Monday, June 29, 2009

Van den Aardweg e l'omosessualità: nessun mistero e nessun destino

Riporto l'articolo "Luca era gay" di Roberto Marchesini, pubblicato sul mensile Il Timone, giugno 2009, n. 84, pp. 18-19.

La cultura contemporanea funziona così: è più efficace una canzonetta dell'opinione di seri professionisti. La canzone Luca era gay, che Giuseppe Povia ha presentato all'ultimo Festival di Sanremo aggiudicandosi il secondo posto, ha reso presente nell'immaginario collettivo la figura dell'ex-omosessuale, ossia di una persona che ha cambiato il proprio orientamento omosessuale indesiderato. Ovviamente la canzone ha suscitato le reazioni rabbiose di quella parte ideologica che ha tutto l'interesse a nascondere questa scomoda realtà: Povia è stato denunciato per il reato (per ora) inesistente di "omofobia", ed è stato persino minacciato di morte.
Eppure le storie di ex-omosessuali, anche italiani, stanno cominciando a circolare sempre più numerose, nonostante la censura da parte dei gay. Di fronte a questo fenomeno, la strategia è quella di ridicolizzare come idea balzana la terapia delle pulsioni omosessuali indesiderate di uno psicoterapeuta americano, Joseph Nicolosi, che avrebbe inventato un modo - non condiviso dal resto del mondo scientifico - per indurre le persone al cambiamento.
Non è così. Fino agli anni Ottanta del secolo scorso era normale che qualsiasi psicoterapeuta, di qualsiasi orientamento, accettasse di prendersi cura delle persone che soffrono a causa di un orientamento omosessuale indesiderato, considerandolo come l'esito di un senso di inferiorità nei confronti del mondo maschile. Tra i clinici che hanno riportato successi in questo campo troviamo nomi tra i più importanti della storia della psicologia del Novecento: Alfred Adler (1870-1937), Edmund Bergler (1899-1962), Jacques Lacan (1901-1981), Irving Bieber (1908-1991), Conrad W. Baars (1919-1981) e tanti altri.

Gerard van den Aardweg
Anche adesso Nicolosi non è solo: tra i soci dell'associazione internazionale che lui stesso ha fondato, il NARTH (National Association for Research and Therapy of Homosexuality), c'è l'olandese Gerard van den Aardweg, psicoterapeuta e docente universitario. Il professor van den Aardweg, invitato da una decina di associazioni cattoliche, ha recentemente tenuto in Italia una serie di conferenze dal titolo "Omosessualità: nessun mistero, nessun destino". Nel corso di queste conferenze il cattedratico ha spiegato la genesi storica dell'ideologia omosessualista e di come sin dalle origini abbia strumentalizzato la scienza per obiettivi politici.
Il medico e militante omosessuale Magnus Hirschfeld (1868-1935), considerato tra i fondatori del movimento gay, nel 1919 aveva fondato a Berlino l'Istituto per la Ricerca Sessuale con il significativo motto Per scientiam ad iustitiam, ossia utilizzare la scienza per giungere alla giustizia (ovviamente intesa dal punto di vista omosessualista). L'Istituto per la Ricerca Sessuale - che ospitava anche un Museo del sesso - aveva la caratteristica di utilizzare come campione di ricerca i frequentatori di un bordello annesso all'istituto; con il passar degli anni l'Istituto raccolse una tale mole di documenti circa la vita e le abitudini sessuali dei suoi frequentatori da costituire un pericolo per i vertici del Terzo Reich e per Hitler stesso. Secondo diversi autori, infatti, il rogo della biblioteca e dell'archivio dell'Istituto fondato da Hirschfeld (la maggior parte delle fotografie raffiguranti roghi di libri da parte dei nazionalsocialisti furono scattate in realtà durante questo episodio) distrusse la documentazione circa le perversioni sessuali di numerosi leader nazisti, molti dei quali avevano cominciato a frequentare l'Istituto prima dell'instaurazione del regime hitleriano.
Il professor van den Aardweg ha proseguito riflettendo sul fatto che anche oggi la maggior parte delle ricerche sull'omosessualità sono compiute da gay militanti che si pongono pochi scrupoli nel manipolare il campione o le procedure al fine di presentare dati favorevoli all'ideologia omosessualista (ad esempio, che sembrano avallare l'ipotesi di una causa genetica dell'omosessualità).

Le origini del problema omosessuale
Secondo van den Aardweg, invece, l'origine dell'omosessualità è spiegabile psicologicamente: è ciò che può avvenire, infatti, in coloro che hanno un senso di inferiorità nei confronti di alcune persone dello stesso sesso, e che erotizzano l'ammirazione e l'invidia che provano verso queste. Analizzando le caratteristiche che suscitano attrazione, infatti, è possibile farsi un'idea di ciò di cui la persona con tendenze omosessuali si sente mancante (forza, sicurezza, virilità...). In una buona parte dei casi, l'origine del senso di inferiorità è da ricercarsi nelle relazioni familiari, che non hanno fornito al ragazzo un modello identificativo valido; il professor van den Aardweg invita però a prestare attenzione anche al gruppo dei pari, che nella preadolescenza può far sentire escluso, diverso ed inferiore un ragazzo o una ragazza.
Secondo il clinico olandese, la terapia delle tendenze omosessuali indesiderate non si configura tanto come "cura" (anche perché non c'è nulla di organico da "curare"), quanto come una crescita personale, che comprende l'abbandono di tendenze commiseratorie e persecutorie, del ruolo di "cacciatore di ingiustizie", del bambino incompreso. In questo cammino di crescita personale è indispensabile l'esercizio delle virtù, sia umane sia cristiane, e tra queste la sincerità, l'umiltà, la capacità di amare, il coraggio, la purezza. La preghiera e l'accostamento frequente ai sacramenti sono, per i credenti che soffrono per tali tendenze, un ulteriore aiuto.
L'esperienza del professor van den Aardweg è importante in un clima culturale che rifiuta ogni riferimento all'ascesi, intesa come fatica per compiere la propria realizzazione. Uscire da tendenze sessuali indesiderate è possibile; questa è la speranza di molte persone che la società ignora. Ma che a volte trovano un'attenzione inaspettata grazie, ad esempio, ad una canzone sanremese.

Due conclusioni
Due notazioni che riguardano il clima culturale riguardante questi temi.
Innanzitutto è degna di nota la violenza con la quale gli esponenti del mondo gay si sono scagliati contro la canzone di Povia: questa reazione ha tutta l'aria di un tentativo disperato di occultare al pubblico la realtà degli ex-omosessuali e la possibilità di un cambiamento. E' importante ricordare che il movimento omosessualista ha utilizzato gli argomenti della "naturalezza" e "immutabilità" dell'omosessualità per presentarsi come minoranza discriminata; se l'omosessualità ha una causa nota ed è modificabile, in che modo potranno i gay giustificare le loro pretese politiche e sociali?
Secondariamente, è bene ricordare la reazione del pubblico del Festival all'esibizione di Povia e alle parole dell'onorevole Franco Grillini, che, contro ogni costume, è stato invitato ad esprimere un suo parere sulla canzone. Il pubblico in sala ha applaudito Povia e fischiato Grillini.
Da almeno due decenni il movimento omosessualista ha cercato il consenso dell'opinione pubblica presentando i gay come vittime innocenti della violenza e dell'intolleranza; probabilmente il pubblico in sala ha percepito la reazione del movimento omosessualista e le parole del suo esponente come un'aggressione ad un artista ed un tentativo di limitare la libertà d'espressione. A quanto pare, il lupo travestito da pecora è stato riconosciuto.

Bibliografia
Gerard van den Aardweg, Omosessualità e speranza. Terapia e guarigione nell'esperienza di uno psicologo. Ares, 1995
Gerard van den Aardweg, Una strada per il domani. Guida all'(auto)terapia dell'omosessualità, Città nuova, 2004
Obiettivo Chaire, ABC per capire l'omosessualità, San Paolo, 2005
Roberto Marchesini, L'identità di genere, I Quaderni del Timone, Edizioni ART, 2007

"Un numero non trascurabile di uomini e di donne presenta tendenze omosessuali profondamente radicate. Questa inclinazione, oggettivamente disordinata, costituisce per la maggior parte di loro una prova. Perciò devono essere accolti con rispetto, compassione, delicatezza. A loro riguardo si eviterà ogni marchio di ingiusta discriminazione. Tali persone sono chiamate a realizzare la volontà di Dio nella loro vita e, se sono cristiane, a unire al sacrificio della croce del Signore le difficoltà che possono incontrare in conseguenza della loro condizione" (Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2358)

Si vedano anche i post:
Paolo Guzzanti difende i gay ma alimenta la confusione dei lettori
Facciamo un po' di luce sulla strategia gay

Si veda infine Omosessualità & normalità. Colloquio con Joseph Nicolosi, aggiunto in data 4 agosto 2009.

Wednesday, June 24, 2009

Il coniglio e il leone

In una calda mattina d’estate, un coniglio sta disteso sulla sponda di un torrente con due zampe nell'acqua.
Gli passa accanto un cerbiatto e gli domanda: “Coniglio, che fai?”.
“Prendo il sole, mi godo il fresco, e se vedessi un leone lo prenderei a legnate”, replica il coniglio.
Dopo un po’, gli passa accanto un cinghiale che gli domanda: “Coniglio che fai?”.
“Che dirti! Prendo il sole, mi godo il fresco, e se vedessi un leone lo prenderei a legnate”, fa di nuovo il coniglio.
Passa un tacchino: “Coniglio che, fai?”.
E quello: “Sto qui, prendo il sole e mi godo il fresco. Se poi vedessi un leone lo prenderei a legnate”.
Il tacchino prosegue dritto e ad un certo punto incontra un leone. Gli fa: “Sai, lungo la sponda del torrente c’è un coniglio. Dice che se ti vede ti prende a legnate”.
Il leone, incuriosito, va in cerca del coniglio. Lo vede, gli si avvicina e gli domanda: “Coniglio, che fai?”.
E il coniglio: “Bah, prendo il sole, mi godo il fresco. E ogni tanto dico qualche cazzata!”

Monday, June 08, 2009

26 giugno, festa di San Josemaria Escrivà


Qui è possibile trovare i dati sulle Sante Messe celebrate in Italia in onore del santo fondatore dell'Opus Dei.

Wednesday, June 03, 2009

La guida

Quela Vecchietta ceca, che incontrai
la notte che me spersi in mezzo ar bosco,
me disse : - Se la strada nu' la sai,
te ciaccompagno io, chè la conosco.

Se ciai la forza de venimme appresso,
de tanto in tanto te darò una voce
fino là in fonno, dove c'è un cipresso,
fino là in cima, dove c'è la Croce... -

Io risposi: - Sarà... ma trovo strano
che me possa guidà chi nun ce vede... -
La Ceca, allora, me pijò la mano
e sospirò: - Cammina! -

Era la Fede.

[Trilussa]

Bufale su Voltaire, Papa Leone X e Galileo Galilei

[…] Smettiamola di ripetere la frase fin troppo famosa: «Non sono d’accordo con la tua idea ma mi batterò, se necessario, sino alla morte perché tu possa esprimerla».
Smettiamola, dico, di attribuirla a tal François-Marie Arouet , in arte Voltaire, come esemplare conferma della sua tolleranza e, in genere, della libertà di pensiero difesa dall’Illuminismo. Questa frase edificante non è di Voltaire, queste parole non sono sue ma di un’autrice inglese, Evelyn Beatrice Hall, e si trovano in un libro edito a Londra nel 1906. Quella scrittrice scriveva sotto uno pseudonimo maschile, Stephen G. Tallentyre (le opere femminili non erano prese sul serio, nella Gran Bretagna anglicana, ancora all’inizio del XX secolo) e ha “immaginato” che così si dicesse nella Francia del Settecento.
Se su Voltaire si fosse informata meglio, l’ingenua anglosassone avrebbe scoperto, tra l’altro, che quel filosofo era in realtà il ricco “mantenuto” di un despota come Federico II di Prussia e che investiva i suoi guadagni letterari nella società che aveva messo in piedi con un ebreo, in Olanda, per il commercio degli schiavi neri dall’Africa all’America. Un tipo, Voltaire, che amava talmente la tolleranza da chiedere con insistenza alle autorità regie che fossero messi a tacere, con ogni mezzo, i Gesuiti che ne contrastavano le idee. E che non ebbe nulla da dire quando l’ufficio di censura del re di Francia proibì l’uscita di una rivista periodica che lo aveva attaccato.

