Sunday, August 02, 2009

Perché Repubblica strattona la Chiesa

Antonio Socci su Libero del 30 Luglio 2009
E’ in corso un assedio da parte di Repubblica alla Chiesa. Proponendosi come pii e austeri custodi della morale sessuale cattolica, i censori di Ezio Mauro ed Eugenio Scalfari, paladini della più rigorosa castità, anche ieri hanno “sparato” un editoriale di Adriano Prosperi (specializzato in sgangherati attacchi anticlericali) per inventarsi, nientemeno, una “Chiesa che punta il dito sulla moralità del premier”. Come loro vorrebbero.

E’ da qualche settimana infatti che va avanti questo bombardamento sulle gerarchie episcopali per ottenere da loro “una chiara parola di condanna dell’immonda spazzatura che dalla vita privata del presidente del Consiglio trabocca sul paese”. Per ora Repubblica ha ottenuto solo qualche strillo isolato, perlopiù di personalità politicizzate. Così ora cerca di amplificare e piegare alle proprie pretese qualche garbata nota di richiamo alla morale pubblica apparsa su Avvenire.

Naturalmente Repubblica ha tutto il diritto di fare la sua battaglia politica contro Berlusconi e sui fatti che gli addebitano, ma cosa c’entra la Chiesa? E cosa c’entrano loro con la Chiesa? Questo strattonamento alla Chiesa, sebbene ridicolo (perché proviene dal giornale che di solito, sulle questioni di interesse generale, pretende di zittire i vescovi in nome della laicità), va compreso bene da noi cattolici.

Infatti è molto più di un tentativo di strumentalizzazione politica della Chiesa. E’ molto più di un tentativo di trasformare i vescovi in camerieri della lobby di Repubblica per la condanna dell’odiato Berlusconi. E’ un attacco alla dottrina cattolica stessa sul tema più delicato, quello del peccato e della grazia, che è al cuore della storia cristiana.

In parole povere, da duemila anni la Chiesa, seguendo il comportamento e il comandamento di Gesù, condanna con nettezza e decisione il peccato, ma, a braccia spalancate, chiama a sé e accoglie il peccatore e fa festa per il suo ritorno. Ora Repubblica vuole spazzar via quanto Gesù ha comandato per esigere la condanna del peccatore (uno solo: Berlusconi) e l’accoglienza del peccato.

Sì, perché Repubblica è sempre stata tra gli alfieri ideologici della cosiddetta rivoluzione sessuale, della secolarizzazione dei costumi, è sempre stato il giornale che più pesantemente ha bombardato contro l’insegnamento morale della Chiesa in materia sessuale e sulle questioni limitrofe del divorzio, dell’omosessualità, dell’aborto, della contraccezione, dei sacramenti ai divorziati. Vi risulta che Repubblica, Mauro, Scalfari e compagnia abbiano mai fatto una battaglia pubblica – sul piano morale e culturale – contro la “rivoluzione sessuale”, contro l’adulterio, contro i rapporti prematrimoniali, contro il divorzio, l’aborto e la pillola? Vi risulta che abbiano mai fatto analoghe crociate per la fedeltà coniugale, per la castità, per la riscoperta della verginità?

A me no. Potrò sbagliarmi, ma non ho mai visto Scalfari e Mauro tenere conferenze di elogio per la Humanae vitae o per Santa Maria Goretti davanti a una platea di femministe (eppure quella ragazzina è una vera eroina del nostro tempo assatanato). La lobby dell’Espresso e di Repubblica è – per definizione – la portabandiera della rivoluzione radicale e “libertaria” e ha sempre coperto di sarcasmi o attacchi i pochi anticonformisti che vivevano una cultura controcorrente, che resistevano ai comandi del “nuovo potere” e gustavano una diversa percezione della vita. Ricordo quanti irridenti articoli sono toccati a noi giovani ciellini che – negli anni del sesso mordi e fuggi – imparammo, per grazia, da don Giussani a guardare le nostre ragazze con uno sguardo diverso: poetico e non da assatanati consumatori finali.

Il salotto Espresso-Repubblica ha sempre vantato come proprio merito storico quella laicizzazione che ha portato all’Italia “del divorzio e dell’aborto”, all’Italia del sesso disinvolto, all’Italia “emancipata” dal Vaticano e dalla sua “morale repressiva”. Ora si vorrebbe sapere dunque con quale criterio e quale faccia, proprio quella lobby non solo si metta a dar lezione di “morale repressiva” alla Chiesa, ma soprattutto pretenda che la Chiesa condanni il peccatore, anzi “un” peccatore, uno solo, per nome e cognome, oltretutto assolvendo il peccato. Perché non risulta che Mauro, Scalfari e compagnia chiedano la condanna dell’adulterio e del “sesso laico”, chiedono solo la condanna del loro Nemico. Insomma pretenderebbero una morale sessuale “ad personam” (dopo aver criticato le “leggi ad personam”), che valga esclusivamente per Berlusconi e non per loro o per tutti noi.

Non solo. I salotti dell’Espresso e di Repubblica, da decenni, esaltano Giovanni XXIII (un papa Roncalli che trasformano a proprio uso e consumo) perché nella “Pacem in terris” ha insegnato a distinguere tra l’errore e l’errante, tra un’ideologia sbagliata (da condannare) e gli uomini concreti con cui dialogare. Siccome in quel caso egli parlava dei comunisti a lorsignori va benone. Se invece la stessa logica si applica a Berlusconi deve essere rifiutata.

Peraltro costoro non sanno che quella distinzione fra errore ed errante che viene attribuita a papa Roncalli come se egli avesse portato una novità nella Chiesa, è in realtà una citazione che papa Giovanni fece di Pio XII, proprio di un suo testo sul comunismo (vedi Andrea Tornielli, Pio XII, pp. 496-497). Sì, quella distinzione fra ideologia comunista e uomini concreti che vi aderiscono appartiene al papa più detestato dal mondo progressista. Ed è un principio che da sempre appartiene alla Chiesa: lo si trova già nel discorso di Paolo III di inaugurazione del Concilio di Trento.

La bistrattata Chiesa, a cui oggi Repubblica imputa – incredibilmente – di essere troppo lassista sulle questioni di morale sessuale, in realtà, senza trattare nessuno da “pubblico peccatore” (perché “pubblicani e prostitute vi precedono nel Regno dei cieli”), da sempre continua – come da comandamento divino – a condannare tutti i peccati, commessi da tutti, a mostrarne la triste degradazione, a lamentare la mercificazione dell’uomo e della donna, ma ad accogliere ogni peccatore ed esortarlo a gustare la bellezza del perdono del Padre e la sua pace.

Se lorsignori si fossero degnati di ascoltarla, anziché di irriderla, si sarebbero accorti che la Chiesa, ben prima di loro e ben più profondamente, da anni – almeno dalla Humanae vitae – richiama accoratamente tutti gli uomini sul rischio di disumanizzazione della rivoluzione sessuale. Fra i pochissimi anticonformisti che applaudirono la condanna della pillola – fatta da Paolo VI – come “morte dell’amore” ci fu quel grande intellettuale ebreo della Scuola di Francoforte che era Max Horkheimer. Ripeto: Horkheimer, non Scalfari o altre editorialisti di Repubblica. Gli eventi hanno mostrato quanto profetica fu la Chiesa, quanti guasti (nelle famiglie, nella vita sociale) e quanti drammi ha prodotto quella “rivoluzione” (a cui possiamo ascrivere anche l’insorgere di nuove terribili malattie sessualmente trasmesse che hanno fatto stragi, oltre alla tragedia planetaria dell’aborto).

Non c’è una seria riflessione critica, al di fuori della Chiesa, sul mondo che quella rivoluzione ha prodotto. A Repubblica si accorgono dell’ “immoralità dei costumi” (o della sessuomania dilagante) solo se c’è da infilzare Berlusconi, perché tutti gli altri giorni dell’anno essa viene da loro chiamata laicità, progresso e libertà.

Del resto a Repubblica dicono sempre di preferire i protestanti alla Chiesa cattolica (“noi giornalisti di un certo tipo protestante”, scrisse un giorno Scalfari). Perciò i vescovi italiani possono rispondere alle seccanti pressioni di quel giornale con una stupenda battuta del “cattolico” Oscar Wilde: “La Chiesa cattolica è soltanto per i santi e per i peccatori. Per le persone rispettabili va benissimo quella anglicana”. Dunque Mauro provi a chiedere un anatema contro Berlusconi alla Chiesa anglicana. Se la trova, perché si è quasi estinta.

Monday, July 20, 2009

La Chiesa, il nuovo Harry Potter e il «segno di una ricerca»

