Adriano Sofri mi ha fatto riflettere. Sabato sulla Repubblica e sul Foglio ha messo in discussione, con argomenti seri, la mozione del Pdl approvata in Parlamento sul “fine vita” (a proposito della legge in discussione sul cosiddetto “testamento biologico”). Può uno Stato disporre “la nutrizione dei suoi sudditi umani”? O ancora: “riuscite a immaginare che qualcuno, a voi maggiorenni e capaci di intendere, venga a intimare di mangiare e bere?”. Questa domanda già posta da Gad Lerner, da Emma Bonino e da Pier Luigi Bersani, secondo Sofri, non ha avuto risposta. In effetti anche a me è sembrato di non sentire risposte totalmente esaurienti. E’ sensato allora, in vista della legge (contro cui già si annuncia un referendum), continuare a difendere un principio simile che sembra ledere la libertà personale e, a prima vista, pure il buon senso?
Pare di no. Sennonché lo stesso Sofri indica intanto un’eccezione: l’ “alimentazione forzata” si può disporre solo “in casi di accertata necessità psichiatrica… come sa chi fa i conti con la tragedia dell’anoressia nervosa”. E’ vero. Ma perché allora non potrebbe valere lo stesso, poniamo, per una persona malata di Alzheimer? Ci sono casi in cui questi malati rifiutano anche le medicine: ebbene, i familiari che premurosamente inseriscono le rifiutate pasticche nel cibo per curare i propri cari commettono reato? Si badi bene, è sacrosanto il diritto di rifiuto delle cure, ma in casi come questo? O per i minori? La vita concreta è più problematica dell’astrazione giuridica.
Torniamo al cibo. Nella concretezza quanti sono coloro che rifiutano alimentazione e idratazione? Casomai una persona gravemente ammalata e molto sofferente che vuole farla finita potrà arrivare a chiedere l’eutanasia, ma non credo che chieda la cessazione di alimentazione e idratazione perché ciò da solo non rappresenterebbe certo la fine delle sofferenze. Anzi.
Allora sembra una questione solo ideologica che non ha riscontri nella pratica e che si solleva solo perché non si osa proporre l’eutanasia. Peraltro anche le richieste di eutanasia (cioè l’idea di una morte veloce e indolore che metta fine alle sofferenze) sono pochissime fra i malati terminali, contrariamente a quanto si pensa, perché le cure palliative che cancellano il dolore (insieme al soccorso dell’amore umano) spesso danno ai pazienti molta forza per affrontare il decorso della malattia.
Mi accosto in punta di piedi a questi drammi ben conoscendo la mia personale fragilità di fronte alla malattia e al dolore fisico, davanti al quale – senza l’aiuto del Cielo – mi smarrirei completamente. Quindi propongo queste considerazioni con umiltà, assoluto rispetto e comprensione verso chi pensa diversamente. Rispetto reciproco che talora nella vicenda recente non si è avuto (per inciso, io trovo ammirevole la dignità con cui il signor Englaro ha difeso la figlia dalla spettacolarizzazione del dolore anche rifiutando la proposta di un fotografo di ritrarre il suo volto sofferente).
Torniamo alla legge. Secondo Sofri se uno non può più fare della propria vita ciò che vuole, si configura all’orizzonte il profilo mostruoso dello “Stato etico” che ci obbliga pure a mangiare. C’è di che riflettere. E’ un timore serio. Tuttavia constato che i veri “stati etici” del Novecento (i totalitarismi), hanno sempre legiferato contro la vita umana. E noto che il principio per cui il bene della vita è indisponibile anche a se stessi è da sempre uno dei principi della nostra laica legislazione democratica (non è affatto un’idea clericale che oggi verrebbe “imposta” dalla Chiesa).
E’ per questo che lo Stato democratico e repubblicano mi obbliga, per esempio, a mettere le cinture di sicurezza quando salgo in macchina o a indossare il casco se vado in moto o nel caso in cui lavori come muratore in un cantiere. Cioè non mi dà la libertà di farmi del male. Chi pensa che ognuno deve poter disporre della sua vita a piacimento, doveva insorgere anche per queste norme che invece ha condiviso.
Si dirà che lo Stato impone tali norme di sicurezza per risparmiare sull’eventuale costo di cure mediche e assistenza. Ma la risposta non convince e appare francamente meschina. Anzitutto perché il principio di libertà, se è affermato come assoluto, prevale sull’obiettivo di limitazione della spesa (altrimenti, per la stessa ragione economica, si potrebbero abolire le elezioni e pure il Parlamento), in secondo luogo perché spesso con incidenti di auto o sul lavoro si provoca la propria morte (quindi non c’è problema di assistenza), in terzo luogo perché in tante regioni ben poche sono le spese di assistenza che si accolla l’ente pubblico, in quarto luogo se quella economica fosse stata la ragione di tali norme, si sarebbe potuto, più fondatamente, riconoscere il diritto alle cure pagate dal sistema pubblico solo laddove si sono osservate le regole di sicurezza.
Ma invece la legge qua impone “sic et simpliciter” l’obbligo della cintura e del casco, cioè ci impone di proteggere la nostra vita. Se ne deduce che per la nostra laica legislazione la vita umana è indisponibile anche a se stessi, tanto è vero che un cittadino che riesce a scongiurare un suicidio, che io sappia, non viene incriminato per violenza privata. Ma anzi è ritenuto un benemerito.
Non solo. Lo Stato impone varie altre cose – come l’istruzione obbligatoria dei nostri figli – che di per sé rappresentano un costo per la comunità. Così si tutela il nostro bene anche contro la nostra volontà. Sarà discutibile quanto volete, ma questa è la filosofia del nostro sistema costituzionale e repubblicano.
Al punto che l’Italia – su idea dei Radicali - si è fatta promotrice della moratoria internazionale per la pena di morte, in base al principio dell’intangibilità assoluta della vita umana (anche la vita dei criminali), e non mi risulta sia stata prevista l’eccezione in cui un condannato – per desiderio di espiazione – chieda lui stesso di subire la condanna a morte. Vi parrà una fattispecie astratta, inesistente nella pratica (se non nei romanzi di Dostoevskij), ma, fino a prova contraria, si può ritenere astratto pure il rifiuto lucido e consapevole di alimentazione e idratazione.
Tutto questo fa pensare che il principio dell’indisponibilità assoluta della vita umana sia un principio laico, della nostra legislazione, non della Chiesa. Chè, anzi, nella dottrina cattolica la vita biologica non è affatto un bene assoluto. La salute dell’anima è più importante della salute fisica, tanto quanto la vita eterna vale più della vita terrena. Infatti la Bibbia proclama: “La Tua Grazia vale più della vita” (Salmo 62).
Non a caso padre Kolbe ha donato la sua stessa vita per amore di Dio e del prossimo e così è stato fatto santo e ha conquistato la vita eterna. Non a caso Gesù ci mette in guardia dall’assolutizzare i beni terreni con queste parole: “chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà. Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?” (Mc 8,35-36).
La Chiesa in questi anni ha accentuato il richiamo al rispetto della vita umana, come bene sacro e inviolabile, per le tragedie storiche che nel Novecento hanno portato a una tremenda sua svalorizzazione. La Chiesa così si oppone alle ideologie. Ma il cardine dell’annuncio cristiano – che forse a volte viene dimenticato – è anzitutto (e deve essere sempre) la salvezza dell’anima e la vita eterna. Il male assoluto, per la Chiesa, è il rifiuto di Cristo (il peccato), non la morte fisica. E il bene supremo non è la vita terrena, ma la salvezza dell’anima e la conseguente risurrezione del corpo che finalmente non sarà più sottoposto alla malattia, al dolore e alla morte. Allora “la carezza del Nazareno” – come dice l’Apocalisse – “tergerà ogni lacrima dai nostri occhi” e avremo l’eterna giovinezza e una felicità inimmaginabile, che non passa.
Antonio Socci
Da “Libero”15 febbraio 2009
Wednesday, February 18, 2009
Tuesday, February 17, 2009
Caso Englaro: conflitto culturale e conflitto politico
Nel blog di un amico ho lasciato recentemente il commento che segue.Credo che il protagonista di questa storia, così come di tutte quelle similari, cambi a seconda della prospettiva.Poco fa, brucando nella newsletter di Alleanza cattolica, mi sono imbattuto in un articolo di Marco Invernizzi, che ripropongo subito sotto. È una risposta alla domanda finale che ponevo nel commento citato.
Dal punto di vista di chi non scommette su Dio, sul Dio di Gesù Cristo intendo, il protagonista è il dolore e il suo senso. Dal punto di vista di chi scommette su Cristo, il protagonista è l’amore, anzi l’Amore di Dio per ciascuno di noi, nonostante il dolore.
Se io non sono cristiano, non voglio altro che farla finita con la sofferenza (fisica, psicologica o morale) e coloro che vorrebbero “salvarmi”, convincermi che sto sbagliando, convincermi che il dolore non esaurisce il mistero dell'esistenza, parlano turco.
Se sono cristiano e ho capito qualcosa del significato della croce, non posso che affidarmi a Lui, e per quanto la situazione sia dura, non mi resta che pregarLo ogni giorno di “farmi amare” la croce. La sofferenza finirà prima o poi e farà posto alla resurrezione: lo ha promesso Lui e quindi mi fido della sua parola.
Il fatto è che la fede non è solo un dono di Dio per tutti, ma è anche un atto di volontà da compiere ogni giorno. Se è dura per i credenti aver fede, non dobbiamo scandalizzarci se qualcuno “vuol” essere ateo. A chi non “vuol” credere, io cristiano non posso imporre la salvezza promessa da Cristo. Da cristiani, si può solo affidare alla misericordia di Dio colui che, per mancanza di fede, decide di farla finita a motivo di un grande dolore.
Non conosco le convinzioni religiose del padre di Eluana [supponevo fosse ateo, ma non ne ero del tutto certo al momento in cui scrivevo. NdA], ma capisco quando dice che non ce la fa più a sopportare il dolore di una figlia in quelle condizioni.
Solo una cosa mi lascia perplesso del suo atteggiamento: se le suore sono disposte a continuare a prendersi cura di sua figlia, perché lui non si tira indietro? perché non lascia che siano altri ad amare sua figlia nel silenzio, così come nel silenzio sua figlia è da anni?
Il caso Eluana Englaro
Roma, 16 febbraio 2009. Una nota di Marco Invernizzi.
Quale può essere il motivo che ha spinto Beppino Englaro a portare al centro dell'attenzione del Paese il caso drammatico di sua figlia? Che cosa lo ha sostenuto, dal gennaio del 1992, nella costante e credo logorante battaglia per ottenere che sua figlia potesse essere uccisa, ma con l'autorizzazione e attraverso le strutture dello Stato?
Il caso Eluana e il conflitto culturale
Sull'onda emotiva che ha coinvolto tutti nelle ultime settimane si può essere tentati di dare una risposta immediata, tagliente, senza alcuna sfumatura. L'assenza dei genitori di Eluana al funerale religioso ha ulteriormente sconcertato. Tuttavia la prudenza ci invita a giudicare i fatti, soprattutto quelli epocali, e a fermarsi di fronte alle intenzioni, che solo Dio conosce.
Un fatto certo e ribadito dai protagonisti è che il padre di Eluana ha avuto in questi anni alcuni consiglieri che non hanno nascosto lo scopo dell'azione che li ha spinti ad arrivare al punto in cui si è giunti con il trasferimento nella struttura di Udine, dove le è stata tolta l'alimentazione e l'idratazione per portarla alla morte, sopraggiunta lunedì 9 febbraio. Uno di questi consiglieri, Maurizio Mori, docente di bioetica a Torino e presidente di un'associazione che raduna i membri del gruppo che ha affiancato Beppino Englaro in questi anni, lo ha scritto in maniera esplicita: "[…] il caso di Eluana è importante per il suo significato simbolico. Da questo punto di vista è l'analogo del caso creatosi con la breccia di Porta Pia attraverso cui il 20 settembre 1870 i bersaglieri entrarono nella Roma papalina. Come Porta Pia è importante non tanto come azione militare quanto come atto simbolico che ha posto fine al potere temporale dei papi e alla concezione sacrale del potere politico, così il caso Eluana apre una breccia che pone fine al potere (medico e religioso) sui corpi delle persone e (soprattutto) alla concezione sacrale della vita umana. Sospendere l'alimentazione e l'idratazione artificiali implica abbattere una concezione dell'umanità e cambiare l'idea di vita e di morte ricevuta dalla tradizione millenaria che affonda le radici nell'ippocratismo e anche prima nella visione dell'homo religiosus, per affermarne una nuova da costruire" (Il caso Eluana Englaro. La "Porta Pia" del vitalismo ippocratico ovvero perché è moralmente giusto sospendere ogni intervento, Pendragon, Bologna 2009, pp. 11-12).
Se chi consiglia di tacere di fronte al dolore, reale o presunto, suscitato dalla morte drammatica di Eluana avesse la pazienza di leggere e riflettere su queste parole, smetterebbe di dare consigli buonisti e sciocchi. La battaglia che si è combattuta sul corpo della povera donna di Lecco aveva fin dall'inizio lo scopo di portare alla legalizzazione dell'eutanasia e, di più, al radicale cambiamento culturale sopra descritto dalle parole di Mori, un cambiamento inerente all'etica medica e al senso comune, nella prospettiva dell'ideologia relativista. E il padre di Eluana è stato il primo a volere che questo accadesse, come dimostra il libro di Mori e quello dello stesso Beppino (con Elena Nave, Eluana la libertà e la vita, Rizzoli, Milano 2008).
Quindi bisogna prendere atto che siamo di fronte a una svolta importante nella vita pubblica del nostro Paese: Eluana è stata uccisa da un decreto della magistratura italiana e in Parlamento è in discussione una legge sul fine vita che non porterà immediatamente alla legalizzazione dell'eutanasia, ma che potrebbe essere o una ferma opposizione alla "dolce morte" oppure una iniziale deriva verso di essa attraverso l'approvazione di quella cosa ambigua che è il testamento biologico.
Quindi bisogna parlare, ossia bisogna prepararsi, capire che cosa stanno facendo i nemici della vita, contrastare le loro argomentazioni, non sottovalutandone l'astuzia. E abituare le persone ad accogliere il principio di realtà, la vita cioè e le sue modalità, anche quando questa vita prevede la sofferenza e il dolore.
D'altra parte non è difficile comprendere la portata e le conseguenze di quanto è accaduto. Attorno al caso Eluana è emersa una importante domanda e sono scoppiati significativi conflitti culturali e politici.
Quale è il rapporto fra la legge naturale e quella positiva, fra la realtà di una donna accudita e amata da suore meravigliose e il sogno ideologico di un gruppo che ritiene la vita disponibile quando la sua qualità viene ritenuta inadeguata?
Il conflitto politico
Io credo che il governo italiano abbia dimostrato un coraggio grande nel fare di tutto per salvare Eluana anche a costo di andare allo scontro istituzionale con il Presidente della Repubblica. Peraltro era difficile non vedere l'urgenza nella richiesta del governo nel caso specifico, quando a Eluana avevano già cominciato a togliere acqua e cibo; eppure anche questo atteggiamento del Quirinale è passato sulla stampa quasi senza critiche, come se fosse normale.