Da una falsa citazione che dovrebbe dare onore al presunto autore, eccone una, altrettanto falsa, da disonore.
Succede spesso infatti – anche negli attuali pamphlet anticristiani e in particolare anticattolici – di vedere citata una lettera di Leone X al fratello subito dopo l’elezione a papa, nel 1513. Quel Medici subito dopo il conclave, avrebbe scritto: Quot commoda dat nobis haec fabula Christi!, quanti vantaggi ci dà questa favola di Cristo. Parole citate, ovviamente, per dimostrare che, se neanche i Papi hanno creduto nella verità del Vangelo, meno che mai possiamo farlo noi.
Peccato per quei polemisti che quella lettera di Leone X non sia mai esistita e che sia stata inventata dal polemista protestante John Bale nella sua opera The Pageant of Popes, il corteo dei Papi, pochi anni dopo la morte del pontefice fiorentino.
Il grande storico cattolico Pastor, poi, ha dimostrato in maniera inconfutabile che è falsa anche un’altra lettera attribuita allo stesso Pontefice che, uscito dal Conclave, avrebbe scritto al fratello Giuliano: «Godiamoci il Papato, visto che ci è stato dato».

Andiamo oltre, restando sempre sui terreni dove pascolano le “bufale”. Ecco qui un ritaglio del 7 febbraio 2007 non da un giornalino di provincia ma da Le Monde, il giornale per il quale è obbligatorio, stando al conformismo egemone, usare l’aggettivo “autorevole”. Altrettanto autorevole lo scienziato che firma un articolo, scrivendo tra l’altro, testualmente: «Allorché Galileo Galilei ha affermato che la Terra era rotonda, il consenso unanime era contro di lui e i cardinali che processarono l’astronomo pisano sostenevano che la Terra era piatta». I soliti preti ignoranti e fanatici della leggenda nera galileiana! In realtà, già due secoli prima di Cristo, il matematico e geometra di Cirene trapiantato ad Alessandria, Eratostene, non solo sapeva che il nostro pianeta è rotondo, ma riuscì a calcolarne la circonferenza due volte, con due metodi diversi, e con sorprendente precisione.
La riprova concreta venne poi da Magellano che, un secolo prima di Galileo, compì il giro completo della Terra, navigando sempre verso Occidente; al punto di partenza, in Portogallo, non ritornò lui, che era morto in uno scontro con indigeni del Pacifico, ma giunsero le sue navi. Dimostrando così con i fatti la teoria, conosciuta e riconosciuta da almeno 17 secoli. Da tutti i dotti, dunque anche da quelli del Papa “oscurantista”.

[Vittorio Messori, Il Timone, maggio 2009, pp. 64-65]

Sul giusto processo a Galileo Galilei si veda qui.

Monday, June 01, 2009

La teologia di Joseph Ratzinger. Un'antologia

Segnalo l'uscita in libreria, per le Edizioni Lindau, della prima antologia teologica in lingua italiana degli scritti di Joseph Ratzinger-Papa Benedetto XVI, intitolata "FEDE, RAGIONE, VERITÀ E AMORE. La teologia di Joseph Ratzinger". Il testo (pag. 832, euro 29) è stato curato da Umberto Casale e contiene una prefazione inedita di Camillo Ruini.

Joseph Ratzinger non è solo un teologo raffinato ma un intellettuale moderno che ama confrontarsi sulle grandi questioni etiche e culturali del nostro tempo anche con coloro che hanno posizioni molto lontane dalla Chiesa.

Sono molto numerosi – e di varia natura – i libri, gli interventi, le omelie nei quali Joseph Ratzinger ha espresso, con la consueta lucidità, prima da teologo, quindi da cardinale e poi da Pontefice, il suo pensiero sui temi più delicati e controversi del nostro tempo così come sulle questioni dottrinarie e teologiche.

Questa antologia, la prima in Italia, curata da don Umberto Casale, riunisce in un singolo volume molti dei suoi scritti più significativi, presentati e inquadrati con grande chiarezza.

L’opera, curata da Umberto Casale, è articolata in due parti.
La prima ospita cinque sezioni dedicate ai principali soggetti della vasta produzione ratzingeriana: la teologia fondamentale, la teologia dogmatica (cristologia e pneumatologia, ecclesiologia, escatologia), la liturgia, la teologia morale, l’ecumenismo e il dialogo interreligioso.
La seconda parte presenta invece una scelta dei testi composti dopo l’elezione al soglio pontificio e nel corso del suo magistero papale.

Come scrive Umberto Casale nell’introduzione, «Ratzinger ha proposto un illuminismo sinonimo di intelligenza e di ricerca della verità, espressione dell’uomo che, grazie alla conoscenza della verità di cui è capace, acquisisce sia la propria dignità “trascendente”, sia il proprio potere critico e demistificatore, entrambi sinonimi di libertà»

Rivolta non solo ai cattolici ma a un pubblico laico colto, quest’opera permette di apprezzare la ricchezza e la coerenza di una ricerca che copre l’intero arco di una vita e che interroga profondamente la cultura contemporanea.


La struttura dell'opera

Prefazione del Card. Camillo Ruini
Introduzione di Umberto Casale

Prima Sezione

Omelia e discorsi

Nei testi omiletici d’inizio pontificato, nelle prime catechesi del mercoledì con la presentazione degli Apostoli («Cristo è vivo nella sua Chiesa costruita sul fondamento degli Apostoli») e dei principali Padri della Chiesa d’Oriente e d’Occidente («dedichiamo la nostra attenzione ai Padri... e così possiamo vedere come comincia il cammino della Chiesa nella storia»), in alcuni discorsi pronunciati presso diverse istituzioni culturali di vari paesi (Ratisbona, Parigi...) e, infine, in un importante intervento sull’interpretazione del Concilio Vaticano II emerge la figura di un teologo e di un pastore che vuole anzitutto ripensare e precisare che cosa significa “fede cristiana” (pensiero e vita) e così farla incontrare con le donne e gli uomini del nostro tempo, farla dialogare con la cultura contemporanea (principalmente sul fondamentale tema del rapporto fede e ragione).
Traspare inoltre da questi (e da vari altri) testi l’impegno del Papa-teologo ad assumere l’enorme carico pastorale che il servizio petrino comporta nei confronti della comunità ecclesiale e della comunità dei popoli: sia con la consapevolezza dei propri limiti, sia con l’immensa fiducia nello Spirito Santo – lo Spirito di Verità – che, attualizzando ogn’ora l’opera cristologica, guida la Chiesa attraverso il fiume carsico della storia all’approdo dell’eternità, guida la Chiesa e l’umanità verso “tutta la Verità” (Gv 16, 13), sia, infine, contando sulla preghiera che la Chiesa offre al “buon Pastore” per “il semplice lavoratore della vigna del Signore”, chiamato a essere vescovo di Roma e vescovo universale.


Omelia nella messa per l’inaugurazione del pontificato

Prime catechesi del mercoledì sulla Tradizione (Gli apostoli. Libreria Editrice Vaticana 2008, 31-47)

Discorso sull’interpretazione del Vaticano II (in Il Regno/Documenti 1/2006, 7-10)

Discorso magistrale di Ratisbona (in Il Regno/Documenti 17/2006, 340-344)

Discorso all’Università della Sapienza

Discorso al Collège des Bernardins, Parigi (Il Regno/Documenti 17/2008, 523-527)


Seconda sezione

Teologia Fondamentale

I temi della teologia fondamentale (Rivelazione e cristologia, Scrittura e Tradizione, la fede cristiana-trinitaria e la teologia – metodologia e contenuti) sono ripensati e riformulati, grazie anche alle ricerche storiche (teologia patristica e medievale), in modo originale rispetto sia alla predominante teologia neoscolastica, sia all’impianto teorico dell’apologetica classica. L’intento è quello di proporre una teologia fondamentale che, da un lato, raccolga la ricchezza della Tradizione («mi propongo di pensare con la fede della Chiesa, soprattutto coi grandi pensatori della fede»); dall’altro, cerchi di essere eloquente rispetto alle domande e alle inquietudini dell’uomo moderno.
Emerge qui una visone storico-salvifica ed escatologica della Rivelazione di Dio unitrino: un processo storico progressivo; il nesso fra Cristo e lo Spirito mostra come lo stesso Spirito Santo quale interprete di Gesù rivelatore del Padre, con la sua parola si rivolge a ogni tempo e questa parola ha sempre qualcosa di nuovo da dire. ‘Cristocentrismo’ e ‘relazione’ sono gli assi portanti; l’evento cristologico costituisce l’attuazione compiuta della reciprocità della verità di Dio e della libertà dell’uomo. Cristo mostra così il vero volto di Dio/Agape e svela il mistero dell’uomo all’uomo (Vaticano II, «Gaudium et spes», 22).
Emerge altresì l’alto profilo esistenziale della fede cristiana, una fede teologale che è, inseparabilmente, pensiero e anima, corpo e affetti, libera risposta alla logica suprema dell’agape di Dio, fondamento delle relazioni umane del tempo vissuto affacciato sull’eternità. L’idea cristiana della fede, generatrice dell’uomo nuovo, è studiata anche nei suoi rapporti col logos, il nomos, il pathos e l’ethos, le coordinate dell’antropologia piena e riuscita. È, in sintesi, il tentativo di mettere a tema la razionalità e l’umanità intrinseca della fede cristiana e di mostrare che nell’autocomunicazione della verità di Dio l’uomo accede alla sua propria verità.


Esegesi e teologia (L’interpretazione biblica in conflitto, in L. Pacomio [ed], L’esegesi cristiana oggi, Piemme 1991, 93-125)

Natura e compito della teologia (Natura e compito della teologia, Jaca Book, Milano 1993, 45-65)

Fede e teologia (La comunione nella Chiesa, San Paolo 2004, 10-22)

È ancora possibile credere nel mondo attuale? (Introduzione al cristianesimo, Queriniana, Brescia 2003, 11-18. 37-47)

Che cosa è costitutivo per la fede cristiana? (Elementi di teologia fondamentale, Morcelliana, Brescia 2005, 11-24)

La fede nel Dio uno e trino (Introduzione al cristianesimo, cit., 111-124. 135-146)

Rivelazione, Scrittura, Tradizione (Rivelazione e Tradizione, Morcelliana, Brescia 2006, 27-47)


Terza Sezione

Teologia dogmatica

Nella ricerca dei fondamenti e alla luce della relazione tra fede (dogma) e storia, la teologia dogmatica è concepita come “storia dei dogmi”, da sviluppare secondo l’indicazione del concilio Vaticano II (concilio a cui Ratzinger ha partecipato come “perito conciliare”, contribuendo all’elaborazione e alla formazione dei testi): innanzitutto i fondamenti scritturistici antico e neo-testamentari (approccio biblico;, poi la tradizione e lo sviluppo delle verità di fede nella storia della Chiesa e del pensiero cristiano (teologia), a partire dal contributo della Patristica e della teologia mediecale (approccio storico); infine la riflessione sistematica che raccoglie i dati della tradizione e cerca un’attualizzazione delle verità di fede (approccio sistematico), scoprendole «presenti e operanti nella vita della Chiesa… capaci di contribuire alla soluzione dei problemi umani, applicandole alle mutevoli condizioni di questo mondo» (Vaticano II, Optatam totius, n. 16).
I dogmi – sottolinea spesso Ratzinger – sono la voce della Chiesa vivente, tracciano i confini della Tradizione, non delle chiusure, bensì piste per vivere sicuri, dal momento che spetta alla Chiesa esplicitare la fede partendo dal Cristo storico e decidendo oggi nello Spirito Santo.


a. Cristologia e Pneumatologia

La teologia dogmatica, seguendo il principio metodologico della “hierarchia veritatum” (Vaticano II, Unitatis redintegratio, n. 11), pone al centro la cristologia (il mistero di Gesù, il Cristo, “vero Dio e vero Uomo”, il mistero dell’incarnazione ordinato al mistero pasquale di morte e di risurrezione), mai disgiunta dalla pneumatologia (sul dono dello Spirito Santo, che è “vincolo di perfezione”, “Persona-Amore”). È lo Spirito di Dio, che è sul Cristo, in Cristo e mandato da Cristo, che apre l’evento singolare di Gesù all’ecumene, alla cattolicità (Gesù, principio universale di salvezza).