Dal Corriere della Sera del 18 luglio 2009 riporto l’articolo di Vittorio Messori intitolato La Chiesa, il nuovo Harry Potter e il «segno di una ricerca».
Il cardinal Angelo Bagnasco che, nella recente lettera pastorale alla sua diocesi di Genova scrive: “Certe tendenze, pur non coerenti con la fede, come il fenomeno dell’occultismo e della superstizione, la suggestione delle filosofie orientali, la ricerca di spiritualità esoteriche, le diverse forme di New Age, sono a loro modo segni di una ricerca”.
L’Osservatore romano che pubblica l’articolo di un collaboratore che dà un giudizio cautamente positivo (o, almeno, non negativo) della sesta tappa della saga di Harry Potter, in proiezione nei cinema in questi giorni.
I media, si sa, sono alla ricerca costante di collegamenti tra notizie disparate, per spacciare presunte “nuove tendenze” o improbabili “prospettive inedite” e costruirvi servizi fuorvianti. È successo anche questa volta, mescolando una citazione estrapolata dell’austero presidente della CEI alle avventure cinematografiche del “maghetto” inglese. La tesi che si vorrebbe dimostrare è qualcosa del tipo: “C’è una nuova apertura della Chiesa al Soprannaturale“, quello estraneo alla Tradizione.
Vediamo di capirci qualcosa. Su Harry Potter si è fatto rumore, a suo tempo, attorno a un presunto giudizio negativo dell’allora cardinale Joseph Ratzinger, giudizio che – come si è poi scoperto – non era suo ma di un collaboratore ed era stato strumentalizzato da una giornalista tedesca. In realtà, come spiegò anche un articolo di Civiltà Cattolica, e come ribadisce ora il pezzo del quotidiano vaticano, sarebbe ingiustificata una crociata previa contro questa saga. In effetti, malgrado non vi sia un esplicito riferimento al cristianesimo, i suoi valori sono riaffermati dallo schema di fondo, che vuole le forze del Bene in difficoltà ma alla fine vincitrici su quelle del Male. I buoni sentimenti sono diffusi e mai irrisi. E, quanto alla magia, anche lo spettatore, o il lettore, giovani si accorgono che la storia non è che una favola, dove non manca l’ironia. E si sottolineano positivamente i siparietti comici che contribuiscono a demitizzare le vicende, allentando la tensione.
Nessuna attuale assoluzione “vaticana”, dunque, poiché non vi è stata prima nessuna “condanna”, se non da parte di settori tradizionalisti, quelli ossessionati da un onnipresente “complotto anticristiano” per il quale Harry Potter sarebbe un arma tanto micidiale quanto occulta. Sono quelli che si affannano ad ascoltare nastri musicali alla rovescia per individuarvi messaggi blasfemi; o a ricercare, nascosto ovunque, il 666, il “numero della Bestia” secondo l’Apocalisse; o a tentare di individuare segni diabolici subliminali negli spot pubblicitari. La Chiesa lascia fare, ma non partecipa a queste atmosfere di sospetti millenaristi.
Nulla di nuovo, ovviamente, anche nella parole di quel coriaceo e impenitente discepolo del grande cardinal Giuseppe Siri (sempre più riscoperto con ammirazione, negli ambienti ecclesiali) che è Angelo Bagnasco. Un suo confratello nella porpora, Giacomo Biffi, ripete da sempre che “il contrario della fede non è la ragione ma la superstizione”. Ed è citatissimo il Chesterton dell’aforisma secondo il quale “il guaio dell’uomo di oggi non è il fatto che non crede a niente ma il fatto che crede a tutto”. C’è forse qualcosa di nuovo nel segnalare, come fa Bagnasco, che al declino del cristianesimo si è accompagnato, in Occidente, un lussureggiare di veggenti, stregoni, guru, indovini, astrologi, esoteristi, sciamani? Ed è forse una interpretazione originale quella secondo la quale tutto questo è “a suo modo il segno di una ricerca”? Non si tratta di “aprire” come qualcuno ha detto ma, semmai, di constatare. Senza sorpresa ma con qualche amarezza. L’abbandono, cioè, di quella che per il cardinale è la via maestra, induce a smarrirsi in sentieri che non portano da nessuna parte.
Anche qui, intendiamoci, nessun fanatismo. Il cristianesimo autentico, quello non settario, è sempre inclusivo, mai esclusivo, secondo la parola di Gesù (“non sono venuto per distruggere ma per completare”) e l’esortazione di Paolo (“esaminate tutto, tenete ciò che è buono”). Così, l’attenzione attuale per certe tecniche orientali è presente oggi in molte Case di esercizi spirituali del tutto accettati. Se vale ancor oggi il consiglio, per il fedele comune, di astenersi dalla astrologia è per prudenza e non per un rifiuto previo, visto che astrologi erano presenti alla Corte papale e il principe stesso dei teologi, San Tommaso d’Aquino, credeva nell’influsso degli astri, pur conciliandolo con il libero arbitrio. Non poteva essere altrimenti, visto che i cosiddetti “Magi” erano quasi certamente astrologi caldei che avevano individuato l’arrivo del Messia degli ebrei scrutando le stelle. L’esortazione, poi, a star lontani dall’occultismo non è perché si tratti sempre e comunque di inganni e truffe ma perché può essere, talvolta, un pericolo reale. Come sperimentarono tanti santi che dovettero difendersi da trame oscure in cui la Chiesa istituzionale stessa, pur prudente e di primo acchito doverosamente scettica, ha dovuto riconoscere lo zampino diabolico.
Insomma , per dirla con Ernest Renan, “la verità è sempre triste, ahinoi!”. La tristezza della verità, in questo piccolo caso, è data dal fatto che non si riesce proprio a trovare alcunché di nuovo, né qualcosa che le accomuni, tra le parole dell’arcivescovo di Genova e quelle di un collaboratore dell’Osservatore romano. I cercatori di “clamorose svolte” dovranno, ancora una volta, attendere altre occasioni.
© Corriere della Sera

Friday, July 10, 2009

La svastica che ispirò Hitler

Riporto l'articolo Ecco la svastica che ispirò Hitler, di Vittorio Messori, pubblicato sul Corriere della Sera del 9 luglio.

Per penetrare nel luogo proibito, ho dovuto giocare la carta del riconoscimento, mostrando il passaporto e alcune pubblicazioni recenti che avevo con me. Ho superato così la diffidenza del monaco guardiano, fortunatamente lettore delle traduzioni tedesche dei miei libri. Affidato a un sagrestano e aperta la grande porta barocca chiusa a chiave, mi sono stati concessi pochi minuti per scattare qualche istantanea con la mia macchinetta automatica. Alla fine, l' esortazione a «far buon uso» del privilegio accordato a me e negato categoricamente a tanti altri, da molti anni. Tutto questo per accedere alla sagrestia di una chiesa non solo aperta al pubblico ma anche assai frequentata, essendo al contempo parrocchia e tempio della grande, antica abbazia di Lambach, nell'Alta Austria. Un monastero che, nella sua vita millenaria, ha vissuto anche una esperienza singolare: durante l'anno scolastico 1897/98 ospitò, per la terza classe elementare, un bambino di otto anni originario di Braunau am Inn. Bambino disciplinato, dal visetto grazioso (come mostra la ancora esistente foto della classe) ma ostinato e introverso. Il che non gli impedì di essere un diligente chierichetto e un buon elemento della corale di voci bianche, nonché un allievo attento delle lezioni di violino impartitegli da un Padre benedettino. Dopo l'aula della scuola nell' abbazia, la maggior parte del suo tempo lo trascorse, quell'anno, proprio nella sagrestia ora interdetta ai visitatori. Lì, infatti, aiutava i sacerdoti celebranti a indossare e a togliere i paramenti liturgici, lì lavava e riempiva le ampolle per l'acqua e per il vino, lì sistemava arredi e vesti negli armadi. Lì si radunava con gli altri bambini, ogni sabato pomeriggio, per le prove dei canti per la messa grande domenicale e si esercitava per le melodie previste per matrimoni, funerali, feste liturgiche varie. Ebbene, quel vasto ambiente barocco è dominato da una sorta di grande cenotafio in marmi dai colori vivaci, che termina in uno stemma abbaziale, sovrastato da una mitria e da un pastorale in pietra rossa, forse di Verona. Nell'ovale del blasone, una svastica con gli uncini piegati, vistosamente dorata. La stessa doratura per la data (1869) e per le quattro lettere che circondano la croce: T.H.A.L. Cioè: Theoderic Hagn Abate (di) Lambach. Per posizione, per imponenza, per policromia dei marmi pregiati, il cenotafio è il punto focale della sala, è impossibile non esserne attratti appena entrati. Dunque, in quell'anno scolastico di oltre 110 anni fa, attrasse anche gli occhi, avidamente curiosi, dell' allievo di terza classe della Volks-Schule, nonché chierichetto e corista. Il suo nome era Adolf Hitler. L'anno a Lambach del futuro Führer è ovviamente ben noto agli storici, anche perché l'interessato gli dedicò una pagina del Mein Kampf, dove dice di non avere condiviso l'ideale di quei monaci ma di averne stimato la serietà e, soprattutto, di avere provato tali emozioni durante le solenni liturgie da sentirsi, lui che sarà sempre astemio, berauscht, ubriaco. Alcune biografie accennano anche alla svastica del monumento abbaziale ma, curiosamente, sono quasi inesistenti, per quanto sappia, le fotografie che appaghino la curiosità dei lettori. In ogni caso, le rare immagini sono di molti anni fa, in sfocato bianconero. In effetti, come io stesso ho constatato, i religiosi hanno deciso di interdire l'accesso alla sagrestia per troncare una sorta di pellegrinaggio, ove ai curiosi si aggiungevano, pare, anche inquietanti nostalgici se non dei pericolosi pazzoidi. La gran maggioranza dei visitatori ignora che un' altra svastica, seppur di dimensioni minori, potrebbe risvegliare la curiosità.

La seconda croce uncinata è sulla fontana nel giardino di fronte all'ingresso. Il piccolo Adolf vide pure questa tutti i giorni, giungendo al mattino in abbazia, ma nel dopoguerra è stata coperta da rampicanti e da vasi di fiori e per vederla bisogna conoscerne l'esistenza e spostare le piante. Anche questa è «firmata» da padre Theoderic Hagn, abate di Lambach nella seconda metà dell'Ottocento che per il suo stemma (ogni superiore di monastero benedettino ne ha uno, alla pari dei vescovi) scelse una svastica, forse perché segno dell'incontro tra la croce cristiana e la tradizione religiosa mondiale. È noto, infatti, che sin da tempi preistorici la croce uncinata è presente come simbolo sacro in ogni continente, America precolombiana e Oceania incluse. Soltanto il giudaismo sembra non conoscerla, probabilmente perché è simbolo solare, mentre la tradizione ebraica, a cominciare dal calendario, è soprattutto lunare. Sta di fatto che anche per questo la Hakenkreuz, la «croce con gli uncini», fu dichiarata «segno ariano» e prediletta, tra Ottocento e Novecento, dai gruppi ispirati al nazionalismo germanico nonché all' esoterismo e all'antisemitismo in qualche modo «metafisico». Il giovane Hitler la conobbe (curiosamente, proprio nella forma «alla Lambach», con gli uncini piegati) presso la Thule-Gesellschaft, la società semisegreta le cui dottrine e i cui uomini alimentarono il nazionalsocialismo nascente. Fu nel maggio del 1920 che il futuro Führer presentò l'insegna del movimento, da lui stesso (pittore frustrato) disegnata: una svastica, appunto, ma con i bracci raddrizzati e inclinata verso destra, per, disse, «dare l' idea di una valanga che travolga il mondo decadente». Questa scelta del simbolo, tra tanti possibili, fu determinata anche dall'impressione ricavata dallo scolaro di terza elementare davanti alle svastiche dell' abate Hagn? Hitler non ne fece mai cenno, ma ci sono due episodi che fanno pensare. Quando invase l'Austria, nel 1938, pur pressato da mille impegni, si fece portare a Lambach (riservatamente, con Eva Braun, una foto lo mostra con un impermeabile bianco, da borghese) per rivedere l' abbazia e sostò nella sagrestia, davanti al vistoso cenotafio dove tante volte aveva lavorato e cantato. C' è di più: come già in Germania, i nazisti soppressero subito le case monastiche austriache, ma Lambach fu risparmiata e i religiosi furono allontanati soltanto nel 1942. Dopo tutto, non sfugga un particolare: attorno ai bracci della svastica dell' abate, stanno anche una A e una H. Proprio quelle iniziali che Adolf Hitler volle incise accanto alla Hakenkreuz «ariana» sulla facciata e nei saloni della cancelleria di Berlino.

© Corriere della Sera

Wednesday, July 01, 2009

Ideologia transgender? Roba da matti!

La rivista Il Timone presenta ogni mese un dossier tematico di approfondimento. Quello del numero di giugno è intitolato Né maschi né femmine. L’ideologia di genere. Degli articoli di cui è composto il dossier ho selezionato “Genere” o “sesso”?, di Roberto Beretta. Lo riporto di seguito precisando che ho modificato leggermente l’ordine dei paragrafi. In tal modo mi è sembrato di rendere ancora più immediata e istruttiva la trattazione dell’argomento.
(Dal numero di giugno si veda anche l’articolo sull’omosessualità indesiderata, a firma di Roberto Marchesini)

Essere come angeli, né maschi né femmine: un sogno paradisiaco oppure un incubo? Vediamo.
L’avvocato Mauro Ronco, 63 anni, presidente dell’Ordine degli avvocati di Torino e professore universitario di Diritto penale, nonché responsabile piemontese di Azione Cattolica, si è occupato di vari casi – oggi sempre più frequenti – in cui sono coinvolti aspetti giuridici e insieme morali: dal divorzio all’aborto, dal testamento biologico allo statuto dell’embrione.

