Wednesday, April 26, 2006

Sulle contestazioni alla Moratti, E. Galli della Loggia coglie nel segno

Firmando l’editoriale del Corsera di oggi sulle contestazioni dei soliti idioti di sinistra a Letizia Moratti, Ernesto Galli della Loggia dà un'opportuna strigliata alla coalizione guidata da quel genio di Mortadella.
DISAPPROVARE NON BASTA

Anche se ha preferito non dare importanza alla cosa, quel che è capitato ieri pomeriggio al ministro Moratti è assai grave, e merita di essere chiamato con il suo nome: una violenta, indecorosa gazzarra che chiama in causa responsabilità più vaste di quelle dei suoi autori. A nulla è valso che Letizia Moratti partecipasse al corteo milanese commemorativo della Liberazione spingendo la carrozzella con il padre medaglia d'argento della Resistenza; a nulla è valso che la sua sola presenza attestasse — se ce ne fosse stato mai bisogno! — la condivisione degli ideali di libertà evocati dalla ricorrenza: no, nulla è valso a nulla per proteggerla dalla salva di fischi, di insulti, di minacce, che le è piovuta addosso per tutta la durata del corteo. Ovvia la sua colpa: stare politicamente nel centrodestra; per giunta come ministro dell'Istruzione e dell'Università del governo Berlusconi, cioè in un ruolo che per lungo tempo è stato oggetto di una vera e propria demonizzazione ad opera dei settori più beceri e massimalisti della sinistra italiana che da decenni, ahimé, si annidano per l'appunto nelle scuole e negli atenei della Repubblica.

Di fronte a quanto accaduto, che è l'esatta ripetizione di quanto già accaduto altre volte in altri 25 aprile, i commenti degli esponenti del centrosinistra, limitatisi tutti (con la sola, felice eccezione, oltre che della Rosa nel pugno e di Mastella, di Bruno Ferrante, concorrente con la Moratti nella prossima elezione a sindaco di Milano) a un formale rincrescimento, appaiono penosamente inadeguati. Tanto più se ricordiamo che sono proprio essi a rammaricarsi regolarmente del fatto che i politici del centrodestra non partecipano ai festeggiamenti della Liberazione: e perché mai lo dovrebbero se questa è la fine che li aspetta? Per superare l'esame di autolesionismo?
Più inadeguata delle altre, per l'evidente importanza della sua figura, la reazione di Romano Prodi, il quale, pur avendo l'occasione di parlare nel comizio a conclusione del corteo, dal palco ha fatto appena un cenno all'accaduto.

Ha evitato così di dire, il nostro futuro presidente del Consiglio, ciò che invece andava detto e che da lui ci aspettavamo. Che allora in sua vece diciamo noi: e cioè che la democrazia italiana non sa che farsene dell'antifascismo dei faziosi e dei violenti; che la nostra democrazia non sa che farsene di quell'antifascismo che — come ha scritto coraggiosamente il direttore di Liberazione Piero Sansonetti — non capisce che «una cosa è cacciare i nazisti e un'altra è cacciare Berlusconi», che la democrazia italiana non sa che farsene — e non vuole avere niente a che fare — con l'antifascismo che non esita a strumentalizzare le grandi, drammatiche pagine della storia nazionale e i valori più alti del nostro patto costituzionale per sfogare i suoi poveri livori politici, per celare le sue pochezze, all'occasione per maramaldeggiare.

Finché l'antifascismo dei democratici non saprà prendere le distanze dall' antifascismo «militante», da questa sua contraffazione intollerante e violenta, e non saprà farlo a voce alta, esso sarà sempre vittima, anche elettorale, del suo ricatto politico. È così, mi chiedo, è mostrando una simile timidezza ideologica che si crede di poter costruire il Partito democratico? Sul punto di andare al governo con un'esiguissima maggioranza parlamentare, i gruppi dirigenti del centrosinistra commetterebbero un grave errore a non capire che è proprio su questioni come questa che essi si giocano la possibilità di convincere e di raccogliere intorno a sé una parte del Paese più vasta di quella che li ha votati.