Come già si è accennato,’cristocentrismo’ e ‘relazione’ sono i punti forti del pensiero teologico di Ratzinger, un ‘cristocentrismo’ che illumina e mostra il significato (“nexus mysteriorum”) degli altri trattati dogmatici: sul Dio unitrino creatore e redentore (teologia trinitaria), sull’uomo (antropologia teologica), sulla Chiesa (ecclesiologia), sulla mariologia (Maria, la madre di Gesù), sul futuro ultimo (escatologia).


“Io credo in Gesù Cristo”. L’articolo cristologico del Credo (Introduzione al cristianesimo, cit., 152-163. 219-232. 245-260)

Il mistero di Gesù Cristo (Il cammino pasquale, cit., 77-117)

“Io credo nello Spirito santo”. L’articolo pneumatologico del Credo (Introduzione al cristianesimo, cit., 273-278)

Spirito e libertà. Lo Spirito di Dio nella creazione e nella redenzione (Vieni, Spirito Creatore, Lindau, Torino 2006, 77-94)



b. Ecclesiologia

L’ecclesiologia occupa una discreta parte della riflessione teologica di Ratzinger: alla luce della Rivelazione, custodita e trasmessa dalla Scrittura/Tradizione, la Chiesa è intesa quale “nuovo popolo di Dio”, “corpo di Cristo”, segno e strumento (sacramento) della comunione verticale e orizzontale. Come nella conciliare “Lumen gentium”, emerge un’ecclesiologia ‘comunionale’, fondata sull’eucaristia: la Chiesa è popolo di Dio in forza del corpo di Cristo, è nuovo tempio (“non fatto da mani d’uomo”) dello Spirito Santo. Alcuni temi fondamentali inerenti questa “comunità sempre in cammino” sono approfonditi: la testimonianza biblica sulla Chiesa, l’ecclesiologia storica (Agostino soprattutto); inoltre unità e universalità della Chiesa, Chiesa universale e Chiese locali, Chiesa e mondo…
In questa visione ecclesiologica ampi spazi sono dedicati alla riflessione sui sacramenti (in primis l’eucaristia) e sui ministeri (il ministero ordinato, episcopato e papato in particolare, ma anche quello del presbitero e il ruolo dei laici), sulla vita dei santi (il lavoro dei teologi è ‘secondario’ rispetto al “sapere dei santi”) e, in particolare, sulla mariologia (Maria, “la figlia di Sion”, in lei il Creatore si rivela paradigmaticamente come il Dio che nella forza della sua grazia può suscitare la libera responsabilità dell’amore della sua creatura).

Il nuovo popolo di Dio. Sull’origine e l’essenza della Chiesa (Il nuovo popolo di Dio, Queriniana, Brescia 1971, 83-97)

La Chiesa ‘communio’ (La comunione nella Chiesa, cit., 59-92)

Eucaristia, comunione e solidarietà (La vita di Dio con gli uomini, cit., 96-110)

Primato ed episcopato (Il nuovo popolo di Dio, cit., 133-159)

Maria, Chiesa nascente (Maria Chiesa nascente, San Paolo, Cinisello Balsamo 1998, 11-24)


c. Escatologia

Dopo i secoli in cui occupava un posto marginale nella teologia, a partire dal XIX secolo l’escatologia ha assunto un ruolo centrale, non semplicemente l’ultimo trattato della ‘dogmatica’ («de novissimis»), ma la nota su cui s’accorda tutta la vita cristiana e la teologia. Nell’ambito di questa generale rivalutazione, dove Cristo è il principio ermeneutico di tutte le asserzioni escatologiche (è l’éschaton) e Dio unitrino il fine ultimo delle creature, notevole è il contributo di Ratzinger, che a questo tema, oltre a diversi articoli, ha dedicato l’unico manuale che è riuscito a comporre («Eschatologie, Tod und ewiges Leben», inserita nel progetto di J. B. Auer, «Kleine Katholische Dogmatik»). Il tema sarà ripreso, infine, nell’enciclica «Spe salvi» (cf. la settima sezione).
Il significato e la forza dell’escatologia dipendono dalla intensità della tensione verso il Cristo: alla sua luce viene ripensata la questione escatologica quale domanda circa l’essenza del cristianesimo in generale, vengono riconsiderati vari temi: la morte e l’immortalità, la dimensione individuale e comunitaria dell’escatologia; la risurrezione dei morti e la ‘parusia’ di Cristo, il giudizio universale; inferno, purgatorio e paradiso.

Fede e futuro (Fede e futuro. Queriniana, Brescia 2005, 87-98)

Escatologia, tema basilare della predicazione (Dogma e predicazione, Queriniana 2005, 232-260)

La risurrezione della carne (Sacramentum Mundi, Morcelliana 1977, vol. VII, )


Quarta Sezione

Liturgia

Una buona ‘pratica’ liturgica può essere stabilita solo sulla base di una solida teologia liturgica. Occorre una “teologia della preghiera”, e il sommo esempio di preghiera è la liturgia della Chiesa, «mediante la quale, specialmente nell’eucaristia, si attua l’opera della nostra redenzione» (Vaticano II, «Sacrosanctum concilium», n. 2). Essa è – come dice ancora il Concilio – culmine e fonte della vita della Chiesa.
La preghiera è possibile soltanto nella teologia trinitaria: poiché vi è una relazione all’interno di Dio, ci può essere una partecipazione dell’uomo a questa relazione. Il ‘luogo’ di questo inserimento dell’uomo in Dio è la Chiesa: in lei vive Cristo, pertanto la liturgia non è semplice rievocazione della Pasqua, ma la sua “presenza reale”, e quindi è partecipazione al dialogo divino trinitario. Le dimensioni fondamentali della liturgia – cosmica, storica, misterica – svelano il senso autentico del culto cristiano: non sta tanto nelle cose e nei riti (anche se gestualità, silenzio e musica sono componenti importanti della liturgia), ma nella dimensione dell’amore e dell’offerta di sé; ha al suo centro la celebrazione eucaristica, sacramento della comunione verticale e orizzontale.
È in corso di pubblicazione l’opera omnia di Ratzinger prevista in 16 volumi: il primo volume, già edito, contiene tutti i suoi scritti sulla liturgia (Gesammelte Schriften. 1/Theologie der Liturgie, Herder, Freiburg 2008).

Introduzione allo spirito della liturgia (Introduzione allo spirito della liturgia, San Paolo 2001, 9-19)

L’anno del Signore (Dogma e predicazione, cit., 263-311)

Il senso della domenica (La vita di Dio con gli uomini, Jaca Book, Milano 2006)


Quinta sezione

Teologia Morale

Come per la teologia dogmatica, anche la teologia morale ha da essere rinforzata con il ritorno ai fondamenti: questi sono la rivelazione divina e la ragione umana. ‘Ortodossia’ e ‘ortoprassi’ sono profondamente legate tra loro, la prassi della fede è legata alla verità di fede, nella quale, per mezzo della verità di Dio, si eleva a un livello nuovo la verità dell’uomo. L’originalità cristiana dell’etica – sottolinea Ratzinger – consiste nella configurazione globale nuova, in cui la ricerca, le virtù, gli impegni umani sono fusi nel nucleo di orientamento della fede nel Dio di Abramo, nel Dio di Gesù Cristo.
Vengono affrontate le grandi questioni della verità e della libertà dell’uomo nella moderna epoca della scienza e della tecnica, nel tempo del pluralismo delle culture. La teologia morale è sollecitata alla comprensione dei mutamenti e delle possibilità emergenti, così da esprimere, in nuova sintesi, l’ethos cristiano, capace di soddisfare in pienezza le esigenze e i bisogni della soggettività umana nel suo cammino storico. Ancorate alla parola della fede, che si dà nella tradizione vivente della Chiesa, le riflessioni del teologo e del pastore sono, a un tempo, diagnosi e terapia della crisi etica contemporanea.


Libertà e verità (La via della fede. Saggi sull’etica cristiana, Ares 1996, 13-36)

La sacralità della vita umana (La via della fede. Saggi sull’etica cristiana, cit., 107-123)

Il rinnovamento della teologia morale: prospettive del Vaticano II (in Melina-Norieda [edd], Camminare nella luce, Lateran University Press 2004, 35-45)


Sesta Sezione

Ecumenismo, dialogo interreligioso

Le relazioni ecclesiali interconfessionali alla ricerca dell’unità (ecumenismo) sono temi presenti nella riflessione del teologo come nella responsabilità del pastore: Cristo vuole l’unità della sua Chiesa (sul modello dell’unità/pluralità della Trinità santissima), pertanto l’unità dei cristiani dipende dalla loro unità a Cristo “unico mediatore”. Da qui lo sviluppo di un ecumenismo spirituale (la preghiera comune), teologico (con i vari dialoghi interconfessionali), missionario e pastorale (così anche nel decreto conciliare «Unitatis redintegratio»).
Ripensato anche il rapporto della Chiesa con Israele: l’esigenza storico-teologica della riconciliazione fra le due comunità può muovere dalla comune convinzione che in Abramo tutti gli uomini sono chiamati da Dio e che l’alleanza del Sinai è valida per ebrei e cristiani (la relazione di continuità e di novità tra Antico e Nuovo Testamento), Questa è la base di un dialogo dal quale ha origine un compito comune: la pace e un’amichevole collaborazione (richiamato anche dal decreto conciliare «Nostra Aetate», n. 4).

Anche il dialogo interreligioso deve muovere in questa direzione, nella sincerità e nel rispetto, così che i cristiani possono sempre annunciare Gesù Cristo, venuto non per abolire, ma per portare a pienezza. Infine anche una riflessione sul dialettico rapporto Chiesa e mondo contemporaneo, con particolare riferimento all’Europa.


Ecumenismo (Chiesa ecumenismo politica, Paoline, Cinisello Balsamo 1987, 131-137)

Israele, la Chiesa e il mondo (La Chiesa, Israele e le religioni del mondo, San Paolo, Cinisello Balsamo 2000, 9-26)

Chiesa e mondo moderno (Svolta per l’Europa?, San Paolo 1992, 11-32)

Il posto della fede cristiana nella storia delle religioni (Fede verità tolleranza, Cantagalli, Siena 2003, 13-43)


Settima Sezione

Encicliche

Il progetto teologico-pastorale del papa-teologo comprende una trilogia di encicliche dedicate rispettivamente alla fede, alla speranza e alla carità, ma il suo approccio capovolge il tradizionale ordine: parte dal fine (eros/agape, caritas), che contiene in pienezza il principio, e risale, attraverso la speranza, alla fede (spes, fides).
«Deus caritas est» (25 dicembre 2005) mette a tema l’amore in termini teologici e antropologici: eros e agape sono due volti dell’unico amore, quello di Dio stesso, quello degli umani, La prima tavola dell’enciclica narra la storia di eros e agape, con il comandamento divino di non separarli, né di contrapporli, essendo rivelazione del vero Dio e misura della vera persona umana. Dio creatore e le creature hanno in vista una fine comune: il legame uomo-donna ne forma il sacramento, ne accende la testimonianza. Purificando l’immagine di Dio – Mistero di comunione, Amore trinitario – si ripensa la concezione antropologica: uomini e donne chiamati all’amore, riconoscono in Gesù l’incrociarsi dell’amore di Dio e dell’amore dell’uomo. La seconda tavola presenta, avendolo fondato teologicamente nella prima, l’impegno caritativo ecclesiale.
«Spe salvi» (30 novembre 2007) intende rispondere alla domanda: in che cosa consiste la fede cristiana “nella quale siamo salvati” (Rom 8, 24)? Consiste nel credere (fede e speranza sono sinonimi) in Gesù che porta la salvezza, la vita vera, essa è pertanto attesa di cose future (la pienezza della vita) a partire da un presente già donato. Questa vita eterna è «vita in senso pieno, un sempre nuovo immergersi nella vastità dell’essere, mentre siamo sopraffatti dalla gioia» (n. 12). Sono infine presentati i luoghi di apprendimento e di esercizio della speranza: la preghiera, l’agire, il soffrire, il giudizio finale («andiamo incontro con piena fiducia al Giudice che conosciamo come nostro ‘avvocato»: n. 47).