Professore, come spiegherebbe agli ignari, e in parole molto povere, l’espressione “ideologia di genere” o più semplicemente gender, all’americana?
«L’ideologia di genere presenta molteplici aspetti. Sottolineerei anzitutto l’uso del termine “genere” al posto di “sesso”. Per la tradizione filosofica e linguistica che ha il suo referente nelle Scritture bibliche, la persona è “maschio” o “femmina”. La connotazione anatomica e biologica del sesso assegna a ciascuno una specifica identità, l’identità sessuale appunto. Per l’ideologia di genere, invece, la persona non è “maschio” o “femmina”, bensì è ciò che diventa secondo le multiformi scelte nel corso della vita. La persona assume così indifferentemente varie “identità di genere”, a seconda della sua libera scelta. In questo senso anche l’ideologia omosessuale viene superata. La persona non è mai definita sul piano sessuale, ma è in uno stato mutevole di “generi” che essa stessa si può dare. Nell’ideologia di genere affiora una specie di odio verso il sesso come connotazione biologica che prescinde dalla scelta personale, esso è visto come qualcosa che condiziona ingiustamente la libera esperienza di vita di ciascuno e quindi come un limite insopportabile alla libertà. Il secondo aspetto che occorre mettere in luce concerne la lotta contro ogni identità e contro ogni differenza: l’obiettivo è giungere ad un’assoluta indifferenziazione, in cui vengano aboliti nella persona umana i segni sessuali della creazione. L’ideologia di genere, in definitiva, ha come obiettivo il sovvertimento della realtà sessuale. Se nella Genesi è scritto: “Dio creò l’uomo a sua immagine; a immagine di Dio lo creò; maschio e femmina li creò (Genesi 1,27); se Gesù riprende lo stesso tema, dicendo: “Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina?” (Matteo 19,4), l’ideologia di genere proclama che non vi è in natura né “maschio” né “femmina”, ma tanti generi quanti ciascuno si voglia liberamente dare».

Qualcuno sostiene che si tratta di un ulteriore passo della cosiddetta «rivoluzione sessuale»; in che senso?
«Credo di sì, ma in senso paradossale, perché in qualche modo costituisce la negazione stessa della rivoluzione sessuale come è stata concepita nel XX secolo. Infatti, l’ideologia di genere nega il sesso come identità della persona, cioè può anche rimanere, ma è meglio che venga eliminato anche fisicamente. Così l’organo sessuale maschile venga levato e l’uomo si trasformi, per quanto possibile, in una donna o – ancor meglio – in un essere asessuato. Vale pure il contrario, che la donna si trasformi in uomo. Meglio ancora, per l’ideologia di genere, se ciascuno riesce a portare in sé i segni della doppia sessualità, oppure di nessuna sessualità. Il sesso è concepito soltanto come strumento per provocare il piacere; è però eliminato del tutto non soltanto nel suo valore intrinsecamente procreativo, ma anche nel suo significato identitario».

Il femminismo sembrava spingere verso un’esaltazione esasperata della diversità sessuale; ora invece si ritrova ad essere additato come una delle radici da cui nasce l’omologazione dei sessi. Com’è stato possibile un tale paradosso?
«Vero. Si tratta di un paradosso. Se però si studia il significato del femminismo radicale, si comprende come l’evoluzione sia del tutto logica. Infatti, il femminismo radicale negava, sin dall’origine, la sessualità come intrinsecamente procreativa. Quindi, negava l’identità della donna come portatrice essenziale del valore della maternità. L’esasperazione femministica del sesso femminile era un modo per negare il significato profondo della femminilità. Il processo ha però un corso implacabile: se si nega il significato profondo, metafisico della femminilità, è inevitabile che si finisca per negare anche il segno biologico di essa».

Quali potrebbero essere, concretamente, le ricadute sociali di una affermazione dell’ideologia di genere? E una reazione ad essa non potrebbe rischiare invece di rituffarci in una cultura «patriarcale» o maschilista?
«Sì, è possibile che gruppi maschili, particolarmente sensibili alla profonda ingiustizia conseguente alla diffusione dell’ideologia di genere, si esprimano reattivamente nella vita sociale con gesti e atteggiamenti violenti come quelli degli ultras del tifo sportivo, per manifestare inconsciamente la propria identità maschile.
Ma non sarebbe il pericolo più grave. Le ricadute sociali di una vittoria dell’ideologia di genere sarebbero ben più devastanti. Oltre all’aggravamento della crisi demografica, si scatenerebbero squilibri psichici in larghe fasce della popolazione; molti, privati di chiara identificazione sessuale, potrebbero precipitare in forme di depressione assai preoccupanti».

Lei ha svolto un’audizione alla Commissione Giustizia della Camera sul tema del «genere». Come mai il Parlamento se ne occupa?
«La Commissione Giustizia della Camera ha in discussione, dal novembre scorso, alcune proposte di legge sulle discriminazioni o sull’istigazione a discriminazioni per motivi legati all’orientamento sessuale o all’identità di genere. L’introduzione di questo nuovo reato ha trovato però una certa opposizione nella Commissione Giustizia, così la relatrice del progetto di legge Anna Paola Concia (Pd) ha modificato le originarie proposte, limitandosi a chiedere l’aggiunta all’articolo 61 del Codice Penale di un’aggravante per reati con “finalità di discriminazione per motivi inerenti all’orientamento sessuale o all’identità di genere”. D’altra parte, di fronte alle perplessità, i parlamentari hanno deciso di ascoltare le opinioni di due giuristi. Io sono stato ascoltato il 14 gennaio 2009».

E che cosa ha detto?
«Riassumo brevemente. Anzitutto ho messo in luce che l’introduzione di norme che sanzionino penalmente le discriminazioni sull’orientamento sessuale va contro il principio, condiviso da quasi tutti gli esperti, del “diritto penale minimo”. Un razionale uso delle pene implica che il legislatore si trattenga dal minacciarle quando non siano assolutamente indispensabili per la tutela di beni giuridici di importanza essenziale per la pacifica convivenza sociale. In secondo luogo, ho sottolineato che il concetto di discriminazione è di assai vasta latitudine, abbracciando qualsiasi comportamento che sfocia nel trattamento di una persona in modo meno favorevole di un altro in situazione analoga. In sostanza, si aprirebbe uno spazio enorme per interventi legali. Solo per fare un esempio: la madre che cerca di persuadere la figlia a non sposare una persona “bisessuale”, spiegandole i rischi che comporta per formare un nucleo familiare stabile, potrebbe essere responsabile del reato di istigazione alla discriminazione. Allo stesso modo il padre che rifiutasse di affittare al figlio un appartamento perché quest’ultimo ci vuole convivere con una persona dello stesso sesso».

Monday, June 29, 2009

Van den Aardweg e l'omosessualità: nessun mistero e nessun destino

Riporto l'articolo "Luca era gay" di Roberto Marchesini, pubblicato sul mensile Il Timone, giugno 2009, n. 84, pp. 18-19.

La cultura contemporanea funziona così: è più efficace una canzonetta dell'opinione di seri professionisti. La canzone Luca era gay, che Giuseppe Povia ha presentato all'ultimo Festival di Sanremo aggiudicandosi il secondo posto, ha reso presente nell'immaginario collettivo la figura dell'ex-omosessuale, ossia di una persona che ha cambiato il proprio orientamento omosessuale indesiderato. Ovviamente la canzone ha suscitato le reazioni rabbiose di quella parte ideologica che ha tutto l'interesse a nascondere questa scomoda realtà: Povia è stato denunciato per il reato (per ora) inesistente di "omofobia", ed è stato persino minacciato di morte.
Eppure le storie di ex-omosessuali, anche italiani, stanno cominciando a circolare sempre più numerose, nonostante la censura da parte dei gay. Di fronte a questo fenomeno, la strategia è quella di ridicolizzare come idea balzana la terapia delle pulsioni omosessuali indesiderate di uno psicoterapeuta americano, Joseph Nicolosi, che avrebbe inventato un modo - non condiviso dal resto del mondo scientifico - per indurre le persone al cambiamento.
Non è così. Fino agli anni Ottanta del secolo scorso era normale che qualsiasi psicoterapeuta, di qualsiasi orientamento, accettasse di prendersi cura delle persone che soffrono a causa di un orientamento omosessuale indesiderato, considerandolo come l'esito di un senso di inferiorità nei confronti del mondo maschile. Tra i clinici che hanno riportato successi in questo campo troviamo nomi tra i più importanti della storia della psicologia del Novecento: Alfred Adler (1870-1937), Edmund Bergler (1899-1962), Jacques Lacan (1901-1981), Irving Bieber (1908-1991), Conrad W. Baars (1919-1981) e tanti altri.

Gerard van den Aardweg
Anche adesso Nicolosi non è solo: tra i soci dell'associazione internazionale che lui stesso ha fondato, il NARTH (National Association for Research and Therapy of Homosexuality), c'è l'olandese Gerard van den Aardweg, psicoterapeuta e docente universitario. Il professor van den Aardweg, invitato da una decina di associazioni cattoliche, ha recentemente tenuto in Italia una serie di conferenze dal titolo "Omosessualità: nessun mistero, nessun destino". Nel corso di queste conferenze il cattedratico ha spiegato la genesi storica dell'ideologia omosessualista e di come sin dalle origini abbia strumentalizzato la scienza per obiettivi politici.
Il medico e militante omosessuale Magnus Hirschfeld (1868-1935), considerato tra i fondatori del movimento gay, nel 1919 aveva fondato a Berlino l'Istituto per la Ricerca Sessuale con il significativo motto Per scientiam ad iustitiam, ossia utilizzare la scienza per giungere alla giustizia (ovviamente intesa dal punto di vista omosessualista). L'Istituto per la Ricerca Sessuale - che ospitava anche un Museo del sesso - aveva la caratteristica di utilizzare come campione di ricerca i frequentatori di un bordello annesso all'istituto; con il passar degli anni l'Istituto raccolse una tale mole di documenti circa la vita e le abitudini sessuali dei suoi frequentatori da costituire un pericolo per i vertici del Terzo Reich e per Hitler stesso. Secondo diversi autori, infatti, il rogo della biblioteca e dell'archivio dell'Istituto fondato da Hirschfeld (la maggior parte delle fotografie raffiguranti roghi di libri da parte dei nazionalsocialisti furono scattate in realtà durante questo episodio) distrusse la documentazione circa le perversioni sessuali di numerosi leader nazisti, molti dei quali avevano cominciato a frequentare l'Istituto prima dell'instaurazione del regime hitleriano.
Il professor van den Aardweg ha proseguito riflettendo sul fatto che anche oggi la maggior parte delle ricerche sull'omosessualità sono compiute da gay militanti che si pongono pochi scrupoli nel manipolare il campione o le procedure al fine di presentare dati favorevoli all'ideologia omosessualista (ad esempio, che sembrano avallare l'ipotesi di una causa genetica dell'omosessualità).

Le origini del problema omosessuale
Secondo van den Aardweg, invece, l'origine dell'omosessualità è spiegabile psicologicamente: è ciò che può avvenire, infatti, in coloro che hanno un senso di inferiorità nei confronti di alcune persone dello stesso sesso, e che erotizzano l'ammirazione e l'invidia che provano verso queste. Analizzando le caratteristiche che suscitano attrazione, infatti, è possibile farsi un'idea di ciò di cui la persona con tendenze omosessuali si sente mancante (forza, sicurezza, virilità...). In una buona parte dei casi, l'origine del senso di inferiorità è da ricercarsi nelle relazioni familiari, che non hanno fornito al ragazzo un modello identificativo valido; il professor van den Aardweg invita però a prestare attenzione anche al gruppo dei pari, che nella preadolescenza può far sentire escluso, diverso ed inferiore un ragazzo o una ragazza.
Secondo il clinico olandese, la terapia delle tendenze omosessuali indesiderate non si configura tanto come "cura" (anche perché non c'è nulla di organico da "curare"), quanto come una crescita personale, che comprende l'abbandono di tendenze commiseratorie e persecutorie, del ruolo di "cacciatore di ingiustizie", del bambino incompreso. In questo cammino di crescita personale è indispensabile l'esercizio delle virtù, sia umane sia cristiane, e tra queste la sincerità, l'umiltà, la capacità di amare, il coraggio, la purezza. La preghiera e l'accostamento frequente ai sacramenti sono, per i credenti che soffrono per tali tendenze, un ulteriore aiuto.
L'esperienza del professor van den Aardweg è importante in un clima culturale che rifiuta ogni riferimento all'ascesi, intesa come fatica per compiere la propria realizzazione. Uscire da tendenze sessuali indesiderate è possibile; questa è la speranza di molte persone che la società ignora. Ma che a volte trovano un'attenzione inaspettata grazie, ad esempio, ad una canzone sanremese.

