorrebbe che un vescovo in disaccordo col Papa si dimettesse. Ma di rinunciare al loro potere clericale non vogliono sentirne parlare. Anzi, purtroppo continuano tuttora a essere nominati vescovi di area "progressista" che promettono di continuare questa deriva. Perché la burocrazia clericale è ancora in loro potere. Cosa temono dalla libertà? Perché vogliono impedire al popolo cristiano di pregare come la Chiesa ha pregato per due millenni? Perché nella Chiesa "lex orandi, lex credendi". La Liturgia esprime la dottrina cattolica ortodossa ed è la vera fede che affascina e attrae. Mentre la loro stagione è quella del passato, quella - come denunciò il cardinal Ratzinger - dove i cristiani erano «portati qua e là da qualsiasi vento di dottrina». In quel memorabile discorso di apertura del Conclave, Ratzinger aggiungeva, amaramente: «Quanti venti di dottrina abbiamo conosciuto in questi ultimi decenni, quante correnti ideologiche, quante mode del pensiero... La piccola barca del pensiero di molti cristiani è stata non di rado agitata da queste onde, gettata da un estremo all'altro». Benedetto XVI ora cerca invece di ancorarla alla roccia della tradizione ortodossa. E anche se il "partito clericale" gli ha dichiarato guerra, ha con sé il popolo cristiano.