Deus caritas est (25 dicembre 2005)

Spe salvi (30 novembre 2007)

Monday, April 20, 2009

Lo stile di Benedetto XVI

Come al solito, mi faccio cassa di risonanza di articoli o interventi, a mio avviso, interessanti e istruttivi in ambito cattolico. Come dire... massimo risultato col minimo sforzo!

Lo stile di Benedetto XVI, di Vittorio Messori

Dopo avere varcato l'82˚genetliaco, Joseph Ratzinger inizia il quinto anno di pontificato. Smentendo ancora una volta coloro che non lo conoscevano, il peso della tiara non lo ha sfiancato e non gli sono mancate le energie per viaggi impegnativi come quello africano. Merito anche della prospettiva che trae dalla fede. Non dimentico l'espressione sorpresa quando gli chiesi se erano serene le sue notti da Cardinal Prefetto della Dottrina della fede. Allora infuriava la contestazione clericale e sul suo tavolo giungeva­no dossier inquietanti da ogni parte del mondo. È con sorpresa, dunque, che mi rispose: «Fatto l'esame di coscienza e recitate le mie pre­ghiere, perché non dovrei dormire tranquillo? Se mi agitassi, non prenderei sul serio il Vangelo che ci ricorda, senza complimenti, che ciascuno di noi non è che un 'ser­vo inutile'. Dobbiamo fare sino in fondo il nostro dovere, ma consapevoli che la Chiesa non è nostra, la Chiesa è di quel Cristo che vuole usarci come strumenti ma che ne resta pur sempre il signore e la guida. A noi sarà chiesto conto dell'impegno, non dei risultati».

È con questo stesso spirito che ha accettato il peso del pontificato: per obbedienza, per amore della Chiesa, così come, ancor giovane professore, aveva sofferto ma non si era lagnato quando Paolo VI lo aveva strappato alla sua amata università per metterlo alla guida della grande diocesi di Monaco di Ba­viera. Passando, nell'aprile del 2005, alla nuova scrivania - poche centinaia di metri, in linea d'aria, da quella occupata per 24 anni ­non ha cambiato il suo stile, contrassegnato dalla costanza e dalla pazienza, su uno sfondo molto tedesco di serietà, di precisione, di senso del dovere. Il programma lo aveva già chiaramente manifestato sin dal 1985 con il suo Rapporto sulla fede: una «riforma della riforma », con il ritorno al Vaticano II «vero», non a quello immaginario dei sedicenti, vociferanti progressisti. Fedeltà piena alla lettera dei documenti del Concilio, non a un pre­sunto, imprecisato «spirito del Concilio»: dunque, continuità, non rottura, nella storia della Chiesa, per la quale non c'è un prima e un dopo.

Un obiettivo chiaro, perseguito innanzitutto come principale consigliere teologico di Giovanni Paolo II che però, talvolta, non fu del tutto in sintonia con lui. La leale amicizia tra i due, divenuta presto affetto, non impedì la perplessità del Cardinale per alcune iniziative come le parate sincretiste di Assisi , le richieste di scuse per le colpe dei morti, la moltiplicazione dei viaggi a spese del governo quotidiano della Chiesa, l'eccesso di beatificazioni e canonizzazioni, la spettacolarizzazione di momenti religiosi, magari con rockstar sul palco papale e la scelta di paramenti liturgici secondo le indicazioni dei registi televisivi. Pianto, con dolore sincero, l'amico venerato, presone il posto, pur senza averlo auspicato, divenuto dunque Benedetto XVI, Joseph Ratzinger ha continuato il suo lavoro paziente. Un aggettivo che non usiamo a caso. In effetti, la pazienza lo contrassegna da sempre: per rispetto delle persone; per realismo da cristiano che sa quale lunga tenacia sia necessaria per modificare le cose; per consapevolezza che la Chiesa ha per sé tutta la storia e i suoi ritmi non sono quelli del «mondo».

Così, sono stati spiazzati coloro che temevano o, al contrario, auspicavano una sorta di blitz in quella liturgia la cui «riforma della riforma» era, stando al Ratzinger cardinale, tra le cose più necessarie e magari urgenti. La sua «rivoluzione tranquilla» è cominciata non con qualche decreto per la Chiesa universale ma con la sostituzione del Maestro delle Cerimonie pontificie, scegliendo un liturgista a lui congeniale: così, prima che con gli ordini, il ritorno a riti nella linea della Tradizione sarebbe cominciata con l'esempio che scende dall'alto. Se celebra così il Papa, non dovranno, prima o poi, adeguarsi anche il vescovo e il parroco? Pazienza, e prudenza, anche per la lingua liturgica, non sconvolgendo i messali ma facendo convivere il latino accanto ai volgari, testimoniando anche così che il Vaticano II non è stato in rottura con la Tradizione e che san Pio V non fu meno cattolico di Pao­lo VI.

Altrettanta pazienza nei confronti della Nomenklatura ecclesiale: es­sa pure non è stata sconvolta, ma all'osservatore attento non sfuggono sostituzioni e nomine che rivelano una strategia prudente e al contempo incisiva. Poco, comun­que, si capirebbe di questo pontificato se non si mettesse in conto che, per Joseph Ratzinger, problema dei problemi non è la «macchina » ecclesiale ma il carburante; non è il Palazzo, sono le fondamenta. È, cioè, quella fede che sa minacciata alla radice, quella fede che molti credono incapace di reggere all'assalto della ragione, quella fede assediata da ogni lato dal dubbio. La crisi, più che della istituzione, è della verità del Vangelo che la sorregge e le dà senso. Come mi disse una volta: «Siamo ormai a un punto in cui io stesso mi sorprendo di chi continua a credere, non di chi non crede». Constatazione drammatica, che fa da sfondo a un pontificato il cui centro, non a caso, è la ricerca (paziente...) di un nuovo rapporto tra la ragione moderna e la fede antica.

© Corriere della Sera

Saturday, April 18, 2009

Hai fede o credi?

In un racconto ebraico, uno chassid ascolta un teologo che parla degli attributi di Dio.
Alla fine della lezione, lo chassid dice al teologo: “Se Dio fosse come tu lo hai descritto, non ci crederei!”.
Un conto è credere, un altro avere fede, dice Abraham Joshua Heschel (*), filosofo ebreo, mistico e profeta dei nostri tempi. Credere significa credere in una dottrina che riassume in definizioni ciò che è illimitato; avere fede è l’intimità del rapporto con Dio, che non trova parole per essere espresso e comunicato. L’effetto del credere può essere morire per il proprio credo, ma anche uccidere chi si rifiuta di condividerlo. L’effetto della fede è una infinita tenerezza e compassione per tutte le creature nella coscienza che un’unica povertà, un unico dolore, un’unica nostalgia accomuna tutta l’umanità nel suo esilio su questa terra.
L’effetto del credere è essere gelosamente attaccato a una dottrina, è fare del dogma il proprio idolo; l’effetto della fede è tagliare i ponti con ogni idolo e attaccamento. Avere fede è essere come Abramo. Un midrash ebraico, cioè un racconto che va oltre il racconto della Bibbia immaginando i retroscena che la Bibbia non dice, racconta cos’è la fede di Abramo. Abramo nasce in un ambiente idolatra, in un Paese idolatra, da un padre accanito idolatra: prega davanti a idoli di pietra che lui stesso scolpisce. Ma l’intuizione che nasce nel cuore di Abramo è un’altra e la comunica così a suo padre Tare: “Padre, più dei tuoi dèi d’oro e d’argento, di legno e di pietra, va adorato il fuoco che è in grado di distruggerli. Ma nemmeno il fuoco io chiamo dio, perché è succube dell’acqua che lo estingue. Ma non chiamo dio nemmeno l’acqua, assorbita dalla terra. E nemmeno la terra chiamo dio, perché il sole la asciuga illuminando il mondo intero. Ma nemmeno il sole chiamo dio, perché le tenebre lo oscurano. E nemmeno la luna e le stelle, perché si spengono. Ascolta, padre mio, quello che ho da dirti: il Dio che ha creato ogni cosa è il vero Dio. Egli ha dipinto i cieli e dorato il sole, ha acceso la luna e le stelle, ha fatto emergere la terra dalle acque e ha messo al mondo anche te. Quanto a me, Egli ha fatto luce nel caos che annebbiava la mia mente”.
Dopodiché, Abramo se ne va: se fosse rimasto, l’ambiente e la famiglia l’avrebbero
rovinato, dice il midrash, e spento quella luce che mette ordine nel caos. La fede inizia con una partenza e prosegue con delle scelte opposte a qualunque idolatria. E non è vero che prima di partire bisogna risolvere i dubbi di fede: Abramo e tutti i profeti e i personaggi della Bibbia si sono trovati ad affrontare perplessità implacabili nel corso di tutta la loro esistenza. Nessuno ha certezze al cento per cento; ma chi come Abramo ha percepito una luce, proprio perché spesso si spegne e si ripiomba in un buio angoscioso, per rincorrerla è disposto a mettere tutto in gioco.
Eppure il dogma che sta alla base del credere è necessario, dice Heschel. Proprio perché la luce si spegne, proprio perché l’intuizione di fede si sottrae ad ogni formulazione ed espressione, il cercatore di Dio ha il problema di riuscire ad estendere la luce percepita ad ogni momento della vita. La dottrina e il dogma non sono altro che il tentativo di tradurre in concetti gli istanti di luce, di trovare parole compatibili con la realtà divina di cui egli ha fatto esperienza.
La fede senza il credo manca di sostegno; ma il credo senza la fede è come un corpo senza cuore. Perciò è dalla fede che bisogna cominciare.
È inutile, dice Heschel, insegnare ai giovani i valori morali: tra tutte le discipline, l’etica è la più insicura. I valori senza la fede sono come la storia del fabbro che impara tutte le tecniche del mestiere ma non sa come far scoccare la scintilla del fuoco.
Solo questo invece conta: far scoccare la scintilla. Conta stimolare il senso del mistero, che non è quello che ancora non si sa, ma quello che non sapremo mai. Conta stimolare lo stupore, la meraviglia, la gratitudine attraverso la contemplazione della bellezza della natura, la poesia, l’arte, la musica: la quale ha trasformato in un santo un peccatore come il re Davide.
Cosa sono per l’uomo i valori fini a se stessi lo dimostra, dice Heschel, il modo di
registrare gli eventi importanti della storia. Nessuno annota mai quelli veramente grandi. Sappiamo la data della battaglia di Jena, ma non conosciamo il giorno in cui un innamorato di Dio ha scritto: Il Signore è il mio pastore, non manco di nulla. Che strano: eppure è una data assai più importante della battaglia di Jena.

(*) A. J. Heschel, Il canto della libertà. La vita interiore e la liberazione dell’uomo, Qiqajon 1996

[di Flaminia Morandi, su Nuovo Progetto, maggio 2007, edizione elettronica pubblicata da http://www.trappisti.org]

Sunday, April 12, 2009

BUONA PASQUA



Kristòs anèsti, alithòs anèsti! Cristo è risorto, è veramente risorto!

Tuesday, April 07, 2009

Chiesa e martirio

«So a che cosa sta pensando», disse il cardinale. «Pensa che dovremmo marciare diritti al Colosseo e dire alle guardie di lasciare entrare i leoni contro di noi».
Elia non disse niente.
«Un martirio eroico è veloce, semplice, glorioso, no? Il sangue lava via tutte le ambiguità. La morte spezza tensioni intollerabili. Lei vorrebbe che intrecciassimo una corda e scacciassimo i cambiavalute dal tempio, e poi andassimo in croce. Giusto?».
«È così sbagliato? Non è la strada che ci ha indicato il nostro Salvatore?».
«Lo è. E io le dico che noi andremo in croce. Ma non sta a noi accelerare quel momento. Dobbiamo lavorare finché c’è luce. Dobbiamo rinvigorire quello che rimane. Si tratta di un martirio lungo e solitario. È il più difficile di tutti».
I due uomini si guardarono senza parlare. Poi insieme si mossero, andando in direzioni diverse.

[Tratto da Il nemico, di Michael D. O’Brien, Edizioni San Paolo, 2006, pagina 327]

Tuesday, March 24, 2009

Ma per Benedetto la vera urgenza è la fede

Sull’agire e sulle parole del Santo Padre, lucidissima è, come sempre, l’analisi di Vittorio Messori (Corriere della Sera del 23 marzo 2009) .
Chi stimava Joseph Ratzinger è stato riconfermato nell’ammirazione dalla lettera ai vescovi sulle polemiche circa la revoca della scomunica ai vescovi di Econe. Un testo forte e al contempo “sommesso”, come scrive l’Autore stesso, di un’umiltà e sincerità limpidamente evangeliche. La missiva, a differenza di quanto ha detto qualcuno, rafforza il prestigio di Benedetto XVI, che sente se stesso non come un potente tra i potenti ma come il custode di una Verità che non è sua, che gli è stata affidata, che a ogni costo deve difendere.