Due conclusioni
Due notazioni che riguardano il clima culturale riguardante questi temi.
Innanzitutto è degna di nota la violenza con la quale gli esponenti del mondo gay si sono scagliati contro la canzone di Povia: questa reazione ha tutta l'aria di un tentativo disperato di occultare al pubblico la realtà degli ex-omosessuali e la possibilità di un cambiamento. E' importante ricordare che il movimento omosessualista ha utilizzato gli argomenti della "naturalezza" e "immutabilità" dell'omosessualità per presentarsi come minoranza discriminata; se l'omosessualità ha una causa nota ed è modificabile, in che modo potranno i gay giustificare le loro pretese politiche e sociali?
Secondariamente, è bene ricordare la reazione del pubblico del Festival all'esibizione di Povia e alle parole dell'onorevole Franco Grillini, che, contro ogni costume, è stato invitato ad esprimere un suo parere sulla canzone. Il pubblico in sala ha applaudito Povia e fischiato Grillini.
Da almeno due decenni il movimento omosessualista ha cercato il consenso dell'opinione pubblica presentando i gay come vittime innocenti della violenza e dell'intolleranza; probabilmente il pubblico in sala ha percepito la reazione del movimento omosessualista e le parole del suo esponente come un'aggressione ad un artista ed un tentativo di limitare la libertà d'espressione. A quanto pare, il lupo travestito da pecora è stato riconosciuto.

Bibliografia
Gerard van den Aardweg, Omosessualità e speranza. Terapia e guarigione nell'esperienza di uno psicologo. Ares, 1995
Gerard van den Aardweg, Una strada per il domani. Guida all'(auto)terapia dell'omosessualità, Città nuova, 2004
Obiettivo Chaire, ABC per capire l'omosessualità, San Paolo, 2005
Roberto Marchesini, L'identità di genere, I Quaderni del Timone, Edizioni ART, 2007

"Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2358)

Si vedano anche i post:
Paolo Guzzanti difende i gay ma alimenta la confusione dei lettori
Facciamo un po' di luce sulla strategia gay

Si veda infine Omosessualità & normalità. Colloquio con Joseph Nicolosi, aggiunto in data 4 agosto 2009.

Wednesday, June 24, 2009

Il coniglio e il leone

In una calda mattina d’estate, un coniglio sta disteso sulla sponda di un torrente con due zampe nell'acqua.
Gli passa accanto un cerbiatto e gli domanda: “Coniglio, che fai?”.
“Prendo il sole, mi godo il fresco, e se vedessi un leone lo prenderei a legnate”, replica il coniglio.
Dopo un po’, gli passa accanto un cinghiale che gli domanda: “Coniglio che fai?”.
“Che dirti! Prendo il sole, mi godo il fresco, e se vedessi un leone lo prenderei a legnate”, fa di nuovo il coniglio.
Passa un tacchino: “Coniglio che, fai?”.
E quello: “Sto qui, prendo il sole e mi godo il fresco. Se poi vedessi un leone lo prenderei a legnate”.
Il tacchino prosegue dritto e ad un certo punto incontra un leone. Gli fa: “Sai, lungo la sponda del torrente c’è un coniglio. Dice che se ti vede ti prende a legnate”.
Il leone, incuriosito, va in cerca del coniglio. Lo vede, gli si avvicina e gli domanda: “Coniglio, che fai?”.
E il coniglio: “Bah, prendo il sole, mi godo il fresco. E ogni tanto dico qualche cazzata!”

Monday, June 08, 2009

26 giugno, festa di San Josemaria Escrivà


Qui è possibile trovare i dati sulle Sante Messe celebrate in Italia in onore del santo fondatore dell'Opus Dei.

Wednesday, June 03, 2009

La guida

Quela Vecchietta ceca, che incontrai
la notte che me spersi in mezzo ar bosco,
me disse : - Se la strada nu' la sai,
te ciaccompagno io, chè la conosco.

Se ciai la forza de venimme appresso,
de tanto in tanto te darò una voce
fino là in fonno, dove c'è un cipresso,
fino là in cima, dove c'è la Croce... -

Io risposi: - Sarà... ma trovo strano
che me possa guidà chi nun ce vede... -
La Ceca, allora, me pijò la mano
e sospirò: - Cammina! -

Era la Fede.

[Trilussa]

Bufale su Voltaire, Papa Leone X e Galileo Galilei

[…] Smettiamola di ripetere la frase fin troppo famosa: «Non sono d’accordo con la tua idea ma mi batterò, se necessario, sino alla morte perché tu possa esprimerla».
Smettiamola, dico, di attribuirla a tal François-Marie Arouet , in arte Voltaire, come esemplare conferma della sua tolleranza e, in genere, della libertà di pensiero difesa dall’Illuminismo. Questa frase edificante non è di Voltaire, queste parole non sono sue ma di un’autrice inglese, Evelyn Beatrice Hall, e si trovano in un libro edito a Londra nel 1906. Quella scrittrice scriveva sotto uno pseudonimo maschile, Stephen G. Tallentyre (le opere femminili non erano prese sul serio, nella Gran Bretagna anglicana, ancora all’inizio del XX secolo) e ha “immaginato” che così si dicesse nella Francia del Settecento.
Se su Voltaire si fosse informata meglio, l’ingenua anglosassone avrebbe scoperto, tra l’altro, che quel filosofo era in realtà il ricco “mantenuto” di un despota come Federico II di Prussia e che investiva i suoi guadagni letterari nella società che aveva messo in piedi con un ebreo, in Olanda, per il commercio degli schiavi neri dall’Africa all’America. Un tipo, Voltaire, che amava talmente la tolleranza da chiedere con insistenza alle autorità regie che fossero messi a tacere, con ogni mezzo, i Gesuiti che ne contrastavano le idee. E che non ebbe nulla da dire quando l’ufficio di censura del re di Francia proibì l’uscita di una rivista periodica che lo aveva attaccato.

Da una falsa citazione che dovrebbe dare onore al presunto autore, eccone una, altrettanto falsa, da disonore.
Succede spesso infatti – anche negli attuali pamphlet anticristiani e in particolare anticattolici – di vedere citata una lettera di Leone X al fratello subito dopo l’elezione a papa, nel 1513. Quel Medici subito dopo il conclave, avrebbe scritto: Quot commoda dat nobis haec fabula Christi!, quanti vantaggi ci dà questa favola di Cristo. Parole citate, ovviamente, per dimostrare che, se neanche i Papi hanno creduto nella verità del Vangelo, meno che mai possiamo farlo noi.
Peccato per quei polemisti che quella lettera di Leone X non sia mai esistita e che sia stata inventata dal polemista protestante John Bale nella sua opera The Pageant of Popes, il corteo dei Papi, pochi anni dopo la morte del pontefice fiorentino.
Il grande storico cattolico Pastor, poi, ha dimostrato in maniera inconfutabile che è falsa anche un’altra lettera attribuita allo stesso Pontefice che, uscito dal Conclave, avrebbe scritto al fratello Giuliano: «Godiamoci il Papato, visto che ci è stato dato».

Andiamo oltre, restando sempre sui terreni dove pascolano le “bufale”. Ecco qui un ritaglio del 7 febbraio 2007 non da un giornalino di provincia ma da Le Monde, il giornale per il quale è obbligatorio, stando al conformismo egemone, usare l’aggettivo “autorevole”. Altrettanto autorevole lo scienziato che firma un articolo, scrivendo tra l’altro, testualmente: «Allorché Galileo Galilei ha affermato che la Terra era rotonda, il consenso unanime era contro di lui e i cardinali che processarono l’astronomo pisano sostenevano che la Terra era piatta». I soliti preti ignoranti e fanatici della leggenda nera galileiana! In realtà, già due secoli prima di Cristo, il matematico e geometra di Cirene trapiantato ad Alessandria, Eratostene, non solo sapeva che il nostro pianeta è rotondo, ma riuscì a calcolarne la circonferenza due volte, con due metodi diversi, e con sorprendente precisione.
La riprova concreta venne poi da Magellano che, un secolo prima di Galileo, compì il giro completo della Terra, navigando sempre verso Occidente; al punto di partenza, in Portogallo, non ritornò lui, che era morto in uno scontro con indigeni del Pacifico, ma giunsero le sue navi. Dimostrando così con i fatti la teoria, conosciuta e riconosciuta da almeno 17 secoli. Da tutti i dotti, dunque anche da quelli del Papa “oscurantista”.

[Vittorio Messori, Il Timone, maggio 2009, pp. 64-65]

Sul giusto processo a Galileo Galilei si veda qui.

Monday, June 01, 2009

La teologia di Joseph Ratzinger. Un'antologia

Segnalo l'uscita in libreria, per le Edizioni Lindau, della prima antologia teologica in lingua italiana degli scritti di Joseph Ratzinger-Papa Benedetto XVI, intitolata "FEDE, RAGIONE, VERITÀ E AMORE. La teologia di Joseph Ratzinger". Il testo (pag. 832, euro 29) è stato curato da Umberto Casale e contiene una prefazione inedita di Camillo Ruini.

Joseph Ratzinger non è solo un teologo raffinato ma un intellettuale moderno che ama confrontarsi sulle grandi questioni etiche e culturali del nostro tempo anche con coloro che hanno posizioni molto lontane dalla Chiesa.

Sono molto numerosi – e di varia natura – i libri, gli interventi, le omelie nei quali Joseph Ratzinger ha espresso, con la consueta lucidità, prima da teologo, quindi da cardinale e poi da Pontefice, il suo pensiero sui temi più delicati e controversi del nostro tempo così come sulle questioni dottrinarie e teologiche.

Questa antologia, la prima in Italia, curata da don Umberto Casale, riunisce in un singolo volume molti dei suoi scritti più significativi, presentati e inquadrati con grande chiarezza.

L’opera, curata da Umberto Casale, è articolata in due parti.
La prima ospita cinque sezioni dedicate ai principali soggetti della vasta produzione ratzingeriana: la teologia fondamentale, la teologia dogmatica (cristologia e pneumatologia, ecclesiologia, escatologia), la liturgia, la teologia morale, l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.
La seconda parte presenta invece una scelta dei testi composti dopo l’elezione al soglio pontificio e nel corso del suo magistero papale.

Come scrive Umberto Casale nell’introduzione, «Ratzinger ha proposto un illuminismo sinonimo di intelligenza e di ricerca della verità, espressione dell’uomo che, grazie alla conoscenza della verità di cui è capace, acquisisce sia la propria dignità “trascendente”, sia il proprio potere critico e demistificatore, entrambi sinonimi di libertà»

Rivolta non solo ai cattolici ma a un pubblico laico colto, quest’opera permette di apprezzare la ricchezza e la coerenza di una ricerca che copre l’intero arco di una vita e che interroga profondamente la cultura contemporanea.