Scoppiato il conflitto istituzionale, esso ha raggiunto la Costituzione e così abbiamo assistito al paradosso di un omicidio decretato da un organo del potere giudiziario, mentre il capo del governo veniva linciato sui media perché aveva osato dire che la Costituzione non è intoccabile. Quando scriveranno la storia, se saranno onesti, dovranno pur dire che nelle stesse ore, in Italia, all'inizio del 2009, una disabile veniva condotta alla morte "legale" mentre il presidente del Consiglio che aveva cercato di salvarla veniva condotto a un "macello mediatico" senza precedenti.
Quello che è successo non è un piccolo episodio di routine. Teniamolo vivo, raccontandolo. Soprattutto stiamo attenti a quello che sta accadendo in Parlamento, convinti che è in corso una tappa importante della guerra per "cambiare l'idea di vita e di morte ricevuta dalla tradizione millenaria". Una tradizione che ha impiegato secoli per entrare nella coscienza degli uomini e che può essere estirpata nel giro di pochi anni.
Thursday, February 05, 2009
Amare questa Chiesa infangata ...
Che spettacolo. Ogni giorno valanghe di fango, da quei cannoni che sono i mass media e i potenti di questo mondo, contro la Chiesa. Ogni giorno oltraggi, calunnie, dileggi. E lei, bella, dolce, inerme, indifesa che subisce cercando – come una madre premurosa – di proteggere i suoi figli più piccoli dallo scandalo continuo. Come si fa a non amare questa Chiesa, così vulnerabile, indifesa, così umanamente povera da rendere evidentissimo che è sorretta dalla presenza formidabile di un Altro. Altrimenti mai avrebbe potuto arrivare al XX secolo e abbracciare il mondo intero e continuare a far innamorare tanti cuori di quel volto. Del Salvatore.
Lei, la Chiesa di Cristo, la Santa Chiesa, che ha subito fin dalla sua nascita le più feroci persecuzioni e che nel XX secolo ha dovuto sopportare il più oceanico macello della sua storia (45 milioni di credenti che hanno perduto la vita, in modo diretto o indiretto a causa della loro fede: dati provenienti da Oxford non dal Vaticano), lei che è stata perseguitata a tutte le latitudini, sotto tutti i regimi (da quello della Cina dei Boxers di inizio secolo, a quello massonico messicano, da quelli comunisti a quelli nazisti e fascisti fino a quelli pagani e a quelli islamici), lei che ha subìto il primo genocidio del Novecento, quello degli armeni. Ma non interessano a nessuno i morti cristiani, le suore rapite, i missionari uccisi i cristiani cacciati da tanti Paesi. E’ forse interessato a qualcuno il lungo genocidio consumatosi a Timor Est o quello ventennale del Sudan ad opera del regime jihadista contro i cristiani del Sud, con due milioni di morti, quattro milioni di profughi e centinaia di migliaia di donne e bambini catturati e venduti come schiavi al Nord? A nessuno. Se ne accorse il New York Times nel 1998.
Ma Gesù lo aveva detto: “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”, “hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”, “diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”, vi trascineranno davanti ai loro tribunali, vi tortureranno, vi metteranno a morte. Infatti non ci si è accontentati di macellare i cristiani: li si vuole anche infangati, disonorati. Anche quando loro – vittime di tutte le ideologie totalitarie – si sono presi cura, pressoché da soli, di altre vittime come i loro fratelli ebrei, anche quando il Papa Pio XII con migliaia di preti e suore, a rischio della loro stessa vita (vedi padre Kolbe), minacciati loro stessi di morte, hanno salvato centinaia di migliaia di poveri ebrei braccati da quell’ideologia pagana che già faceva strage di cattolici polacchi, anche dopo questa immensa e commovente impresa – che dopo la guerra fece sgorgare i più sinceri ringraziamenti dei maggiori esponenti del mondo ebraico e dei tanti salvati (anche esponenti politici avversi alla Chiesa) – anche dopo un evento del genere in cui la Chiesa pressoché da sola (come scrisse Albert Einstein) si oppose al Satana pagano hitleriano, anche dopo ciò alla Chiesa tocca l’onta dell’accusa di razzismo, ideologia biologista che è l’esatto opposto del cattolicesimo e che è nata proprio in odio al cristianesimo…
Ma questa sembra essere la sua sorte: la stessa di Gesù. L’odio del mondo. La mano assassina non è arrivata a colpire perfino il Papa stesso in piazza San Pietro? E già sul suo predecessore, Pio XII, non gravava un progetto di deportazione da parte dei nazisti? E un altro predecessore non era stato già deportato, 150 anni prima, da Napoleone?
Del resto perfino nella democrazie – se proprio non vogliamo ricordare il bagno di sangue cristiano che fu la Rivoluzione francese o le feroci persecuzioni della conquista piemontese (più di 60 vescovi italiani arrestati o esiliati, migliaia di frati e suore cacciati dai loro conventi e la Chiesa espropriata di tutto) – perfino nelle democrazie, dicevo, la Chiesa è odiata, perseguitata.
C’è qualcuno che ricordi come nella Inghilterra madre della democrazia (quella che proprio dalla Chiesa aveva imparato da democrazia con la Magna Charta) oggi, a 500 anni dalla svolta anglicana (imposta da un re tiranno) è ancora proibito a un cattolico diventare cancelliere? Blair ha dovuto aspettare, a dare la notizia della sua conversione, di aver perduto la carica. Pensate se vigesse un’analoga proibizione – che so – per gli atei o gli ebrei, o gli islamici…
E perfino negli Usa si è dovuto aspettare duecento anni perché un cattolico, nel 1960, diventasse presidente americano. E quante rassicurazioni dovette dare Kennedy, attaccato proprio in quanto cattolico che – come tale – non doveva andare alla Casa Bianca (in ogni caso fece subito una brutta fine e nessun cattolico più ci è tornato).
Ma, si sa, è proibito guardare la storia per quello che è. Sempre e solo sul banco degli accusati devono stare i cattolici. Ciononostante la Chiesa non fa mai vittimismo, non polemizza, non si perde in discussioni e controversie. Addirittura per volere di quel grandissimo Papa che è stato Giovanni Paolo II, che pure aveva provato sulla sua pelle sia la persecuzione nazista, che quella comunista e infine le pallottole di Ali Agca, arrivò quel gesto inaudito, stupendo che fu il grande “mea culpa” dell’Anno Santo: dalla Chiesa di Roma, che avrebbe avuto tutti i titoli, alla fine del Novecento, per puntare il dito su tutti i poteri e le ideologie del mondo che l’avevano straziata, venne questo struggente atto di umiltà, perché il mondo sapesse, capisse, che ai cristiani non interessa rivendicare meriti, né interessa aver ragione, ma – riconoscendosi peccatori, ultimi fra gli uomini e veramente indegni del dono che hanno avuto da Dio – a loro interessa solo indicare quel volto bellissimo che ci salva, in cui Dio si è fatto carne ed è venuto a salvarci.
Con il cui amore (cantato attraverso duemila anni di bellezza dagli artisti cristiani) hanno insegnato all’umanità a prendersi cura dei sofferenti, dei derelitti, coprendo il mondo di opere di carità e di ospedali. E ancora oggi, come sempre, la Chiesa quasi da sola, sentendo tutti gli uomini come suoi figli (anche coloro che la odiano), premurosamente fa sentire la sua voce contro l’immane massacro delle vite più indifese e innocenti (un miliardo in 40 anni), contro le risorgenti ideologie della morte, contro l’orrore della fame, dell’industria della guerra, contro l’odio che dilania i cuori e il mondo, contro tutte le violenze.
Ma ancora una volta la Chiesa è per questo vilipesa, oltraggiata, infangata, derisa (ora accusata falsamente di tacere, ora accusata dagli stessi di parlare: sempre in ogni caso odiata). Che spettacolo! Come si fa a non accorgersi che è veramente una cosa dell’altro mondo in questo mondo. E’ divina. Così la considerò uno dei suoi persecutori, arrivato alla fine della vita, nell’esilio di Sant’Elena, Napoleone Bonaparte: “Tra il cristianesimo e qualsiasi altra religione c’è la distanza dell’infinito. Conosco gli uomini e vi dico che Gesù non è (solo) un uomo…”.
I pensieri del Bonaparte, riportati in “Conversazioni religiose” (Editori riuniti), sono di questo tenore: “Tutto di Gesù mi sorprende. Il suo spirito mi supera e la sua volontà mi confonde. Tra lui e qualsiasi altra persona al mondo non c’è possibilità di paragone. E’ veramente un essere a parte... E’ un mistero insondabile… Cerco invano nella storia qualcuno simile a Gesù Cristo o qualcuno che comunque si avvicini al Vangelo… Nel suo caso tutto è straordinario…. Anche gli empi non hanno mai osato negare la sublimità del Vangelo che ispira loro una specie di venerazione obbligata! Che gioia procura questo libro!”. “Dal primo giorno fino all’ultimo, egli è lo stesso, sempre lo stesso, maestoso e semplice, infinitamente severo e infinitamente dolce… Che parli o che agisca, Gesù è luminoso, immutabile, impassibile…”. “Gesù è il solo che abbia osato tanto. E’ il solo che abbia detto chiaramente e affermato senza esitazione egli stesso di sé: io sono Dio…”.
Napoleone constata il suo potere divino nei fatti storici: “Voi parlate di Cesare e di Alessandro, delle loro conquiste e dell’entusiasmo che seppero suscitare nel cuore dei soldati” osservava Napoleone “ma quanti anni è durato l’impero di Cesare? Per quanto tempo si è mantenuto l’entusiasmo dei soldati di Alessandro?”.
Invece per Cristo “è stata una guerra, un lungo combattimento durato trecento anni, cominciato dagli apostoli e proseguito dai loro successori e dall’onda delle generazioni cristiane. Dopo san Pietro i trentadue vescovi di Roma che gli sono succeduti sulla cattedra hanno, come lui, subito il martirio. Durante i tre secoli successivi, la cattedra romana fu un patibolo che procurava sicuramente la morte a chi vi veniva chiamato… In questa guerra tutti i re e tutte le forze della terra si trovano da una parte, mentre dall’altra non vedo nessun esercito, ma una misteriosa energia, alcuni uomini sparpagliati qua e là nelle varie parti del globo e che non avevano altro segno di fratellanza che una fede comune nel mistero della Croce… Potete concepire un morto che fa delle conquiste con un esercito fedele e del tutto devoto alla sua memoria? Potete concepire un fantasma che ha soldati senza paga, senza speranza per questo mondo e che ispira loro la perseveranza e la sopportazione di ogni genere di privazione?... Questa è la storia dell’invasione e della conquista del mondo da parte del cristianesimo… I popoli passano, i troni crollano e la chiesa rimane! Quale è, dunque, la forza che mantiene in piedi questa chiesa, assalita dall’oceano furioso della collera e dell’odio del mondo? Qual è il braccio, dopo diciotto secoli, che l’ha difesa dalle tante tempeste che hanno minacciato di inghiottirla?”
Antonio Socci
(Libero, 3 febbraio 2009)
Lei, la Chiesa di Cristo, la Santa Chiesa, che ha subito fin dalla sua nascita le più feroci persecuzioni e che nel XX secolo ha dovuto sopportare il più oceanico macello della sua storia (45 milioni di credenti che hanno perduto la vita, in modo diretto o indiretto a causa della loro fede: dati provenienti da Oxford non dal Vaticano), lei che è stata perseguitata a tutte le latitudini, sotto tutti i regimi (da quello della Cina dei Boxers di inizio secolo, a quello massonico messicano, da quelli comunisti a quelli nazisti e fascisti fino a quelli pagani e a quelli islamici), lei che ha subìto il primo genocidio del Novecento, quello degli armeni. Ma non interessano a nessuno i morti cristiani, le suore rapite, i missionari uccisi i cristiani cacciati da tanti Paesi. E’ forse interessato a qualcuno il lungo genocidio consumatosi a Timor Est o quello ventennale del Sudan ad opera del regime jihadista contro i cristiani del Sud, con due milioni di morti, quattro milioni di profughi e centinaia di migliaia di donne e bambini catturati e venduti come schiavi al Nord? A nessuno. Se ne accorse il New York Times nel 1998.
Ma Gesù lo aveva detto: “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”, “hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”, “diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”, vi trascineranno davanti ai loro tribunali, vi tortureranno, vi metteranno a morte. Infatti non ci si è accontentati di macellare i cristiani: li si vuole anche infangati, disonorati. Anche quando loro – vittime di tutte le ideologie totalitarie – si sono presi cura, pressoché da soli, di altre vittime come i loro fratelli ebrei, anche quando il Papa Pio XII con migliaia di preti e suore, a rischio della loro stessa vita (vedi padre Kolbe), minacciati loro stessi di morte, hanno salvato centinaia di migliaia di poveri ebrei braccati da quell’ideologia pagana che già faceva strage di cattolici polacchi, anche dopo questa immensa e commovente impresa – che dopo la guerra fece sgorgare i più sinceri ringraziamenti dei maggiori esponenti del mondo ebraico e dei tanti salvati (anche esponenti politici avversi alla Chiesa) – anche dopo un evento del genere in cui la Chiesa pressoché da sola (come scrisse Albert Einstein) si oppose al Satana pagano hitleriano, anche dopo ciò alla Chiesa tocca l’onta dell’accusa di razzismo, ideologia biologista che è l’esatto opposto del cattolicesimo e che è nata proprio in odio al cristianesimo…
Ma questa sembra essere la sua sorte: la stessa di Gesù. L’odio del mondo. La mano assassina non è arrivata a colpire perfino il Papa stesso in piazza San Pietro? E già sul suo predecessore, Pio XII, non gravava un progetto di deportazione da parte dei nazisti? E un altro predecessore non era stato già deportato, 150 anni prima, da Napoleone?
Del resto perfino nella democrazie – se proprio non vogliamo ricordare il bagno di sangue cristiano che fu la Rivoluzione francese o le feroci persecuzioni della conquista piemontese (più di 60 vescovi italiani arrestati o esiliati, migliaia di frati e suore cacciati dai loro conventi e la Chiesa espropriata di tutto) – perfino nelle democrazie, dicevo, la Chiesa è odiata, perseguitata.
C’è qualcuno che ricordi come nella Inghilterra madre della democrazia (quella che proprio dalla Chiesa aveva imparato da democrazia con la Magna Charta) oggi, a 500 anni dalla svolta anglicana (imposta da un re tiranno) è ancora proibito a un cattolico diventare cancelliere? Blair ha dovuto aspettare, a dare la notizia della sua conversione, di aver perduto la carica. Pensate se vigesse un’analoga proibizione – che so – per gli atei o gli ebrei, o gli islamici…
E perfino negli Usa si è dovuto aspettare duecento anni perché un cattolico, nel 1960, diventasse presidente americano. E quante rassicurazioni dovette dare Kennedy, attaccato proprio in quanto cattolico che – come tale – non doveva andare alla Casa Bianca (in ogni caso fece subito una brutta fine e nessun cattolico più ci è tornato).