Proprio per questo sorprende che sia stata poco rilevata la frase che, nella sua drammaticità, è il centro non solo della lettera ma dell’intero pontificato e che spiega anche questo insolito intervento. Scrive, in effetti colui cui i fedeli guardano come al Vicario di Cristo: «Oggi, in vaste zone della terra, la fede è nel pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento». E ancora: «Il vero problema in questo nostro momento della storia è che Dio sparisce dall’orizzonte degli uomini».

Benedetto XVI ribadisce, qui, la consapevolezza che «la prima priorità per il successore di Pietro è stata fissata dal Signore nel Cenacolo in modo inequivocabile: “Tu, conferma nella fede i tuoi fratelli”». Da sempre, quest’uomo - che non a caso è stato per 24 anni Prefetto delle Congregazione per la Fede - ha avuto ben chiara la successione indispensabile: prima la fede, appunto; e, poi, ma soltanto “poi”, l’istituzione ecclesiale. La quale è indispensabile, nella strategia di un Dio creatore che ha voluto la collaborazione delle sue creature. Ma la Chiesa, intesa come organizzazione visibile che cammina nella storia, non è che un involucro, un guscio, una conchiglia per ospitare ciò che conta e che solo la fede può scorgere: la perla invisibile, cioè, il mistero del Cristo e i suoi sacramenti, a cominciare dall’eucaristia.

Il “mondo” si occupa – e non può fare altrimenti - di Vaticano, di Santa Sede, di Sacri Palazzi, di Nomenklatura gerarchica. Ma tutto questo non è che un mezzo - sempre riformabile e spesso opaco - per l’unico, vero fine: l’annuncio che il Vangelo non è una illusione ma una verità e che su di essa è ragionevole basare la propria vita e la propria morte.

Dovrebbe essere scontato, almeno per i credenti. Eppure, in questi decenni, non sembra esserlo stato all’interno della Chiesa stessa. Quando, nell’agosto del 1984, l’allora cardinal Ratzinger e il cronista che qui scrive si rinchiusero per qualche giorno nel seminario di Bressanone, erano consapevoli di rompere, per la prima volta dopo 442 anni, il silenzio e il segreto impenetrabili del Sant’Uffizio. Come titolo al libro che doveva nascere da quel colloquio, fummo d’accordo sul termine “rapporto”, ma fu lo stesso Cardinal Prefetto che suggerì “sulla fede”, piuttosto che “sulla Chiesa”. Mi ribadì infatti l’ovvia ma troppo spesso dimenticata verità: il prius è la fede, mentre l’istituzione ecclesiale, l’insegnamento morale, l’impegno sociale non sono che derivati, effetti, conseguenze campate in aria - se non assurde – se non avessero a monte la scommessa sulla verità del vangelo. Ed è proprio questa scommessa che «è in pericolo di spegnersi come una fiamma che non trova più nutrimento». Parole drammatiche, lo ribadiamo. Meraviglia davvero che non abbiamo trovato eco.
All’interno della Chiesa, la rissa postconciliare, tra contestazioni e restaurazioni, è divampata attorno alla riorganizzazione della istituzione, del “Vaticano”, o alle conseguenze etiche e sociali da trarre dal Vangelo. Confronti violenti, dunque, su cose come la funzione del papato, il ruolo di clero, laici, donne, il celibato, i poteri delle Conferenze episcopali, l’ecumenismo o su temi come impegno politico del cristiano, divorzio, aborto, ingegneria genetica, omosessualità. Problemi importanti ma, al contempo, temi derivati, da “cristianesimo secondario”. Ben pochi dei litiganti si interrogavano su quello “primario”: sulla possibilità cioè, dell’uomo post-moderno di credere ancora nella verità del Vangelo, senza il quale tutto questo non avrebbe significato. Mentre ci si azzuffava sulle conseguenze del credere, ci si dimenticava di riesaminare se ci fossero ancora ragioni valide per farlo. C’è stata, e c’è, guerra tra preti sui metodi per innovare la catechesi, ma senza preoccuparsi perché dovremmo prendere ancora sul serio il catechismo, senza essere sbeffeggiati come cretini perché ancora cristiani. Dichiarata anacronistica l’apologetica - cioè la ricerca per accordare ragione e fede, scienza e miracolo, cultura e devozione – quel che resta del popolo di Dio si è trovato disarmato davanti all’aggressione sferrata contro tutti e tre i “cerchi” del credere: l’esistenza di Dio, Gesù come Cristo annunciato dai profeti d’Israele, la Chiesa come istituzione divina. La crisi cattolica non è della “macchina”: se questa perde sempre più colpi, sin quasi a spegnersi, come in tante congregazioni religiose, è perché il carburante rischia di esaurirsi. È la caduta della fede, è la drammatica – spesso occultata - domanda “ma sarà vero? non sarà una illusione?”, che spiega l’abbandono del ministero di un terzo del clero, il rarefarsi delle vocazioni ai seminari, la scomparsa della tensione missionaria, l’allentarsi delle difese morali tra coloro che dovrebbero essere di esempio. È il credere solo al mondo presente, dubitando ormai che un aldilà esista, che ha portato all’attenzione esclusiva per l’impegno sociale e politico, relegando nel silenzio quelli che la Tradizione chiamava i Novissimi: morte, giudizio, inferno paradiso.

Benedetto XVI non pensa affatto a quel Concilio Vaticano III che qualcuno invoca, per riformare ancor più l’istituzione e per adattare la morale evangelica al politicamente corretto attuale. Preoccupazioni da clericali. Se a un Concilio papa Ratzinger pensasse, sarebbe per riportare al centro le ragioni per credere in Gesù come Dio e Redentore. Non a caso sottrae tempo ed energie ad altri impegni per dedicarsi al completamento dell’opera sulla storicità dei vangeli, messa in dubbio oggi anche nella Chiesa stessa. Non è l’ossessione di un professore, è l’ansia del Pastore che vuol confermare che la fede, base di tutta la piramide ecclesiale, è ancora credibile, non contrasta con la ragione.

Wednesday, February 18, 2009

Per la Chiesa la vita terrena non è un bene assoluto

Adriano Sofri mi ha fatto riflettere. Sabato sulla Repubblica e sul Foglio ha messo in discussione, con argomenti seri, la mozione del Pdl approvata in Parlamento sul “fine vita” (a proposito della legge in discussione sul cosiddetto “testamento biologico”). Può uno Stato disporre “la nutrizione dei suoi sudditi umani”? O ancora: “riuscite a immaginare che qualcuno, a voi maggiorenni e capaci di intendere, venga a intimare di mangiare e bere?”. Questa domanda già posta da Gad Lerner, da Emma Bonino e da Pier Luigi Bersani, secondo Sofri, non ha avuto risposta. In effetti anche a me è sembrato di non sentire risposte totalmente esaurienti. E’ sensato allora, in vista della legge (contro cui già si annuncia un referendum), continuare a difendere un principio simile che sembra ledere la libertà personale e, a prima vista, pure il buon senso?

Pare di no. Sennonché lo stesso Sofri indica intanto un’eccezione: l’ “alimentazione forzata” si può disporre solo “in casi di accertata necessità psichiatrica… come sa chi fa i conti con la tragedia dell’anoressia nervosa”. E’ vero. Ma perché allora non potrebbe valere lo stesso, poniamo, per una persona malata di Alzheimer? Ci sono casi in cui questi malati rifiutano anche le medicine: ebbene, i familiari che premurosamente inseriscono le rifiutate pasticche nel cibo per curare i propri cari commettono reato? Si badi bene, è sacrosanto il diritto di rifiuto delle cure, ma in casi come questo? O per i minori? La vita concreta è più problematica dell’astrazione giuridica.

Torniamo al cibo. Nella concretezza quanti sono coloro che rifiutano alimentazione e idratazione? Casomai una persona gravemente ammalata e molto sofferente che vuole farla finita potrà arrivare a chiedere l’eutanasia, ma non credo che chieda la cessazione di alimentazione e idratazione perché ciò da solo non rappresenterebbe certo la fine delle sofferenze. Anzi.

Allora sembra una questione solo ideologica che non ha riscontri nella pratica e che si solleva solo perché non si osa proporre l’eutanasia. Peraltro anche le richieste di eutanasia (cioè l’idea di una morte veloce e indolore che metta fine alle sofferenze) sono pochissime fra i malati terminali, contrariamente a quanto si pensa, perché le cure palliative che cancellano il dolore (insieme al soccorso dell’amore umano) spesso danno ai pazienti molta forza per affrontare il decorso della malattia.

Mi accosto in punta di piedi a questi drammi ben conoscendo la mia personale fragilità di fronte alla malattia e al dolore fisico, davanti al quale – senza l’aiuto del Cielo – mi smarrirei completamente. Quindi propongo queste considerazioni con umiltà, assoluto rispetto e comprensione verso chi pensa diversamente. Rispetto reciproco che talora nella vicenda recente non si è avuto (per inciso, io trovo ammirevole la dignità con cui il signor Englaro ha difeso la figlia dalla spettacolarizzazione del dolore anche rifiutando la proposta di un fotografo di ritrarre il suo volto sofferente).

Torniamo alla legge. Secondo Sofri se uno non può più fare della propria vita ciò che vuole, si configura all’orizzonte il profilo mostruoso dello “Stato etico” che ci obbliga pure a mangiare. C’è di che riflettere. E’ un timore serio. Tuttavia constato che i veri “stati etici” del Novecento (i totalitarismi), hanno sempre legiferato contro la vita umana. E noto che il principio per cui il bene della vita è indisponibile anche a se stessi è da sempre uno dei principi della nostra laica legislazione democratica (non è affatto un’idea clericale che oggi verrebbe “imposta” dalla Chiesa).

E’ per questo che lo Stato democratico e repubblicano mi obbliga, per esempio, a mettere le cinture di sicurezza quando salgo in macchina o a indossare il casco se vado in moto o nel caso in cui lavori come muratore in un cantiere. Cioè non mi dà la libertà di farmi del male. Chi pensa che ognuno deve poter disporre della sua vita a piacimento, doveva insorgere anche per queste norme che invece ha condiviso.

Si dirà che lo Stato impone tali norme di sicurezza per risparmiare sull’eventuale costo di cure mediche e assistenza. Ma la risposta non convince e appare francamente meschina. Anzitutto perché il principio di libertà, se è affermato come assoluto, prevale sull’obiettivo di limitazione della spesa (altrimenti, per la stessa ragione economica, si potrebbero abolire le elezioni e pure il Parlamento), in secondo luogo perché spesso con incidenti di auto o sul lavoro si provoca la propria morte (quindi non c’è problema di assistenza), in terzo luogo perché in tante regioni ben poche sono le spese di assistenza che si accolla l’ente pubblico, in quarto luogo se quella economica fosse stata la ragione di tali norme, si sarebbe potuto, più fondatamente, riconoscere il diritto alle cure pagate dal sistema pubblico solo laddove si sono osservate le regole di sicurezza.

Ma invece la legge qua impone “sic et simpliciter” l’obbligo della cintura e del casco, cioè ci impone di proteggere la nostra vita. Se ne deduce che per la nostra laica legislazione la vita umana è indisponibile anche a se stessi, tanto è vero che un cittadino che riesce a scongiurare un suicidio, che io sappia, non viene incriminato per violenza privata. Ma anzi è ritenuto un benemerito.

Non solo. Lo Stato impone varie altre cose – come l’istruzione obbligatoria dei nostri figli – che di per sé rappresentano un costo per la comunità. Così si tutela il nostro bene anche contro la nostra volontà. Sarà discutibile quanto volete, ma questa è la filosofia del nostro sistema costituzionale e repubblicano.

Al punto che l’Italia – su idea dei Radicali - si è fatta promotrice della moratoria internazionale per la pena di morte, in base al principio dell’intangibilità assoluta della vita umana (anche la vita dei criminali), e non mi risulta sia stata prevista l’eccezione in cui un condannato – per desiderio di espiazione – chieda lui stesso di subire la condanna a morte. Vi parrà una fattispecie astratta, inesistente nella pratica (se non nei romanzi di Dostoevskij), ma, fino a prova contraria, si può ritenere astratto pure il rifiuto lucido e consapevole di alimentazione e idratazione.