La struttura dell'opera

Prefazione del Card. Camillo Ruini
Introduzione di Umberto Casale

Prima Sezione

Omelia e discorsi

Nei testi omiletici d’inizio pontificato, nelle prime catechesi del mercoledì con la presentazione degli Apostoli («Cristo è vivo nella sua Chiesa costruita sul fondamento degli Apostoli») e dei principali Padri della Chiesa d’Oriente e d’Occidente («dedichiamo la nostra attenzione ai Padri... e così possiamo vedere come comincia il cammino della Chiesa nella storia»), in alcuni discorsi pronunciati presso diverse istituzioni culturali di vari paesi (Ratisbona, Parigi...) e, infine, in un importante intervento sull’interpretazione del Concilio Vaticano II emerge la figura di un teologo e di un pastore che vuole anzitutto ripensare e precisare che cosa significa “fede cristiana” (pensiero e vita) e così farla incontrare con le donne e gli uomini del nostro tempo, farla dialogare con la cultura contemporanea (principalmente sul fondamentale tema del rapporto fede e ragione).
Traspare inoltre da questi (e da vari altri) testi l’impegno del Papa-teologo ad assumere l’enorme carico pastorale che il servizio petrino comporta nei confronti della comunità ecclesiale e della comunità dei popoli: sia con la consapevolezza dei propri limiti, sia con l’immensa fiducia nello Spirito Santo – lo Spirito di Verità – che, attualizzando ogn’ora l’opera cristologica, guida la Chiesa attraverso il fiume carsico della storia all’approdo dell’eternità, guida la Chiesa e l’umanità verso “tutta la Verità” (Gv 16, 13), sia, infine, contando sulla preghiera che la Chiesa offre al “buon Pastore” per “il semplice lavoratore della vigna del Signore”, chiamato a essere vescovo di Roma e vescovo universale.


Omelia nella messa per l’inaugurazione del pontificato

Prime catechesi del mercoledì sulla Tradizione (Gli apostoli. Libreria Editrice Vaticana 2008, 31-47)

Discorso sull’interpretazione del Vaticano II (in Il Regno/Documenti 1/2006, 7-10)

Discorso magistrale di Ratisbona (in Il Regno/Documenti 17/2006, 340-344)

Discorso all’Università della Sapienza

Discorso al Collège des Bernardins, Parigi (Il Regno/Documenti 17/2008, 523-527)


Seconda sezione

Teologia Fondamentale

I temi della teologia fondamentale (Rivelazione e cristologia, Scrittura e Tradizione, la fede cristiana-trinitaria e la teologia – metodologia e contenuti) sono ripensati e riformulati, grazie anche alle ricerche storiche (teologia patristica e medievale), in modo originale rispetto sia alla predominante teologia neoscolastica, sia all’impianto teorico dell’apologetica classica. L’intento è quello di proporre una teologia fondamentale che, da un lato, raccolga la ricchezza della Tradizione («mi propongo di pensare con la fede della Chiesa, soprattutto coi grandi pensatori della fede»); dall’altro, cerchi di essere eloquente rispetto alle domande e alle inquietudini dell’uomo moderno.
Emerge qui una visone storico-salvifica ed escatologica della Rivelazione di Dio unitrino: un processo storico progressivo; il nesso fra Cristo e lo Spirito mostra come lo stesso Spirito Santo quale interprete di Gesù rivelatore del Padre, con la sua parola si rivolge a ogni tempo e questa parola ha sempre qualcosa di nuovo da dire. ‘Cristocentrismo’ e ‘relazione’ sono gli assi portanti; l’evento cristologico costituisce l’attuazione compiuta della reciprocità della verità di Dio e della libertà dell’uomo. Cristo mostra così il vero volto di Dio/Agape e svela il mistero dell’uomo all’uomo (Vaticano II, «Gaudium et spes», 22).
Emerge altresì l’alto profilo esistenziale della fede cristiana, una fede teologale che è, inseparabilmente, pensiero e anima, corpo e affetti, libera risposta alla logica suprema dell’agape di Dio, fondamento delle relazioni umane del tempo vissuto affacciato sull’eternità. L’idea cristiana della fede, generatrice dell’uomo nuovo, è studiata anche nei suoi rapporti col logos, il nomos, il pathos e l’ethos, le coordinate dell’antropologia piena e riuscita. È, in sintesi, il tentativo di mettere a tema la razionalità e l’umanità intrinseca della fede cristiana e di mostrare che nell’autocomunicazione della verità di Dio l’uomo accede alla sua propria verità.


Esegesi e teologia (L’interpretazione biblica in conflitto, in L. Pacomio [ed], L’esegesi cristiana oggi, Piemme 1991, 93-125)

Natura e compito della teologia (Natura e compito della teologia, Jaca Book, Milano 1993, 45-65)

Fede e teologia (La comunione nella Chiesa, San Paolo 2004, 10-22)

È ancora possibile credere nel mondo attuale? (Introduzione al cristianesimo, Queriniana, Brescia 2003, 11-18. 37-47)

Che cosa è costitutivo per la fede cristiana? (Elementi di teologia fondamentale, Morcelliana, Brescia 2005, 11-24)

La fede nel Dio uno e trino (Introduzione al cristianesimo, cit., 111-124. 135-146)

Rivelazione, Scrittura, Tradizione (Rivelazione e Tradizione, Morcelliana, Brescia 2006, 27-47)


Terza Sezione

Teologia dogmatica

Nella ricerca dei fondamenti e alla luce della relazione tra fede (dogma) e storia, la teologia dogmatica è concepita come “storia dei dogmi”, da sviluppare secondo l’indicazione del concilio Vaticano II (concilio a cui Ratzinger ha partecipato come “perito conciliare”, contribuendo all’elaborazione e alla formazione dei testi): innanzitutto i fondamenti scritturistici antico e neo-testamentari (approccio biblico;, poi la tradizione e lo sviluppo delle verità di fede nella storia della Chiesa e del pensiero cristiano (teologia), a partire dal contributo della Patristica e della teologia mediecale (approccio storico); infine la riflessione sistematica che raccoglie i dati della tradizione e cerca un’attualizzazione delle verità di fede (approccio sistematico), scoprendole «presenti e operanti nella vita della Chiesa… capaci di contribuire alla soluzione dei problemi umani, applicandole alle mutevoli condizioni di questo mondo» (Vaticano II, Optatam totius, n. 16).
I dogmi – sottolinea spesso Ratzinger – sono la voce della Chiesa vivente, tracciano i confini della Tradizione, non delle chiusure, bensì piste per vivere sicuri, dal momento che spetta alla Chiesa esplicitare la fede partendo dal Cristo storico e decidendo oggi nello Spirito Santo.


a. Cristologia e Pneumatologia

La teologia dogmatica, seguendo il principio metodologico della “hierarchia veritatum” (Vaticano II, Unitatis redintegratio, n. 11), pone al centro la cristologia (il mistero di Gesù, il Cristo, “vero Dio e vero Uomo”, il mistero dell’incarnazione ordinato al mistero pasquale di morte e di risurrezione), mai disgiunta dalla pneumatologia (sul dono dello Spirito Santo, che è “vincolo di perfezione”, “Persona-Amore”). È lo Spirito di Dio, che è sul Cristo, in Cristo e mandato da Cristo, che apre l’evento singolare di Gesù all’ecumene, alla cattolicità (Gesù, principio universale di salvezza).

Come già si è accennato,’cristocentrismo’ e ‘relazione’ sono i punti forti del pensiero teologico di Ratzinger, un ‘cristocentrismo’ che illumina e mostra il significato (“nexus mysteriorum”) degli altri trattati dogmatici: sul Dio unitrino creatore e redentore (teologia trinitaria), sull’uomo (antropologia teologica), sulla Chiesa (ecclesiologia), sulla mariologia (Maria, la madre di Gesù), sul futuro ultimo (escatologia).


“Io credo in Gesù Cristo”. L’articolo cristologico del Credo (Introduzione al cristianesimo, cit., 152-163. 219-232. 245-260)

Il mistero di Gesù Cristo (Il cammino pasquale, cit., 77-117)

“Io credo nello Spirito santo”. L’articolo pneumatologico del Credo (Introduzione al cristianesimo, cit., 273-278)

Spirito e libertà. Lo Spirito di Dio nella creazione e nella redenzione (Vieni, Spirito Creatore, Lindau, Torino 2006, 77-94)



b. Ecclesiologia

L’ecclesiologia occupa una discreta parte della riflessione teologica di Ratzinger: alla luce della Rivelazione, custodita e trasmessa dalla Scrittura/Tradizione, la Chiesa è intesa quale “nuovo popolo di Dio”, “corpo di Cristo”, segno e strumento (sacramento) della comunione verticale e orizzontale. Come nella conciliare “Lumen gentium”, emerge un’ecclesiologia ‘comunionale’, fondata sull’eucaristia: la Chiesa è popolo di Dio in forza del corpo di Cristo, è nuovo tempio (“non fatto da mani d’uomo”) dello Spirito Santo. Alcuni temi fondamentali inerenti questa “comunità sempre in cammino” sono approfonditi: la testimonianza biblica sulla Chiesa, l’ecclesiologia storica (Agostino soprattutto); inoltre unità e universalità della Chiesa, Chiesa universale e Chiese locali, Chiesa e mondo…
In questa visione ecclesiologica ampi spazi sono dedicati alla riflessione sui sacramenti (in primis l’eucaristia) e sui ministeri (il ministero ordinato, episcopato e papato in particolare, ma anche quello del presbitero e il ruolo dei laici), sulla vita dei santi (il lavoro dei teologi è ‘secondario’ rispetto al “sapere dei santi”) e, in particolare, sulla mariologia (Maria, “la figlia di Sion”, in lei il Creatore si rivela paradigmaticamente come il Dio che nella forza della sua grazia può suscitare la libera responsabilità dell’amore della sua creatura).

Il nuovo popolo di Dio. Sull’origine e l’essenza della Chiesa (Il nuovo popolo di Dio, Queriniana, Brescia 1971, 83-97)

La Chiesa ‘communio’ (La comunione nella Chiesa, cit., 59-92)

Eucaristia, comunione e solidarietà (La vita di Dio con gli uomini, cit., 96-110)

Primato ed episcopato (Il nuovo popolo di Dio, cit., 133-159)

Maria, Chiesa nascente (Maria Chiesa nascente, San Paolo, Cinisello Balsamo 1998, 11-24)


c. Escatologia

Dopo i secoli in cui occupava un posto marginale nella teologia, a partire dal XIX secolo l’escatologia ha assunto un ruolo centrale, non semplicemente l’ultimo trattato della ‘dogmatica’ («de novissimis»), ma la nota su cui s’accorda tutta la vita cristiana e la teologia. Nell’ambito di questa generale rivalutazione, dove Cristo è il principio ermeneutico di tutte le asserzioni escatologiche (è l’éschaton) e Dio unitrino il fine ultimo delle creature, notevole è il contributo di Ratzinger, che a questo tema, oltre a diversi articoli, ha dedicato l’unico manuale che è riuscito a comporre («Eschatologie, Tod und ewiges Leben», inserita nel progetto di J. B. Auer, «Kleine Katholische Dogmatik»). Il tema sarà ripreso, infine, nell’enciclica «Spe salvi» (cf. la settima sezione).
Il significato e la forza dell’escatologia dipendono dalla intensità della tensione verso il Cristo: alla sua luce viene ripensata la questione escatologica quale domanda circa l’essenza del cristianesimo in generale, vengono riconsiderati vari temi: la morte e l’immortalità, la dimensione individuale e comunitaria dell’escatologia; la risurrezione dei morti e la ‘parusia’ di Cristo, il giudizio universale; inferno, purgatorio e paradiso.