Ma, si sa, è proibito guardare la storia per quello che è. Sempre e solo sul banco degli accusati devono stare i cattolici. Ciononostante la Chiesa non fa mai vittimismo, non polemizza, non si perde in discussioni e controversie. Addirittura per volere di quel grandissimo Papa che è stato Giovanni Paolo II, che pure aveva provato sulla sua pelle sia la persecuzione nazista, che quella comunista e infine le pallottole di Ali Agca, arrivò quel gesto inaudito, stupendo che fu il grande “mea culpa” dell’Anno Santo: dalla Chiesa di Roma, che avrebbe avuto tutti i titoli, alla fine del Novecento, per puntare il dito su tutti i poteri e le ideologie del mondo che l’avevano straziata, venne questo struggente atto di umiltà, perché il mondo sapesse, capisse, che ai cristiani non interessa rivendicare meriti, né interessa aver ragione, ma – riconoscendosi peccatori, ultimi fra gli uomini e veramente indegni del dono che hanno avuto da Dio – a loro interessa solo indicare quel volto bellissimo che ci salva, in cui Dio si è fatto carne ed è venuto a salvarci.
Con il cui amore (cantato attraverso duemila anni di bellezza dagli artisti cristiani) hanno insegnato all’umanità a prendersi cura dei sofferenti, dei derelitti, coprendo il mondo di opere di carità e di ospedali. E ancora oggi, come sempre, la Chiesa quasi da sola, sentendo tutti gli uomini come suoi figli (anche coloro che la odiano), premurosamente fa sentire la sua voce contro l’immane massacro delle vite più indifese e innocenti (un miliardo in 40 anni), contro le risorgenti ideologie della morte, contro l’orrore della fame, dell’industria della guerra, contro l’odio che dilania i cuori e il mondo, contro tutte le violenze.
Ma ancora una volta la Chiesa è per questo vilipesa, oltraggiata, infangata, derisa (ora accusata falsamente di tacere, ora accusata dagli stessi di parlare: sempre in ogni caso odiata). Che spettacolo! Come si fa a non accorgersi che è veramente una cosa dell’altro mondo in questo mondo. E’ divina. Così la considerò uno dei suoi persecutori, arrivato alla fine della vita, nell’esilio di Sant’Elena, Napoleone Bonaparte: “Tra il cristianesimo e qualsiasi altra religione c’è la distanza dell’infinito. Conosco gli uomini e vi dico che Gesù non è (solo) un uomo…”.
I pensieri del Bonaparte, riportati in “Conversazioni religiose” (Editori riuniti), sono di questo tenore: “Tutto di Gesù mi sorprende. Il suo spirito mi supera e la sua volontà mi confonde. Tra lui e qualsiasi altra persona al mondo non c’è possibilità di paragone. E’ veramente un essere a parte... E’ un mistero insondabile… Cerco invano nella storia qualcuno simile a Gesù Cristo o qualcuno che comunque si avvicini al Vangelo… Nel suo caso tutto è straordinario…. Anche gli empi non hanno mai osato negare la sublimità del Vangelo che ispira loro una specie di venerazione obbligata! Che gioia procura questo libro!”. “Dal primo giorno fino all’ultimo, egli è lo stesso, sempre lo stesso, maestoso e semplice, infinitamente severo e infinitamente dolce… Che parli o che agisca, Gesù è luminoso, immutabile, impassibile…”. “Gesù è il solo che abbia osato tanto. E’ il solo che abbia detto chiaramente e affermato senza esitazione egli stesso di sé: io sono Dio…”.
Napoleone constata il suo potere divino nei fatti storici: “Voi parlate di Cesare e di Alessandro, delle loro conquiste e dell’entusiasmo che seppero suscitare nel cuore dei soldati” osservava Napoleone “ma quanti anni è durato l’impero di Cesare? Per quanto tempo si è mantenuto l’entusiasmo dei soldati di Alessandro?”.
Invece per Cristo “è stata una guerra, un lungo combattimento durato trecento anni, cominciato dagli apostoli e proseguito dai loro successori e dall’onda delle generazioni cristiane. Dopo san Pietro i trentadue vescovi di Roma che gli sono succeduti sulla cattedra hanno, come lui, subito il martirio. Durante i tre secoli successivi, la cattedra romana fu un patibolo che procurava sicuramente la morte a chi vi veniva chiamato… In questa guerra tutti i re e tutte le forze della terra si trovano da una parte, mentre dall’altra non vedo nessun esercito, ma una misteriosa energia, alcuni uomini sparpagliati qua e là nelle varie parti del globo e che non avevano altro segno di fratellanza che una fede comune nel mistero della Croce… Potete concepire un morto che fa delle conquiste con un esercito fedele e del tutto devoto alla sua memoria? Potete concepire un fantasma che ha soldati senza paga, senza speranza per questo mondo e che ispira loro la perseveranza e la sopportazione di ogni genere di privazione?... Questa è la storia dell’invasione e della conquista del mondo da parte del cristianesimo… I popoli passano, i troni crollano e la chiesa rimane! Quale è, dunque, la forza che mantiene in piedi questa chiesa, assalita dall’oceano furioso della collera e dell’odio del mondo? Qual è il braccio, dopo diciotto secoli, che l’ha difesa dalle tante tempeste che hanno minacciato di inghiottirla?”
Antonio Socci
(Libero, 3 febbraio 2009)
Sunday, January 25, 2009
Quella cosa dell'altro mondo che sono ... i cristiani
UN VENTENNE DI FRONTE ALLA MORTE E QUELLA COSA DELL’ALTRO MONDO CHE SONO…I CRISTIANI
“Le scrivo perché anche oggi entrando a scuola abbiamo respirato un’aria di morte”. Comincia così la lettera che mi ha scritto Marco, 19 anni, di Firenze. “Stanotte una ragazza che frequentava il terzo anno è morta dopo una notte di coma irreversibile. La sera prima stava andando in discoteca, era in macchina con altri ragazzi (…) la macchina si è schiantata contro un albero. La nostra scuola era già stata protagonista di grandi fatti di morte: tre anni fa, una ragazza che frequentava l’ultimo anno si è suicidata gettandosi da una finestra del terzo piano.
Può immaginare il clima che abbiamo respirato nei giorni e mesi seguenti... Oggi abbiamo rivissuto quel momento: le facce meste dei professori, i visi persi nel vuoto degli alunni, l’assenza fisica o psicologica dei suoi amici più cari e dei parenti”. Marco è uno studente che frequenta l’ultimo anno di liceo. Fin qui la sua è solo una cronaca consueta, descrive ciò che accade quando la morte visita le nostre giornate e specialmente un luogo di giovinezza come una scuola. Capita che – dopo lo choc di qualche giorno – gli adulti si affrettino a richiudere quella finestra spalancata sull’immenso, sul mistero dell’esistenza, per fingere che la vita sia solo il consueto teatrino in cui ci trasciniamo tristemente a recitare una parte assegnata. Ma i giovani non distolgono facilmente lo sguardo dal Mistero.
Infatti è il seguito di questa lettera che più mi ha colpito e commosso. Marco è un avventuriero, assetato di verità e di una felicità che non svanisce in un istante, dunque continua: “Il Signore sta parlando alla mia generazione e lo sta facendo con forza. Ci sta parlando attraverso la sofferenza più estrema, attraverso la morte. Non molto tempo fa altri ragazzi sono morti o rimasti gravemente feriti a causa di incidenti stradali e la loro storia si è dovuta intrecciare obbligatoriamente con la nostra fede di Cristiani. Sto scoprendo sempre di più che questo mondo non può darci niente. Non può darci amicizie vere perché la parola d’ordine del mondo è ‘essere’ e se non sei nessuno o non appari, rimarrai sempre solo. Non può darti la felicità perché non dura più di 30 secondi. Non può darti la consolazione perché la sera quando arrivi a dormire ti ritrovi solo; solo coi tuoi problemi insormontabili, solo perché i tuoi genitori si stanno separando, solo perché nessuno ti ama. Non pensa anche lei che per noi Cristiani sia pronta una nuova missione, cioè quella di ricominciare una nuova evangelizzazione?”.
Mi ha colpito leggere queste parole nella lettera di un diciannovenne, di un ragazzo normalissimo, ma che non si fa addomesticare dall’industria del rincoglionimento. Evidentemente Marco ha visto e sperimentato qualcosa di così bello e così grande che non si dissolve davanti al soffio di sorella morte. Questa parola, “evangelizzazione”, indica infatti un volto e un nome, Gesù, che stupisce e commuove, che sui giovani specialmente esercita un fascino più potente perfino della desolazione della morte. E parla al loro cuore assetato di vita, di felicità, di amore.
Marco continua: “Tanti Santi hanno viaggiato in tutto il mondo per annunciare Cristo Risorto, ma forse per il nostro tempo è necessario partire, non dall’Africa o dall’Asia, ma da casa nostra, dalla nostra via, dalla nostra parrocchia. E’ necessario far conoscere alla mia generazione che c’è un Dio che li ama, che è arrivato a morire per ognuno di noi, ma che è Risorto e ha distrutto la Morte. Posso assicurarle che queste persone stanno aspettando solo noi. Per grazia divina, i miei genitori sono entrati a far parte del Cammino-Neocatecumenale più di trent’anni fa e questo ha permesso che crescessimo nella fede. Personalmente questo Cammino mi ha permesso di scoprire un Dio che mi ama non per i miei meriti, ma per come sono, soprattutto per i miei peccati, e che vuole solamente curarmi, vuole mostrarmi il suo amore. Nella nostra parrocchia ci siamo ritrovati davanti a tante morti umanamente assurde, ma paradossalmente le famiglie implicate in queste morti hanno risposto con l’Amore… ”.
E a questo punto Marco inizia un resoconto sconvolgente di vita quotidiana. In un mondo disperato, dove i media hanno attenzione solo alle misure delle ospiti del Grande Fratello esistono uomini e donne con una certezza e un amore più forti della morte.
“Più di otto anni fa il mio amico Niccolò è morto per un tumore al cervelletto. Ha potuto concludere solo le scuole elementari e non ha conosciuto l’età più bella della vita. Nonostante tutte queste assurdità, ciò che mi ha sempre colpito di lui era il sorriso che portava con sé arrivando al catechismo, anche dopo aver fatto la terapia. Dalla sua morte, il nostro gruppo di catechismo ha ricevuto la grazia di restare unito fino ad oggi ed è un vero miracolo, pensando a dove possono essere adesso tanti miei amici. Il suo funerale fu una festa indescrivibile; uno dei suoi fratellini era così eccitato che, quando abbiamo accompagnato il suo corpo al cimitero si è messo a gridare ingenuamente di volerlo raggiungere per poter giocare ancora con lui. Quel funerale colpì tutti i presenti, perché non si era detto Addio a nessuno, si era salutato un fratello che avremmo rivisto. Per la fede dei suoi genitori e per la bellezza e la gioia di quel funerale molte persone si sono interrogate profondamente e forse lo fanno ancora oggi. Quello che colpisce sempre le persone è che i funerali nella mia parrocchia sembrano matrimoni: i canti sono tutti gioiosi e la bara è posta sopra il fonte battesimale, che si trova a terra, perché simboleggia il passaggio dalle acque della morte alla vita nuova. Più recentemente, un ragazzo, Jonatan, è morto cadendo di motorino; una cosa che non posso dimenticare è il volto di sua madre che ci invitava a stare allegri, perché Jonatan era andato in Paradiso. Sul sagrato, un suo amico mi disse che non era meravigliato della risposta di questa madre alla morte del figlio. Mi disse: ‘Loro sono religiosi’. Queste morti sono state per me una dura prova perché mi hanno diviso da tanti affetti, mi hanno messo davanti al fatto che non siamo eterni, che possiamo e dobbiamo morire. Ma ho scoperto che questa morte è stata vinta da Cristo. Egli ha vinto le mie morti. Io sono certo di questo, ma vorrei che questa buona notizia arrivasse a tutti i miei amici, a tutti i miei coetanei che forse non sanno dare un senso alla loro vita; io però sono uno solo e non posso raggiungerli tutti. Chiedo quindi aiuto alla Madre Chiesa, in cui confido perché ho sperimentato che è davvero madre, che mi dona il perdono e che davvero da essa passa la mia salvezza”.
Marco mi scrive il suo accorato appello alle parrocchie della sua città (come rispondono sacerdoti e vescovi?), le invita ad aprirsi ai movimenti “perché so che è difficile vivere da Cristiani senza una piccola comunità che ti aiuta, che ti ascolta, che ti corregge, in cui sperimenti il perdono, in cui c’è Cristo… Esorto tutte le parrocchie fiorentine ad aprire le porte a Cristo in queste nuove forme, perché i giovani sono per strada a drogarsi, a bere, senza genitori, senza Amore. La loro vita non ha un senso e noi che siamo il sale del mondo abbiamo il dovere di annunciare loro che Cristo li ama e che possono cominciare a sorridere, possono smettere di fingere, possono piangere senza paura di essere giudicati ‘deboli’, possono scoprire amicizie vere fondate sull’Amore di Cristo. Questi ragazzi hanno il diritto di sapere che rivedranno i loro amici in Paradiso e che non c’è morte che possa dividerci, c’è solo Cristo che ci unisce all’altro”.
Non è una cosa dell’altro mondo? Don Giussani diceva che il cristianesimo “è letteralmente una cosa dell’altro mondo in questo mondo”. In effetti il Paradiso inizia già qui, come il sorriso che si apre nelle lacrime e alla fine prende il sopravvento. Come il sole quando spalanca le nuvole e illumina le ultime gocce di pioggia portando finalmente l’azzurro.
Antonio Socci
Da “Libero” 21 gennaio 2009
“Le scrivo perché anche oggi entrando a scuola abbiamo respirato un’aria di morte”. Comincia così la lettera che mi ha scritto Marco, 19 anni, di Firenze. “Stanotte una ragazza che frequentava il terzo anno è morta dopo una notte di coma irreversibile. La sera prima stava andando in discoteca, era in macchina con altri ragazzi (…) la macchina si è schiantata contro un albero. La nostra scuola era già stata protagonista di grandi fatti di morte: tre anni fa, una ragazza che frequentava l’ultimo anno si è suicidata gettandosi da una finestra del terzo piano.
Può immaginare il clima che abbiamo respirato nei giorni e mesi seguenti... Oggi abbiamo rivissuto quel momento: le facce meste dei professori, i visi persi nel vuoto degli alunni, l’assenza fisica o psicologica dei suoi amici più cari e dei parenti”. Marco è uno studente che frequenta l’ultimo anno di liceo. Fin qui la sua è solo una cronaca consueta, descrive ciò che accade quando la morte visita le nostre giornate e specialmente un luogo di giovinezza come una scuola. Capita che – dopo lo choc di qualche giorno – gli adulti si affrettino a richiudere quella finestra spalancata sull’immenso, sul mistero dell’esistenza, per fingere che la vita sia solo il consueto teatrino in cui ci trasciniamo tristemente a recitare una parte assegnata. Ma i giovani non distolgono facilmente lo sguardo dal Mistero.