Tutto questo fa pensare che il principio dell’indisponibilità assoluta della vita umana sia un principio laico, della nostra legislazione, non della Chiesa. Chè, anzi, nella dottrina cattolica la vita biologica non è affatto un bene assoluto. La salute dell’anima è più importante della salute fisica, tanto quanto la vita eterna vale più della vita terrena. Infatti la Bibbia proclama: “La Tua Grazia vale più della vita” (Salmo 62).

Non a caso padre Kolbe ha donato la sua stessa vita per amore di Dio e del prossimo e così è stato fatto santo e ha conquistato la vita eterna. Non a caso Gesù ci mette in guardia dall’assolutizzare i beni terreni con queste parole: “chi vorrà salvare la propria vita la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà. Che giova infatti all’uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?” (Mc 8,35-36).

La Chiesa in questi anni ha accentuato il richiamo al rispetto della vita umana, come bene sacro e inviolabile, per le tragedie storiche che nel Novecento hanno portato a una tremenda sua svalorizzazione. La Chiesa così si oppone alle ideologie. Ma il cardine dell’annuncio cristiano – che forse a volte viene dimenticato – è anzitutto (e deve essere sempre) la salvezza dell’anima e la vita eterna. Il male assoluto, per la Chiesa, è il rifiuto di Cristo (il peccato), non la morte fisica. E il bene supremo non è la vita terrena, ma la salvezza dell’anima e la conseguente risurrezione del corpo che finalmente non sarà più sottoposto alla malattia, al dolore e alla morte. Allora “la carezza del Nazareno” – come dice l’Apocalisse – “tergerà ogni lacrima dai nostri occhi” e avremo l’eterna giovinezza e una felicità inimmaginabile, che non passa.

Antonio Socci

Da “Libero”15 febbraio 2009

Tuesday, February 17, 2009

Caso Englaro: conflitto culturale e conflitto politico

Nel blog di un amico ho lasciato recentemente il commento che segue.
Credo che il protagonista di questa storia, così come di tutte quelle similari, cambi a seconda della prospettiva.
Dal punto di vista di chi non scommette su Dio, sul Dio di Gesù Cristo intendo, il protagonista è il dolore e il suo senso. Dal punto di vista di chi scommette su Cristo, il protagonista è l’amore, anzi l’Amore di Dio per ciascuno di noi, nonostante il dolore.
Se io non sono cristiano, non voglio altro che farla finita con la sofferenza (fisica, psicologica o morale) e coloro che vorrebbero “salvarmi”, convincermi che sto sbagliando, convincermi che il dolore non esaurisce il mistero dell'esistenza, parlano turco.
Se sono cristiano e ho capito qualcosa del significato della croce, non posso che affidarmi a Lui, e per quanto la situazione sia dura, non mi resta che pregarLo ogni giorno di “farmi amare” la croce. La sofferenza finirà prima o poi e farà posto alla resurrezione: lo ha promesso Lui e quindi mi fido della sua parola.
Il fatto è che la fede non è solo un dono di Dio per tutti, ma è anche un atto di volontà da compiere ogni giorno. Se è dura per i credenti aver fede, non dobbiamo scandalizzarci se qualcuno “vuol” essere ateo. A chi non “vuol” credere, io cristiano non posso imporre la salvezza promessa da Cristo. Da cristiani, si può solo affidare alla misericordia di Dio colui che, per mancanza di fede, decide di farla finita a motivo di un grande dolore.
Non conosco le convinzioni religiose del padre di Eluana [supponevo fosse ateo, ma non ne ero del tutto certo al momento in cui scrivevo. NdA], ma capisco quando dice che non ce la fa più a sopportare il dolore di una figlia in quelle condizioni.
Solo una cosa mi lascia perplesso del suo atteggiamento: se le suore sono disposte a continuare a prendersi cura di sua figlia, perché lui non si tira indietro? perché non lascia che siano altri ad amare sua figlia nel silenzio, così come nel silenzio sua figlia è da anni?
Poco fa, brucando nella newsletter di Alleanza cattolica, mi sono imbattuto in un articolo di Marco Invernizzi, che ripropongo subito sotto. È una risposta alla domanda finale che ponevo nel commento citato.
Il caso Eluana Englaro
Roma, 16 febbraio 2009. Una nota di Marco Invernizzi.

Quale può essere il motivo che ha spinto Beppino Englaro a portare al centro dell'attenzione del Paese il caso drammatico di sua figlia? Che cosa lo ha sostenuto, dal gennaio del 1992, nella costante e credo logorante battaglia per ottenere che sua figlia potesse essere uccisa, ma con l'autorizzazione e attraverso le strutture dello Stato?

Il caso Eluana e il conflitto culturale
Sull'onda emotiva che ha coinvolto tutti nelle ultime settimane si può essere tentati di dare una risposta immediata, tagliente, senza alcuna sfumatura. L'assenza dei genitori di Eluana al funerale religioso ha ulteriormente sconcertato. Tuttavia la prudenza ci invita a giudicare i fatti, soprattutto quelli epocali, e a fermarsi di fronte alle intenzioni, che solo Dio conosce.
Un fatto certo e ribadito dai protagonisti è che il padre di Eluana ha avuto in questi anni alcuni consiglieri che non hanno nascosto lo scopo dell'azione che li ha spinti ad arrivare al punto in cui si è giunti con il trasferimento nella struttura di Udine, dove le è stata tolta l'alimentazione e l'idratazione per portarla alla morte, sopraggiunta lunedì 9 febbraio. Uno di questi consiglieri, Maurizio Mori, docente di bioetica a Torino e presidente di un'associazione che raduna i membri del gruppo che ha affiancato Beppino Englaro in questi anni, lo ha scritto in maniera esplicita: "[…] il caso di Eluana è importante per il suo significato simbolico. Da questo punto di vista è l'analogo del caso creatosi con la breccia di Porta Pia attraverso cui il 20 settembre 1870 i bersaglieri entrarono nella Roma papalina. Come Porta Pia è importante non tanto come azione militare quanto come atto simbolico che ha posto fine al potere temporale dei papi e alla concezione sacrale del potere politico, così il caso Eluana apre una breccia che pone fine al potere (medico e religioso) sui corpi delle persone e (soprattutto) alla concezione sacrale della vita umana. Sospendere l'alimentazione e l'idratazione artificiali implica abbattere una concezione dell'umanità e cambiare l'idea di vita e di morte ricevuta dalla tradizione millenaria che affonda le radici nell'ippocratismo e anche prima nella visione dell'homo religiosus, per affermarne una nuova da costruire" (Il caso Eluana Englaro. La "Porta Pia" del vitalismo ippocratico ovvero perché è moralmente giusto sospendere ogni intervento, Pendragon, Bologna 2009, pp. 11-12).
Se chi consiglia di tacere di fronte al dolore, reale o presunto, suscitato dalla morte drammatica di Eluana avesse la pazienza di leggere e riflettere su queste parole, smetterebbe di dare consigli buonisti e sciocchi. La battaglia che si è combattuta sul corpo della povera donna di Lecco aveva fin dall'inizio lo scopo di portare alla legalizzazione dell'eutanasia e, di più, al radicale cambiamento culturale sopra descritto dalle parole di Mori, un cambiamento inerente all'etica medica e al senso comune, nella prospettiva dell'ideologia relativista. E il padre di Eluana è stato il primo a volere che questo accadesse, come dimostra il libro di Mori e quello dello stesso Beppino (con Elena Nave, Eluana la libertà e la vita, Rizzoli, Milano 2008).
Quindi bisogna prendere atto che siamo di fronte a una svolta importante nella vita pubblica del nostro Paese: Eluana è stata uccisa da un decreto della magistratura italiana e in Parlamento è in discussione una legge sul fine vita che non porterà immediatamente alla legalizzazione dell'eutanasia, ma che potrebbe essere o una ferma opposizione alla "dolce morte" oppure una iniziale deriva verso di essa attraverso l'approvazione di quella cosa ambigua che è il testamento biologico.
Quindi bisogna parlare, ossia bisogna prepararsi, capire che cosa stanno facendo i nemici della vita, contrastare le loro argomentazioni, non sottovalutandone l'astuzia. E abituare le persone ad accogliere il principio di realtà, la vita cioè e le sue modalità, anche quando questa vita prevede la sofferenza e il dolore.
D'altra parte non è difficile comprendere la portata e le conseguenze di quanto è accaduto. Attorno al caso Eluana è emersa una importante domanda e sono scoppiati significativi conflitti culturali e politici.
Quale è il rapporto fra la legge naturale e quella positiva, fra la realtà di una donna accudita e amata da suore meravigliose e il sogno ideologico di un gruppo che ritiene la vita disponibile quando la sua qualità viene ritenuta inadeguata?

Il conflitto politico
Io credo che il governo italiano abbia dimostrato un coraggio grande nel fare di tutto per salvare Eluana anche a costo di andare allo scontro istituzionale con il Presidente della Repubblica. Peraltro era difficile non vedere l'urgenza nella richiesta del governo nel caso specifico, quando a Eluana avevano già cominciato a togliere acqua e cibo; eppure anche questo atteggiamento del Quirinale è passato sulla stampa quasi senza critiche, come se fosse normale.
Scoppiato il conflitto istituzionale, esso ha raggiunto la Costituzione e così abbiamo assistito al paradosso di un omicidio decretato da un organo del potere giudiziario, mentre il capo del governo veniva linciato sui media perché aveva osato dire che la Costituzione non è intoccabile. Quando scriveranno la storia, se saranno onesti, dovranno pur dire che nelle stesse ore, in Italia, all'inizio del 2009, una disabile veniva condotta alla morte "legale" mentre il presidente del Consiglio che aveva cercato di salvarla veniva condotto a un "macello mediatico" senza precedenti.
Quello che è successo non è un piccolo episodio di routine. Teniamolo vivo, raccontandolo. Soprattutto stiamo attenti a quello che sta accadendo in Parlamento, convinti che è in corso una tappa importante della guerra per "cambiare l'idea di vita e di morte ricevuta dalla tradizione millenaria". Una tradizione che ha impiegato secoli per entrare nella coscienza degli uomini e che può essere estirpata nel giro di pochi anni.

Thursday, February 05, 2009

Amare questa Chiesa infangata ...

Che spettacolo. Ogni giorno valanghe di fango, da quei cannoni che sono i mass media e i potenti di questo mondo, contro la Chiesa. Ogni giorno oltraggi, calunnie, dileggi. E lei, bella, dolce, inerme, indifesa che subisce cercando – come una madre premurosa – di proteggere i suoi figli più piccoli dallo scandalo continuo. Come si fa a non amare questa Chiesa, così vulnerabile, indifesa, così umanamente povera da rendere evidentissimo che è sorretta dalla presenza formidabile di un Altro. Altrimenti mai avrebbe potuto arrivare al XX secolo e abbracciare il mondo intero e continuare a far innamorare tanti cuori di quel volto. Del Salvatore.

Lei, la Chiesa di Cristo, la Santa Chiesa, che ha subito fin dalla sua nascita le più feroci persecuzioni e che nel XX secolo ha dovuto sopportare il più oceanico macello della sua storia (45 milioni di credenti che hanno perduto la vita, in modo diretto o indiretto a causa della loro fede: dati provenienti da Oxford non dal Vaticano), lei che è stata perseguitata a tutte le latitudini, sotto tutti i regimi (da quello della Cina dei Boxers di inizio secolo, a quello massonico messicano, da quelli comunisti a quelli nazisti e fascisti fino a quelli pagani e a quelli islamici), lei che ha subìto il primo genocidio del Novecento, quello degli armeni. Ma non interessano a nessuno i morti cristiani, le suore rapite, i missionari uccisi i cristiani cacciati da tanti Paesi. E’ forse interessato a qualcuno il lungo genocidio consumatosi a Timor Est o quello ventennale del Sudan ad opera del regime jihadista contro i cristiani del Sud, con due milioni di morti, quattro milioni di profughi e centinaia di migliaia di donne e bambini catturati e venduti come schiavi al Nord? A nessuno. Se ne accorse il New York Times nel 1998.