Fede e futuro (Fede e futuro. Queriniana, Brescia 2005, 87-98)

Escatologia, tema basilare della predicazione (Dogma e predicazione, Queriniana 2005, 232-260)

La risurrezione della carne (Sacramentum Mundi, Morcelliana 1977, vol. VII, )


Quarta Sezione

Liturgia

Una buona ‘pratica’ liturgica può essere stabilita solo sulla base di una solida teologia liturgica. Occorre una “teologia della preghiera”, e il sommo esempio di preghiera è la liturgia della Chiesa, «mediante la quale, specialmente nell’eucaristia, si attua l’opera della nostra redenzione» (Vaticano II, «Sacrosanctum concilium», n. 2). Essa è – come dice ancora il Concilio – culmine e fonte della vita della Chiesa.
La preghiera è possibile soltanto nella teologia trinitaria: poiché vi è una relazione all’interno di Dio, ci può essere una partecipazione dell’uomo a questa relazione. Il ‘luogo’ di questo inserimento dell’uomo in Dio è la Chiesa: in lei vive Cristo, pertanto la liturgia non è semplice rievocazione della Pasqua, ma la sua “presenza reale”, e quindi è partecipazione al dialogo divino trinitario. Le dimensioni fondamentali della liturgia – cosmica, storica, misterica – svelano il senso autentico del culto cristiano: non sta tanto nelle cose e nei riti (anche se gestualità, silenzio e musica sono componenti importanti della liturgia), ma nella dimensione dell’amore e dell’offerta di sé; ha al suo centro la celebrazione eucaristica, sacramento della comunione verticale e orizzontale.
È in corso di pubblicazione l’opera omnia di Ratzinger prevista in 16 volumi: il primo volume, già edito, contiene tutti i suoi scritti sulla liturgia (Gesammelte Schriften. 1/Theologie der Liturgie, Herder, Freiburg 2008).

Introduzione allo spirito della liturgia (Introduzione allo spirito della liturgia, San Paolo 2001, 9-19)

L’anno del Signore (Dogma e predicazione, cit., 263-311)

Il senso della domenica (La vita di Dio con gli uomini, Jaca Book, Milano 2006)


Quinta sezione

Teologia Morale

Come per la teologia dogmatica, anche la teologia morale ha da essere rinforzata con il ritorno ai fondamenti: questi sono la rivelazione divina e la ragione umana. ‘Ortodossia’ e ‘ortoprassi’ sono profondamente legate tra loro, la prassi della fede è legata alla verità di fede, nella quale, per mezzo della verità di Dio, si eleva a un livello nuovo la verità dell’uomo. L’originalità cristiana dell’etica – sottolinea Ratzinger – consiste nella configurazione globale nuova, in cui la ricerca, le virtù, gli impegni umani sono fusi nel nucleo di orientamento della fede nel Dio di Abramo, nel Dio di Gesù Cristo.
Vengono affrontate le grandi questioni della verità e della libertà dell’uomo nella moderna epoca della scienza e della tecnica, nel tempo del pluralismo delle culture. La teologia morale è sollecitata alla comprensione dei mutamenti e delle possibilità emergenti, così da esprimere, in nuova sintesi, l’ethos cristiano, capace di soddisfare in pienezza le esigenze e i bisogni della soggettività umana nel suo cammino storico. Ancorate alla parola della fede, che si dà nella tradizione vivente della Chiesa, le riflessioni del teologo e del pastore sono, a un tempo, diagnosi e terapia della crisi etica contemporanea.


Libertà e verità (La via della fede. Saggi sull’etica cristiana, Ares 1996, 13-36)

La sacralità della vita umana (La via della fede. Saggi sull’etica cristiana, cit., 107-123)

Il rinnovamento della teologia morale: prospettive del Vaticano II (in Melina-Norieda [edd], Camminare nella luce, Lateran University Press 2004, 35-45)


Sesta Sezione

Ecumenismo, dialogo interreligioso

Le relazioni ecclesiali interconfessionali alla ricerca dell’unità (ecumenismo) sono temi presenti nella riflessione del teologo come nella responsabilità del pastore: Cristo vuole l’unità della sua Chiesa (sul modello dell’unità/pluralità della Trinità santissima), pertanto l’unità dei cristiani dipende dalla loro unità a Cristo “unico mediatore”. Da qui lo sviluppo di un ecumenismo spirituale (la preghiera comune), teologico (con i vari dialoghi interconfessionali), missionario e pastorale (così anche nel decreto conciliare «Unitatis redintegratio»).
Ripensato anche il rapporto della Chiesa con Israele: l’esigenza storico-teologica della riconciliazione fra le due comunità può muovere dalla comune convinzione che in Abramo tutti gli uomini sono chiamati da Dio e che l’alleanza del Sinai è valida per ebrei e cristiani (la relazione di continuità e di novità tra Antico e Nuovo Testamento), Questa è la base di un dialogo dal quale ha origine un compito comune: la pace e un’amichevole collaborazione (richiamato anche dal decreto conciliare «Nostra Aetate», n. 4).

Anche il dialogo interreligioso deve muovere in questa direzione, nella sincerità e nel rispetto, così che i cristiani possono sempre annunciare Gesù Cristo, venuto non per abolire, ma per portare a pienezza. Infine anche una riflessione sul dialettico rapporto Chiesa e mondo contemporaneo, con particolare riferimento all’Europa.


Ecumenismo (Chiesa ecumenismo politica, Paoline, Cinisello Balsamo 1987, 131-137)

Israele, la Chiesa e il mondo (La Chiesa, Israele e le religioni del mondo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2000, 9-26)

Chiesa e mondo moderno (Svolta per l’Europa?, San Paolo 1992, 11-32)

Il posto della fede cristiana nella storia delle religioni (Fede verità tolleranza, Cantagalli, Siena 2003, 13-43)


Settima Sezione

Encicliche

Il progetto teologico-pastorale del papa-teologo comprende una trilogia di encicliche dedicate rispettivamente alla fede, alla speranza e alla carità, ma il suo approccio capovolge il tradizionale ordine: parte dal fine (eros/agape, caritas), che contiene in pienezza il principio, e risale, attraverso la speranza, alla fede (spes, fides).
«Deus caritas est» (25 dicembre 2005) mette a tema l’amore in termini teologici e antropologici: eros e agape sono due volti dell’unico amore, quello di Dio stesso, quello degli umani, La prima tavola dell’enciclica narra la storia di eros e agape, con il comandamento divino di non separarli, né di contrapporli, essendo rivelazione del vero Dio e misura della vera persona umana. Dio creatore e le creature hanno in vista una fine comune: il legame uomo-donna ne forma il sacramento, ne accende la testimonianza. Purificando l’immagine di Dio – Mistero di comunione, Amore trinitario – si ripensa la concezione antropologica: uomini e donne chiamati all’amore, riconoscono in Gesù l’incrociarsi dell’amore di Dio e dell’amore dell’uomo. La seconda tavola presenta, avendolo fondato teologicamente nella prima, l’impegno caritativo ecclesiale.
«Spe salvi» (30 novembre 2007) intende rispondere alla domanda: in che cosa consiste la fede cristiana “nella quale siamo salvati” (Rom 8, 24)? Consiste nel credere (fede e speranza sono sinonimi) in Gesù che porta la salvezza, la vita vera, essa è pertanto attesa di cose future (la pienezza della vita) a partire da un presente già donato. Questa vita eterna è «vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell’essere, mentre siamo sopraffatti dalla gioia» (n. 12). Sono infine presentati i luoghi di apprendimento e di esercizio della speranza: la preghiera, l’agire, il soffrire, il giudizio finale («andiamo incontro con piena fiducia al Giudice che conosciamo come nostro ‘avvocato»: n. 47).

Deus caritas est (25 dicembre 2005)

Spe salvi (30 novembre 2007)

Monday, April 20, 2009

Lo stile di Benedetto XVI

Come al solito, mi faccio cassa di risonanza di articoli o interventi, a mio avviso, interessanti e istruttivi in ambito cattolico. Come dire... massimo risultato col minimo sforzo!

Lo stile di Benedetto XVI, di Vittorio Messori

Dopo avere varcato l'82˚genetliaco, Joseph Ratzinger inizia il quinto anno di pontificato. Smentendo ancora una volta coloro che non lo conoscevano, il peso della tiara non lo ha sfiancato e non gli sono mancate le energie per viaggi impegnativi come quello africano. Merito anche della prospettiva che trae dalla fede. Non dimentico l'espressione sorpresa quando gli chiesi se erano serene le sue notti da Cardinal Prefetto della Dottrina della fede. Allora infuriava la contestazione clericale e sul suo tavolo giungeva­no dossier inquietanti da ogni parte del mondo. È con sorpresa, dunque, che mi rispose: «Fatto l'esame di coscienza e recitate le mie pre­ghiere, perché non dovrei dormire tranquillo? Se mi agitassi, non prenderei sul serio il Vangelo che ci ricorda, senza complimenti, che ciascuno di noi non è che un 'ser­vo inutile'. Dobbiamo fare sino in fondo il nostro dovere, ma consapevoli che la Chiesa non è nostra, la Chiesa è di quel Cristo che vuole usarci come strumenti ma che ne resta pur sempre il signore e la guida. A noi sarà chiesto conto dell'impegno, non dei risultati».

È con questo stesso spirito che ha accettato il peso del pontificato: per obbedienza, per amore della Chiesa, così come, ancor giovane professore, aveva sofferto ma non si era lagnato quando Paolo VI lo aveva strappato alla sua amata università per metterlo alla guida della grande diocesi di Monaco di Ba­viera. Passando, nell'aprile del 2005, alla nuova scrivania - poche centinaia di metri, in linea d'aria, da quella occupata per 24 anni ­non ha cambiato il suo stile, contrassegnato dalla costanza e dalla pazienza, su uno sfondo molto tedesco di serietà, di precisione, di senso del dovere. Il programma lo aveva già chiaramente manifestato sin dal 1985 con il suo Rapporto sulla fede: una «riforma della riforma », con il ritorno al Vaticano II «vero», non a quello immaginario dei sedicenti, vociferanti progressisti. Fedeltà piena alla lettera dei documenti del Concilio, non a un pre­sunto, imprecisato «spirito del Concilio»: dunque, continuità, non rottura, nella storia della Chiesa, per la quale non c'è un prima e un dopo.

Un obiettivo chiaro, perseguito innanzitutto come principale consigliere teologico di Giovanni Paolo II che però, talvolta, non fu del tutto in sintonia con lui. La leale amicizia tra i due, divenuta presto affetto, non impedì la perplessità del Cardinale per alcune iniziative come le parate sincretiste di Assisi , le richieste di scuse per le colpe dei morti, la moltiplicazione dei viaggi a spese del governo quotidiano della Chiesa, l'eccesso di beatificazioni e canonizzazioni, la spettacolarizzazione di momenti religiosi, magari con rockstar sul palco papale e la scelta di paramenti liturgici secondo le indicazioni dei registi televisivi. Pianto, con dolore sincero, l'amico venerato, presone il posto, pur senza averlo auspicato, divenuto dunque Benedetto XVI, Joseph Ratzinger ha continuato il suo lavoro paziente. Un aggettivo che non usiamo a caso. In effetti, la pazienza lo contrassegna da sempre: per rispetto delle persone; per realismo da cristiano che sa quale lunga tenacia sia necessaria per modificare le cose; per consapevolezza che la Chiesa ha per sé tutta la storia e i suoi ritmi non sono quelli del «mondo».