Mi sembra che qui abbiamo un Galli della Loggia diverso rispetto a quello che scrisse l'editoriale dello scorso 21 aprile. Lo riporto di seguito.
IL NUOVO PREMIER TRATTI CON L'EUROPA

Il rapporto di fiducia con Bruxelles è decisivo
Ormai non resta che governare. Con il risultato proclamato dalla Cassazione - che Berlusconi farebbe bene ad accettare senza indugi invece di inscenare un ambiguo surplace - Romano Prodi è insediato definitivamente al comando. Ma governare non sarà facile. Per almeno tre motivi: per l' esiguissima superiorità di cui il nuovo governo potrà disporre in una delle due Camere; per la forte disomogeneità politico-programmatica della sua maggioranza; per le condizioni presumibilmente abbastanza critiche in cui esso troverà i conti dello Stato ereditati. In queste condizioni la principale carta che Prodi ha da giocare è la sua leadership. La vittoria del centrosinistra non è stata certo strepitosa ma si deve ammettere che solo la presenza di Prodi ha permesso di mettere e di tenere insieme l' estesissimo arco di forze dell' Unione, solo la sua figura ha rappresentato un' immagine in cui ognuna di quelle forze ha potuto bene o male riconoscersi; il centrosinistra, insomma, è riuscito concretamente a esistere solo in quanto c' era Prodi. Al di là del risultato elettorale egli, dunque, è investito della guida della coalizione in maniera politicamente piena, e dunque deve anche sentirsi autorizzato a esercitare quella guida in maniera altrettanto piena. Il che significa innanzitutto non esitare ad affermare la propria iniziativa nella formazione del governo. Uno dei maggiori punti deboli del centrodestra è stata la mediocre qualità degli uomini e delle donne del suo esecutivo. Proprio a partire da qui, pertanto, il Paese si aspetta dal nuovo presidente del Consiglio una decisa inversione di rotta: cioè che non badi ad alchimie partitiche, a equilibri di corrente, ma scelga sulla base delle qualità, affidandosi specialmente alle competenze e alla capacità dei prescelti di parlare all' opinione pubblica e di costruire consenso anche oltre i confini della coalizione. Ma la carta più efficace di Prodi è quella rappresentata dall' Europa, con la quale il suo passato di presidente della Commissione dovrebbe assicurargli un ascolto e una rete di rapporti preziosi. Il governo italiano avrà probabilmente un paio di mesi per presentarsi con le carte in regola ma c' è bisogno di costruire un rapporto di fiducia reciproca più stabile. È soprattutto dal dialogo con l' Europa che egli può ottenere i margini di manovra economica e l' accesso a risorse di cui l' Italia necessita per raddrizzare i suoi conti e migliorare la propria posizione con l' estero. Ed è poi dallo stretto rapporto con i Paesi partner dell' Europa che il governo di centrosinistra può attingere l' ispirazione e la forza per attuare una politica estera che sappia evitare tentazioni di terzomondismi, neutralismi e disimpegni repentini che avrebbero il solo effetto di indebolirlo notevolmente. Incarnare il legame con l' Unione Europea del centrosinistra italiano sarebbe per Prodi un modo ideale per costruire quello spazio politico proprio che di per sé il ruolo di leader della coalizione non gli dà. Prodi, infatti, oggi è solo una leadership. Ma proprio attraverso questa egli può diventare qualcosa di molto di più, cioè un programma omogeneo, una linea politica. Ciò che tra l' altro è proprio quello che oggi manca al centrosinistra che di linee politiche ne ha pure troppe, e conta un programma che giustamente Pietro Scoppola ha paragonato a un' «enciclopedia». Prodi può rappresentare il rimedio a tutto ciò, dando vita, ci si passi l' espressione, al prodismo. L' alternativa è limitarsi a capeggiare un ammasso disordinato e conflittuale di ambizioni e di vocazioni: allora sì che lo striminzito vantaggio elettorale apparirebbe in tutta la sua problematica esiguità.

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