Ma Gesù lo aveva detto: “Vi mando come agnelli in mezzo ai lupi”, “hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi”, “diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia”, vi trascineranno davanti ai loro tribunali, vi tortureranno, vi metteranno a morte. Infatti non ci si è accontentati di macellare i cristiani: li si vuole anche infangati, disonorati. Anche quando loro – vittime di tutte le ideologie totalitarie – si sono presi cura, pressoché da soli, di altre vittime come i loro fratelli ebrei, anche quando il Papa Pio XII con migliaia di preti e suore, a rischio della loro stessa vita (vedi padre Kolbe), minacciati loro stessi di morte, hanno salvato centinaia di migliaia di poveri ebrei braccati da quell’ideologia pagana che già faceva strage di cattolici polacchi, anche dopo questa immensa e commovente impresa – che dopo la guerra fece sgorgare i più sinceri ringraziamenti dei maggiori esponenti del mondo ebraico e dei tanti salvati (anche esponenti politici avversi alla Chiesa) – anche dopo un evento del genere in cui la Chiesa pressoché da sola (come scrisse Albert Einstein) si oppose al Satana pagano hitleriano, anche dopo ciò alla Chiesa tocca l’onta dell’accusa di razzismo, ideologia biologista che è l’esatto opposto del cattolicesimo e che è nata proprio in odio al cristianesimo…

Ma questa sembra essere la sua sorte: la stessa di Gesù. L’odio del mondo. La mano assassina non è arrivata a colpire perfino il Papa stesso in piazza San Pietro? E già sul suo predecessore, Pio XII, non gravava un progetto di deportazione da parte dei nazisti? E un altro predecessore non era stato già deportato, 150 anni prima, da Napoleone?
Del resto perfino nella democrazie – se proprio non vogliamo ricordare il bagno di sangue cristiano che fu la Rivoluzione francese o le feroci persecuzioni della conquista piemontese (più di 60 vescovi italiani arrestati o esiliati, migliaia di frati e suore cacciati dai loro conventi e la Chiesa espropriata di tutto) – perfino nelle democrazie, dicevo, la Chiesa è odiata, perseguitata.

C’è qualcuno che ricordi come nella Inghilterra madre della democrazia (quella che proprio dalla Chiesa aveva imparato da democrazia con la Magna Charta) oggi, a 500 anni dalla svolta anglicana (imposta da un re tiranno) è ancora proibito a un cattolico diventare cancelliere? Blair ha dovuto aspettare, a dare la notizia della sua conversione, di aver perduto la carica. Pensate se vigesse un’analoga proibizione – che so – per gli atei o gli ebrei, o gli islamici…

E perfino negli Usa si è dovuto aspettare duecento anni perché un cattolico, nel 1960, diventasse presidente americano. E quante rassicurazioni dovette dare Kennedy, attaccato proprio in quanto cattolico che – come tale – non doveva andare alla Casa Bianca (in ogni caso fece subito una brutta fine e nessun cattolico più ci è tornato).

Ma, si sa, è proibito guardare la storia per quello che è. Sempre e solo sul banco degli accusati devono stare i cattolici. Ciononostante la Chiesa non fa mai vittimismo, non polemizza, non si perde in discussioni e controversie. Addirittura per volere di quel grandissimo Papa che è stato Giovanni Paolo II, che pure aveva provato sulla sua pelle sia la persecuzione nazista, che quella comunista e infine le pallottole di Ali Agca, arrivò quel gesto inaudito, stupendo che fu il grande “mea culpa” dell’Anno Santo: dalla Chiesa di Roma, che avrebbe avuto tutti i titoli, alla fine del Novecento, per puntare il dito su tutti i poteri e le ideologie del mondo che l’avevano straziata, venne questo struggente atto di umiltà, perché il mondo sapesse, capisse, che ai cristiani non interessa rivendicare meriti, né interessa aver ragione, ma – riconoscendosi peccatori, ultimi fra gli uomini e veramente indegni del dono che hanno avuto da Dio – a loro interessa solo indicare quel volto bellissimo che ci salva, in cui Dio si è fatto carne ed è venuto a salvarci.

Con il cui amore (cantato attraverso duemila anni di bellezza dagli artisti cristiani) hanno insegnato all’umanità a prendersi cura dei sofferenti, dei derelitti, coprendo il mondo di opere di carità e di ospedali. E ancora oggi, come sempre, la Chiesa quasi da sola, sentendo tutti gli uomini come suoi figli (anche coloro che la odiano), premurosamente fa sentire la sua voce contro l’immane massacro delle vite più indifese e innocenti (un miliardo in 40 anni), contro le risorgenti ideologie della morte, contro l’orrore della fame, dell’industria della guerra, contro l’odio che dilania i cuori e il mondo, contro tutte le violenze.

Ma ancora una volta la Chiesa è per questo vilipesa, oltraggiata, infangata, derisa (ora accusata falsamente di tacere, ora accusata dagli stessi di parlare: sempre in ogni caso odiata). Che spettacolo! Come si fa a non accorgersi che è veramente una cosa dell’altro mondo in questo mondo. E’ divina. Così la considerò uno dei suoi persecutori, arrivato alla fine della vita, nell’esilio di Sant’Elena, Napoleone Bonaparte: “Tra il cristianesimo e qualsiasi altra religione c’è la distanza dell’infinito. Conosco gli uomini e vi dico che Gesù non è (solo) un uomo…”.

I pensieri del Bonaparte, riportati in “Conversazioni religiose” (Editori riuniti), sono di questo tenore: “Tutto di Gesù mi sorprende. Il suo spirito mi supera e la sua volontà mi confonde. Tra lui e qualsiasi altra persona al mondo non c’è possibilità di paragone. E’ veramente un essere a parte... E’ un mistero insondabile… Cerco invano nella storia qualcuno simile a Gesù Cristo o qualcuno che comunque si avvicini al Vangelo… Nel suo caso tutto è straordinario…. Anche gli empi non hanno mai osato negare la sublimità del Vangelo che ispira loro una specie di venerazione obbligata! Che gioia procura questo libro!”. “Dal primo giorno fino all’ultimo, egli è lo stesso, sempre lo stesso, maestoso e semplice, infinitamente severo e infinitamente dolce… Che parli o che agisca, Gesù è luminoso, immutabile, impassibile…”. “Gesù è il solo che abbia osato tanto. E’ il solo che abbia detto chiaramente e affermato senza esitazione egli stesso di sé: io sono Dio…”.

Napoleone constata il suo potere divino nei fatti storici: “Voi parlate di Cesare e di Alessandro, delle loro conquiste e dell’entusiasmo che seppero suscitare nel cuore dei soldati” osservava Napoleone “ma quanti anni è durato l’impero di Cesare? Per quanto tempo si è mantenuto l’entusiasmo dei soldati di Alessandro?”.

Invece per Cristo “è stata una guerra, un lungo combattimento durato trecento anni, cominciato dagli apostoli e proseguito dai loro successori e dall’onda delle generazioni cristiane. Dopo san Pietro i trentadue vescovi di Roma che gli sono succeduti sulla cattedra hanno, come lui, subito il martirio. Durante i tre secoli successivi, la cattedra romana fu un patibolo che procurava sicuramente la morte a chi vi veniva chiamato… In questa guerra tutti i re e tutte le forze della terra si trovano da una parte, mentre dall’altra non vedo nessun esercito, ma una misteriosa energia, alcuni uomini sparpagliati qua e là nelle varie parti del globo e che non avevano altro segno di fratellanza che una fede comune nel mistero della Croce… Potete concepire un morto che fa delle conquiste con un esercito fedele e del tutto devoto alla sua memoria? Potete concepire un fantasma che ha soldati senza paga, senza speranza per questo mondo e che ispira loro la perseveranza e la sopportazione di ogni genere di privazione?... Questa è la storia dell’invasione e della conquista del mondo da parte del cristianesimo… I popoli passano, i troni crollano e la chiesa rimane! Quale è, dunque, la forza che mantiene in piedi questa chiesa, assalita dall’oceano furioso della collera e dell’odio del mondo? Qual è il braccio, dopo diciotto secoli, che l’ha difesa dalle tante tempeste che hanno minacciato di inghiottirla?”

Antonio Socci

(Libero, 3 febbraio 2009)

Sunday, January 25, 2009

Quella cosa dell'altro mondo che sono ... i cristiani

UN VENTENNE DI FRONTE ALLA MORTE E QUELLA COSA DELL’ALTRO MONDO CHE SONO…I CRISTIANI

“Le scrivo perché anche oggi entrando a scuola abbiamo respirato un’aria di morte”. Comincia così la lettera che mi ha scritto Marco, 19 anni, di Firenze. “Stanotte una ragazza che frequentava il terzo anno è morta dopo una notte di coma irreversibile. La sera prima stava andando in discoteca, era in macchina con altri ragazzi (…) la macchina si è schiantata contro un albero. La nostra scuola era già stata protagonista di grandi fatti di morte: tre anni fa, una ragazza che frequentava l’ultimo anno si è suicidata gettandosi da una finestra del terzo piano.
Può immaginare il clima che abbiamo respirato nei giorni e mesi seguenti... Oggi abbiamo rivissuto quel momento: le facce meste dei professori, i visi persi nel vuoto degli alunni, l’assenza fisica o psicologica dei suoi amici più cari e dei parenti”. Marco è uno studente che frequenta l’ultimo anno di liceo. Fin qui la sua è solo una cronaca consueta, descrive ciò che accade quando la morte visita le nostre giornate e specialmente un luogo di giovinezza come una scuola. Capita che – dopo lo choc di qualche giorno – gli adulti si affrettino a richiudere quella finestra spalancata sull’immenso, sul mistero dell’esistenza, per fingere che la vita sia solo il consueto teatrino in cui ci trasciniamo tristemente a recitare una parte assegnata. Ma i giovani non distolgono facilmente lo sguardo dal Mistero.

Infatti è il seguito di questa lettera che più mi ha colpito e commosso. Marco è un avventuriero, assetato di verità e di una felicità che non svanisce in un istante, dunque continua: “Il Signore sta parlando alla mia generazione e lo sta facendo con forza. Ci sta parlando attraverso la sofferenza più estrema, attraverso la morte. Non molto tempo fa altri ragazzi sono morti o rimasti gravemente feriti a causa di incidenti stradali e la loro storia si è dovuta intrecciare obbligatoriamente con la nostra fede di Cristiani. Sto scoprendo sempre di più che questo mondo non può darci niente. Non può darci amicizie vere perché la parola d’ordine del mondo è ‘essere’ e se non sei nessuno o non appari, rimarrai sempre solo. Non può darti la felicità perché non dura più di 30 secondi. Non può darti la consolazione perché la sera quando arrivi a dormire ti ritrovi solo; solo coi tuoi problemi insormontabili, solo perché i tuoi genitori si stanno separando, solo perché nessuno ti ama. Non pensa anche lei che per noi Cristiani sia pronta una nuova missione, cioè quella di ricominciare una nuova evangelizzazione?”.

Mi ha colpito leggere queste parole nella lettera di un diciannovenne, di un ragazzo normalissimo, ma che non si fa addomesticare dall’industria del rincoglionimento. Evidentemente Marco ha visto e sperimentato qualcosa di così bello e così grande che non si dissolve davanti al soffio di sorella morte. Questa parola, “evangelizzazione”, indica infatti un volto e un nome, Gesù, che stupisce e commuove, che sui giovani specialmente esercita un fascino più potente perfino della desolazione della morte. E parla al loro cuore assetato di vita, di felicità, di amore.

Marco continua: “Tanti Santi hanno viaggiato in tutto il mondo per annunciare Cristo Risorto, ma forse per il nostro tempo è necessario partire, non dall’Africa o dall’Asia, ma da casa nostra, dalla nostra via, dalla nostra parrocchia. E’ necessario far conoscere alla mia generazione che c’è un Dio che li ama, che è arrivato a morire per ognuno di noi, ma che è Risorto e ha distrutto la Morte. Posso assicurarle che queste persone stanno aspettando solo noi. Per grazia divina, i miei genitori sono entrati a far parte del Cammino-Neocatecumenale più di trent’anni fa e questo ha permesso che crescessimo nella fede. Personalmente questo Cammino mi ha permesso di scoprire un Dio che mi ama non per i miei meriti, ma per come sono, soprattutto per i miei peccati, e che vuole solamente curarmi, vuole mostrarmi il suo amore. Nella nostra parrocchia ci siamo ritrovati davanti a tante morti umanamente assurde, ma paradossalmente le famiglie implicate in queste morti hanno risposto con l’Amore… ”.