Così, sono stati spiazzati coloro che temevano o, al contrario, auspicavano una sorta di blitz in quella liturgia la cui «riforma della riforma» era, stando al Ratzinger cardinale, tra le cose più necessarie e magari urgenti. La sua «rivoluzione tranquilla» è cominciata non con qualche decreto per la Chiesa universale ma con la sostituzione del Maestro delle Cerimonie pontificie, scegliendo un liturgista a lui congeniale: così, prima che con gli ordini, il ritorno a riti nella linea della Tradizione sarebbe cominciata con l'esempio che scende dall'alto. Se celebra così il Papa, non dovranno, prima o poi, adeguarsi anche il vescovo e il parroco? Pazienza, e prudenza, anche per la lingua liturgica, non sconvolgendo i messali ma facendo convivere il latino accanto ai volgari, testimoniando anche così che il Vaticano II non è stato in rottura con la Tradizione e che san Pio V non fu meno cattolico di Pao­lo VI.

Altrettanta pazienza nei confronti della Nomenklatura ecclesiale: es­sa pure non è stata sconvolta, ma all'osservatore attento non sfuggono sostituzioni e nomine che rivelano una strategia prudente e al contempo incisiva. Poco, comun­que, si capirebbe di questo pontificato se non si mettesse in conto che, per Joseph Ratzinger, problema dei problemi non è la «macchina » ecclesiale ma il carburante; non è il Palazzo, sono le fondamenta. È, cioè, quella fede che sa minacciata alla radice, quella fede che molti credono incapace di reggere all'assalto della ragione, quella fede assediata da ogni lato dal dubbio. La crisi, più che della istituzione, è della verità del Vangelo che la sorregge e le dà senso. Come mi disse una volta: «Siamo ormai a un punto in cui io stesso mi sorprendo di chi continua a credere, non di chi non crede». Constatazione drammatica, che fa da sfondo a un pontificato il cui centro, non a caso, è la ricerca (paziente...) di un nuovo rapporto tra la ragione moderna e la fede antica.

© Corriere della Sera

Saturday, April 18, 2009

Hai fede o credi?

In un racconto ebraico, uno chassid ascolta un teologo che parla degli attributi di Dio.
Alla fine della lezione, lo chassid dice al teologo: “Se Dio fosse come tu lo hai descritto, non ci crederei!”.
Un conto è credere, un altro avere fede, dice Abraham Joshua Heschel (*), filosofo ebreo, mistico e profeta dei nostri tempi. Credere significa credere in una dottrina che riassume in definizioni ciò che è illimitato; avere fede è l’intimità del rapporto con Dio, che non trova parole per essere espresso e comunicato. L’effetto del credere può essere morire per il proprio credo, ma anche uccidere chi si rifiuta di condividerlo. L’effetto della fede è una infinita tenerezza e compassione per tutte le creature nella coscienza che un’unica povertà, un unico dolore, un’unica nostalgia accomuna tutta l’umanità nel suo esilio su questa terra.
L’effetto del credere è essere gelosamente attaccato a una dottrina, è fare del dogma il proprio idolo; l’effetto della fede è tagliare i ponti con ogni idolo e attaccamento. Avere fede è essere come Abramo. Un midrash ebraico, cioè un racconto che va oltre il racconto della Bibbia immaginando i retroscena che la Bibbia non dice, racconta cos’è la fede di Abramo. Abramo nasce in un ambiente idolatra, in un Paese idolatra, da un padre accanito idolatra: prega davanti a idoli di pietra che lui stesso scolpisce. Ma l’intuizione che nasce nel cuore di Abramo è un’altra e la comunica così a suo padre Tare: “Padre, più dei tuoi dèi d’oro e d’argento, di legno e di pietra, va adorato il fuoco che è in grado di distruggerli. Ma nemmeno il fuoco io chiamo dio, perché è succube dell’acqua che lo estingue. Ma non chiamo dio nemmeno l’acqua, assorbita dalla terra. E nemmeno la terra chiamo dio, perché il sole la asciuga illuminando il mondo intero. Ma nemmeno il sole chiamo dio, perché le tenebre lo oscurano. E nemmeno la luna e le stelle, perché si spengono. Ascolta, padre mio, quello che ho da dirti: il Dio che ha creato ogni cosa è il vero Dio. Egli ha dipinto i cieli e dorato il sole, ha acceso la luna e le stelle, ha fatto emergere la terra dalle acque e ha messo al mondo anche te. Quanto a me, Egli ha fatto luce nel caos che annebbiava la mia mente”.
Dopodiché, Abramo se ne va: se fosse rimasto, l’ambiente e la famiglia l’avrebbero
rovinato, dice il midrash, e spento quella luce che mette ordine nel caos. La fede inizia con una partenza e prosegue con delle scelte opposte a qualunque idolatria. E non è vero che prima di partire bisogna risolvere i dubbi di fede: Abramo e tutti i profeti e i personaggi della Bibbia si sono trovati ad affrontare perplessità implacabili nel corso di tutta la loro esistenza. Nessuno ha certezze al cento per cento; ma chi come Abramo ha percepito una luce, proprio perché spesso si spegne e si ripiomba in un buio angoscioso, per rincorrerla è disposto a mettere tutto in gioco.
Eppure il dogma che sta alla base del credere è necessario, dice Heschel. Proprio perché la luce si spegne, proprio perché l’intuizione di fede si sottrae ad ogni formulazione ed espressione, il cercatore di Dio ha il problema di riuscire ad estendere la luce percepita ad ogni momento della vita. La dottrina e il dogma non sono altro che il tentativo di tradurre in concetti gli istanti di luce, di trovare parole compatibili con la realtà divina di cui egli ha fatto esperienza.
La fede senza il credo manca di sostegno; ma il credo senza la fede è come un corpo senza cuore. Perciò è dalla fede che bisogna cominciare.
È inutile, dice Heschel, insegnare ai giovani i valori morali: tra tutte le discipline, l’etica è la più insicura. I valori senza la fede sono come la storia del fabbro che impara tutte le tecniche del mestiere ma non sa come far scoccare la scintilla del fuoco.
Solo questo invece conta: far scoccare la scintilla. Conta stimolare il senso del mistero, che non è quello che ancora non si sa, ma quello che non sapremo mai. Conta stimolare lo stupore, la meraviglia, la gratitudine attraverso la contemplazione della bellezza della natura, la poesia, l’arte, la musica: la quale ha trasformato in un santo un peccatore come il re Davide.
Cosa sono per l’uomo i valori fini a se stessi lo dimostra, dice Heschel, il modo di
registrare gli eventi importanti della storia. Nessuno annota mai quelli veramente grandi. Sappiamo la data della battaglia di Jena, ma non conosciamo il giorno in cui un innamorato di Dio ha scritto: Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Che strano: eppure è una data assai più importante della battaglia di Jena.

(*) A. J. Heschel, Il canto della libertà. La vita interiore e la liberazione dell’uomo, Qiqajon 1996

[di Flaminia Morandi, su Nuovo Progetto, maggio 2007, edizione elettronica pubblicata da http://www.trappisti.org]

Sunday, April 12, 2009

BUONA PASQUA



Kristòs anèsti, alithòs anèsti! Cristo è risorto, è veramente risorto!

Tuesday, April 07, 2009

Chiesa e martirio

«So a che cosa sta pensando», disse il cardinale. «Pensa che dovremmo marciare diritti al Colosseo e dire alle guardie di lasciare entrare i leoni contro di noi».
Elia non disse niente.
«Un martirio eroico è veloce, semplice, glorioso, no? Il sangue lava via tutte le ambiguità. La morte spezza tensioni intollerabili. Lei vorrebbe che intrecciassimo una corda e scacciassimo i cambiavalute dal tempio, e poi andassimo in croce. Giusto?».
«È così sbagliato? Non è la strada che ci ha indicato il nostro Salvatore?».
«Lo è. E io le dico che noi andremo in croce. Ma non sta a noi accelerare quel momento. Dobbiamo lavorare finché c’è luce. Dobbiamo rinvigorire quello che rimane. Si tratta di un martirio lungo e solitario. È il più difficile di tutti».
I due uomini si guardarono senza parlare. Poi insieme si mossero, andando in direzioni diverse.

[Tratto da Il nemico, di Michael D. O’Brien, Edizioni San Paolo, 2006, pagina 327]

Tuesday, March 24, 2009

Ma per Benedetto la vera urgenza è la fede

Sull’agire e sulle parole del Santo Padre, lucidissima è, come sempre, l’analisi di Vittorio Messori (Corriere della Sera del 23 marzo 2009) .
Chi stimava Joseph Ratzinger è stato riconfermato nell’ammirazione dalla lettera ai vescovi sulle polemiche circa la revoca della scomunica ai vescovi di Econe. Un testo forte e al contempo “sommesso”, come scrive l’Autore stesso, di un’umiltà e sincerità limpidamente evangeliche. La missiva, a differenza di quanto ha detto qualcuno, rafforza il prestigio di Benedetto XVI, che sente se stesso non come un potente tra i potenti ma come il custode di una Verità che non è sua, che gli è stata affidata, che a ogni costo deve difendere.

Proprio per questo sorprende che sia stata poco rilevata la frase che, nella sua drammaticità, è il centro non solo della lettera ma dell’intero pontificato e che spiega anche questo insolito intervento. Scrive, in effetti colui cui i fedeli guardano come al Vicario di Cristo: «Oggi, in vaste zone della terra, la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento». E ancora: «Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini».

Benedetto XVI ribadisce, qui, la consapevolezza che «la prima priorità per il successore di Pietro è stata fissata dal Signore nel Cenacolo in modo inequivocabile: “Tu, conferma nella fede i tuoi fratelli”». Da sempre, quest’uomo - che non a caso è stato per 24 anni Prefetto delle Congregazione per la Fede - ha avuto ben chiara la successione indispensabile: prima la fede, appunto; e, poi, ma soltanto “poi”, l’istituzione ecclesiale. La quale è indispensabile, nella strategia di un Dio creatore che ha voluto la collaborazione delle sue creature. Ma la Chiesa, intesa come organizzazione visibile che cammina nella storia, non è che un involucro, un guscio, una conchiglia per ospitare ciò che conta e che solo la fede può scorgere: la perla invisibile, cioè, il mistero del Cristo e i suoi sacramenti, a cominciare dall’eucaristia.

Il “mondo” si occupa – e non può fare altrimenti - di Vaticano, di Santa Sede, di Sacri Palazzi, di Nomenklatura gerarchica. Ma tutto questo non è che un mezzo - sempre riformabile e spesso opaco - per l’unico, vero fine: l’annuncio che il Vangelo non è una illusione ma una verità e che su di essa è ragionevole basare la propria vita e la propria morte.