Infatti è il seguito di questa lettera che più mi ha colpito e commosso. Marco è un avventuriero, assetato di verità e di una felicità che non svanisce in un istante, dunque continua: “Il Signore sta parlando alla mia generazione e lo sta facendo con forza. Ci sta parlando attraverso la sofferenza più estrema, attraverso la morte. Non molto tempo fa altri ragazzi sono morti o rimasti gravemente feriti a causa di incidenti stradali e la loro storia si è dovuta intrecciare obbligatoriamente con la nostra fede di Cristiani. Sto scoprendo sempre di più che questo mondo non può darci niente. Non può darci amicizie vere perché la parola d’ordine del mondo è ‘essere’ e se non sei nessuno o non appari, rimarrai sempre solo. Non può darti la felicità perché non dura più di 30 secondi. Non può darti la consolazione perché la sera quando arrivi a dormire ti ritrovi solo; solo coi tuoi problemi insormontabili, solo perché i tuoi genitori si stanno separando, solo perché nessuno ti ama. Non pensa anche lei che per noi Cristiani sia pronta una nuova missione, cioè quella di ricominciare una nuova evangelizzazione?”.
Mi ha colpito leggere queste parole nella lettera di un diciannovenne, di un ragazzo normalissimo, ma che non si fa addomesticare dall’industria del rincoglionimento. Evidentemente Marco ha visto e sperimentato qualcosa di così bello e così grande che non si dissolve davanti al soffio di sorella morte. Questa parola, “evangelizzazione”, indica infatti un volto e un nome, Gesù, che stupisce e commuove, che sui giovani specialmente esercita un fascino più potente perfino della desolazione della morte. E parla al loro cuore assetato di vita, di felicità, di amore.
Marco continua: “Tanti Santi hanno viaggiato in tutto il mondo per annunciare Cristo Risorto, ma forse per il nostro tempo è necessario partire, non dall’Africa o dall’Asia, ma da casa nostra, dalla nostra via, dalla nostra parrocchia. E’ necessario far conoscere alla mia generazione che c’è un Dio che li ama, che è arrivato a morire per ognuno di noi, ma che è Risorto e ha distrutto la Morte. Posso assicurarle che queste persone stanno aspettando solo noi. Per grazia divina, i miei genitori sono entrati a far parte del Cammino-Neocatecumenale più di trent’anni fa e questo ha permesso che crescessimo nella fede. Personalmente questo Cammino mi ha permesso di scoprire un Dio che mi ama non per i miei meriti, ma per come sono, soprattutto per i miei peccati, e che vuole solamente curarmi, vuole mostrarmi il suo amore. Nella nostra parrocchia ci siamo ritrovati davanti a tante morti umanamente assurde, ma paradossalmente le famiglie implicate in queste morti hanno risposto con l’Amore… ”.
E a questo punto Marco inizia un resoconto sconvolgente di vita quotidiana. In un mondo disperato, dove i media hanno attenzione solo alle misure delle ospiti del Grande Fratello esistono uomini e donne con una certezza e un amore più forti della morte.
“Più di otto anni fa il mio amico Niccolò è morto per un tumore al cervelletto. Ha potuto concludere solo le scuole elementari e non ha conosciuto l’età più bella della vita. Nonostante tutte queste assurdità, ciò che mi ha sempre colpito di lui era il sorriso che portava con sé arrivando al catechismo, anche dopo aver fatto la terapia. Dalla sua morte, il nostro gruppo di catechismo ha ricevuto la grazia di restare unito fino ad oggi ed è un vero miracolo, pensando a dove possono essere adesso tanti miei amici. Il suo funerale fu una festa indescrivibile; uno dei suoi fratellini era così eccitato che, quando abbiamo accompagnato il suo corpo al cimitero si è messo a gridare ingenuamente di volerlo raggiungere per poter giocare ancora con lui. Quel funerale colpì tutti i presenti, perché non si era detto Addio a nessuno, si era salutato un fratello che avremmo rivisto. Per la fede dei suoi genitori e per la bellezza e la gioia di quel funerale molte persone si sono interrogate profondamente e forse lo fanno ancora oggi. Quello che colpisce sempre le persone è che i funerali nella mia parrocchia sembrano matrimoni: i canti sono tutti gioiosi e la bara è posta sopra il fonte battesimale, che si trova a terra, perché simboleggia il passaggio dalle acque della morte alla vita nuova. Più recentemente, un ragazzo, Jonatan, è morto cadendo di motorino; una cosa che non posso dimenticare è il volto di sua madre che ci invitava a stare allegri, perché Jonatan era andato in Paradiso. Sul sagrato, un suo amico mi disse che non era meravigliato della risposta di questa madre alla morte del figlio. Mi disse: ‘Loro sono religiosi’. Queste morti sono state per me una dura prova perché mi hanno diviso da tanti affetti, mi hanno messo davanti al fatto che non siamo eterni, che possiamo e dobbiamo morire. Ma ho scoperto che questa morte è stata vinta da Cristo. Egli ha vinto le mie morti. Io sono certo di questo, ma vorrei che questa buona notizia arrivasse a tutti i miei amici, a tutti i miei coetanei che forse non sanno dare un senso alla loro vita; io però sono uno solo e non posso raggiungerli tutti. Chiedo quindi aiuto alla Madre Chiesa, in cui confido perché ho sperimentato che è davvero madre, che mi dona il perdono e che davvero da essa passa la mia salvezza”.
Marco mi scrive il suo accorato appello alle parrocchie della sua città (come rispondono sacerdoti e vescovi?), le invita ad aprirsi ai movimenti “perché so che è difficile vivere da Cristiani senza una piccola comunità che ti aiuta, che ti ascolta, che ti corregge, in cui sperimenti il perdono, in cui c’è Cristo… Esorto tutte le parrocchie fiorentine ad aprire le porte a Cristo in queste nuove forme, perché i giovani sono per strada a drogarsi, a bere, senza genitori, senza Amore. La loro vita non ha un senso e noi che siamo il sale del mondo abbiamo il dovere di annunciare loro che Cristo li ama e che possono cominciare a sorridere, possono smettere di fingere, possono piangere senza paura di essere giudicati ‘deboli’, possono scoprire amicizie vere fondate sull’Amore di Cristo. Questi ragazzi hanno il diritto di sapere che rivedranno i loro amici in Paradiso e che non c’è morte che possa dividerci, c’è solo Cristo che ci unisce all’altro”.
Non è una cosa dell’altro mondo? Don Giussani diceva che il cristianesimo “è letteralmente una cosa dell’altro mondo in questo mondo”. In effetti il Paradiso inizia già qui, come il sorriso che si apre nelle lacrime e alla fine prende il sopravvento. Come il sole quando spalanca le nuvole e illumina le ultime gocce di pioggia portando finalmente l’azzurro.
Antonio Socci
Da “Libero” 21 gennaio 2009
Tuesday, January 13, 2009
2009, crollo del capitalismo?
Il 1989 segnò il crollo dell’Est comunista. Venti anni dopo, il 2009, vedrà il crollo dell’Occidente? Nouriel Roubini parla della “più grande bolla finanziaria e creditizia della storia”. E afferma senza indugio: “Il sistema finanziario del mondo ricco si sta dirigendo verso un crollo”. Non è solo un disastro finanziario, perché il Mercato è stato la moderna religione dell’Occidente: è anche un fallimento ideologico e morale.La tempesta è appena cominciata e non si sa quando e come ne usciremo. Personalmente consiglio di tener presenti due bussole per non smarrirvisi del tutto. Dirò dopo i loro nomi. Ma prima facciamo un passo indietro. Prima bisogna riconoscere l’enormità del fallimento dell’Occidente. Bisogna evitare di usare lo stesso paraocchi ideologico dei comunisti, che, incuranti delle smentite della storia, continuavano a professare il “dottrina marxista” come la scienza economica e sociale definitiva e infallibile. Certi liberisti puri e duri oggi sono egualmente dogmatici.
Il muro di Ostellino
Ieri, sul Corriere della sera, Piero Ostellino, commentando i recenti dati natalizi sul ribasso dei prezzi e il relativo aumento del potere d’acquisto delle famiglie, ne traeva questa singolare conclusione: “il mercato ha messo le cose a posto da solo. Non c’è stato bisogno dell’intervento della politica. Che avrebbe fatto danni. I prezzi sono scesi a causa della crisi economica”.
Non c’è stato bisogno dell’intervento della politica? Viene da chiedersi in che pianeta viva Ostellino. Forse non gli è giunta la notizia del più gigantesco intervento degli Stati nelle economie americane ed europee degli ultimi 50 anni, intervento che (solo) per ora che ha evitato la catastrofe finanziaria del mondo (facendoci trascorrere un Natale non tragico). Intervento tuttora in corso che molto altro dovrà fare.
Certo, bastava già tener presente la crisi del ’29 e quello che ne seguì per rendersi conto che lo Stato è un attore fondamentale dell’economia moderna. Forse la novità di oggi è che pure l’intervento pubblico potrebbe non bastare più. Il “rischio Argentina”, la bancarotta, è un fantasma che agita i sonni di tanti. In ogni caso per evitarlo o per limitare il disastro o per rinascere dalle macerie, bisogna disporre di un pensiero della crisi, capire l’errore e trovare una diversa strada.
I due avversari
Il crollo del comunismo del 1989 ebbe un’interpretazione ufficiale, tanto sbandierata quanto sbagliata. Fu il testo di Francis Fukuyama, “La fine della storia e l’ultimo uomo” (1992). Vi si proclamava l’Occidente democratico e capitalistico come universale approdo della storia del mondo. Il “trionfo dell’Occidente” che pretendeva di concludere idealmente la storia fu tradotto dagli Usa di Clinton con il “pensiero unico” del mercato e dell’uomo consumatore (il primato assoluto dell’economia ebbe la sua traduzione tecnocratica anche nell’Europa della moneta unica).
Al regno universale del mercato fu annessa anche la Cina (ufficialmente nel 1994 con l’ingresso nel WTO) e nacque quella che Giulio Tremonti ha chiamato la “Chimerica”, ovvero Cina più America. Con la new economy e con il sistema statunitense che continuava a indebitarsi per finanziare i consumi privati e la Cina che produceva per l’Occidente comprando il debito degli americani. Sono le premesse del collasso odierno.
Nel 2001 ci fu la prima smentita della storia: l’11 settembre, le “Torri gemelle”, così vicine a Wall Street. Cosa significava quel fatto lo aveva spiegato in anticipo Samuel Huntington nel suo “Lo scontro di civiltà” (1996). Huntington criticava il “nuovo ordine mondiale”, in polemica con Fukuyama, spiegando che non esiste solo il mercato e che la storia è fatta di diverse civiltà, culture, religioni e identità. Le quali non si fanno spazzar via dalla religione del produrre e consumare. Huntington ammonì che quella mercatista era una “illusione di armonia destinata ben presto a rivelarsi appunto tale”.
Infatti arrivò l’11 settembre 2001. Confermando l’analisi di Huntington che vedeva la cultura islamica fra le più refrattarie all’omologazione occidentale. Paradossalmente il testo di Huntington fu poi usato (suo malgrado) in chiave “neocon” come premessa ideologica del progetto di esportazione della democrazia, ovvero delle guerre di Bush. Che è stato un altro tentativo – fallito – di omologare il mondo al modello occidentale.
Finché è esplosa definitivamente la crisi del sistema americano. Ma perché siamo arrivati a questo? Dove abbiamo sbagliato? E’ inverosimile che ad accendere una luce siano coloro che hanno provocato la notte. Ma dov’è un intellettuale, un libro, un pensiero che può accendere una luce diversa nella notte?
Buttare Smith
Consiglio un profetico saggio di Joseph Ratzinger del 1985 che annunciava (con anni di anticipo) sia il crollo del comunismo che del capitalismo liberista. E li prevedeva provocati da uno stesso errore filosofico. Da una stessa ideologia. Il saggio sarà ripubblicato su “Communio” di gennaio 2009 e probabilmente rappresenta una premessa dell’annunciata enciclica a cui si dice abbia collaborato pure Giulio Tremonti (che ha citato questo testo di Ratzinger nella sua recente prolusione alla Cattolica di Milano). In sintesi Ratzinger punta il dito sull’idea “risalente a Adam Smith” che sta alla base del pensiero liberista e della rapacità e degli errori che hanno portato gli Usa al collasso. Per questa idea “il mercato è incompatibile con l’etica, giacché i componenti volontaristicamente ‘morali’ sono contrari alle regole del mercato e non farebbero altro che tagliar fuori dal mercato gli imprenditori ‘moraleggianti’. Per questo l’etica economica è stata considerata per molto tempo come un ‘ferro di legno’, perché nell’economia si deve guardare solo all’efficienza e non alla moralità. La logica interna del mercato ci dispenserebbe dalla necessità di dover fare affidamento sulla moralità più o meno grande del singolo soggetto economico, in quanto il corretto gioco delle regole del mercato garantirebbe al massimo il progresso e pure l’equità della distribuzione”. Sebbene si definisca “liberista”, obietta Ratzinger, questa filosofia, nella sua essenza, è “deterministica” perché presuppone che “il libero gioco delle forze di mercato spinga verso una sola direzione, cioè verso l’equilibrio fra offerta e domanda, verso l’efficienza economica e il progresso”, con lo “sconcertante presupposto” che “le leggi naturali del mercato sono essenzialmente buone e conducono necessariamente al bene, senza dipendere dalla moralità della singola persona”.
La realtà dice l’opposto e non solo con la crisi attuale, ma – già prima - con le grandi contraddizioni planetarie prodotte dall’economia capitalistica: la fame e la miseria di tre quarti dell’umanità, squilibri e tensioni sociali crescenti e gravissime devastazioni ambientali. Il marxismo, spiega Ratzinger, è un “determinismo” ancora più spinto, perciò più violento e fallimentare (“promette la totale liberazione come frutto di un determinismo”). Entrambi i casi si basano sull’utopia ideologica di un meccanismo così perfetto – come diceva Eliot – da rendere inutile all’uomo essere buono. Invece, spiega Peter Koslowski, “l’economia non è retta solo dalle leggi economiche, ma è guidata dagli uomini”.
L’eliminazione del “fattore uomo” nel marxismo è stata radicale. Nel liberismo più sfumata, ma simile e alla fine il profitto come regola a se stesso ha prodotto il disastro. Occorre qualcosa che stia sopra al profitto e sopra al meccanismo della produzione. Ma qua la crisi planetaria si intreccia con la scelta individuale, con ciò che rende personalmente “buono” l’essere umano. Quindi con Dio. Tremonti nel suo libro “La paura e la speranza” ha il merito di averlo intuito. E di aderire all’appello della Chiesa – davanti a questa grande crisi di civiltà - di un radicale ripensamento delle nostre scelte individuali e collettive, di un’autocritica e di una grande conversione.
Antonio Socci da “Libero”, 4 gennaio 2009
Monday, January 05, 2009
Gesù Cristo tra redenzione e rivelazione
Non so se il ragionamento che segue sia corretto. Lo metto comunque in comune.Se i nostri progenitori non avessero trasmesso a tutta l’umanità la macchia del peccato originale, il Verbo di Dio sarebbe venuto lo stesso ad abitare in mezzo a noi?