E a questo punto Marco inizia un resoconto sconvolgente di vita quotidiana. In un mondo disperato, dove i media hanno attenzione solo alle misure delle ospiti del Grande Fratello esistono uomini e donne con una certezza e un amore più forti della morte.

“Più di otto anni fa il mio amico Niccolò è morto per un tumore al cervelletto. Ha potuto concludere solo le scuole elementari e non ha conosciuto l’età più bella della vita. Nonostante tutte queste assurdità, ciò che mi ha sempre colpito di lui era il sorriso che portava con sé arrivando al catechismo, anche dopo aver fatto la terapia. Dalla sua morte, il nostro gruppo di catechismo ha ricevuto la grazia di restare unito fino ad oggi ed è un vero miracolo, pensando a dove possono essere adesso tanti miei amici. Il suo funerale fu una festa indescrivibile; uno dei suoi fratellini era così eccitato che, quando abbiamo accompagnato il suo corpo al cimitero si è messo a gridare ingenuamente di volerlo raggiungere per poter giocare ancora con lui. Quel funerale colpì tutti i presenti, perché non si era detto Addio a nessuno, si era salutato un fratello che avremmo rivisto. Per la fede dei suoi genitori e per la bellezza e la gioia di quel funerale molte persone si sono interrogate profondamente e forse lo fanno ancora oggi. Quello che colpisce sempre le persone è che i funerali nella mia parrocchia sembrano matrimoni: i canti sono tutti gioiosi e la bara è posta sopra il fonte battesimale, che si trova a terra, perché simboleggia il passaggio dalle acque della morte alla vita nuova. Più recentemente, un ragazzo, Jonatan, è morto cadendo di motorino; una cosa che non posso dimenticare è il volto di sua madre che ci invitava a stare allegri, perché Jonatan era andato in Paradiso. Sul sagrato, un suo amico mi disse che non era meravigliato della risposta di questa madre alla morte del figlio. Mi disse: ‘Loro sono religiosi’. Queste morti sono state per me una dura prova perché mi hanno diviso da tanti affetti, mi hanno messo davanti al fatto che non siamo eterni, che possiamo e dobbiamo morire. Ma ho scoperto che questa morte è stata vinta da Cristo. Egli ha vinto le mie morti. Io sono certo di questo, ma vorrei che questa buona notizia arrivasse a tutti i miei amici, a tutti i miei coetanei che forse non sanno dare un senso alla loro vita; io però sono uno solo e non posso raggiungerli tutti. Chiedo quindi aiuto alla Madre Chiesa, in cui confido perché ho sperimentato che è davvero madre, che mi dona il perdono e che davvero da essa passa la mia salvezza”.

Marco mi scrive il suo accorato appello alle parrocchie della sua città (come rispondono sacerdoti e vescovi?), le invita ad aprirsi ai movimenti “perché so che è difficile vivere da Cristiani senza una piccola comunità che ti aiuta, che ti ascolta, che ti corregge, in cui sperimenti il perdono, in cui c’è Cristo… Esorto tutte le parrocchie fiorentine ad aprire le porte a Cristo in queste nuove forme, perché i giovani sono per strada a drogarsi, a bere, senza genitori, senza Amore. La loro vita non ha un senso e noi che siamo il sale del mondo abbiamo il dovere di annunciare loro che Cristo li ama e che possono cominciare a sorridere, possono smettere di fingere, possono piangere senza paura di essere giudicati ‘deboli’, possono scoprire amicizie vere fondate sull’Amore di Cristo. Questi ragazzi hanno il diritto di sapere che rivedranno i loro amici in Paradiso e che non c’è morte che possa dividerci, c’è solo Cristo che ci unisce all’altro”.

Non è una cosa dell’altro mondo? Don Giussani diceva che il cristianesimo “è letteralmente una cosa dell’altro mondo in questo mondo”. In effetti il Paradiso inizia già qui, come il sorriso che si apre nelle lacrime e alla fine prende il sopravvento. Come il sole quando spalanca le nuvole e illumina le ultime gocce di pioggia portando finalmente l’azzurro.

Antonio Socci

Da “Libero” 21 gennaio 2009

Tuesday, January 13, 2009

2009, crollo del capitalismo?

Il 1989 segnò il crollo dell’Est comunista. Venti anni dopo, il 2009, vedrà il crollo dell’Occidente? Nouriel Roubini parla della “più grande bolla finanziaria e creditizia della storia”. E afferma senza indugio: “Il sistema finanziario del mondo ricco si sta dirigendo verso un crollo”. Non è solo un disastro finanziario, perché il Mercato è stato la moderna religione dell’Occidente: è anche un fallimento ideologico e morale.

La tempesta è appena cominciata e non si sa quando e come ne usciremo. Personalmente consiglio di tener presenti due bussole per non smarrirvisi del tutto. Dirò dopo i loro nomi. Ma prima facciamo un passo indietro. Prima bisogna riconoscere l’enormità del fallimento dell’Occidente. Bisogna evitare di usare lo stesso paraocchi ideologico dei comunisti, che, incuranti delle smentite della storia, continuavano a professare il “dottrina marxista” come la scienza economica e sociale definitiva e infallibile. Certi liberisti puri e duri oggi sono egualmente dogmatici.

Il muro di Ostellino
Ieri, sul Corriere della sera, Piero Ostellino, commentando i recenti dati natalizi sul ribasso dei prezzi e il relativo aumento del potere d’acquisto delle famiglie, ne traeva questa singolare conclusione: “il mercato ha messo le cose a posto da solo. Non c’è stato bisogno dell’intervento della politica. Che avrebbe fatto danni. I prezzi sono scesi a causa della crisi economica”.

Non c’è stato bisogno dell’intervento della politica? Viene da chiedersi in che pianeta viva Ostellino. Forse non gli è giunta la notizia del più gigantesco intervento degli Stati nelle economie americane ed europee degli ultimi 50 anni, intervento che (solo) per ora che ha evitato la catastrofe finanziaria del mondo (facendoci trascorrere un Natale non tragico). Intervento tuttora in corso che molto altro dovrà fare.

Certo, bastava già tener presente la crisi del ’29 e quello che ne seguì per rendersi conto che lo Stato è un attore fondamentale dell’economia moderna. Forse la novità di oggi è che pure l’intervento pubblico potrebbe non bastare più. Il “rischio Argentina”, la bancarotta, è un fantasma che agita i sonni di tanti. In ogni caso per evitarlo o per limitare il disastro o per rinascere dalle macerie, bisogna disporre di un pensiero della crisi, capire l’errore e trovare una diversa strada.

I due avversari
Il crollo del comunismo del 1989 ebbe un’interpretazione ufficiale, tanto sbandierata quanto sbagliata. Fu il testo di Francis Fukuyama, “La fine della storia e l’ultimo uomo” (1992). Vi si proclamava l’Occidente democratico e capitalistico come universale approdo della storia del mondo. Il “trionfo dell’Occidente” che pretendeva di concludere idealmente la storia fu tradotto dagli Usa di Clinton con il “pensiero unico” del mercato e dell’uomo consumatore (il primato assoluto dell’economia ebbe la sua traduzione tecnocratica anche nell’Europa della moneta unica).

Al regno universale del mercato fu annessa anche la Cina (ufficialmente nel 1994 con l’ingresso nel WTO) e nacque quella che Giulio Tremonti ha chiamato la “Chimerica”, ovvero Cina più America. Con la new economy e con il sistema statunitense che continuava a indebitarsi per finanziare i consumi privati e la Cina che produceva per l’Occidente comprando il debito degli americani. Sono le premesse del collasso odierno.

Nel 2001 ci fu la prima smentita della storia: l’11 settembre, le “Torri gemelle”, così vicine a Wall Street. Cosa significava quel fatto lo aveva spiegato in anticipo Samuel Huntington nel suo “Lo scontro di civiltà” (1996). Huntington criticava il “nuovo ordine mondiale”, in polemica con Fukuyama, spiegando che non esiste solo il mercato e che la storia è fatta di diverse civiltà, culture, religioni e identità. Le quali non si fanno spazzar via dalla religione del produrre e consumare. Huntington ammonì che quella mercatista era una “illusione di armonia destinata ben presto a rivelarsi appunto tale”.

Infatti arrivò l’11 settembre 2001. Confermando l’analisi di Huntington che vedeva la cultura islamica fra le più refrattarie all’omologazione occidentale. Paradossalmente il testo di Huntington fu poi usato (suo malgrado) in chiave “neocon” come premessa ideologica del progetto di esportazione della democrazia, ovvero delle guerre di Bush. Che è stato un altro tentativo – fallito – di omologare il mondo al modello occidentale.

Finché è esplosa definitivamente la crisi del sistema americano. Ma perché siamo arrivati a questo? Dove abbiamo sbagliato? E’ inverosimile che ad accendere una luce siano coloro che hanno provocato la notte. Ma dov’è un intellettuale, un libro, un pensiero che può accendere una luce diversa nella notte?

Buttare Smith
Consiglio un profetico saggio di Joseph Ratzinger del 1985 che annunciava (con anni di anticipo) sia il crollo del comunismo che del capitalismo liberista. E li prevedeva provocati da uno stesso errore filosofico. Da una stessa ideologia. Il saggio sarà ripubblicato su “Communio” di gennaio 2009 e probabilmente rappresenta una premessa dell’annunciata enciclica a cui si dice abbia collaborato pure Giulio Tremonti (che ha citato questo testo di Ratzinger nella sua recente prolusione alla Cattolica di Milano). In sintesi Ratzinger punta il dito sull’idea “risalente a Adam Smith” che sta alla base del pensiero liberista e della rapacità e degli errori che hanno portato gli Usa al collasso. Per questa idea “il mercato è incompatibile con l’etica, giacché i componenti volontaristicamente ‘morali’ sono contrari alle regole del mercato e non farebbero altro che tagliar fuori dal mercato gli imprenditori ‘moraleggianti’. Per questo l’etica economica è stata considerata per molto tempo come un ‘ferro di legno’, perché nell’economia si deve guardare solo all’efficienza e non alla moralità. La logica interna del mercato ci dispenserebbe dalla necessità di dover fare affidamento sulla moralità più o meno grande del singolo soggetto economico, in quanto il corretto gioco delle regole del mercato garantirebbe al massimo il progresso e pure l’equità della distribuzione”. Sebbene si definisca “liberista”, obietta Ratzinger, questa filosofia, nella sua essenza, è “deterministica” perché presuppone che “il libero gioco delle forze di mercato spinga verso una sola direzione, cioè verso l’equilibrio fra offerta e domanda, verso l’efficienza economica e il progresso”, con lo “sconcertante presupposto” che “le leggi naturali del mercato sono essenzialmente buone e conducono necessariamente al bene, senza dipendere dalla moralità della singola persona”.

La realtà dice l’opposto e non solo con la crisi attuale, ma – già prima - con le grandi contraddizioni planetarie prodotte dall’economia capitalistica: la fame e la miseria di tre quarti dell’umanità, squilibri e tensioni sociali crescenti e gravissime devastazioni ambientali. Il marxismo, spiega Ratzinger, è un “determinismo” ancora più spinto, perciò più violento e fallimentare (“promette la totale liberazione come frutto di un determinismo”). Entrambi i casi si basano sull’utopia ideologica di un meccanismo così perfetto – come diceva Eliot – da rendere inutile all’uomo essere buono. Invece, spiega Peter Koslowski, “l’economia non è retta solo dalle leggi economiche, ma è guidata dagli uomini”.

L’eliminazione del “fattore uomo” nel marxismo è stata radicale. Nel liberismo più sfumata, ma simile e alla fine il profitto come regola a se stesso ha prodotto il disastro. Occorre qualcosa che stia sopra al profitto e sopra al meccanismo della produzione. Ma qua la crisi planetaria si intreccia con la scelta individuale, con ciò che rende personalmente “buono” l’essere umano. Quindi con Dio. Tremonti nel suo libro “La paura e la speranza” ha il merito di averlo intuito. E di aderire all’appello della Chiesa – davanti a questa grande crisi di civiltà - di un radicale ripensamento delle nostre scelte individuali e collettive, di un’autocritica e di una grande conversione.

Antonio Socci da “Libero”, 4 gennaio 2009