Dovrebbe essere scontato, almeno per i credenti. Eppure, in questi decenni, non sembra esserlo stato all’interno della Chiesa stessa. Quando, nell’agosto del 1984, l’allora cardinal Ratzinger e il cronista che qui scrive si rinchiusero per qualche giorno nel seminario di Bressanone, erano consapevoli di rompere, per la prima volta dopo 442 anni, il silenzio e il segreto impenetrabili del Sant’Uffizio. Come titolo al libro che doveva nascere da quel colloquio, fummo d’accordo sul termine “rapporto”, ma fu lo stesso Cardinal Prefetto che suggerì “sulla fede”, piuttosto che “sulla Chiesa”. Mi ribadì infatti l’ovvia ma troppo spesso dimenticata verità: il prius è la fede, mentre l’istituzione ecclesiale, l’insegnamento morale, l’impegno sociale non sono che derivati, effetti, conseguenze campate in aria - se non assurde – se non avessero a monte la scommessa sulla verità del vangelo. Ed è proprio questa scommessa che «è in pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento». Parole drammatiche, lo ribadiamo. Meraviglia davvero che non abbiamo trovato eco.
All’interno della Chiesa, la rissa postconciliare, tra contestazioni e restaurazioni, è divampata attorno alla riorganizzazione della istituzione, del “Vaticano”, o alle conseguenze etiche e sociali da trarre dal Vangelo. Confronti violenti, dunque, su cose come la funzione del papato, il ruolo di clero, laici, donne, il celibato, i poteri delle Conferenze episcopali, l’ecumenismo o su temi come impegno politico del cristiano, divorzio, aborto, ingegneria genetica, omosessualità. Problemi importanti ma, al contempo, temi derivati, da “cristianesimo secondario”. Ben pochi dei litiganti si interrogavano su quello “primario”: sulla possibilità cioè, dell’uomo post-moderno di credere ancora nella verità del Vangelo, senza il quale tutto questo non avrebbe significato. Mentre ci si azzuffava sulle conseguenze del credere, ci si dimenticava di riesaminare se ci fossero ancora ragioni valide per farlo. C’è stata, e c’è, guerra tra preti sui metodi per innovare la catechesi, ma senza preoccuparsi perché dovremmo prendere ancora sul serio il catechismo, senza essere sbeffeggiati come cretini perché ancora cristiani. Dichiarata anacronistica l’apologetica - cioè la ricerca per accordare ragione e fede, scienza e miracolo, cultura e devozione – quel che resta del popolo di Dio si è trovato disarmato davanti all’aggressione sferrata contro tutti e tre i “cerchi” del credere: l’esistenza di Dio, Gesù come Cristo annunciato dai profeti d’Israele, la Chiesa come istituzione divina. La crisi cattolica non è della “macchina”: se questa perde sempre più colpi, sin quasi a spegnersi, come in tante congregazioni religiose, è perché il carburante rischia di esaurirsi. È la caduta della fede, è la drammatica – spesso occultata - domanda “ma sarà vero? non sarà una illusione?”, che spiega l’abbandono del ministero di un terzo del clero, il rarefarsi delle vocazioni ai seminari, la scomparsa della tensione missionaria, l’allentarsi delle difese morali tra coloro che dovrebbero essere di esempio. È il credere solo al mondo presente, dubitando ormai che un aldilà esista, che ha portato all’attenzione esclusiva per l’impegno sociale e politico, relegando nel silenzio quelli che la Tradizione chiamava i Novissimi: morte, giudizio, inferno paradiso.

Benedetto XVI non pensa affatto a quel Concilio Vaticano III che qualcuno invoca, per riformare ancor più l’istituzione e per adattare la morale evangelica al politicamente corretto attuale. Preoccupazioni da clericali. Se a un Concilio papa Ratzinger pensasse, sarebbe per riportare al centro le ragioni per credere in Gesù come Dio e Redentore. Non a caso sottrae tempo ed energie ad altri impegni per dedicarsi al completamento dell’opera sulla storicità dei vangeli, messa in dubbio oggi anche nella Chiesa stessa. Non è l’ossessione di un professore, è l’ansia del Pastore che vuol confermare che la fede, base di tutta la piramide ecclesiale, è ancora credibile, non contrasta con la ragione.

Wednesday, February 18, 2009

Per la Chiesa la vita terrena non è un bene assoluto

Adriano Sofri mi ha fatto riflettere. Sabato sulla Repubblica e sul Foglio ha messo in discussione, con argomenti seri, la mozione del Pdl approvata in Parlamento sul “fine vita” (a proposito della legge in discussione sul cosiddetto “testamento biologico”). Può uno Stato disporre “la nutrizione dei suoi sudditi umani”? O ancora: “riuscite a immaginare che qualcuno, a voi maggiorenni e capaci di intendere, venga a intimare di mangiare e bere?”. Questa domanda già posta da Gad Lerner, da Emma Bonino e da Pier Luigi Bersani, secondo Sofri, non ha avuto risposta. In effetti anche a me è sembrato di non sentire risposte totalmente esaurienti. E’ sensato allora, in vista della legge (contro cui già si annuncia un referendum), continuare a difendere un principio simile che sembra ledere la libertà personale e, a prima vista, pure il buon senso?

Pare di no. Sennonché lo stesso Sofri indica intanto un’eccezione: l’ “alimentazione forzata” si può disporre solo “in casi di accertata necessità psichiatrica… come sa chi fa i conti con la tragedia dell’anoressia nervosa”. E’ vero. Ma perché allora non potrebbe valere lo stesso, poniamo, per una persona malata di Alzheimer? Ci sono casi in cui questi malati rifiutano anche le medicine: ebbene, i familiari che premurosamente inseriscono le rifiutate pasticche nel cibo per curare i propri cari commettono reato? Si badi bene, è sacrosanto il diritto di rifiuto delle cure, ma in casi come questo? O per i minori? La vita concreta è più problematica dell’astrazione giuridica.

Torniamo al cibo. Nella concretezza quanti sono coloro che rifiutano alimentazione e idratazione? Casomai una persona gravemente ammalata e molto sofferente che vuole farla finita potrà arrivare a chiedere l’eutanasia, ma non credo che chieda la cessazione di alimentazione e idratazione perché ciò da solo non rappresenterebbe certo la fine delle sofferenze. Anzi.

Allora sembra una questione solo ideologica che non ha riscontri nella pratica e che si solleva solo perché non si osa proporre l’eutanasia. Peraltro anche le richieste di eutanasia (cioè l’idea di una morte veloce e indolore che metta fine alle sofferenze) sono pochissime fra i malati terminali, contrariamente a quanto si pensa, perché le cure palliative che cancellano il dolore (insieme al soccorso dell’amore umano) spesso danno ai pazienti molta forza per affrontare il decorso della malattia.

Mi accosto in punta di piedi a questi drammi ben conoscendo la mia personale fragilità di fronte alla malattia e al dolore fisico, davanti al quale – senza l’aiuto del Cielo – mi smarrirei completamente. Quindi propongo queste considerazioni con umiltà, assoluto rispetto e comprensione verso chi pensa diversamente. Rispetto reciproco che talora nella vicenda recente non si è avuto (per inciso, io trovo ammirevole la dignità con cui il signor Englaro ha difeso la figlia dalla spettacolarizzazione del dolore anche rifiutando la proposta di un fotografo di ritrarre il suo volto sofferente).

Torniamo alla legge. Secondo Sofri se uno non può più fare della propria vita ciò che vuole, si configura all’orizzonte il profilo mostruoso dello “Stato etico” che ci obbliga pure a mangiare. C’è di che riflettere. E’ un timore serio. Tuttavia constato che i veri “stati etici” del Novecento (i totalitarismi), hanno sempre legiferato contro la vita umana. E noto che il principio per cui il bene della vita è indisponibile anche a se stessi è da sempre uno dei principi della nostra laica legislazione democratica (non è affatto un’idea clericale che oggi verrebbe “imposta” dalla Chiesa).

E’ per questo che lo Stato democratico e repubblicano mi obbliga, per esempio, a mettere le cinture di sicurezza quando salgo in macchina o a indossare il casco se vado in moto o nel caso in cui lavori come muratore in un cantiere. Cioè non mi dà la libertà di farmi del male. Chi pensa che ognuno deve poter disporre della sua vita a piacimento, doveva insorgere anche per queste norme che invece ha condiviso.

Si dirà che lo Stato impone tali norme di sicurezza per risparmiare sull’eventuale costo di cure mediche e assistenza. Ma la risposta non convince e appare francamente meschina. Anzitutto perché il principio di libertà, se è affermato come assoluto, prevale sull’obiettivo di limitazione della spesa (altrimenti, per la stessa ragione economica, si potrebbero abolire le elezioni e pure il Parlamento), in secondo luogo perché spesso con incidenti di auto o sul lavoro si provoca la propria morte (quindi non c’è problema di assistenza), in terzo luogo perché in tante regioni ben poche sono le spese di assistenza che si accolla l’ente pubblico, in quarto luogo se quella economica fosse stata la ragione di tali norme, si sarebbe potuto, più fondatamente, riconoscere il diritto alle cure pagate dal sistema pubblico solo laddove si sono osservate le regole di sicurezza.

Ma invece la legge qua impone “sic et simpliciter” l’obbligo della cintura e del casco, cioè ci impone di proteggere la nostra vita. Se ne deduce che per la nostra laica legislazione la vita umana è indisponibile anche a se stessi, tanto è vero che un cittadino che riesce a scongiurare un suicidio, che io sappia, non viene incriminato per violenza privata. Ma anzi è ritenuto un benemerito.

Non solo. Lo Stato impone varie altre cose – come l’istruzione obbligatoria dei nostri figli – che di per sé rappresentano un costo per la comunità. Così si tutela il nostro bene anche contro la nostra volontà. Sarà discutibile quanto volete, ma questa è la filosofia del nostro sistema costituzionale e repubblicano.

Al punto che l’Italia – su idea dei Radicali - si è fatta promotrice della moratoria internazionale per la pena di morte, in base al principio dell’intangibilità assoluta della vita umana (anche la vita dei criminali), e non mi risulta sia stata prevista l’eccezione in cui un condannato – per desiderio di espiazione – chieda lui stesso di subire la condanna a morte. Vi parrà una fattispecie astratta, inesistente nella pratica (se non nei romanzi di Dostoevskij), ma, fino a prova contraria, si può ritenere astratto pure il rifiuto lucido e consapevole di alimentazione e idratazione.

Tutto questo fa pensare che il principio dell’indisponibilità assoluta della vita umana sia un principio laico, della nostra legislazione, non della Chiesa. Chè, anzi, nella dottrina cattolica la vita biologica non è affatto un bene assoluto. La salute dell’anima è più importante della salute fisica, tanto quanto la vita eterna vale più della vita terrena. Infatti la Bibbia proclama: “La Tua Grazia vale più della vita” (Salmo 62).

Non a caso padre Kolbe ha donato la sua stessa vita per amore di Dio e del prossimo e così è stato fatto santo e ha conquistato la vita eterna. Non a caso Gesù ci mette in guardia dall’assolutizzare i beni terreni con queste parole: “chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà. Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?” (Mc 8,35-36).

La Chiesa in questi anni ha accentuato il richiamo al rispetto della vita umana, come bene sacro e inviolabile, per le tragedie storiche che nel Novecento hanno portato a una tremenda sua svalorizzazione. La Chiesa così si oppone alle ideologie. Ma il cardine dell’annuncio cristiano – che forse a volte viene dimenticato – è anzitutto (e deve essere sempre) la salvezza dell’anima e la vita eterna. Il male assoluto, per la Chiesa, è il rifiuto di Cristo (il peccato), non la morte fisica. E il bene supremo non è la vita terrena, ma la salvezza dell’anima e la conseguente risurrezione del corpo che finalmente non sarà più sottoposto alla malattia, al dolore e alla morte. Allora “la carezza del Nazareno” – come dice l’Apocalisse – “tergerà ogni lacrima dai nostri occhi” e avremo l’eterna giovinezza e una felicità inimmaginabile, che non passa.

Antonio Socci

Da “Libero”15 febbraio 2009