La Redenzione dell’umanità operata da Cristo è legata al peccato originale di Adamo ed Eva. Ora, ipotizziamo che i nostri progenitori avessero resistito alla tentazione di mettersi al posto di Dio. Se così fosse accaduto, dovremmo ammettere, per logica conseguenza, che l’umanità non avrebbe avuto bisogno di essere salvata.
Tuttavia, la venuta di Gesù non ha avuto per obiettivo solo la liberazione di ogni uomo dalla schiavitù del peccato.
Giovanni, al capitolo 1 versetto 18, dice: “Dio nessuno l’ha mai visto: proprio il Figlio unigenito, che è nel seno del Padre, lui lo ha rivelato”. Qui la mia domanda iniziale trova, forse, una risposta: pur ammettendo che avesse resistito al Male e non avesse così corrotto la sua natura, l’uomo non avrebbe potuto lo stesso “vedere” Dio. Con le sue forze, l’uomo non può “comprendere” l’Infinito, non può svelarne i misteri ... a meno che non sia Dio a permetterlo. Quindi, il Figlio di Dio si sarebbe incarnato anche in assenza del peccato originale, proprio allo scopo di offrire all'umanità la Rivelazione completa di Dio, il quale è Abbà e Unità in tre Persone, in una parola, Amore.
Sunday, January 04, 2009
Tuesday, December 23, 2008
Buon Natale
Auguri di Buon Natale a tutti i visitatori di questo blog. Il mio regalo, se così si può dire, è un articolo di Vittorio Messori, in cui si spiega che “Gesù nacque davvero quel 25 dicembre”.Il Ferragosto non è così lontano ed io devo fare ammenda. Succede, infatti, che in un momento di malumore - e proprio su questo giornale - abbia auspicato che la Chiesa si decida a una modifica del calendario: spostare al 15 di agosto quel che celebra il 25 di dicembre. Un Natale nel deserto estivo, argomentavo, ci libererebbe dalle insopportabili luminarie, dalle stucchevoli slitte con renne e babbinatali, persino dall’obbligo degli auguri e dei regali. Quando tutti sono via, quando le città sono vuote, a chi - e dove - mandare cartoline e consegnare pacchi con nastri e fiocchetti? Non sono i vescovi stessi a tuonare contro quella sorta di orgia consumistica cui sono ridotti i nostri Natali? E allora, spiazziamo i commercianti, spostiamo tutto a Ferragosto. La cosa, osservavo, non sembra impossibile: in effetti, non fu la necessità storica, fu la Chiesa a scegliere il 25 dicembre per contrastare e sostituire le feste pagane nei giorni del solstizio d’inverno. La nascita del Cristo al posto della rinascita del Sol invictus.
All’inizio, dunque, ci fu una decisione pastorale che può essere mutata, variando le necessità. Una provocazione, ovviamente, che si basava però su ciò che è (o, meglio, era) pacificamente ammesso da tutti gli studiosi: la collocazione liturgica del Natale è una scelta arbitraria, senza collegamento con la data della nascita di Gesù, che nessuno sarebbe in grado di determinare. Ebbene, pare proprio che gli esperti si siano sbagliati; e io, ovviamente, con loro. In realtà oggi, anche grazie ai documenti di Qumran, potremmo essere in grado di stabilirlo con precisione: Gesù è nato proprio un 25 dicembre. Una scoperta straordinaria sul serio e che non può essere sospettata di fini apologetici cristiani, visto che la dobbiamo a un docente, ebreo, della Università di Gerusalemme. Vediamo di capire il meccanismo, che è complesso ma affascinante. Se Gesù è nato un 25 dicembre, il concepimento verginale è avvenuto, ovviamente, 9 mesi prima. E, in effetti, i calendari cristiani pongono al 25 marzo l’annunciazione a Maria dell’angelo Gabriele. Ma sappiamo dallo stesso Vangelo di Luca che giusto sei mesi prima era stato concepito da Elisabetta il precursore, Giovanni, che sarà detto il Battista. La Chiesa cattolica non ha una festa liturgica per quel concepimento, mentre le antiche Chiese d’Oriente lo celebrano solennemente tra il 23 e il 25 settembre. E, cioè, sei mesi prima dell’Annunciazione a Maria.
Una successione di date logica ma basata su tradizioni inverificabili, non su eventi localizzabili nel tempo. Così credevano tutti, fino a tempi recentissimi. In realtà, sembra proprio che non sia così. In effetti, è giusto dal concepimento di Giovanni che dobbiamo partire. Il Vangelo di Luca si apre con la storia dell’anziana coppia, Zaccaria ed Elisabetta, ormai rassegnata alla sterilità, una delle peggiori disgrazie in Israele. Zaccaria apparteneva alla casta sacerdotale e, un giorno che era di servizio nel tempio di Gerusalemme, ebbe la visione di Gabriele (lo stesso angelo che sei mesi dopo si presenterà a Maria, a Nazareth) che gli annunciava che, malgrado l’età avanzata, lui e la moglie avrebbero avuto un figlio. Dovevano chiamarlo Giovanni e sarebbe stato "grande davanti al Signore". Luca ha cura di precisare che Zaccaria apparteneva alla classe sacerdotale di Abia e che quando ebbe l’apparizione "officiava nel turno della sua classe". In effetti, coloro che nell’antico Israele appartenevano alla casta sacerdotale erano divisi in 24 classi che, avvicendandosi in ordine immutabile, dovevano prestare servizio liturgico al tempio per una settimana, due volte l’anno. Sapevamo che la classe di Zaccaria, quella di Abia, era l’ottava, nell’elenco ufficiale. Ma quando cadevano i suoi turni di servizio? Nessuno lo sapeva. Ebbene, utilizzando anche ricerche svolte da altri specialisti e lavorando, soprattutto, su testi rinvenuti nella biblioteca essena di Qumran, ecco che l’enigma è stato violato dal professor Shemarjahu Talmon che, come si diceva, insegna alla Università ebraica di Gerusalemme. Lo studioso, cioè, è riuscito a precisare in che ordine cronologico si susseguivano le 24 classi sacerdotali. Quella di Abia prestava servizio liturgico al tempio due volte l’anno, come le altre, e una di quelle volte era nell’ultima settimana di settembre.
Dunque, era verosimile la tradizione dei cristiani orientali che pone tra il 23 e il 25 settembre l’annuncio a Zaccaria. Ma questa verosimiglianza si è avvicinata alla certezza perché, stimolati dalla scoperta del professor Talmon, gli studiosi hanno ricostruito la "filiera" di quella tradizione, giungendo alla conclusione che essa proveniva direttamente dalla Chiesa primitiva, giudeo-cristiana, di Gerusalemme. Una memoria antichissima quanto tenacissima, quella delle Chiese d’Oriente, come confermato in molti altri casi. Ecco, dunque, che ciò che sembrava mitico assume, improvvisamente, nuova verosimiglianza. Una catena di eventi che si estende su 15 mesi: in settembre l’annuncio a Zaccaria e il giorno dopo il concepimento di Giovanni; in marzo, sei mesi dopo, l’annuncio a Maria; in giugno, tre mesi dopo, la nascita di Giovanni; sei mesi dopo, la nascita di Gesù. Con quest’ultimo evento arriviamo giusto al 25 dicembre. Giorno che, dunque, non fu fissato a caso. Ma sì, pare proprio che il Natale a Ferragosto sia improponibile. Ne farò, dunque, ammenda ma, più che umiliato, piuttosto emozionato: dopo tanti secoli di ricerca accanita i Vangeli non cessano di riservare sorprese. Dettagli apparentemente inutili (che c’importava che Zaccaria appartenesse alla classe sacerdotale di Abia? Nessun esegeta vi prestava attenzione) mostrano all’improvviso la loro ragion d’essere, il loro carattere di segni di una verità nascosta ma precisa. Malgrado tutto, l’avventura cristiana continua.
Vittorio Messori, Corriere della sera del 9 luglio 2003
Wednesday, December 10, 2008
Consigli per gli acquisti nel Paese dei furbi, ovvero chiodo scaccia chiodo
Il figlio poco più che ventenne di una collega di mia moglie entra in un negozio Louis Vuitton per fare un regalo alla sua ragazza. La scelta cade su di un portafogli. Prezzo: qualcosa intorno alle 300 euro. Alla faccia della crisi!Il giovane esce dal negozio tutto soddisfatto e si immerge nella folla. Dopo aver fatto una ventina di metri, getta distrattamente lo sguardo sulla mercanzia che alcuni vu cumprà espongono sul marciapiede. “Toh, ma guarda quel portafogli! Assomiglia proprio a quello che ho appena comprato!”, pensa il ragazzo. Si ferma, si china, lo prende, lo osserva con attenzione, e … marca, modello, colore, cuciture: due gocce d’acqua. “Quanto costa?”, chiede al venditore africano. 10 euro!!! Il giovane ribolle di rabbia. Lo compra.
La mattina seguente, il figlio della collega di mia moglie torna nel negozio Louis Vuitton con in mano il suo bel pacchetto e lo scontrino. Si rivolge alla commessa, la stessa che l’aveva servito il giorno prima: “Si ricorda che ieri ho comprato questo portafogli?”. La commessa annuisce con un sorriso smagliante. “La mia ragazza è rimasta contentissima del regalo. Però, preferirebbe avere lo stesso portafogli di un altro colore. È possibile cambiarlo?”. La commessa, gentilissima, risponde che senz’altro si può. Prende il portafogli che il giovane aveva acquistato dal vu cumprà a 10 euro, senza alcuna esitazione lo mette da parte e ne tira fuori altri tra cui fare la nuova scelta. Il giovane esce dal negozio con il regalo bello e pronto anche per la mamma.
Dalle mie parti si dice: “Sopra il fino c’è lo strafino”.
Wednesday, December 03, 2008
ONU, lobby gay e laicisti: siamo alle solite!
Se non ci fosse la Chiesa cattolica, se non ci fossero la Santa Sede e la gerarchia ecclesiastica, chi mai, oggi, difenderebbe la famiglia naturale? e la vita dal concepimento alla morte? e i diritti dei più deboli, dei più indifesi? La risposta è ovvia: NESSUNO!
Che poi la Chiesa venga fraintesa, insultata, calunniata, ridicolizzata, proprio per effetto del suo testimoniare il Vangelo, del suo "essere nel mondo ma non del mondo", non deve sorprendere né scandalizzare.
Come scrivevo nel blog dell’amico Piergiobbe, oramai mi annoiano al limite del sopportabile le contestazioni degli anticattolici e dei laicisti. L’obiettivo vero di quei signori lì è che la Chiesa cattolica esca dalla scena pubblica una volta e per tutte, oppure che scenda a patti con il relativismo morale sullo stile di quanto fanno le chiese cristiane riformate. Illusi, certo, ma, dalla prospettiva di un cattolico, serve a qualcosa discutere con chi ti odia o ti vuole gay a prescindere?
In un secondo momento, mi sono reso conto che può essere controproducente restare in silenzio. Ciò su cui contano i figuri di cui sopra non è proprio la passività del popolo cattolico? non si sforzano costoro di diffondere errori e spargere confusione tra i fedeli allo scopo di separarli dall’istituzione ecclesiastica?
Su segnalazione di Piergiobbe, riporto quindi un articolo di Andrea Tornielli (pubblicato su Il Giornale di ieri) che chiarisce la posizione del Vaticano e fa giustizia della recente ammuina anticlericale dei soliti noti.
Che poi la Chiesa venga fraintesa, insultata, calunniata, ridicolizzata, proprio per effetto del suo testimoniare il Vangelo, del suo "essere nel mondo ma non del mondo", non deve sorprendere né scandalizzare.
Come scrivevo nel blog dell’amico Piergiobbe, oramai mi annoiano al limite del sopportabile le contestazioni degli anticattolici e dei laicisti. L’obiettivo vero di quei signori lì è che la Chiesa cattolica esca dalla scena pubblica una volta e per tutte, oppure che scenda a patti con il relativismo morale sullo stile di quanto fanno le chiese cristiane riformate. Illusi, certo, ma, dalla prospettiva di un cattolico, serve a qualcosa discutere con chi ti odia o ti vuole gay a prescindere?
In un secondo momento, mi sono reso conto che può essere controproducente restare in silenzio. Ciò su cui contano i figuri di cui sopra non è proprio la passività del popolo cattolico? non si sforzano costoro di diffondere errori e spargere confusione tra i fedeli allo scopo di separarli dall’istituzione ecclesiastica?
Su segnalazione di Piergiobbe, riporto quindi un articolo di Andrea Tornielli (pubblicato su Il Giornale di ieri) che chiarisce la posizione del Vaticano e fa giustizia della recente ammuina anticlericale dei soliti noti.
L’ennesima tempesta in un bicchier d’acqua ha fatto passare ieri il Vaticano come un regime autoritario e fondamentalista che vuole la criminalizzazione dell’omosessualità. A scatenarla, con parole peraltro inequivocabili che non si prestano ad ambigue interpretazioni, è stata l’intervista che l’agenzia cattolica francese I.Media ha fatto all’arcivescovo Celestino Migliore, Osservatore permanente della Santa sede presso le Nazioni Unite, nella quale il diplomatico vaticano ha preso le distanze dal progetto di dichiarazione che la Francia, a nome dell’Unione europea, ha intenzione di presentare all’Onu per chiedere il pari trattamento di ogni orientamento sessuale e, fra l’altro, la depenalizzazione dell’omosessualità nei Paesi di tutto il mondo. «Tutto ciò che va in favore del rispetto e della tutela delle persone fa parte del nostro patrimonio umano e spirituale», ha risposto monsignor Migliore, citando il Catechismo della Chiesa cattolica «che dice, e non da oggi, che nei confronti delle persone omosessuali si deve evitare ogni marchio di ingiusta discriminazione». «Ma qui - ha aggiunto - la questione è un’altra. Con una dichiarazione di valore politico, sottoscritta da un gruppo di Paesi, si chiede agli Stati e ai meccanismi internazionali di attuazione e controllo dei diritti umani di aggiungere nuove categorie protette dalla discriminazione, senza tener conto che, se adottate, esse creeranno nuove e implacabili discriminazioni. Per esempio, gli Stati che non riconoscono l’unione tra persone dello stesso sesso come “matrimonio” verranno messi alla gogna e fatti oggetto di pressioni».
Queste parole sono state prese a pretesto per far credere che la Santa sede sia favorevole alla galera se non addirittura alla pena di morte per le persone omosessuali, come previsto in alcuni Paesi fondamentalisti. Le cose, ovviamente, non stanno affatto così. In Segreteria di Stato c’è preoccupazione per il progetto della Francia: la depenalizzazione, infatti, «non è l’oggetto del documento» spiegano Oltretevere. La dichiarazione «non cerca tanto di combattere la discriminazione dell’orientamento sessuale quanto di promuovere ogni orientamento sessuale e a questo fine di creare una nuova categoria di discriminazione, senza definirla, in modo da applicarla a tutti i diritti umani». Si vuole dunque, dicono Oltretevere «rileggere tutta le legislazione sui diritti umani alla luce dell’orientamento sessuale, introducendo nuove categorie protette e grazie a questa dichiarazione garantire a qualunque orientamento sessuale un trattamento identico a quello riservato alle persone eterosessuali, ad esempio in materia di matrimonio e di possibilità di adottare bambini». Insomma, un progetto che si propone ben altro rispetto alla depenalizzione e che cerca di far passare un principio al quale si possano poi riferire gli organismi di controllo delle Nazioni Unite, senza che questo sia in realtà mai stato discusso e approvato in aula. «Sulla base di quella nuova categoria di discriminazione - spiegano in Vaticano - si potrà cercare di restringere altri diritti e libertà, come quello alla libertà di espressione e di libertà religiosa».
Senza contare che si parla sempre di «orientamento sessuale» senza mai aver definito l’espressione, che in pratica potrebbe essere applicata anche ad altri orientamenti. Non bisogna infatti dimenticare che in Olanda esiste ufficialmente un partito dei pedofili. Il Vaticano teme che questa dichiarazione, che di per sé non è un documento consensuale dell’Onu, possa rappresentare l’inizio di un processo che miri a esercitare pressioni nei confronti di quegli Stati che non ammettono il matrimonio tra persone dello stesso sesso perché questo divieto rappresenterebbe una lesione dei diritti umani sulla base dell’orientamento sessuale. Già da tempo alcuni esperti hanno lanciato un allarme sulla possibilità che in sede europea e internazionale, grazie al lavoro di gruppi di pressione ben organizzati, siano fatte passare norme in grado di condizionare poi la sovranità dei singoli Paesi.
Monday, December 01, 2008
Ancora su San Paolo e la dottrina della giustificazione
Riporto la seconda parte della catechesi su San Paolo di Sua Santità Benedetto XVI nell’Udienza generale in Piazza San Pietro dello scorso mercoledì 26 novembre.La dottrina della giustificazione: dalla fede alle opere.
Cari fratelli e sorelle,
nella catechesi di mercoledì scorso ho parlato della questione di come l'uomo diventi giusto davanti a Dio. Seguendo san Paolo, abbiamo visto che l'uomo non è in grado di farsi “giusto” con le sue proprie azioni, ma può realmente divenire “giusto” davanti a Dio solo perché Dio gli conferisce la sua “giustizia” unendolo a Cristo suo Figlio. E questa unione con Cristo l’uomo l’ottiene mediante la fede. In questo senso san Paolo ci dice: non le nostre opere, ma la fede ci rende “giusti”. Questa fede, tuttavia, non è un pensiero, un'opinione, un'idea. Questa fede è comunione con Cristo, che il Signore ci dona e perciò diventa vita, diventa conformità con Lui. O, con altre parole, la fede, se è vera, se è reale, diventa amore, diventa carità, si esprime nella carità. Una fede senza carità, senza questo frutto non sarebbe vera fede. Sarebbe fede morta.
Abbiamo quindi trovato nell'ultima catechesi due livelli: quello della non rilevanza delle nostre azioni, delle nostre opere per il raggiungimento della salvezza e quello della “giustificazione” mediante la fede che produce il frutto dello Spirito. La confusione di questi due livelli ha causato, nel corso dei secoli, non pochi fraintendimenti nella cristianità. In questo contesto è importante che san Paolo nella stessa Lettera ai Galati ponga, da una parte, l’accento, in modo radicale, sulla gratuità della giustificazione non per le nostre opere, ma che, al tempo stesso, sottolinei pure la relazione tra la fede e la carità, tra la fede e le opere: “In Cristo Gesù non è la circoncisione che vale o la non circoncisione, ma la fede che si rende operosa per mezzo della carità” (Gal 5,6). Di conseguenza, vi sono, da una parte, le “opere della carne” che sono “fornicazione, impurità, dissolutezza, idolatria...” (Gal 5,19-21): tutte opere contrarie alla fede; dall’altra, vi è l’azione dello Spirito Santo, che alimenta la vita cristiana suscitando “amore, gioia, pace, magnanimità, benevolenza, bontà, fedeltà, mitezza, dominio di sé” (Gal 5,22): sono questi i frutti dello Spirito che sbocciano dalla fede.
All’inizio di quest’elenco di virtù è citata l’agape, l'amore, e nella conclusione il dominio di sé. In realtà, lo Spirito, che è l’Amore del Padre e del Figlio, effonde il suo primo dono, l’agape, nei nostri cuori (cfr Rm 5,5); e l’agape, l'amore, per esprimersi in pienezza esige il dominio di sé. Dell’amore del Padre e del Figlio, che ci raggiunge e trasforma la nostra esistenza in profondità, ho anche trattato nella mia prima Enciclica: Deus caritas est. I credenti sanno che nell'amore vicendevole s'incarna l'amore di Dio e di Cristo, per mezzo dello Spirito. Ritorniamo alla Lettera ai Galati. Qui san Paolo dice che, portando i pesi gli uni degli altri, i credenti adempiono il comandamento dell’amore (cfr Gal 6,2). Giustificati per il dono della fede in Cristo, siamo chiamati a vivere nell’amore di Cristo per il prossimo, perché è su questo criterio che saremo, alla fine della nostra esistenza, giudicati. In realtà, Paolo non fa che ripetere ciò che aveva detto Gesù stesso e che ci è stato riproposto dal Vangelo di domenica scorsa, nella parabola dell'ultimo Giudizio. Nella Prima Lettera ai Corinzi, san Paolo si diffonde in un famoso elogio dell’amore. E’ il cosiddetto inno alla carità: “Se parlassi le lingue degli uomini e degli angeli, ma non avessi l'amore, sarei come bronzo che rimbomba o come cimbalo che strepita... La carità è magnanima, benevola è la carità, non è invidiosa, non si vanta, non si gonfia d’orgoglio, non manca di rispetto, non cerca il proprio interesse...” (1 Cor 13,1.4-5). L’amore cristiano è quanto mai esigente poiché sgorga dall’amore totale di Cristo per noi: quell’amore che ci reclama, ci accoglie, ci abbraccia, ci sostiene, sino a tormentarci, poiché costringe ciascuno a non vivere più per se stesso, chiuso nel proprio egoismo, ma per “Colui che è morto e risorto per noi” (cfr 2 Cor 5,15). L’amore di Cristo ci fa essere in Lui quella creatura nuova (cfr 2 Cor 5,17) che entra a far parte del suo Corpo mistico che è la Chiesa.
Vista in questa prospettiva, la centralità della giustificazione senza le opere, oggetto primario della predicazione di Paolo, non entra in contraddizione con la fede operante nell’amore; anzi esige che la nostra stessa fede si esprima in una vita secondo lo Spirito. Spesso si è vista un’infondata contrapposizione tra la teologia di san Paolo e quella di san Giacomo, che nella sua Lettera scrive: “Come il corpo senza lo spirito è morto, così anche la fede senza le opere è morta” (2,26). In realtà, mentre Paolo è preoccupato anzitutto di dimostrare che la fede in Cristo è necessaria e sufficiente, Giacomo pone l’accento sulle relazioni consequenziali tra la fede e le opere (cfr Gc 2,2-4). Pertanto sia per Paolo sia per Giacomo la fede operante nell’amore attesta il dono gratuito della giustificazione in Cristo. La salvezza, ricevuta in Cristo, ha bisogno di essere custodita e testimoniata “con rispetto e timore. E’ Dio infatti che suscita in voi il volere e l’operare secondo il suo disegno d’amore. Fate tutto senza mormorare e senza esitare... tenendo salda la parola di vita”, dirà ancora san Paolo ai cristiani di Filippi (cfr Fil 2,12-14.16).
Spesso siamo portati a cadere negli stessi fraintendimenti che hanno caratterizzato la comunità di Corinto: quei cristiani pensavano che, essendo stati giustificati gratuitamente in Cristo per la fede, “tutto fosse loro lecito”. E pensavano, e spesso sembra che lo pensino anche cristiani di oggi, che sia lecito creare divisioni nella Chiesa, Corpo di Cristo, celebrare l’Eucaristia senza farsi carico dei fratelli più bisognosi, aspirare ai carismi migliori senza rendersi conto di essere membra gli uni degli altri, e così via. Disastrose sono le conseguenze di una fede che non s’incarna nell’amore, perché si riduce all’arbitrio e al soggettivismo più nocivo per noi e per i fratelli. Al contrario, seguendo san Paolo, dobbiamo prendere rinnovata coscienza del fatto che, proprio perché giustificati in Cristo, non apparteniamo più a noi stessi, ma siamo diventati tempio dello Spirito e siamo perciò chiamati a glorificare Dio nel nostro corpo con tutta la nostra esistenza (cfr 1 Cor 6,19). Sarebbe uno svendere il valore inestimabile della giustificazione se, comprati a caro prezzo dal sangue di Cristo, non lo glorificassimo con il nostro corpo. In realtà, è proprio questo il nostro culto “ragionevole” e insieme “spirituale”, per cui siamo esortati da Paolo a “offrire il nostro corpo come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio” (Rm 12,1). A che cosa si ridurrebbe una liturgia rivolta soltanto al Signore, senza diventare, nello stesso tempo, servizio per i fratelli, una fede che non si esprimesse nella carità? E l’Apostolo pone spesso le sue comunità di fronte al giudizio finale, in occasione del quale tutti “dobbiamo comparire davanti al tribunale di Cristo, per ricevere ciascuno la ricompensa delle opere compiute quando era nel corpo, sia in bene che in male” (2 Cor 5,10; cfr anche Rm 2,16). E questo pensiero del Giudizio deve illuminarci nella nostra vita di ogni giorno.
Se l’etica che Paolo propone ai credenti non scade in forme di moralismo e si dimostra attuale per noi, è perché, ogni volta, riparte sempre dalla relazione personale e comunitaria con Cristo, per inverarsi nella vita secondo lo Spirito. Questo è essenziale: l'etica cristiana non nasce da un sistema di comandamenti, ma è conseguenza della nostra amicizia con Cristo. Questa amicizia influenza la vita: se è vera si incarna e si realizza nell'amore per il prossimo. Per questo, qualsiasi decadimento etico non si limita alla sfera individuale, ma è nello stesso tempo svalutazione della fede personale e comunitaria: da questa deriva e su essa incide in modo determinante. Lasciamoci quindi raggiungere dalla riconciliazione, che Dio ci ha donato in Cristo, dall'amore “folle” di Dio per noi: nulla e nessuno potranno mai separarci dal suo amore (cfr Rm 8,39). In questa certezza viviamo. E’ questa certezza a donarci la forza di vivere concretamente la fede che opera nell'amore.
Tuesday, November 25, 2008
Con Socci a caccia delle orme (razionali) di Gesù
di Michele Brambilla, su Il Giornale di oggi.È difficile, molto difficile terminare la lettura del nuovo libro di Antonio Socci (Indagine su Gesù, Rizzoli, in libreria da domani) senza venir assaliti perlomeno da un dubbio: e se davvero quell'uomo che ha spezzato la storia in due, avanti Cristo e dopo Cristo, fosse la suprema rivelazione di Dio al mondo? Bisogna essere prevenuti alla massima potenza, anzi bisogna essere fermamente determinati a non volere credere, per liquidare la questione con un'alzata di spalle e un sarcastico commento: tutte balle, tutte vecchie superstizioni, questioni che la ragione ha spazzato via.
Invece è proprio appellandosi alla ragione che Socci, con la sua lunga e dettagliata inchiesta, dimostra che il «caso Gesù» non può essere archiviato: probabilmente, non potrà mai essere archiviato. In fondo, perfino fermandoci a quel limitato frangente che è il caso editoriale italiano di questi ultimi anni, dobbiamo prendere atto che parlare di Gesù è in qualche modo inevitabile. Per anni sono stati ai vertici della classifica libri scritti su quel falegname ebreo vissuto duemila anni fa, e vissuto in modo tale da essere destinato - secondo le categorie degli storici - a un'assoluta ininfluenza.
Senza alcun potere economico, senza esercito, perfino senza chiesa (quella del suo tempo lo rifiutò), Gesù fu - visto con occhi umani - un fallito. Attorniato da quattro gatti che contavano meno di zero nella società del loro tempo (pescatori, vagabondi, nullafacenti) e per giunta tanto vigliacchi da rinnegare il maestro subito dopo la più ignominiosa delle morti (la crocifissione, supplizio riservato alle persone più spregevoli), Gesù - secondo "ragione" - non avrebbe dovuto lasciare alcuna traccia di sé. Invece, da quell'oscuro predicatore vissuto in una remota e insignificante provincia dell'impero è nato quel che sappiamo, e che ancora oggi possiamo vedere con i nostri occhi e toccare con le nostre mani.
Per tornare al piccolo caso editoriale cui facevamo cenno: sono anni, dicevamo, che in Italia spesso ai vertici della classifica ci sono libri su Gesù: scritti per affermare o per negare la sua divinità; ma comunque scritti, e letti da milioni da persone. Alla metà degli anni Settanta ci fu il boom mondiale di Ipotesi su Gesù di Vittorio Messori; in anni recenti, i successi dei libri «contro» di Odifreddi e di Augias; ora, quello di Socci, un credente. C'è insomma anche qui la prova dell'impossibilità di restare indifferenti di fronte a Gesù. Lo si adora o lo si nega: ma con lui si devono fare i conti.
Trova così conferma la celeberrima scommessa pascaliana: a chi diceva di non voler affatto prendere parte nella disputa pro o contro Gesù, il grande filosofo e scienziato francese del Seicento rispondeva: vi sbagliate, scommettere è inevitabile, siete incastrato anche voi; non fosse altro per il fatto che un sì o un no lo si pronuncia, prima ancora che con un'adesione razionale, con la vita. C'è insomma, in questo infinito, invincibile interesse per il Nazareno la conferma di un mistero che ha resistito ai secoli, anzi ai millenni; e una smentita clamorosa a tutta quella cultura del Novecento che riteneva ormai superata, dall'«uomo nuovo», la questione religiosa, e la questione-Gesù in particolare.
L'indagine di Socci è seria, approfondita, documentata; crediamo che pure chi arriverà a conclusioni diverse da quelle dell'autore non potrà comunque non definirla anche «onesta». Socci non nasconde di pensare e scrivere come un apologeta; e dell'apologetica cristiana rispetta lo stile tradizionale: dimostrazione divina; dimostrazione cristiana; dimostrazione cattolica. Dio, Cristo e la Chiesa: sono questi i tre capisaldi del cattolico credente.
È chiaro che se si nega il primo «tassello», Dio (e Dio ci perdoni di averlo definito un «tassello»), cade anche tutto il resto. Socci parte quindi con la questione-Dio: e lo fa in modo avvincente, incalzante, smontando il luogo comune oggi assai in voga (in realtà più in certa pubblicistica che fra scienziati) che vorrebbe far credere un'incompatibilità tra scienza e fede in un Creatore. Si parte dalla clamorosa conversione, avvenuta quattro anni fa, del filosofo Antony Flew, per decenni simbolo mondiale dell'ateismo scientifico e padrino degli attuali divulgatori dell'inesistenza di Dio come Richard Dawkins. Il cambiamento di Flew fece enorme impressione, perché non avvenne per una crisi di coscienza personale o per una storia privata. Fu, al contrario, il naturale sbocco della sua indagine sull'origine dell'universo e della vita: «La mia scoperta del Divino è stata un itinerario (pellegrinaggio) della ragione e non della fede».
Flew mandò in crisi l'ateismo scientifico anche e soprattutto perché la sua non fu la conversione a una religione (il che avrebbe necessariamente comportato un atteggiamento di fede, oltre che di ragione), bensì al puro e semplice deismo: alla convinzione, cioè, che l'esistenza dell'universo e della vita sono inspiegabili senza quella di un'entità superiore intelligente. È la stessa convinzione che avevano personaggi abusivamente arruolati, oggi, dagli atei militanti, come Voltaire («Geometri, non filosofi, hanno potuto rigettare le cause finali, ma i veri filosofi le ammettono») o Rousseau («A quali occhi non prevenuti l'ordine sensibile dell'universo non annuncia una suprema intelligenza?»).
Socci prosegue in questo capitolo introduttivo riportando le posizioni dei più grandi scienziati contemporanei, da Einstein a Hawking, dagli studiosi del Big Bang a quelli del Dna: tutti concordi nel riconoscere che la più ragionevole delle risposte di fronte al mistero dell'infinitamente grande e dell'infinitamente piccolo, così come di fronte allo stupore per la meravigliosa complessità anche del più minuscolo organismo vivente, è quella di ammettere un Creatore. Insomma, un qualcosa che chiamiamo Dio.
Ma se la scienza e la ragione - sempre più, contrariamente a quanto si vuol far credere - portano al riconoscimento dell'esistenza di un Dio, più fitto si fa l'enigma se cerchiamo di passare dall'esistenza all'essenza. Dio c'è. Ma chi è? L'uomo, da solo, non lo può capire. Per la tradizione giudaico-cristiana, Dio stesso ha scelto di rivelarsi entrando nella storia, prima scegliendosi un popolo come testimone, e poi (per i cristiani) addirittura facendosi uomo. È l'Incarnazione lo scandalo supremo, e Socci cerca di dimostrare, perlomeno, che non c'è contrasto tra la ragione e la fede in quell'avvenimento inaudito.
E qui si arriva al cuore di questa Indagine su Gesù. Gli argomenti, ma direi soprattutto i fatti elencati da Socci, sono tanti e così dettagliati che un sunto, qui, farebbe torto al libro. Lasciamo al lettore il gusto di scoprire, una dopo l'altra, pagine che appassionano. Sono pagine, appunto, su un personaggio che continua a dividere. C'è chi si batte per annunciarlo al mondo; e chi per ridurlo al rango di una leggenda. Il mistero è destinato a restare probabilmente alla fine dei tempi, perché per la fede occorre comunque, e sempre, uno scatto del cuore. Ma come diceva un grande accademico di Francia, il filosofo Jean Guitton, «chi crede, crede in un mistero; ma chi non crede, crede nell'assurdo».
Monday, November 24, 2008
San Paolo (Lutero) e la lezione sulla giustificazione
Riporto la catechesi su San Paolo di Sua Santità Benedetto XVI nell’Udienza generale in Piazza San Pietro dello scorso mercoledì 19 novembre.Cari fratelli e sorelle,
nel cammino che stiamo compiendo sotto la guida di san Paolo, vogliamo ora soffermarci su un tema che sta al centro delle controversie del secolo della Riforma: la questione della giustificazione. Come diventa giusto l’uomo agli occhi di Dio? Quando Paolo incontrò il Risorto sulla strada di Damasco era un uomo realizzato: irreprensibile quanto alla giustizia derivante dalla Legge (cfr Fil 3,6), superava molti suoi coetanei nell’osservanza delle prescrizioni mosaiche ed era zelante nel sostenere le tradizioni dei padri (cfr Gal 1,14). L’illuminazione di Damasco gli cambiò radicalmente l'esistenza: cominciò a considerare tutti i meriti, acquisiti in una carriera religiosa integerrima, come “spazzatura” di fronte alla sublimità della conoscenza di Gesù Cristo (cfr Fil 3,8). La Lettera ai Filippesi ci offre una toccante testimonianza del passaggio di Paolo da una giustizia fondata sulla Legge e acquisita con l'osservanza delle opere prescritte, ad una giustizia basata sulla fede in Cristo: egli aveva compreso che quanto fino ad allora gli era parso un guadagno in realtà di fronte a Dio era una perdita e aveva deciso perciò di scommettere tutta la sua esistenza su Gesù Cristo (cfr Fil 3,7). Il tesoro nascosto nel campo e la perla preziosa nel cui acquisto investire tutto il resto non erano più le opere della Legge, ma Gesù Cristo, il suo Signore.
Il rapporto tra Paolo e il Risorto diventò talmente profondo da indurlo a sostenere che Cristo non era più soltanto la sua vita ma il suo vivere, al punto che per poterlo raggiungere persino il morire diventava un guadagno (cfr Fil 1,21). Non che disprezzasse la vita, ma aveva compreso che per lui il vivere non aveva ormai altro scopo e non nutriva perciò altro desiderio che di raggiungere Cristo, come in una gara di atletica, per restare sempre con Lui: il Risorto era diventato l’inizio e il fine della sua esistenza, il motivo e la mèta della sua corsa. Soltanto la preoccupazione per la maturazione nella fede di coloro che aveva evangelizzato e la sollecitudine per tutte le Chiese da lui fondate (cfr 2 Cor 11,28) lo inducevano a rallentare la corsa verso il suo unico Signore, per attendere i discepoli affinché con lui potessero correre verso la mèta. Se nella precedente osservanza della Legge non aveva nulla da rimproverarsi dal punto di vista dell’integrità morale, una volta raggiunto da Cristo preferiva non pronunciare giudizi su se stesso (cfr 1 Cor 4,3-4), ma si limitava a proporsi di correre per conquistare Colui dal quale era stato conquistato (cfr Fil 3,12).
È proprio per questa personale esperienza del rapporto con Gesù Cristo che Paolo colloca ormai al centro del suo Vangelo un’irriducibile opposizione tra due percorsi alternativi verso la giustizia: uno costruito sulle opere della Legge, l’altro fondato sulla grazia della fede in Cristo. L’alternativa fra la giustizia per le opere della Legge e quella per la fede in Cristo diventa così uno dei motivi dominanti che attraversano le sue Lettere: “Noi, che per nascita siamo Giudei e non pagani peccatori, sapendo tuttavia che l'uomo non è giustificato per le opere della Legge, ma soltanto per mezzo della fede in Gesù Cristo, abbiamo creduto anche noi in Cristo Gesù, per essere giustificati per la fede in Cristo e non per le opere della Legge; poiché per le opere della Legge non verrà mai giustificato nessuno” (Gal 2,15-16). E ai cristiani di Roma ribadisce che “tutti hanno peccato e sono privi della gloria di Dio, ma sono giustificati gratuitamente per la sua grazia, per mezzo della redenzione che è in Cristo Gesù (Rm 3,23-24). E aggiunge “Noi riteniamo, infatti che l’uomo è giustificato per la fede, indipendentemente dalle opere della Legge” (Ibid 28). Lutero a questo punto tradusse: “giustificato per la sola fede”. Ritornerò su questo punto alla fine della catechesi. Prima dobbiamo chiarire che cosa è questa “Legge” dalla quale siamo liberati e che cosa sono quelle “opere della Legge” che non giustificano. Già nella comunità di Corinto esisteva l’opinione che sarebbe poi ritornata sistematicamente nella storia; l’opinione consisteva nel ritenere che si trattasse della legge morale e che la libertà cristiana consistesse quindi nella liberazione dall’etica. Così a Corinto circolava la parola “πάντα μοι έξεστιν” (tutto mi è lecito). E’ ovvio che questa interpretazione è sbagliata: la libertà cristiana non è libertinismo, la liberazione della quale parla san Paolo non è liberazione dal fare il bene.
Ma che cosa significa dunque la Legge dalla quale siamo liberati e che non salva? Per san Paolo, come per tutti i suoi contemporanei, la parola Legge significava la Torah nella sua totalità, cioè i cinque libri di Mosè. La Torah implicava, nell’interpretazione farisaica, quella studiata e fatta propria da Paolo, un complesso di comportamenti che andava dal nucleo etico fino alle osservanze rituali e cultuali che determinavano sostanzialmente l’identità dell’uomo giusto. Particolarmente la circoncisione, le osservanze circa il cibo puro e generalmente la purezza rituale, le regole circa l’osservanza del sabato, ecc. Comportamenti che appaiono spesso anche nei dibattiti tra Gesù e i suoi contemporanei. Tutte queste osservanze che esprimono una identità sociale, culturale e religiosa erano divenute singolarmente importanti al tempo della cultura ellenistica, cominciando dal III secolo a.C. Questa cultura, che era diventata la cultura universale di allora, ed era una cultura apparentemente razionale, una cultura politeista, apparentemente tollerante, costituiva una pressione forte verso l’uniformità culturale e minacciava così l’identità di Israele, che era politicamente costretto ad entrare in questa identità comune della cultura ellenistica con conseguente perdita della propria identità, perdita quindi anche della preziosa eredità della fede dei Padri, della fede nell’unico Dio e nelle promesse di Dio.
Contro questa pressione culturale, che minacciava non solo l’identità israelitica, ma anche la fede nell’unico Dio e nelle sue promesse, era necessario creare un muro di distinzione, uno scudo di difesa a protezione della preziosa eredità della fede; tale muro consisteva proprio nelle osservanze e prescrizioni giudaiche. Paolo, che aveva appreso tali osservanze proprio nella loro funzione difensiva del dono di Dio, dell’eredità della fede in un unico Dio, ha visto minacciata questa identità dalla libertà dei cristiani: per questo li perseguitava. Al momento del suo incontro con il Risorto capì che con la risurrezione di Cristo la situazione era cambiata radicalmente. Con Cristo, il Dio di Israele, l’unico vero Dio, diventava il Dio di tutti i popoli. Il muro – così dice nella Lettera agli Efesini – tra Israele e i pagani non era più necessario: è Cristo che ci protegge contro il politesimo e tutte le sue deviazioni; è Cristo che ci unisce con e nell’unico Dio; è Cristo che garantisce la nostra vera identità nella diversità delle culture. Il muro non è più necessario, la nostra identità comune nella diversità delle culture è Cristo, ed è lui che ci fa giusti. Essere giusto vuol semplicemente dire essere con Cristo e in Cristo. E questo basta. Non sono più necessarie altre osservanze. Perciò l’espressione “sola fide” di Lutero è vera, se non si oppone la fede alla carità, all’amore. La fede è guardare Cristo, affidarsi a Cristo, attaccarsi a Cristo, conformarsi a Cristo, alla sua vita. E la forma, la vita di Cristo è l’amore; quindi credere è conformarsi a Cristo ed entrare nel suo amore. Perciò san Paolo nella Lettera ai Galati, nella quale soprattutto ha sviluppato la sua dottrina sulla giustificazione, parla della fede che opera per mezzo della carità (cfr Gal 5,14).
Paolo sa che nel duplice amore di Dio e del prossimo è presente e adempiuta tutta la Legge. Così nella comunione con Cristo, nella fede che crea la carità, tutta la Legge è realizzata. Diventiamo giusti entrando in comunione con Cristo che è l'amore. Vedremo la stessa cosa nel Vangelo della prossima domenica, solennità di Cristo Re. È il Vangelo del giudice il cui unico criterio è l'amore. Ciò che domanda è solo questo: Tu mi hai visitato quando ero ammalato? Quando ero in carcere? Tu mi hai dato da mangiare quando ho avuto fame, tu mi hai vestito quando ero nudo? E così la giustizia si decide nella carità. Così, al termine di questo Vangelo, possiamo quasi dire: solo amore, sola carità. Ma non c'è contraddizione tra questo Vangelo e San Paolo. È la medesima visione, quella secondo cui la comunione con Cristo, la fede in Cristo crea la carità. E la carità è realizzazione della comunione con Cristo. Così, essendo uniti a Lui siamo giusti e in nessun altro modo.
Alla fine, possiamo solo pregare il Signore che ci aiuti a credere. Credere realmente; credere diventa così vita, unità con Cristo, trasformazione della nostra vita. E così, trasformati dal suo amore, dall’amore di Dio e del prossimo, possiamo essere realmente giusti agli occhi di Dio.
Wednesday, November 12, 2008
5 cliché da sfatare per ripensare il cattolicesimo
Segnalo un interessante articolo di John Allen Jr., pubblicato da Foreign Policy e riproposto in traduzione italiana da L'Occidentale.Visto da fuori, il Vaticano sembra resistente al cambiamento e sordo agli scandali. Ma, in verità, la più antica istituzione religiosa del mondo somiglia poco alla chiesa misteriosa immaginata dai teorici della cospirazione. Oggi il Cattolicesimo attrae milioni di nuovi fedeli che abbracciano come credo le tradizioni clericali del dibattito e dell'indipendenza. Sono almeno cinque i cliché che la Chiesa Cattolica sta capovolgendo.
La Chiesa Cattolica si sta contraendo. No. La scarsezza di sacerdoti a livello mondiale, i banchi vuoti in quelle che erano un tempo le roccaforti cattoliche, o la grande quantità di scandali per abusi sessuali, potrebbero far pensare che la Chiesa Cattolica moderna sia in declino. Ma il cattolicesimo sta vivendo il suo più grande periodo di crescita durante la sua Storia millenaria. La popolazione cattolica mondiale è aumentata da 266 milioni nel 1900 a 1,1 miliardi nel 2000, con un incremento del 314%. In confronto, nel secolo scorso, la popolazione mondiale è aumentata del 263%. La chiesa non ha solo dato una mano al baby boom, ha attratto con successo nuovi convertiti.
E' vero, il Cattolicesimo sta diminuendo in Europa, e perderebbe terreno anche negli Stati Uniti se non fosse per gli immigrati, soprattutto gli ispanici. Secondo un recente studio del Foro ecclesiastico il 10% degli americani sono ex-cattolici. Questo declino però è stato più che bilanciato dalla crescita in Africa, Asia e America Latina. Solo nell’Africa sub-sahariana, il numero di cattolici è aumentato di uno sbalorditivo 6.700% nel secolo scorso, da 1.9 milioni a 130 milioni di persone. La Repubblica Democratica del Congo oggi ha lo stesso numero di cattolici di Austria e Germania messe assieme. L’India ha più cattolici del Canada combinato con l’Irlanda.
Quello a cui stiamo assistendo non è una contrazione del Cattolicesimo ma, piuttosto, lo spostamento del suo centro di gravità demografico. Quella che un tempo era una religione ampiamente omogenea, concentrata tra Europa e Nord America, è oggi una fede davvero universale. Nel 1900, solo il 25% dei cattolici viveva nei paesi in via di sviluppo, oggi siamo al 66% e la cifra sta salendo. Tra qualche decina di anni, i nuovi centri del pensiero teologico non saranno più Parigi e Milano, ma Nairobi e Manila.
Oggi però i tassi di fertilità nei paesi in via di sviluppo stanno precipitando, perciò è improbabile che il Cattolicesimo possa mantenere gli stessi tassi di crescita spettacolari durante i prossimi cento anni. In parti dell’America latina, Africa, Asia, il Cattolicesimo sta per essere sorpassato dai suoi concorrenti, specialmente dalle crescenti chiese evangeliche e pentecostali. Tuttavia, la sfida più grande per la Chiesa Cattolica non è quella di far fronte al declino ma quella di gestire bene la transizione verso una fede multiculturale.
Il Cattolicesimo è di destra. Solo in parte. Dipende dalla definizione di “destra” e, in relazione a questo, della Chiesa di cui parliamo. E’ vero che le strutture istituzionali del Cattolicesimo sono istintivamente conservatrici. Nel XIX secolo Papa Gregorio XVI effettivamente bloccò la costruzione delle ferrovie e della illuminazione a gas nello Stato pontificio per timore di quello a cui avrebbero potuto portare queste innovazioni "innaturali". E’ anche vero che su questioni controverse come l’aborto, i matrimoni omosessuali e la ricerca sulla cellule staminali embrionali, le posizioni ufficiali del cattolicesimo si collocano solidamente con la destra culturale.
Tuttavia la Chiesa è sempre stata qualcosa di più della sua gerarchia e la sua posizione originaria è tutt’altro che uniforme. Gli Stati Uniti sono un esempio da questo punto di vista. I cattolici americani erano storicamente democratici e, nonostante gli sforzi aggressivi compiuti dai conservatori nell’era reganiana per corteggiarli, esiste tuttora una parte considerevole dell’elettorato che è cattolico e liberale. La prova è che la maggior parte dei sondaggi d’opinione fatti durante la corsa alle elezioni presidenziali ha mostrato che i cattolici sono equamente divisi tra Barack Obama e John McCain.
Persino le posizioni ufficiali della Chiesa cattolica difficilmente riuscirebbero a ricevere un chiaro via libera dai conservatori comuni. Papa Giovanni Paolo II è stato il principale critico di entrambe le guerre del Golfo. Papa Benedetto XVI ha denunciato la "falsa promessa" del capitalismo e del libero mercato in stile americano ma si è anche distinto come eloquente ambientalista. Nel frattempo la Chiesa Cattolica si è dichiarata contraria alla pena di morte, al commercio delle armi, si è schierata con le Nazioni Unite e a favore all’immigrazione, posizioni fortemente disapprovate da molti esponenti di destra.
I vescovi e i teologi insistono che, data la complessa gamma della dottrina sociale cattolica, la Chiesa non è compatibile con nessuna alleanza laica. John Carr, un veterano consulente per la Conferenza Statunitense dei Vescovi Cattolici, definisce il Cattolicesimo "politicamente senza tetto". Nelle nove elezioni presidenziali tra il 1972 e il 2004, la maggioranza dei cattolici statunitensi ha votato per un Repubblicano cinque volte e per un Democratico quattro. Che sia una questione di insegnamento ufficiale o di opinione di massa, la Chiesa Cattolica difficilmente rappresenta il Partito Repubblicano americano raccolto in preghiera.
La Chiesa è ricca sfondata. Non proprio, sebbene non sia certamente povera. Chiunque sia mai stato a piazza San Pietro a Roma e abbia visto un principe della chiesa (un modo colloquiale per indicare i cardinali cattolici) uscire da una Mercedes nera targata Vaticano potrebbe digerire poco facilmente, e comprensibilmente, questa scena. Tuttavia anche sulla ricchezza della Chiesa Cattolica di solito si esagera. Per esempio si dice che il Vaticano navighi nell’oro ma il suo budget annuo è inferiore a 400 milioni di dollari. In confronto quello dell’Università di Harvard è di 3 miliardi di dollari. Il portfolio del Vaticano in titoli, obbligazioni e proprietà immobiliari, arriva all’incirca a 1 miliardo di dollari. Se vogliamo fare un paragone leggermente stravagante, Forbes ha stimato che Oprah Winfrey, da sola, vale 2.5 miliardi di dollari. I grandiosi tesori artistici del Vaticano, per esempio "La Pietà" di Michelangelo, sono letteralmente senza prezzo; sono elencati nei libri del Vaticano a un valore di 1 euro ciascuno perché non potranno mai essere venduti o prestati.
Nel mondo, le diocesi e le parrocchie talvolta sono grandi proprietari terrieri, e la chiesa gestisce una vasta rete di scuole, ospedali e centri di servizi sociali. Tale infrastruttura può generare dei numeri che possono impressionare. Nel 2001 il reddito annuo dei programmi cattolici negli Stati Uniti giunse a 102 miliardi di dollari. Tuttavia la maggior parte di questi programmi o pareggiano appena o addirittura vanno in rosso, in parte perché spesso vengono realizzati per popolazioni dal basso reddito e per le minoranze. Fuori dall'Europa e dagli Stati Uniti la maggior parte delle diocesi e delle parrocchie tirano avanti con budget da quattro soldi, per non parlare dei missionari che spesso vivono in aree remote in disperata povertà.
I cattolici "dal papa in giù" suggeriscono periodicamente che la Chiesa adotti una maggiore "semplicità" ed è giusto aspettarsi che qualsiasi organizzazione che chiede giustizia per i poveri poi metta in pratica ciò che predica. Ma credere che ci siano borsoni di denaro ammassati in qualche segreta del Vaticano è comunque una immagine ingannevole. Semplicemente non ce ne sono.
La Chiesa non cambia mai. Falso. La realtà non è che la Chiesa non cambia mai, se mai non ammette di essere cambiata. I cattolici più avveduti sanno che quando qualcuno che conta inizia una frase con "Come la chiesa ha sempre insegnato..." qualche idea o pratica longeva sta per essere capovolta. Per esempio la Chiesa una volta considerava prestare il denaro per interesse un peccato di usura, qualcosa che oggi non è più un dogma. Oppure pensiamo a quando i papi erano anche degli amministratori civili che mandavano a morte i criminali; i visitatori a Roma possono farsi un giro al Museo di Criminologia e vedere una ghigliottina papale perfettamente conservata, un regalo da parte di Napoleone. Oggi, sicuramente, la Chiesa Cattolica è un leader nelle campagne mondiali per l'abolizione della pena di morte. Più recentemente, Papa Benedetto XVI ha annullato la credenza nel limbo, un'anticamera ad hoc dell'aldilà per bambini non battezzati.
Gli apologeti potrebbero argomentare che, in questi casi, ciò che è cambiato sono le circostanze storiche e non i principi essenziali. In ogni caso qualcosa di importante ha aperto una strada. Di solito una pressione che monta dalla base alla fine scoppia e determina una svolta, come è accaduto durante il Concilio Vaticano II a metà degli anni Sessanta. Improvvisamente la Messa venne celebrata in "volgare" piuttosto che in latino, il Cattolicesimo passò da posizioni critiche nei confronti della libertà religiosa a mostrarsi come un modello dei diritti umani, e gli "eretici" protestanti divennero "fratelli separati". Questo non significa che tutto può essere capovolto. Un futuro papa non insegnerà mai che Gesù non è mai esistito, che non era il Figlio di Dio, o che il pane e il vino usati nell’Eucarestia non diventano veramente il corpo e il sangue di Cristo. La storia cattolica è sempre una miscela di continuità e di cambiamento. La parte difficile è anticipare cosa potrebbe cambiare e quando.
Il Vaticano è avvolto di segretezza. Non proprio. In realtà il Vaticano è molto meno riservato della maggior parte delle altre istituzioni che hanno una portata globale, il governo degli Stati Uniti, per esempio, o la Coca Cola. Il Vaticano non raccoglie immagini da satelliti spia e non è ossessionato dalla protezione di informazioni che riguardino la progettazione di armi ad alta tecnologia. Non ha segreti commerciali, nessun dipartimento di ricerca e sviluppo, e non ha piani di vendita da tenere nascosti da occhi indiscreti. Il risultato è che gli affari del Vaticano in realtà si svolgono in modo molto più trasparente di quanto si possa immaginare dall’esterno.
E nemmeno quando ci prova il Vaticano è troppo capace di mantenere i propri segreti. E’ una burocrazia, dopotutto, piena di gente dogmatica e fortemente determinata. Prima o poi la maggior parte delle cose salta fuori (c’è un famoso detto secondo cui "Roma è una città in cui tutto è un mistero e niente è un segreto"). Nell’estate del 2007 Papa Benedetto XVI promulgò una decisione attesa da molto tempo con cui veniva dato ai preti il permesso di celebrare l'antica messa in latino. Ma nel momento in cui venne ufficializzata, comunque, la storia era già divenuta meno rilevante visto che il contenuto della decisione era trapelato sulla stampa mesi prima e perciò era stato già abbondantemente sottoposto a uno scrutinio esaustivo.
Il problema con il Vaticano non è la sua segretezza quanto la sua assoluta singolarità. E’ diverso da qualsiasi altra istituzione con cui si possa entrare in contatto, con la sua storia, la sua lingua e i suoi ritmi. Se non si conosce la differenza tra il punto di vista dei Gesuiti e quello dei Domenicani sul tema della Grazia nel XVI secolo, per esempio, o tra "Cotta" e "Alba", dentro il Vaticano ci si troverà spesso dinanzi a conversazioni estremamente difficili da capire. O se non si sa che il sottosegretario nella maggior parte degli uffici è la persona che svolge il vero lavoro può risultare difficile seguire le intricate faccende della Chiesa. Il trucco per decifrare il Vaticano è conoscere a fondo la sua cultura. Farlo significa sollevare facilmente il velo di segretezza che lo circonda.
Il Cattolicesimo è ossessionato dal sesso. No, siete voi ad esserlo. Prima della rivoluzione sessuale del 1960 la maggior parte delle persone avrebbe considerato molto strana l’idea del Cattolicesimo come qualcosa di pudico. L’antico rimprovero verso i cattolici era quello che fossero decisamente propensi ai piaceri della carne, specialmente del sesso e dell’alcool, a differenza dei più astemi Protestanti. Come ha scritto il poeta Hilaire Belloc "laddove splende il sole cattolico ci sono sempre risa e buon vino rosso". Quando i critici di oggi accusano il Cattolicesimo per le sue posizioni bigotte uno immagina i veri puritani che, rigirandosi nella tomba, disprezzavano la Chiesa di Roma e il suo lassismo morale.
Dal 1960, comunque, il Cattolicesimo è stato coinvolto in una controversia pubblica dopo l’altra sulle faccende sessali come i diritti dei gay, le questioni di genere, la famiglia, l’aborto, la contraccezione, l’inseminazione artificiale e altri punti scottanti dell’etica sessuale. Gli insegnamenti cattolici che un tempo etichettavano la persona media come moderata e perfino permissiva, ad esempio incoraggiando ad avere una famiglia numerosa, oggi sembrano positivamente antiquati alla maggior parte degli osservatori.
Il fatto è che gli insegnamenti sul sesso e sul genere sono contestati perfino all’interno della Chiesa stessa. Alcuni sondaggi dimostrano che una solida maggioranza di Cattolici, perlomeno negli Stati Uniti, non è d’accordo con le posizioni ufficiali della Chiesa su questioni come la contraccezione, la fertilizzazione in vitro e sul matrimonio per i sacerdoti. Maggioranze più ristrette vorrebbero l’ordinamento delle donne al sacerdozio e si oppongono senza mezzi termini all'aborto. E quando i Cattolici americani puntano su un candidato sia le faccende della vita privata sia le questioni di giustizia sociale, come l’assistenza per le famiglie in difficoltà e le riforme per l’immigrazione, vengono messe sullo stesso piano. Così come, nella maggior parte dei casi, l’opinione pubblica cattolica è molto più differenziata e tollerante di quanto venga compreso abitualmente.
Se da qualche parte rimane un atteggiamento ossessivo verso il sesso è sicuramente nella cultura popolare non certo nella Chiesa. Durante il primo anno del suo papato, Benedetto XVI ha usato la parola "Africa" quattro volte più di quanto abbia fatto con la parola "sesso". Tuttavia quest'ultima parola era riferita ad un unico documento che proibiva il sacerdozio ai gay ed è stato questo l'argomento che ha dominato sulla stampa. Il collegamento tra sesso e religione semplicemente vende bene e non è affatto giusto biasimare la chiesa per questo.
La Chiesa è ultra-gerarchica. Non proprio. Il Cattolicesimo ha una chiara catena di comando che lo rende abbastanza inusuale tra le religioni moderne (vi siete mai chiesti chi sia a capo del Giudaismo o dell’Islam?). Il Codice di Diritto Canonico assegna al Papa "un supremo, pieno, immediato e universale potere ordinario". Tale struttura gerarchica alimenta la percezione secondo cui il Cattolicesimo è gestito quasi esclusivamente dall’alto verso il basso. In pratica, invece, il Cattolicesimo funziona in modo informale e decentralizzato. La Curia Romana, ovvero la burocrazia amministrativa centrale della Chiesa, si serve di una forza lavoro di 2.700 dipendenti per gestire gli affari di più di 1,1 miliardi di cattolici. Se lo stesso rapporto di burocrati per cittadini fosse applicato al governo degli Stati Uniti circa 700 persone sarebbero sul libro-paga federale. In altre parole il Vaticano non ha gli strumenti per microgestire eccetto che nei più rari casi. Non si tratta di Wal-Mart dove la regolazione della temperatura di negozi lontani migliaia di chilometri è determinata da un computer nel quartier generale di Bentonville in Arkansas.
Il Cattolicesimo, inoltre, non è una gigantesca corporation. Gli assetti delle diocesi in giro per il mondo non appartengono al Papa ma ai vescovi e questo può dargli una considerevole autonomia in faccende amministrative. Nel 2001, per esempio, Roma ha ordinato all’Arcivescovo di Milwaukee di fermare la ristrutturazione della sua cattedrale perché non ne approvava il progetto. L’arcivescovo rispose che era lui quello che pagava gli appaltatori per cui Roma doveva farsi gli affari suoi.
Perfino all’interno del Vaticano gli uffici operano abbastanza indipendentemente uno dall’altro. Talvolta la mano sinistra di Roma davvero non sa, o non approva, cosa sta facendo la mano destra. Durante gli anni di Giovanni Paolo II, per esempio, lo stesso direttore di cerimonie del papa spesso ha proposto messe papali che ignoravano i cambiamenti suggeriti dall’ufficio di politica liturgica del Vaticano. E chiunque abbia prestato attenzione alle ondeggianti risposte da parte del Vaticano in merito alla crisi per gli abusi sessuali è verosimilmente giunto a un’impressione di incoerenza interna piuttosto che di stretto controllo dall’alto.
Probabilmente la migliore definizione che si può dare della Chiesa è riassunta dalla vecchia battuta secondo cui il Cattolicesimo è "una monarchia assoluta moderata da una disobbedienza selettiva". Dietro l’indipendenza locale e le cangianti risposte agli scandali c’è quasi sempre un impressionante grado di vivace dibattito. Fintantoche la Chiesa cresce in modo sempre più differenziato, questa tradizione di dialogo e discussione sarà sempre più critica per il suo futuro. Papi e pratiche cambieranno ma i fondamenti della fede molto probabilmente rimarranno forti e flessibili.
John L. Allen Jr. è senior correspondent per il National Catholic Reporter e senior analyst per la CNN.
Tratto da "Foreign Policy" (Novembre-Dicembre 2008)
Traduzione di Daniela Masciale e Fabrizia B. Maggi
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